Il Signore ti benedica,ti custodisca e ti mostri il Suo volto misericordioso!

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domenica 13 gennaio 2013

2068 - Vita di Gesù (paragrafi 639-640)


L'ascensione

§ 639. Tutti presi da questa idea, che la storia del Cristo secondo la carne è semplicernente il primo capitolo della storia della Chiesa, gli evangelisti hanno dato pochissimo rilievo alla scomparsa materia­le di lui dalla terra, ossia alla sua ascensione; la materialità visibile, infatti, contava poco quando si era ben certi della presenza invisibile di lui e della sua assistenza dall'alto dei cieli. Troviamo perciò che l'ascensione di Gesù non è affatto narrata da Matteo; in Marco (16, 19) essa è fugacemente accennata nell'appendice; in Giovanni (20, 17) è appena ricordata in forma di predizione; l'unico evange­lista che la narri con una certa ampiezza è Luca (24, 50 segg.), ma appunto perché egli, terminando nel vangelo la storia del Cristo se­condo la carne, si è proposto di scrivere subito appresso anche la storia del Cristo mistico: i suoiAtti di (degli) Apostoli sono infatti una storia episodica della Chiesa, e perciò essi cominciano ripetendo l'ascensione (Atti, 1, 1-11) come con l'ascensione si era chiuso il suo vangelo. Essa avvenne presso Gerusalemme sul monte degli Olivi, nelle vici­nanze di Bethania, quaranta giorni dopo la resurrezione. Poiché gli Apostoli partirono da Gerusalemme per la Galilea quando erano pas­sati non meno di otto giorni dalla resurrezione (§ 635) e si ritrovaro­no a Gerusalemme alquanto prima dell'ascensione, la loro permanen­za nella Galilea sarà stata di meno di un mese. A questo tempo par­ticolarmente vanno assegnate le molte altre apparizioni vagamente accennate da Paolo (§ 626), e anche da Luca quando dice che il ri­sorto apparve agli Apostoli dimostrandosi vivente con molte prove, parlando del regno di Dio e trattando abitualmente con essi (Atti, 1, 3-4). Trasferitisi quindi nuovamente a Gerusalemme per ordine senza dubbio di Gesù, ivi avvenne l'ultimo convegno; in esso il ri­sorto impartì le ultime disposizioni, fra cui quella che non si allon­tanassero dalla città per aspettarvi “la promessa del Padre che udiste di me: poiché Giovanni battezzò in acqua, ma voi sarete battezza­ti in Spirito santo fra non molti (di) questi giorni” (Atti, 1, 4-5).

§ 640. La promessa si riferiva a quanto avvenne poco dopo, nel giorno della pentecoste giudaica (§ 76), con la discesa dello Spirito santo. Ma anche in quest'ultimo convegno col maestro risorto, gli Apostoli sentivano vagamente che stava per compiersi qualche cosa di straordinario: perciò nelle loro menti riaffiorarono le antiche idee di messianismo nazionalista, le quali erano cosi radicate in quegli spiriti giudaici che vi si erano conservate in parte anche attraverso i fatti della morte e della resurrezione. I convenuti si avvicinarono quindi pieni di speranze a Gesù e con un dolce sorriso invitatorio, quasi per ottenere una confidenza da lungo tempo bramata, gli chiesero: Signore, che forse in questo tem­po ristabilisci il regno ad Israele? Il povero Israele, infatti, stava là da tanti anni privo di qualunque potere politico e sottoposto dapprima a quei bastardi di Erodi e poi a quegli incir­concisi di Romani: proprio questo, dunque, sarebbe stato il tempo opportuno per creargli un bel regno, il cui monarca sarebbe stato naturalmente Gesù stesso, che però si sarebbe servito degli Apostoli come di ministri; con un'organizzazione di tal genere sarebbe stato facilissimo spedire eserciti alle quattro parti del mondo per sbaraglia­re i Romani e insieme predicare la dottrina di Gesù. Che male ci sarebbe stato a compiere i due uffici insieme, di conquistatori po­litici e di missionari del vangelo con la spada alla mano? L'antico salmo aveva ben glorificato i santi d'Israele che avevano le laudi di Dio nella loro bocca e una spada a due tagli nella loro mano. Salmo 149, 6. Ora Gesù, che aveva risuscitato se stesso dai morti, poteva ben com­piere quest'altro miracolo, risuscitando a nuova vita di gloria poli­tica il morto Israele! Ma, purtroppo, la risposta del risorto fu come tante altre date da lui su questo argomento prima della morte, cioè tale da agghiacciare all'istante i bollenti spiriti degli Apostoli: Non spetta a voi conoscere i tempi o i momenti che il Padre stabilì col suo potere; bensì riceverete possanza, sopravvenuto che sia su voi il santo Spirito, e mi sarete testimoni tanto in Gerusalemme quanto in tutta la Giudea e Samaria e fino all'estremitò della terra (Atti, 1, 7-8). Non si preoccupino gli Apostoli del palese trionfo del regno di Dio: l'ora di questo trionfo è stabilita dal Padre celeste e verrà quand'egli vuole. Invece di pensare ad altisonanti conquiste politi. che, si propongano gli Apostoli di conquistare alla dottrina di Gesù il mondo intero, ebraico e non ebraico, e tale conquista essi otterranno non per mezzo d'astuzie militari o politiche ma unicamente in virtu' di quella possanza che riceveranno quando scenderà su loro lo Spiri­to santo. Questa raccomandazione fu il congedo di Gesù dai suoi prediletti. Termonato ch'egli ebbe di parlare, uscì con essi da Gerusalemme e li condusse lungo la nota e cara via che portava a Bethania. Giunti che furono verso la sommità del monte degli Olivi, egli li riunì vi­cino a sé e alzò le mani per benedirli: e avvenne che, mentre egli li benediceva, si allontanò da loro ed era portato su nel cielo (Luca, 24, 51); stando essi a riguardare, fu sollevato e una nube lo sottrasse agli occhi loro (Atti, 1, 9). I quattro biografi ufficiali di Gesù non salgono oltre la terra, e ter­minano con l'ascensione o poco prima. Soltanto l'appendice di Mar­co (16, 19) dà un fugace sguardo oltre il cielo, e afferma che Gesù fu assunto nel cielo e s'assise alla destra d'iddio. Queste ultime pa­role, con cui s’annunzia che l'uomo Gesù fu associato alla gloria e al­la potenza del Padre celeste, sono dettate più che mai dal sensus Ecclesia'; ma questo sensus che ci ha trasmesso le quattro delineazio­ni della biografia terrestre di Gesù, è rifuggito dal delineare una so­la biografia celeste di lui, enunciandone soltanto il tema generico con l'affermazione: S'assise alla destra d'iddio.
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martedì 8 gennaio 2013

2058 - Vita di Gesù (paragrafi 634-638)


Le apparizioni nella Galilea

§ 634. Le apparizioni di Gesù fin qui narrate avvennero tutte a Gerusalemme o nei dintorni, ossia nella Giudea; altre, narrate egual­mente dagli evangelisti, avvennero poco appresso nella Galilea: quel­le ricordate da Paolo (§ 626) dovettero avvenire parte nella Giudea e parte nella Galilea. La diversità della regione ha la sua importanza. Gli angeli apparsi al sepolcro avevano incaricato le pie donne di comandare ai discepoli e a Pietro che si recassero in Galilea ove avrebbero visto il risorto (§ 623); ciò narrano concordemente Matteo e Marco, che difatti si attengono a questo comando e riferiscono soltanto apparizioni nella Galilea (salvo Matteo, 28, 9-10, e l'appendice di Marco, 16, 9-20). Il comando dato ai discepoli non è invece riportato da Luca e Gio­vanni; perciò essi riferiscono ampiamente apparizioni nella Giudea sebbene non omettano quelle nella Galilea (ad es. Giovanni, 21). Ma la preferenza dell'una o dell'altra regione non è che una conseguenza del particolare scopo propostosi da ciascun evangelista; infatti le ap­parizioni del risorto davanti a gruppi più numerosi di testimoni, e in cui furono impartite norme più ampie e disposizioni più fondamen­tali riguardo al regno dei cieli, avvennero in Galilea (cfr. Matteo, 28, 16-17, e I Cor., 15, 6), ed a queste accennano - più che narrarle esplicitamente - Matteo e Marco: per tale motivo essi, volendo ri­chiamare l'attenzione del lettore su quelle apparizioni, premettono l'appuntamento in Galilea dato ai discepoli dagli angeli. Ma questa preferenza dei due primi Sinottici non esclude la tradizione delle apparizioni nella Giudea, prescelta per i loro scopi da Luca e in par­te da Giovanni; sappiamo infatti per vecchia esperienza che nessun evangelista pretende esaurire l'argomento, e di ciò abbiamo qui una chiarissima conferma da Luca. Egli, dopo aver narrato le apparizioni della domenica di resurrezione (Luca, 24, 1-49), passa a narrare sen­za alcun distacco cronologico l'ascensione del risorto (ivi, 50-53), co­sicché a leggere soltanto il suo vangelo si potrebbe legittimamente concludere che l'ascensione sia avvenuta nello stesso giorno della resurrezione; senonché il medesimo Luca, poco dopo il vangelo, scri­ve anche gli Atti ove (1, 3) più distintamente ricorda che Gesù dopo la resurrezione apparve agli Apostoli dimostrandosi vivente con molte prove e parlando loro per quaranta giorni del regno di Dio. Abbiamo pertanto due tradizioni rispecchiate nel Nuovo Testamento, una sulle apparizioni nella Galilea e l'altra su quelle nella Giudea: nessuna delle due tradizioni vuol essere esauriente e tanto meno escludere l'altra, bensì ogni scrittore preferisce o l'una o l'altra, e talvolta (Pao­lo, Giovanni) le impiega promiscuamente.

