Il Signore ti benedica,ti custodisca e ti mostri il Suo volto misericordioso!

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domenica 11 febbraio 2018

SC 65 Commento al Vangelo del 11.02. 2018 (Padre Giulio Maria Scozzaro)

VI Domenica del Tempo Ordinario "B"

+ Dal Vangelo secondo Marco (1,40-45)
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che Lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii guarito!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte. 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Nel Vangelo di ieri abbiamo trovato la parola compassione, espressione che manifesta l’ininterrotta bontà di Gesù, la sua pietà dinanzi ad ogni ammalato. La sua commozione è infinita e l’uomo non l’immagina minimamente, solo Dio può conoscere perfettamente l’Amore che nutre verso ognuno di noi.
Una delle tantissime prove arriva dalle apparizioni della Madonna a Lourdes. Diciotto apparizioni di una Madre preoccupatissima per le sorti di questa umanità, che già nel 1854 si dirigeva verso il nulla, dove c’è la mancanza o l’assenza completa della morale cristiana, dei Comandamenti che il Padre buono ci ha dato per farci camminare nella via della felicità.
Un Padre che ci ama come sue creature ma non tollera i peccati perfidi dei cattivi e li lascia al destino che essi scelgono liberamente.
Invece verso i cristiani e quanti non Lo conoscono come l’unico Dio che si è rivelato pienamente nella Chiesa Cattolica ma Lo cercano anche se in modo sbagliato, Egli si intenerisce ed è pronto a“donare l’infinito”. Vuole sempre rendere felici i suoi adoratori.
I cristiani che in questa vita meritano la gloria del Paradiso, continueranno a vivere in una eternità beata che appunto si estenderà all’infinito.
Non è l’infinito della poesia di Leopardi, lui nel suo pessimismo si abbatteva anche per l’amata siepe che gli impediva di vedere l’orizzonte, ed era immenso il suo sconforto da non capire che bastava spostarsi un po’ di lato da quella famosa siepe che gli impediva la vista, per ammirare tutta la linea dell’orizzonte davanti.
“Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.
Non ho tempo per fare una parafrasi completa secondo il mio punto di vista, ma in questa prima strofa della sua poesia, noto l’attaccamento dell’uomo alle cose materiali, il senso di possessione che si mischia alla bellezza del creato ma fa perdere la gioia della vita.
A Leopardi neanche la sua cara siepe gli diede conforto e serenità, è vero che nessuna cosa materiale può dare la felicità.
Noi cristiani non abbiamo una concezione pessimistica della storia e del rapporto fra uomo e natura, non viviamo una infelicità come dimensione propria dell’uomo, in noi c’è speranza nella vita, siamo certi che Dio è Padre e ci viene incontro in ogni necessità.
Come leggiamo nel Vangelo, il Signore viene a guarire i nostri mali più profondi, non solo vuole guarirci dalle malattie, soprattutto vuole portare in noi equilibrio interiore, senza il quale la persona vive una discordanza mentale e non comprende dove si trova il bene e il male.
Il lebbroso che si prostra dinanzi a Gesù esprime una supplica infuocata, egli che nella tremenda malattia ha ritrovato se stesso e parla come un uomo rinato. La purificazione della sofferenza che ha vissuto, ha eliminato in lui la parte cattiva e il suo cuore ama come mai aveva amato prima.
Oggi la lebbra è il peccato mortale che sfigura l’anima e rende la persona incattivita, volta al male ed è una lebbra invisibile. Esteriormente non appare questa piaga che “spegne” l’anima e fa scaturire nella persona comportamenti negativi che diventano nel tempo incontrollabili.
La lebbra che si radica nell’anima infonde ed emana tutti i peggiori sentimenti, questo può avvenire anche alla persona che non vuole arrecare danni ad alcuno ma commette molti peccati mortali. Anche se veste di lusso e utilizza il profumo più costoso ed intenso, è il suo volto disperato a mostrare quel dramma interiore che emerge sempre. Non basta sorridere.
I cristiani impegnati nel cammino spirituale anche se cadono nei peccati poi si rialzano nella Confessione, e se è vero che il peccato lascia sempre nell’anima una colpa che si deve espiare in qualche modo, comunque ricevono l’assoluzione dal confessore e ritornano nella Grazia di Dio, sono vittoriosi sui diavoli.
Poi, i peccati vanno valutati secondo la volontarietà e la debolezza, non c’è la stessa responsabilità davanti a Dio.
Ogni peccato, anche quello veniale è incomparabilmente peggiore della lebbra per turpitudine, per ripugnanza e per i tragici effetti che esso produsse in questa vita e in quella futura. Si può vincere la tendenza al peccato con una determinazione che arriva dalla meditazione delle virtù e dei vizi da eliminare.
Gesù và in cerca dei malati, e Lui solamente può valutare e misurare in tutta la sua tremenda realtà l’offesa del peccato. Per questo è commovente che si avvicini al peccatore. Gesù è venuto per perdonare, per redimere, per liberarci da quella lebbra dell’anima che è il peccato.
La lebbra dell’anima non si vede ma si vive, si percepisce all’esterno anche per le opere cattive che si compiono. È una lebbra che noi possiamo vincere solo con l’aiuto di Colei che invochiamo come “Salute degli infermi”, la Madre dell’Amore che vigila sempre accanto i suoi devoti e non vuole assolutamente perderli.
Ringraziamola con le Corone del Santo Rosario e almeno una Corona al giorno recitiamola secondo le sue intenzioni!
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