§ 635. Terminato il ciclo delle feste pasquali, gli Apostoli tornarono nella Galilea; a tale ritorno li spingeva, oltre il comando dato loro da Gesù (§ 623; Matteo, 26, 32), anche il pensiero che là sarebbero Stati lontani dalla sorveglianza immediata del Sinedrio, e quindi più liberi nell'attesa che il risorto si mostrasse come e quando avesse voluto. La promessa di Gesù, infatti, aveva fissato il luogo ma non il tempo, e perciò non restava che attendere. Forse la partenza da Gerusalemme seguì di poche ore l'apparizione a Tommaso, la quale poté avvenire quando gli Apostoli erano già riuniti in carovana per partire. Qualche giorno dopo, sulle rive del lago di Tiberiade, sta­vano di nuovo Simone Pietro, Tommaso, Nathanael (Bartolomeo), Giacomo e Giovanni, e due altri Apostoli innominati che forse erano Andrea e Filippo. Il piccolo gruppo probabilmente viveva ancora di proventi messi in comune, come quando era insieme con Gesù e la cassetta comune era tenuta da Giuda. Può darsi che in quei due giorni, dopo la fuga di Giuda con la cassetta e dopo le spese sostenute a Gerusalemme e nel viaggio, il gruppo si trovasse in strettezze economiche; ad ogni modo quei pescatori non potevano restarsene oziosi in vista del lago, e pur aspettando di giorno in giorno l'apparizione del risorto ripresero le antiche occupazioni per procurarsi il sostentamento. Una sera Si­mone Pietro dice agli altri: Vado a pescare. Gli rispondono: Ve­niamo anche noi con te. La pesca notturna riusciva meglio a essere in molte braccia, perché potevano impiegare le reti lunghe a stra­scico. Saliti in barca e gettate le reti, quella fu una nottataccia e allo spuntar dell'alba ancora non avevano preso nulla: del resto, già nel passato Simone Pietro aveva conosciuto di simili nottatacce (§ 303). Accostarono quindi alla riva per sbarcare. Quando furono vicini un 200 cubiti, ossia un centinaio di metri, in­travidero a terra tra la foschia una figura che non si distingueva be­ne ma sembrava un uomo che li aspettasse: forse era un rivenditore che voleva acquistare il pesce. Giunti poi a tiro di voce, l'uomo do­mandò: Ragazzi, che avete qualcosa da mangiare? Dopo una notte di fatiche sprecate, la domanda arrivava come una celia e perciò non fu gradita. Dalla barca gli fu risposto con un No! secco, che non ammetteva replica. E invece la replica venne; l'uomo gridò ancora attraverso la nebbia mattutina: Gettate la rete dalla parte destra della barca, e troverete! E chi era quello sconosciuto che dava consigli con tanta sicurezza? Parlava a vanvera o per esperienza? Tutti e due i casi erano possi­bili; ma, tante volte, pescatori esperti sanno trarre preziose indica­zioni da segni minimi dell'acqua, e forse quello sconosciuto aveva visto dalla spiaggia qualche buon segno: ad ogni modo un nuovo tentativo, dopo tanti inutili, costava poco, e fu subito fatto. La rete fu gettata dove lo sconosciuto aveva detto, e non riuscivano piu' a tirarla per la moltitudine dei pesci. Questo risultato fece riaffiorare vecchi ricordi nella memoria di quei pescatori (§ 303). Dopo un attimo di trepidante dubbiezza, il disce­polo che Gesù amava, scattando, balzò vicino a Pietro e gridò con l'indice teso verso lo sconosciuto: E’ il Signore! Tutto allora diventò chiaro e naturale per quegli uomini.

§ 636. Simone Pietro, udito che é il Signore, si cinse attorno il ca­miciotto giacché era nudo, e si gettò nel mare; ma gli altri discepoli vennero con la barca - giacché non erano lontani dalla terra ma (soltanto) circa duecento cubiti - trasci­nando la rete dei pesci. Il focoso Pietro, conforme al suo carattere, non può aspettare e si getta in acqua per far più presto; per nuotare più agevolmente si strinse bene ai fianchi l'ampio camiciotto, che indossava a carne durante il lavoro in luogo della tunica: era dun­que nudo in quanto privo dell'usuale tunica, ma già aveva indossato il camiciotto che egli al grido di Giovanni strinse bene alla vita per poter nuotare. Il nuotatore superò in poche bracciate il cen­tinaio di metri che lo separavano dalla riva, e presto fu ai piedi del risorto; ma gli altri rimasti in barca vennero lenti perché dovevano trascinare il grosso peso. Quando poi scesero, videro sulla riva un focherello acceso, con pe­sci che arrostivano e pane preparato. Dice loro Gesu':”Portate dei pesci che prendeste adesso”. Pietro risalì in barca e aiutato dagli al­tri tirò a terra la rete: conteneva 153 grossi pesci, ed essendo tanti non si squarciò la rete. Dice loro Gesu': “Venite a far colazione”. Nessuno però dei discepoli osava interrogarlo:”Tu chi sei?” sa­pendo ch'e' il Signore. Sentivano quegli uomini un certo timore re­verenziale, quasi un pudore mistico, che li tratteneva dal rivolgere al maestro redivivo qualsiasi domanda circa la sua persona. Per es­ser lui, era lui, da non poterne dubitare; ma quanto volentieri gli avrebbero rivolto domande come queste Come hai fatto a risor­gere da morte? Dove sei stato in tutti questi giorni? Come sei ve­nuto qui? Dove stai quando non stai con noi? Ma tutte siffatte domande erano impedite dalla riverenza, e nessu­no osava interrogarlo.

§ 637. La riverenza non impedì però l'appetito, e tutti mangiarono gioiosamente il pane e i pesci distribuiti loro da Gesu'. Rifocillati gli stomachi, si passò alle anime.Quando dunque ebbero fatto cola­zione, dice Gesu' a Simone Pietro:”Simone (figlio) di Giovannini? mi ami più di costoro?”. Dice (Pietro) a lui:”Si, Signore, tu sai che io ti voglio bene”. Gli dice (Gesu'): « Pasci i miei agnelli ». Dice a lui. di nuovo per la seconda volta: « Simone di Gio­vanni, mi ami? ». Dice a lui: « Sì', Signore, tu sai che ti voglio be­ne ». Gli dice: « Pasci le mie pecorelle ». Gli dice per la terza volta: « Simone di Giovanni, mi vuoi bene? ». Pietro s'attristò perché gli disse per la terza volta: « Mi vuoi bene? » e disse a lui: « Signore, tu sai tutto: tu conosci che ti voglio bene ». Gli dice Ge­su': « Pasci le mie pecorelle...». La triplice domanda di Gesù non fa­ceva allusioni al passato per caritatevole delicatezza, ma con un do­loroso passato era ben collegata mediante la sua triplice ripetizione tre volte aveva' Pietro rinnegato il maestro nell'ora delle tenebre, e adesso tre volte in compenso gli professava amore nell'ora della luce. Ma anche per un'altra ragione la triplice domanda si ricollegava col passato. Nel giorno di Cesarea di Filippo lo stesso Simone era stato da Gesù proclamato Roccia fondamentale della Chiesa, con l'incari­co di governarla come un pastore governa il suo gregge (§ 397); ebbene, si ricordi Simone Pietro che questo suo ufficio dovrà essere una cura d'amore, una conseguenza di quell'affetto ch'egli ha pro­fessato a Gesù. Il pastore supremo s'allontanerà dal suo gregge ma non lo lascerà incustodito: in sua vece stabilisce egli un pastore vi­cario, il quale dovrà agire con quello stesso amore e per quello stes­so amore con cui ha agito il pastore supremo. Per quell'amore il pastore supremo è stato ucciso: è quindi possibile che la stessa sorte spetti al pastore vicario. Per Pietro personalmen­te questa sorte è predetta come sicura da Gesu', il quale perciò pro­segue: “.... In verita, in verita' ti dico, quando eri più giovane ti cin­gevi da te stesso” come aveva fatto in realtà Pietro poco prima per gettarsi in acqua «e camminavi dove volevi; ma quando (tu) sia in­vecchiato, stenderai le tue mani e un altro ti cingera' e condurra' dove non vuoi». Ora, disse questo significando con qual morte (Pie­tro) glorificherà Iddio. Quando Giovanni scriveva quest'ultima proposizione, già da parecchi anni Pietro era stato ucciso per la fede di Gesù e per l'amore dell'ufficio affidatogli: altri Io aveva veramente cinto di vincoli e condotto al supplizio, facendo sì che il pastore vicario anche nella morte seguisse il pastore supremo. Perciò Gesù conchiuse il suo discorso a Pietro dicendogli, a guisa di esortazione e insieme di conforto: Seguimi!

§ 638. Ma questa, e certo anche altre apparizioni di Gesù nella Ga­lilea, non ebbero la solennità di quella a cui accenna Matteo (28, 16 segg.). Essa avvenne su una montagna la quale, come ci si dice qui occasionalmente, era già stata stabilita da Gesù come luogo di convegno agli Apostoli. Naturalmente con questa sola notizia è im­possibile riconoscere di quale montagna si tratti: che fosse quella delle Beatitudini, ossia del Discorso della montagna (§ 316), si po­trebbe congetturare solo in forza dell'analogia fra le due scene. ben possibile che al principio o alla fine di questa apparizione, che dovette essere lunga, fossero presenti anche altri discepoli di Gesù oltre agli Apostoli: ma è del tutto incerto che appunto ad essa alluda Paolo quando ricorda occasionalmente che il risorto fu visto da piu' che cinquecento fratelli insieme, dei quali i piu' sono superstiti fino ad oggi (§ 626). Le particolarità dell'apparizione questa volta non ci sono narrate: perciò non sappiamo a quali circostanze della scena o a quali delle persone presenti si riferisce l'accenno alcuni poi dubitarono; forse questi dubitanti non erano gli Apostoli, e se erano essi il loro dubbio si riferì non al fatto della resurrezione ma a ta­lune circostanze che dovevano garantire l'identità del risorto. Ricono­sciuto con certezza dagli Apostoli, Gesù disse loro: Mi fu data ogni. potestà in cielo e sulla terra. Messivi dunque in cammino, rendete discepole tutte le genti, battezzando essi nel nome del Padre e del Figlio e del santo Spirito, insegnando loro ad osservare tutte quante le cose che comandai a voi. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo (cfr. § 525). La Chiesa fondata da Gesu' entrava oramai in un nuovo periodo, che si sarebbe prolungato sino alla fine del mondo. In luogo del pastore supremo stava il pastore vicario; il gregge doveva esser formato da tutte le genti di ogni regione e stirpe, e non dalla sola nazione eletta d'Israele; tutti i nuovi entrati nel gregge sarebbero stati discepoli di Gesù, come erano stati i discepoli immediati che lo avevano co­nosciuto di persona; nel gregge si doveva entrare per mezzo del battesimo e della fede nel nome del Padre e del Figlio e del santo Spi­rito; compito dei nuovi discepoli era di osservare quanto Gesù aveva comandato di osservare ai vecchi discepoli; soprattutto, poi, il gregge sarebbe stato assistito e protetto dal pastore supremo, il quale in maniera invisibile ma non meno efficace sarebbe rimasto in mezzo ai suoi futuri discepoli fino alla fine del mondo. Qui perciò finisce la vita di Gesu', e comincia quella della Chiesa: si chiude la storia del Cristo secondo la carne, e comincia quella del Cristo mistico (Efes., 5, 23;Coloss., 1,18).
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domenica 6 gennaio 2013

2052 - Vita di Gesù (paragrafi 627-633)


§ 627. Al contrario, ben pronti a credere si mostrano i Sinedristi a cui si presentarono i soldati fuggiti via dal sepolcro (§ 621). Nel rac­conto fatto dai soldati ancora affannati dalla corsa e sconvolti dalla paura, quei maggiorenti giudei non trovarono nulla d'inverosimile e vi prestarono piena fede; ma naturalmente anch'essi, come già i sol­dati, provvidero ai ripari per salvare insieme se stessi e i soldati. Come al solito, essi cominciarono a stendere pannicelli davanti al sole affinché la luce non trapelasse. I sommi sacerdoti, radunatisi insieme con gli anziani e preso consiglio, dettero molte (monete) d'argento ai soldati dicendo:”Dite: - I discepoli di lui, venuti di notte, lo ruba­rono mentre noi dormivamo! - e se ciò sia udito dal governatore, noi lo persuaderemo e ti renderemo indisturbati”. Quelli allora, pre­se le (monete) d'argento, fecero com'era stato loro insegnato. E si divulgò questo discorso presso i Giudei fino al giorno d'oggi (Matteo, 28,12-15). Il suggerimento dato dai Sinedristi ai soldati fuggiaschi, lo rubarono mentre noi dormivamo, non era un portento d'acutezza; è infatti tut­tora decisiva la replica di S. Agostino, che rivolgendosi in maniera oratoria al Sinedrio gli chiede lepidamente: Ma come? Porti dei te­stimoni addormentati? Molto più efficaci furono le monete d'argento, estratte dallo stesso forziere da cui provenivano quelle di Giuda. Ad ogni modo la calunnia attecchì, e ai tempi in cui scriveva Mat­teo era diventata presso i Giudei la spiegazione ufficiosa del sepol­cro rimasto vuoto: anzi si può vedere in essa il primo seme di quel­la fioritura di calunnie che nei secoli successivi fornì il materiale al giudaismo ufficiale per la biografia di Gesù (§ § 88-89).

§ 628. Esiste nei documenti profani qualche riecheggiamento di que­sta calunnia? Nel 1930 fu pubblicata un'iscrizione greca che porta il titolo di Rescritto di Cesare e che in sostan­za vuole impedire il delitto della violatio sepukhri; in essa l'impe­ratore ordina che le tombe rimangano immutabili in perpetuo, e che chiunque abbia manomesso tombe o esumato salme, o le abbia tra­sportate in altri luoghi per dolo malvagio o abbia asportato iscrizioni, ecc., sia citato in giudizio; termina poi con que­sta conclusione: Assolutamente a nessuno sia lecito fare traslazioni; altrimenti costui io voglio che sia condannato nel ca­po a causa di violazione di sepolcro. L'iscrizione, che già faceva parte di una collezione privata (Froehner), è a Parigi; dall'inventario ma­noscritto del defunto collezionista risulterebbe ch'essa fu inviata da Nazareth nel 1878. Il nome di Nazateth e il contenuto dell'iscrizione dettero occasione a una seducente ipotesi. L'innominato Cesare sarebbe Tiberio, che invia nella Giudea istruzioni per un caso particolare. Questo caso, delicato e pericoloso, è il sepolcro di Gesù rimasto vuoto, perché se­condo la calunnia dei Sinedristi i discepoli ne hanno asportato il cadavere: appena sparsa la calunnia, che può recare anche gravi con­seguenze politiche, Pilato ha inviato una relazione particolareggiata a Tiberio (cfr. Giustino, IApoL, 35; Tertulliano, Apolog., 21; Euse­bio, Hist. eccl., it, 2) sia sul processo di Gesù sia sulla scomparsa della sua salma. La relazione di Pilato provoca in risposta il rescritto imperiale, il quale viene scolpito su marmo ed esposto pubblicamente a Nazareth, patria di Gesù. L'ipotesi, come abbiamo detto, è seducente, ma appunto per questo bisogna guardarsi dalle lusinghe della sedu­zione. Appena l'iscrizione e questa sua interpretazione furono pub­blicate, cominciarono le discussioni: si esaminarono minutamente ra­gioni pro e contro, e si trovò che l'ipotesi suppone sicuri e dimostrati vari punti che sono ben lungi dall'essere tali. E in primo luogo l'iscrizione proviene proprio da Nazareth? Lo dice unicamente una breve annotazione del defunto collezionista (Froeh­ner), e ciò è troppo poco per fidarsi ciecamente: l'iscrizione sarà an­che stata spedita in Europa da Nazareth, ma il vero posto del suo ritrovamento può essere stato benissimo altrove, giacché si sa per esperienza che i beduini palestinesi portano in giro di luogo in luogo gli antika capitati sotto la loro zappa, finché non trovano un compra­tore. Oltre a ciò, chi è il Cesare del rescritto? E’ certamente un imperatore che governa province sue proprie, in contrapposto a quelle senatorie, e quindi non si può risalire più in su dal 27 av. Cr. (§ 20); ma da questa data si può discendere per lungo tratto, senza che un'allusione del testo o la forma delle lettere scolpite offrano un ar­gomento solido per fissarne l'età. Augusto, Tiberio, Caligola, Clau­dio? Tutti questi imperatori sono stati nominati in proposito, e perfino Vespasiano e Adriano, e si sono portate in favore di ciascun nome ragioni più o meno fondate. Perciò, senza entrare qui in discus­sioni tecniche sul carattere dell'epigrafe, sembra molto arrischiato volersi restringere al solo Tiberio, e alla sola Nazareth, e al solo caso del sepolcro di Gesù. Astrattamente parlando l'iscrizione può rice­vere molte interpretazioni tutte verosimili, ma essa purtroppo non ci fornisce elementi per afferrare l'unica interpretazione vera.

§ 629. Si era pertanto ancora alla domenica successiva alla morte di Gesù, e fra l'andare e il tornare delle varie persone al sepolcro erano trascorse due o tre ore; nel frattempo tra i discepoli di Gesù, affluiti in città per la Pasqua, ma tuttora timorosi e guardinghi per la do­lorosa fine del maestro, si era diffusa la voce che le pie donne andate sul far del giorno al sepolcro lo avevano trovato vuoto e vi avevano visto degli angeli: la testimonianza di Maria la Magdalena, che as­seriva di aver visto anche Gesù e parlato con lui, non si era ancora diffusa, certamente perché era mancato il tempo. Ma tutto ciò era una ciancia di donne (§ 623) alla quale non bisogna­va dar peso. D'altra parte la festività pasquale non tratteneva i pelle­grini per tutti gli otto giorni, e molti in quel giorno 16 Nisan successivo alla Pasqua si mettevano già in cammino per tornare alle loro case. Tale determinazione fu presa quella domenica anche da due discepoli di Gesù, uno dei quali si chiamava Cleofa: sfiduciati per quanto era accaduto, si misero da soli in viaggio per Emmaus dove abitavano. Dovevano essere circa le nove di mattina. Il racconto che lo psicologo Luca fa del loro viaggio è di tale finezza da sembrare un idillio e il sostituirlo sarebbe grave scapito. Cammin facendo, essi conversavano fra loro di tutte queste cose che erano accadute. E avvenne, mentr'essi conversavano e discutevano, che proprio Gesu' avvicinatosi camminava insieme con essi, ma gli occhi loro erano trattenuti si da non riconoscerlo. Disse pertanto ad essi:” Che discorsi sono cotesti che vi scambiate l'un l'altro cammi­nando?”. E chi era quello strano viandante che faceva quella do­manda, toccandoli sul vivo della ferita? La sorpresa interruppe un momento il cammino. E si fermarono rattristati. Ma rispondendo uno di nome Cleofa gli disse:” Tu solo sei forestiero a Gerusalemme, e non sai le cose che sono accadute in essa in questi giorni?”. E (Gesù) disse loro:”Quali?”. Essi gli dissero:”I fatti di Gesu' il Nazareno, che fu uomo profeta possente in opera e parola davanti a Iddio e a tutto il popolo, e come i sommi sacerdoti e i maggiorenti nostri lo consegnarono a condanna di morte e lo crocifissero. Noi invece spe­ravamo ch 'e gli sarebbe stato colui ch'e' per affrancare Israele”. A quale “affrancamento” pensa qui Cleofa? E’ difficile escludere il senso messianico-nazionalista, per cui Gesù avrebbe do­vuto liberare sia pur con l'intervento taumaturgico del Dio d'Israe­le - il popolo santo da ogni dominazione straniera. Ma con la morte di Gesù la speranza è svanita, e quindi Cleofa prosegue: “Eppure, con tutto ciò, e' il terzo giorno dacché queste cose avvennero. Ci fe­cero bensì stupire talune donne d'in mezzo a noi, ch'essendo state di buon'ora al sepolcro e non avendo trovato il corpo di lui, vennero a dire d'aver visto un'apparizione d'angeli i quali affermano ch'egli e' vivo; andarono poi al sepolcro alcuni di quei che sono con noi, e trovarono (le cose) così come dissero anche le donne, non videro però lui”.

§ 630. Queste ultime parole mostrano che i due erano partiti da Ge­rusalemme prima che Maria di Magdala annunziasse di aver visto Gesù, altrimenti anche questo annunzio sarebbe stato rammentato, se non altro per gettare discredito pure su di esso. Ma quando Cleofa ebbe terminato, lo sconosciuto improvvisamente mutò contegno, e da ignaro ch'era apparso fin li si mostrò informatissimo. Ed egli disse loro:”O stolti e lenti di cuore nel credere a tutte le cose di cui parlarono i profeti! Non doveva forse patire queste cose il (Messia), e (cosi) entrare nella sua gloria?”. E cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, ossia dalle due prime parti della Bibbia ebraica, interpretò ad essi in tutte le Scritture le cose che riguardavano lui Cosicché la cura che mostrano gli evangelisti in genere, ma special­mente Matteo e Giovanni, di rilevare nei fatti di Gesù l'adempimen­to delle antiche profezie bibliche non è in realtà che la continuazione di quanto fece Gesù in quella lezione peripatetica. La lezione veramente fu lunga com'era lungo il cammino, ma agli scolari l'uno e l'altra sembrarono troppo corti quando si fu alla fine. Prosegue infatti il racconto: E s'avvicinarono alla borgata dov'erano incamminati, ed egli fece vista di proseguire piu' oltre; ma gli fecero forza dicendo:”Rimani con noi, perché e' verso sera e il giorno e' già inclinato”. Ed entrò per rimanere con loro. Non è necessario credere che già calassero le ombre della notte; l'e­spressione ch'era verso sera poteva impiegarsi già da circa il mezzo­giorno (cfr. Giudici, 19, 9 con 14), se quindi i due erano partiti verso le nove del mattino e avevano percorso una trentina di chilometri si doveva stare verso le due o le tre pomeridiane. E avvenne, mentre egli era reclinaio (a mensa) con loro, che preso il pane benedisse e spezzato (lo) dava a loro. S'aprirono però gli occhi loro e lo riconob­bero; ed egli divenne invisibile ad essi. E dissero fra loro:”Non era forse bruciante il nostro cuore in noi quando ci parlava per la strada, quando ci dischiudeva le Scritture?”. La circostanza che i due disce­poli riconobbero Gesù allo spezzare del pane fu riavvicinata talvolta nel passato alla frase “spezzare il pane”, che nella Chiesa primitiva designava l'Eucaristia, e se ne concluse che Gesù aveva rinnovato a Emmaus questo rito. Ma la conseguenza non è storicamente giustifi­cata, giacché non risulta se i due discepoli avevano saputo che Gesù tre giorni prima aveva istituito l'Eucaristia, se Gesù ne aveva parlato loro lungo la strada e se era disposto a celebrare il rito per chi non ne aveva alcuna idea: stando anzi alla lettera del racconto, i disce­poli riconobbero Gesù all'atto dello spezzare il pane ossia prima di mangiare, seppure in seguito mangiarono effettivamente fra la me­raviglia del riconoscimento.

§ 631. La meraviglia e la commozione fu tanta, che i due si misero subito in cammino: E levatisi su in quella stessa ora ritornarono a Gerusalemme, e trovarono adunati gli undici e quelli che erano con essi, i quali dicevano:”Realmente risorse il Signore e fu visto da Simone!”. Essi poi raccontarono le cose (avvenute) nella via, e co­me fu conosciuto da loro allo spezzar del pane (Luca, 24, 14-35). Se i due ripartirono da Emmaus fra le due e le tre pomeridiane, pren­dendo la strada più corta e servendosi di una cavalcatura, poterono trovarsi di nuovo a Gerusalemme verso le otto o le nove di sera. Ma anche giunti in città non fu facile ad essi rintracciare gli Apc­stoli, perché nessuno li aveva visti e nessuno sapeva dove stessero; fi­nalmente li scovarono in un ben sicuro nascondiglio, ove si trattene­vano con gli usci accuratamente sbarratiper la paura dei Giudei (Giov., 20, 19). Ma nonostante la paurosa cautela esterna, tutti là dentro erano eccitati e commossi. Appena i due viandanti ancora coperti di polvere si spinsero dentro, sicuri di dare una notizia strabiliante, rimasero invece interdetti e non ebbero neppure il tempo di parlare; tutti si affollarono attorno a loro annunziando a gara: Realmente risorse il Signore e fu visto da Simone! Dunque in quella stessa giornata, dopo la partenza dei due da Gerusalemme e dopo l'apparizione a Maria di Magdala, Gesù era apparso anche a Simo­ne Pietro; e costui si era affrettato a darne l'annunzio agli Apostoli e ai discepoli, infondendo loro quella fede che non era stata infusa dall'annunzio di Maria di Magdala. Ora, tale apparizione di Gesù a Simone Pietro in questa domenica successiva alla morte non è narrata nei suoi particolari da nessun evangelista, ma è certo quella accennata da Paolo che la mette per prima nella serie delle apparizioni del risorto (§ 626); Luca disce­polo di Paolo l'ha appresa dal suo maestro, e costui a sua volta l'a­veva appresa, oltreché da altri, certamente anche da Pietro stesso quando ancor nuovo nella fede, era salito a Gerusalemme per vedere Cefa (GaIa II, 1,18). La Roccia della Chiesa era stata privilegiata fra gli altri Apostoli in virtù del suo ufficio: il rinnegatore di Gesù era stato ampiamente perdonato in virtù di quel suo pianto ch'era man­cato a Giuda. Quando i due viandanti ebbero la possibilità di parlare narrarono alla loro volta l'apparizione da essi avuta; ma, inaspettatamente, il loro annunzio fu accolto con molta freddezza. Sarà stata una certa diffi­denza che si aveva per i due abitanti di Emmaus, sarà stata una cer­ta ombrosità a sentire che due oscuri discepoli avevano ricevuto lo stesso privilegio concesso a Simone Pietro e tuttora negato agli altri Apostoli, certo è che se non tutti almeno parecchi dei presenti neppure ad essi prestarono fede (Marco, 16, 12). E’ facile supporre che, fra i due che insistevano ad affermare e gli altri che continuavano a negare, sorgessero animate discussioni che si prolungarono in quel­la serata.

§ 632. Ma quel giorno doveva chiudersi, non con tali discussioni, bensì con la sicurezza generale. Ora, mentre essi parlavano di queste cose, egli (Gesù) stette in mezzo a loro e dice ad essi:”Pace a voi!”. Divenuti sgomenti e impauriti, credevano di vedere uno spirito. Ed (egli) disse loro: “Perché siete turbati e perché pensieri (dubbiosi) sorgono nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi, giacché sono proprio io! Palpatemi e vedete, giacché uno spirito non ha carne e ossa come vedete che ho io”. E detto ciò mostrò loro le ma­ni e i piedi. Tuttavia, poiché essi ancora non credevano per la gioia e stavano ammirati, disse loro:”Avete qualcosa da mangiare qui?”. Essi allora gli dettero una parte di pesce arrostito, e preso(lo), man­giò davanti a loro (Luca, 24, 36-43). Si ricordi che questa scena è nar­rata da un medico e da uno psicologo; la stessa scena narrata da Giovanni (20, 19-23) non concederà tanto campo alle osservazioni sperimentali che sembrano quelle d'un gabinetto di fisica, nè farà sottilmente rilevare che gli Apostoli non credevano per la gioia, ossia per il timore d'ingannarsi, giacché ciò che piace si crede anche troppo facilmente. I dubbi sono dissipati dalla realtà fisica: Gesù nella sua seconda vita ha l'identico corpo della prima vita; può an­che mangiare egualmente come prima. Non è un'ombra vaporosa ri­salita dalla Sheol (§ 79): è un corpo fisico risuscitato, riunito alla sua anima. Assicurato il presente, Gesù provvide al futuro, e di ciò riferisce ufficialmente Giovanni: “Come il Padre inviò me, anch'io invio voi”. E detto ciò, insuffiò e dice loro:”Ricevete Spirito San­to. Qualora rimettiate i peccati di taluni, sono stati rimessi loro; e qualora (li) riteniate, sono stati ritenuti” (Giov.,20, 21-23). L'antica promessa fatta agli Apostoli per il futuro governo della Chiesa (§ §397, 409) era qui mantenuta.

§ 633. Ma quella sera, in quel cauto ritiro degli Apostoli, non era presente Tommaso, l'uomo diffidente e sfiduciato (§ § 372, 489). La sua assenza era forse una nuova manifestazione del suo carattere? Sdegnava egli perfino di discutere le affermazioni di Maria la Mag­dalena e di Pietro, e perciò aveva evitato di trovarsi insieme con gli altri Apostoli? Non sappiamo, e qualunque risposta sarebbe con­getturale; certo è che, quando poco dopo si ritrovò con gli Apostoli ed essi gli assicurarono: Abbiamo visto il Signore, egli scrollò quasi scandalizzato la testa e sentenziò con la massima energia: Se io non vedo nelle mani di lui l'impronta dei chiodi e metto il mio dito nel posto dei chiodi e metto la mia mano nel costato di lui, non cre­derò! Bisognava pur essere ragionevoli! Come poteva risorgere un uomo crocifisso, ridotto a un ammasso di carni lacerate e stracciate, con i piedi e le mani traforate e il petto squarciato? L'aveva visto Maria di Magdala? Ma che fede meritava una isterica qualunque, una fem­mina da cui nientemeno erano usciti sette demonii (§ 343)? L'ave­vano visto gli altri Apostoli, che avevano puntato gli occhi sulle ma­ni e sui piedi di lui? Si, brava gente quegli Apostoli, ma avevano la testa un po' accesa e troppo facilmente s'immaginavano di vedere ciò che piace! Lui, Tommaso, era l'uomo calmo, ponderato, fatto appo­sta per certi casi: e in casi come quello non bastava affatto vedere - o piuttosto immaginarsi di vedere - bisognava toccare, palpare, in­figgere il dito; solo a questo patto egli avrebbe creduto. Il principe dei positivisti e degli ipercritici rimase incrollabile per otto giorni, e nessun ragionamento degli altri Apostoli riuscì a scuo­terlo dalla sua opinione. Ma otto giorni dopo, nuovamente erano dentro i discepoli di lui (Gesù) e Tommaso con loro. Viene Gesu', essendo sbarrate le porte, e stette nel mezzo e disse: « Pace a voi! ». Poi dice a Tommaso: “Stendi il tuo dito qui e vedi le mie mani, e stendi la tua mano e metti(la) nel mio costato e non essere incredulo ma credente”. Rispose Tommaso e gli disse: « Signore mio e Iddio mio! ». Gli dice Gesu': « Perché mi hai veduto, hai creduto? Beati quei che non videro e credettero! ». Mantenne Tommaso il suo pro­posito di palpeggiare il corpo del risorto? Tutto c'induce a credere di no. Il positivismo e l'ipercritica di lui crollarono, come avviene sempre, non tanto per disquisizioni intellettuali quanto per mutate condizioni di spirito.
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martedì 25 dicembre 2012

2032 - Vita di Gesù (paragrafi 623-626)


§ 623. Frattanto costoro avevano terminato i loro acquisti di aromi e si erano incamminate direttamente verso il sepolcro. Ma in questo ultimo tratto del cammino si rammentarono di un'altra difficoltà a cui prima non avevano pensato; e dicevano fra se stesse: “Chi ci ro­tolerà via la pietra dalla porta del sepolcro?” (Marco, 16, 3). Sap­piamo infatti che quelle pietre circolari erano grandi e pesanti, e le donne non avrebbero certamente potuto da sole rimuover quella del sepolcro di Gesù. Ma giunte dappresso e avendo riguardato, vedono che la pietra e' stata rotolata via, giacché era grande assai (ivi, 4). Stupefatte non meno di Maria la Magdalena ma meno ardenti di lei, si spingono dentro, ed entrate nel sepolcro videro un giovanetto seduto a destra, ravvolto in veste bianca; e si sgomentarono (ivi, 5). Luca, più accuratamente, dice che l'apparizione era di due uomini.,. in veste sfolgorante (Luca, 24, 4). Il giovanetto di Marco dice alle donne: Non vi sgomentate! Cercate Gesu' il Nazareno, il crocifisso: risorse, non e' qui: ecco il luogo dove lo posero. Ebbene andate, dite ai discepoli di lui e a Pietro che vi precede nella Galilea. Cola' lo vedrete, conforme (a ciò che) vi disse (Marco, 16, 6-7; cfr. Matteo, 28, 5-7). Parole simili, con maggiore ampiezza dell'ultimo concetto, dicono i due apparsi di Luca; ma il risultato è differente. Secondo Marco le donnefuggirono via dal se­polcro: le aveva prese infatti tremore e sbalordimento. E a nessuno dissero nulla: temevano infatti; e con questo infatti s'interrompe bru­scamente il racconto di Marco e ivi anche termina il suo vangelo, salvo una breve appendice che non si riconnette immediatamente col racconto interrotto. Invece secondo Luca le donne tornate dal se­polero annunziarono tutte queste cose agli undici e a tutti gli altri; e ciò è confermato anche da Matteo (28, 8). Probabilmente il racconto di Marco si riferisce soltanto alla prima impressione avuta dalle donne, che sbalordite si racchiusero dapprima in assoluto silenzio: se però il racconto di Marco, invece della brusca interruzione, avesse avuto il suo regolare svolgimento, probabilmente il narratore avrebbe soggiunto qualche precisazione specificando come le donne riavutesi dalla prima impressione fecero quanto narrano gli altri due Sinotti­ci. Ad ogni modo l'annunzio che le donne andavano a comunicare le avrebbe certamente esposte ad accoglienze non molto piacevoli: il che è un'altra ragione della ritrosia ch'esse ebbero da principio, se condo Marco. Infatti quando esse, tornate in città,dicevano agli apostoli queste cose, parvero ad essi questi discorsi come una ciancia e non credevano ad esse (Luca, 24, II).

§ 624. Maggiore impressione produsse invece in Pietro e Giovanni la comunicazione che nel frattempo avevano ricevuta da Maria di Magdala. Appena udito il racconto della donna agitata ed ansante, uscì Pietro e l'altro discepolo e venivano al sepolcro. Correvano i due insieme. E l'altro discepolo corse avanti piu' presto di Pietro, e venne primo al sepolcro: e curvatosi vede giacenti le bende, ma non entrò. Viene pertanto anche Simone Pietro al seguito di lui, ed entrò nel sepolcro: e vede le bende giacenti, ed il sudano - ch'era sulla te­sta di lui - non giacente insieme con le bende ma avvoltolato da par­te in un certo luogo. Allora pertanto entrò anche l'altro discepolo, che era venuto primo al sepolcro, e vide... Se ne andarono dunque di nuovo i discepoli a casa loro (Giov., 20, 3-10). Ciò che videro i due bastò a convincerli che la salma non era stata involata, come Maria di Magdala aveva supposto ed annunziato ad essi: nel caso d'invola­zione non c'era alcun motivo per liberare la salma dalle bende o per avvoltolare con cura il sudano e riporlo da parte. Trovando poi che sul posto non c'era più nulla da fare e riflettendo su quanto avevano visto, i due ritornarono subito in città, desiderosi di consultarsi in proposito con gli altri discepoli.

§ 625. Maria di Magdala, ch'era ritornata al sepolcro o con essi o poco dopo, non si allontanò insieme con loro, ma stava presso il se­polcro, di fuori, piangendo (Giov.,20,11). Dopo qualche tempo si curvò per dare ancora uno sguardo fino al loculo della camera mor­tuaria, attraverso lo stretto uscio che metteva in comunicazione la camera con l'atrio, giacché il suo desolato affetto la spingeva a sperare ancora nell'insperabile: ma inaspettatamente questa volta scorse due angeli assisi uno alla testa e l'altro ai piedi del loculo ove era stata la salma. Le dicono essi: Donna, perché piangi? Ella ri­sponde: Tolsero il Signore mio, e non so dove lo misero! Detto ciò, ella si rivolge dall'altro lato quasi per cercare ancora, e vede ritto un uomo su cui neppure fissa lo sguardo, tutta presa com'è daI suo pensiero, e lo crede il giardiniere del luogo. Le dice l'uomo: Donna, perché piangi? Chi cerchi? Ella risponde: Signore, se tu l'hai portato via, dimmi dove lo mettesti e io lo prenderò. L'uomo era Gesù. Le dice Gesu':”Maria!”. Voltatasi quella, gli dice in ebraico:”Rabboni!”, che significa “Maestro!”. Era la prima volta che il risorto era visto e riconosciu­to da persona umana, salvo ch'egli fosse già apparso alla madre sua, senza però che gli evangelisti ci dicano alcunché di tale apparizione. Riconosciuto il maestro, Maria si getta ad abbracciarne i piedi; ma Gesù le dice: Non mi toccare, poiché non sono ancora asceso al Pa­dre. Ma va' dai miei fratelli e di' loro: “Ascendo al Padre mio e Pa­dre vostro, e Dio mio e Dio vostro” (Giov., 20, 17). Era urgente av­vertire i discepoli di Gesù, da lui chiamati fratelli, che egli fra breve sarebbe asceso al Padre e Dio di lui e di loro, e quindi la giusta ef­fusione d'affetto non doveva esser prolungata affinché l'annunzio ai fratelli non subisse ritardi. L'ordine fu subito eseguito: Viene Maria la Magdalena annuncian­do ai discepoli:”Ho veduto il Signore!” e queste cose (che egli) disse a lei (Giov., 20, 18). Senonché l'effetto dell'annunzio pieno di tripudio fu addirittura umiliante: Quelli, udito che (Gesù) vive e che fu visto da lei, non prestarono fede (Marco, 16, 11).

§ 626. Le donne infatti ebbero sempre pessima accoglienza come testimoni della resurrezione di Gesù presso i primi cristiani. Quando le pie donne tornate dal sepolcro riferirono di averlo trovato vuoto e ripeterono l'annunzio degli angeli, i loro discorsi furono stimati una ciancia (§ 623). Qui Maria di Magdala, che riferisce di aver visto Gesù vivo e di avergli parlato, non trova egualmente alcuna fede. Ma anche più tardi, quando gli Apostoli e tutta la Chiesa furono incrol­labilmente ed ufficialmente convinti della resurrezione di Gesù, ri­mase sempre una certa inclinazione a non fare appello a testimonian­ze di donne; nessuna donna infatti è nominata nel celebre passo in cui Paolo adduce, certo non tutti, ma molti testimoni della resurrezione del Cristo: Risorse al terzo giorno secondo le Scritture, e fu visto da Cefa e in seguito dai dodici; poi fu visto da più che cinque­cento fratelli insieme, dei quali i più sono superstiti fino ad oggi men­tre taluni s'addormentarono; poi fu visto da Giacomo, quindi da tutti gli apostoli; ultimo fra tutti, come da un abortivo, fu visto anche da me (I Cor., 15, 4-8). Tutte testimonianze maschili: nessuna femmi­nile. E’ prohabile che questo contegno della Chiesa ufficiale fosse det­tato da una accorta prudenza, per non dare a Giudei e a idolatri la impressione che troppo leggermente si era creduto sull'attestazione di donne fantasiose e visionarie. E’ certo ad ogni modo che gli stessi discepoli immediati di Gesù, come apparirà sempre meglio in segui­to, erano tutt'altro che proclivi a prestar fede a chi avesse asserito - uomo o donna che fosse - d'aver visto Gesù redivivo.
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domenica 23 dicembre 2012

2028 - Vita di Gesù (paragrafi 620-622)


LA SECONDA VITA
§ 620. Gli stessi documenti, le stesse testimonianze storiche che han­no narrato fin qui i fatti di Gesù non si fermano alla sua morte, ma con la stessa autorevolezza e col medesimo grado d'informazione di prima proseguono a narrare una resurrezione e una seconda vita di lui. Ciò è più che sufficiente perché coloro che non ammettono la possibilità del soprannaturale - e non soltanto i moderni ma anche gli antichi (cfr. Atti, 17, 32) - respingano senz'altro tutt'intera questa seconda parte del racconto evangelico. Facendo ciò questi negatori si mostrano logici, dati i principi filosofici da cui essi partono: ma l'importanza è di mettere bene in rilievo ch'essi sono determinati alla negazione solo e unicamente da quei principi filosofici, non già da deficienze o dubbiezze di documenti. I documenti in realtà esistono, e provengono dagli stessi informatori di prima: ma poiché qui più che mai essi contraddicono a quei principi, i documenti dovranno essere “interpretati” alla luce dei principi, ossia subordinati a que­sti. Del resto il lavorio pratico sulla seconda vita di Gesù non è che un prolungamento, e in senso più radicale, di quello praticato sulla prima vita: riguardo alla prima vita il compito era di fare una sele­zione dei fatti di Gesù, accettando una sua predica o un suo viag­gio in barca come cose naturali, ma respingendo la guarigione d'un cieco nato o la resurrezione d'un morto come cose soprannaturali e ­perciò impossibili; riguardo invece alla seconda vita non c'è nulla da selezionare, perché tutto è soprannaturale e perciò tutto impossibile, e il compito è soltanto di spiegare come sia sorta nei discepoli imme­diati di Gesù la fede in una seconda vita di lui. Ma questo metodo, sebbene logico, non è abbastanza logico: si ferina infatti a mezza strada, e non tira le ultime e più decisive conseguen­ze dai suoi principii filosofici. A voler essere veramente logici fino in fondo bisognerebbe negare non soltanto la seconda vita di Gesù ma anche la prima, ed affermare ch'egli non è mai esistito sulla faccia della terra. Così hanno cominciato a fare taluni recentissimi studie­si, ai quali certamente si avvicineranno sempre più quelli dell'avveni­re. Parlando di questi recentissimi (§ 221) rilevammo la loro dirit­tura dialettica ed accennammo alle ragioni per cui, quando si vuole subordinare in questi argomenti la realtà documentaria a certi principi filosofici, si finisce logicamente per negar tutto. Qui abbiamo vo­luto soltanto ricordare le rispettive posizioni degli studiosi perché l'argomento in cui entriamo esige più che mai di attribuire unicuique suum, alla storia ciò ch'è storia e a teorie filosofiche ciò che proviene da loro. Anche nel racconto della seconda vita di Gesù i quattro evangelisti procedono secondo il loro metodo che abbiamo più volte fatto osser­vare. Essi non pretendono di dare una relazione minuta e integrale dei fatti, né secondo un rigoroso ordine cronologico: essi scelgono dalla serie dei fàtti soltanto quella parte che sembra loro più oppor­tuna, e non senza trasposizioni cronologiche la dispongono nella ma­niera che meglio s'adatta allo scopo di ciascuno. Nel raccontare come fu ritrovata la tomba di Gesù vuota, i due primi Sinottici, Mat­teo e Marco, sono abbastanza paralleli fra loro, come si poteva già presumere: Luca è più reticente riguardo ai nomi, ma non si disco­sta molto dal racconto di Marco; Giovanni infine è schematico per­ché, presupponendo come al solito già noti i racconti dei Sinottici, vuole anche qui precisare e supplire solo alcuni punti con la sua par­ticolare autorità di testimonio dei fatti.

Le apparizioni nella Giudea

§ 621. Nell'atto del risorgere Gesù non fu visto da alcuno. Nessun evangelista riferisce in qual maniera egli uscisse dal sepolcro; uno di essi fa conoscere implicitamente che l'uscita dal sepolcro avvenne rimanendo intatta a suo posto la pietra circolare che sbarrava l'apertura, pur essendo la resurrezione accompagnata da segni straordina­ri: Ecco avvenne un gran terremoto: infatti un angelo del Signore, disceso dal cielo ed avvicinatosi, rotolò via la pietra e si sedette su di essa: era poi il suo aspetto (abbagliante) come lampo, e il suo in­dumento bianco come neve (Matteo, 28, 2-3). La pietra dunque fu rotolata via dall'angelo, ma il sepolcro era già vuoto e appunto per questo fu rimossa come oggetto ormai inutile. Tutti e quattro gli evangelisti pongono il ritrovamento del sepolcro vuoto alle primissime ore della domenica. I soldati messi dai Sine­dristi stavano là di guardia dal giorno precedente, e certamente a quell'ora mattutina erano ancora sdraiati li intorno dormendo; il trabalzo del terremoto, e subito appresso la vista dell'angelo e del sepolcro spalancato, li sgomentò a tal punto che si dettero senz'altro alla fuga cercando scampo nella vicina porta della città. Ritrovan­dosi allora nell'abitato e riavutisi alquanto dallo spavento, ripensa­rono che la loro fuga era un formale abbandono di posto, passibile delle più severe pene secondo la disciplina militare romana (cfr. Guerra giud., v, 482). Essi allora provvidero ai ripari, e astutamente compresero subito che il riparo migliore poteva essere offerto loro dai Sinedristi, i più interessati nell'affare. Si recarono perciò difilati a trattare con essi (§ 627). Il sepolcro non rimase a lungo solitario. Un gruppo di pie donne si era già mosso di città per recarsi al sepolcro; erano quelle donne che già sullo scorcio del venerdì avevano preparato aromi per curare anche meglio la venerata salma, cessato che fosse il riposo del sab­bato (§ 618); qui dall'uno o dall'altro degli evangelisti sono nominate Maria la Magdalena, l'altra Maria madre di Giacomo, Salome, Gio­vanna, e le altre insieme con esse (Luca, 24, 10). Quanto al tempo in cui queste donne vennero al sepolcro, è indicato in maniera curio­sissima da Marco (16, 2): Assai di buon'ora, nella prima (giornata) della settimana (ossia nella domenica) vengono al sepol­cro, essendo sorto il sole. E’ difficile a prima vista accordare l'indicazione assai di buon'ora con l'altra essendo sorto il sole, perché la prima si riferisce ai primissimi chiarori dell'alba, a poco dopo le no­stre ore quattro del mattino, mentre la seconda si riferisce a parecchio tempo dopo, a non prima delle sei. Ma è uno dei soliti casi dello stile grezzo e duro di Marco (§ 132), che qui ha condensato troppo i concetti: tutto infatti diventa chiaro se, aggiungendo espli­citamente un concetto che vi è sottinteso, si legge Assai di buona ora... vengono al sepolcro (e vi giungono) essendo sorto il sole. Certamente il viaggio al sepolcro non era molto lungo, ma la ragione per cui le donne v'impiegarono parecchio tempo è stata comunicata dal­lo stesso Marco (16, 1) immediatamente prima, dicendo che le pie donne trascorso il sabbato, cioè in quella stessa mattina, comprarono aromi per venire ad ungerlo; la loro devozione non era soddisfatta degli aromi che talune di esse avevano già preparati due sere prima, e altre per proprio conto vollero accrescerne la provvista impiegando nelle compere un certo tempo.

§ 622. Questi femminili indugi furono troppo gravosi per la più generosa e ardente di quelle donne, Maria la Magdalena, la sola di cui parli Giovanni e la prima nominata dai tre Sinottici. Ella ad un certo punto si staccò dalle compagne affaccendate e niente, e por­tata dal suo affetto corse da sola verso il sepolcro; vi giunse, come dice Giovanni in pieno accordo con la prima indicazione di Marco, di buon'ora essendo ancora tenebra (Giov., 20, 1). Ma da ciò che vide appena giunta, restò costernata. Niente sapeva ella dei soldati messi durante il sabbato, e quindi non si meravigliò della loro assenza; vide però che la pietra circolare era stata rotolata da una parte e che l'entrata era spalancata: forse, nel suo ardore, si spinse fin presso l'ingresso del sepolcro e le bastò uno sguardo fugace dal di fuori per riconoscere che era vuoto. Che era avvenuto? Chi avrebbe potuto darle informazioni? Non cer­to le compagne indugianti, disperse per la città alla ricerca di aromi ormai inutili; bisognava rivolgersi ai discepoli: essi, e specialmente Pietro e Giovanni, forse sapevano come il sepolcro fosse stato aperto e la salma asportata. Corre dunque e viene a Simone Pietro e all'altro discepolo che Gesù amava, e dice loro: « Tolsero il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lo misero » (Giov., 20, 2). Quel plurale sappiamo conservatoci da Giovanni è un ottimo collegamento fra lui e i Sinottici; costoro parlano di più donne recatesi al sepolcro, egli parla della sola Maria di Magdala ma le fa impiegare quel plurale sappiamo che conferma implicitamente quanto dicono i Si­nottici. Maria parlava anche a nome delle compagne ritardatarie.
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martedì 18 dicembre 2012

2017 - Vita di Gesù (paragrafi 616-619)


§ 616. Quasi insieme giunsero gli altri Sinedristi, e Pilato accogliendo anche la loro richiesta inviò altri soldati, diversi da quelli che stavano tuttora di guardia alle croci, affinché praticassero sui crocifissi il “crurifragio” e quindi li deponessero dalle croci. Chi era presente all'arrivo dei soldati narra cosi: Vennero pertanto i soldati, e spezza­rono le gambe del primo e dell'altro crocifisso insieme con lui; venuti poi presso Gesu', come lo videro già morto, non gli spezzarono le gam­be, ma uno dei soldati con la lancia gli ferì il costato ed uscì subito sangue ed acqua (Giov., 19, 32-34). I due ladroni dunque sopravvis­sero a Gesù e furono spacciati dal “crurifragio”; questo invece non fu praticato a Gesù perché era con tutta evidenza già morto, e così i soldati risparmiarono anche a se stessi una certa fatica: tuttavia uno gli dette un colpo di lancia in direzione del cuore, giusto per non lasciare alcun dubbio sulla morte di lui. La ferita prodotta dalla lan­cia fu molto larga, un vero squarcio in cui poteva quasi entrare una mano (cfr. Giovanni, 20, 25.27), e dallo squarcio uscì sangue ed acqua. Dotti fisiologi inglesi credettero spiegare la fuoruscita di sangue ed acqua supponendo una rottura del cuore anteriore al colpo di lancia: nei casi di tale rottura si produrrebbe un'emorragia al pericardio e una successiva decomposizione del sangue, i cui globuli rossi fanno deposito in basso mentre il siero acquoso resta sospeso in alto; cosic­ché, quando il pericardio è aperto poco dopo la morte, l'elemento sanguigno e quello acquoso ne escono separati fra loro. Perciò la ra­pida morte di Gesù si spiegava - nel pensiero di questi fisiologi - con una rottura del cuore prodotta da cause morali. Gesù sarebbe morto col cuore spezzato, in senso vero, dal dolore. Checché sia di questa spiegazione, l'evangelista testimonio scorge ragioni arcane più profonde in ambedue gli eventi: Avvennero in­fatti queste cose affinché s'adempisse la Scrittura (che dice): “Osso non sarà spezzato di lui”; e nuovamente un'altra Scrittura (che) dice: “Rimireranno in chi trafissero”. La prima citazione è da Eso­do, 12, 46 (Numeri, 9, 12), e si riferisce all'agnello pasquale di cui gli Ebrei non dovevano spezzare alcun osso, quando lo mangiavano nella cena di Pasqua: l'evangelista vede in questa prescrizione una confer­ma che Gesù fu la vera vittima redentrice adombrata dall'antico agnello pasquale. La seconda citazione è da Zacharia, 12, 10, il quale scorge nel futuro la nazione giudaica far cordoglio su un trafitto come si fa cordoglio per la morte dell'unigenito. L'evangelista infine non dice il nome del soldato che trafisse il petto di Gesù, ma la leggenda cristiana gli ha dato il nome inconfondi­bile, chiamandolo Lanciere. In greco infatti lancia si dice lonche; perciò il soldato fu chiamato Longino.

§ 617. Il lugubre lavoro dei soldati dovette svolgersi quando Giuseppe di Arimatea era già sul posto, pronto a servirsi del permesso con­cessogli da Pilato. La richiesta della salma di Gesù era stata motiva­ta dal desiderio, di Giuseppe e di quanti lo avevano spinto ad agire, che la venerata salma non fosse gettata nella fossa comune dei giusti­ziati insieme con i cadaveri dei due ladroni; ottenuta quindi la salma, Giuseppe si dette subito a prepararle un sollecito e decoroso seppelli­mento, che doveva esser terminato prima del tramonto perché allora cominciava il riposo legale (§ 537). Nel suo lavoro Giuseppe fu coadiuvato da altri: è ricordato nomina­tamente il suo fratello spirituale Nicodemo, che venne... portando una mescolanza di mirra ed abe, circa cento libbre (Giov., 19, 39); è facile immaginare che nella pietosa cura i due uomini fossero assistiti anche dalle pie donne presenti alla morte di Gesù, e in primo luogo dalla madre di lui che certamente non rinunziò alla dolorosa gioia di accogliere fra le sue braccia la salma appena fu calata dalla croce. Come Nicodemo aveva portato gli aromi da spargere sulla salma, così per involgerla Giuseppe aveva comprato una sindone (§ 561); il quale termine deve avere qui non il suo senso tecnico di leggiera veste notturna ma quello più generico di ampio ammanto, quasi di lenzuolo, tessuto di fine lino. A causa della ristrettezza di tempo la preparazione della salma fu sommaria: presero dunque il corpo di Gesu' e lo rilegarono con fasce insieme con gli aromi, com'è costume ai Giudei di seppellire (Giov., 19, 40), e come infatti era stato praticato anche con la salma di La­zaro (§ 491); infine la salma, così composta, fu avvolta nella sindone. Egualmente per la ristrettezza di tempo non si poteva trasportare la salma in qualche tomba lontana, per il pericolo di essere sorpresi durante il trasporto dal tramonto del sole e dal riposo legale. Ma questa difficoltà fu superata facilmente grazie alla generosità di Giu­seppe, che cedette a tale scopo la sua propria tomba. Egli se l'era preparata appunto nel luogo del Cranio: ivi era un giardino, e nel giardino un sepolcro nuovo in cui nessuno ancora era stato posta (ivi, 41). Il giardino si stendeva ai piedi del Cranio, e il sepolcro era stato scavato dalla roccia (Marco, 15, 46), la quale era un prolungamento della roccia che costituiva il piccolo rialzo del Cranio. Pro­babilmente, come Giuseppe si era preparata colà la propria tomba, anche se l'erano preparata nella stessa zona altri facoltosi abitanti di Gerusalemme: e ciò s'accorda ottimamente con la norma di sce­gliere i luoghi di crocifissione a preferenza presso tombe (§ 599).

§ 618. La tomba ceduta da Giuseppe per la salma di Gesù aveva la solita disposizione interna delle tombe giudaiche (§ 491). Penetran­dovi dall'esterno, si trovava prima l'atrio e poi la camera funeraria con il loculo per la salma; atrio e camera comunicavano fra loro mediante un piccolo uscio sempre aperto, mentre l'atriocomunicava con l'esterno attraverso una porta che veniva sbarrata applicandovi una grossa pietra circolare simile a un'enorme macina da molino. Questa pietra poggiava sull'apertura impedendone l'accesso; ma quando si voleva entrare, bastava far rotolare non senza considere­vole sforzo - la pesante pietra o verso destra o verso sinistra, ed essa si spostava scorrendo su un canaletto scavato nella roccia a destra o a sinistra dell'apertura. Giuseppe, assistito dagli altri, portò a termine il seppellimento di Ge­sù prima del tramonto. Essendo avvenuta la morte verso le ore tre pomeridiane, tutto era compiuto verso le ore sei, allorché Giuseppe rotolata una grande pietra alla porta del sepolcro andò via (Mat­teo, 27, 60). Ma la tomba non rimase subito solitaria: era poi cola' Maria la Mag­dalena e l’altra Maria (la madre di Giacomo e Giuseppe) sedute di­rimpetto alla tomba (ivi, 61). Anche le altre pie donne s'avvicinarono a vedere il sepolcro e come fosse stata deposta la venerata salma; poi tornate in città, approfittarono dell'ultimo scorcio della giornata la­vorativa e prepararono aromi e unguenti (§ 537): evidentemente alla loro devozione non bastava l'abbondante provvista di aromi portata da Nicodemo, e si ripromettevano di curare meglio l'affrettata com­posizione della salma e di tornare perciò al sepolcro quando fosse trascorso il sabbato col suo riposo legale (Luca, 23, 55-56). Fra tutte queste pietose cure non è nominato alcuno degli Apostoli: il solo Giovanni, nel riserbo del suo scritto, s'intravede facilmente mentre assiste la madre di Gesù e la conduce alla sua propria abita­zione per curarla da figlio adottivo. Colà ambedue aspettavano.

§ 619. Quella notte fra il venerdì e il sabbato fu una gran bella nottata per i Sinedristi trionfatori. Celebrarono essi la cena pasquale non solo con la tradizionale giocondità esteriore ma anche con una particolare soddisfazione interiore, sebbene questa non avesse - o al­meno alle apparenze sembrasse di non avere - nulla da fare con la solennità pasquale. Quel Galileo se n'era proprio andato: era morto, sicuramente morto! Non c'era più pericolo di sentir di nuovo le sue invettive, e di rimanere ancora screditati da lui presso il popolo! Quei quattro di­scepoli ch'egli s'era portato appresso, si sarebbero senz'altro dispersi alla morte del loro maestro, e nessuno ne avrebbe parlato più. Tutto era riuscito bene, grazie all'assistenza non tanto di Mosè o di Elia, quanto di quell'incirconciso di Pilato: ad ogni modo, circon­cisione o no, era stato un bel successo e il ripensarvi sembrava dav­vero accrescere il sapore della cena pasquale. Eppure, a forza di ripensarvi, quei sagaci uomini s’avvidero che nel rilucente cristallo del loro trionfo appariva una piccola incrinatura. Cosa da poco, certamente, ma che non doveva esser trascurata. Si ricordarono essi che Gesù, quand'era ancora in vita, aveva predetto che tre giorni dopo la sua morte sarebbe risuscitato (§ 446). Ora, è vero che quest'annunzio era una pura millanteria, anche perché essi erano in gran parte Sadducei convinti, e perciò giudicavano impos­sibile la resurrezione dei morti (§ 515); tuttavia quella falsa predi­zione poteva dare occasioni ad imposture, a dicerie e ad altre noiose conseguenze. Era quindi opportuno prevenire il male, saldando quel­la piccola incrinatura riscontrata. Perciò alcuni di essi il giorno se­guente, sebbene fosse per loro il giorno di Pasqua, fecero una piccola e lecita passeggiata per recarsi da Pilato a fornirgli un consiglio uti­lissimo: Signore, ci ricordammo che quell'imbroglione disse essendo ancora vivo “Dopo tre giorni risorgo”. Comanda dunque che la tomba sia assicurata fino al terzo giorno, ché per caso venuti i discepoli non lo rapiscano e dicano al popolo “Risorse dai morti”, e (cosi) l'ultimo imbroglio sara' peggiore del primo. Pilato ri­spose rudemente: Avete un (corpo di) guardia: andatevene, e assicurate come sapete. La rudezza del procuratore era soltanto apparente e niente affatto reale, servendo soltanto a dissimulare a se stesso una nuova conces­sione ch'egli faceva. Egli cedette in realtà alla nuova richiesta, e per­mise anche questa volta ai Sinedristi di servirsi del (corpo di) guar­diache egli era solito mettere a loro disposizione e ch'era formato da soldati romani (Matteo, 28, 14; cfr. Giov., 18, 12): insomma il procuratore, mentre parlava con la faccia ringhiosa, diceva poi sem­pre di si ai Sinedristi. Costoro non chiesero altro, e in quello stesso sabbato condussero i soldati sul posto. Ma nessuno avrebbe potuto superare per accortezza quegli insigni Giudei, cosicché essi si premunirono anche contro un caso a cui altri difficilmente avrebbe pensato: previdero cioè che i soldati, pur ri­manendo di guardia al sepolcro, potevano lasciarsi corrompere per denaro dai discepoli di Gesù permettendo loro l'ingresso nella tom­ba. Non si sapeva mai quel che poteva succedere: adesso che due loro colleghi del Sinedrio, Giuseppe e Nicodemo, avevano spinto la audacia fino a curare il seppellimento del crocifisso c'era da aspettarsi che i due imitassero il Sinedrio comperando a suon di sicli i soldati di guardia, come il Sinedrio aveva comperato Giuda. Perciò essi apposero i loro sigilli sulla pietra circolare che rotolava davanti all'ingresso della tomba, e l'assicurarono alla viva roccia. Con questa saggia precauzione nessuno sarebbe potuto entrare senza rompere i sigilli, di cui erano responsabili i soldati, e il morto non sarebbe risorto giammai.
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sabato 15 dicembre 2012

2011 - Vita di Gesù (paragrafi 611-615)


§ 611. Il crocifisso declinava rapidamente. Attorno a lui, all'improv­viso, cominciò a declinare anche la luce solare: dall'ora sesta si fece tenebra su tutta la terra fino all'ora nona (Matteo, 27, 45), ossia dal mezzogiorno alle tre pomeridiane. L'espressione tutta la terra designa qui la Giudea, come altre volte nella Bibbia ebraica. In che maniera avvenisse questo oscuramento del giorno, non è detto: certamente non fu un'eclisse solare, la quale non può avvenire du­rante il plenilunio in cui allora si stava. Ciò era già stato osservato nell'antichità da Origene, Girolamo e Giovanni Crisostomo; è vero che lo pseudo Dionigi Areopagita narrò d'aver assistito egli stesso in Eliopoli all'oscuramento di tutto il mondo per la morte di Gesù, e spiegò quell'oscuramento con un moto anormale della luna che avreb­be retroceduto per collocarsi davanti al sole (Epist. vii, ad Polycar­pum); ma la sua narrazione è pura fantasia, perché oggi è assicurato che questo ignoto autore non ha scritto prima del secolo v, e la sua spiegazione ha il torto di non conoscere le sensate osservazioni dei precedenti scrittori accennati. Anche l'eclisse segnalata da Flegone, liberto d'Adriano, e ricordata da qualche Padre (Origene, Contra Celsum, II, 33), sarebbe avvenuta l'anno 32, e quindi non può entrare in discussione. Senza dubbio gli evangelisti intendono questo oscu­ramento come un fatto miracoloso avvenuto per la morte di Gesù,in corrispondenza con i segni miracolosi che avevano accompagnato la sunascita: ma se l'oscuramento fosse prodotto da densa nuvolaglia che intercettasse la luce o in altra maniera, non è possibile dire. In quell'oscurità della natura fisica Gesù si andò man mano spegnen­do in una agonia durata circa tre ore sulla quale gli evangelisti sten­dono un velo di riverente mistero. Il corpo perdeva incessantemente sangue e forza vitale attraverso gli squarci delle mani e dei piedi e attraverso le vaste lacerazioni prodotte dalla flagellazione: il capo era crivellato dalle punture delle spine; nessun muscolo trovava ripo­so nella posizione sulla croce. I tormenti si accavallavano e s’accre­scevano sempre più atroci, senza un istante di requie. In quel tenebroso oceano di spasimi solo la più alta vetta dell'anima era serena, sublimata nella contemplazione del Padre. L'agonizzante era in silenzio.

§ 612. A un tratto, vicino all'ora nona, Gesù gettò un alto grido dicendo in aramaico: “Eli’, Eli’, lema’ shebaqtani”. Più che un'esclama­zione in proprio, queste parole erano una citazione: esse costituiscono l'inizio del Salmo 22 ebr., e precisamente secondo la versione ara­maica del Targum significano, co­me aggiungono in greco anche Matteo e Marco, Dio mio, Dio mio, perché mi abbandonasti?  Essendo una citazione, il loro senso pieno è dato dall'intera composizione di cui sono l'inizio. Quel salmo infatti si riferisce al futuro Messia, di cui preannunzia i supremi dolori, e Ge­sù recitandone l'inizio sulla sua croce intendeva applicarlo a se stesso. L'antico salmo, fra l'altro, aveva detto: Dio mio, Dio mio, perché mi abbandonasti? Lungi dalla mia salvezza sono gli accenti del mio lamento. Dio mio! Grido di giorno, e non rispondi, pur di notte, né v'ha requie per me! io sono un verme, e non un uomo, obbrobrio della gente e spregiato dal volgo. Tutti quei che mi vedono si fan beffa di me, spalancan le labbra, scuotono il capo (esclamando):”Si rivolga a Jahvè”: Egli lo scampi, Egli lo salvi, perché di lui si compiace!”. Si, m'han circondato dei cani, un'accolta di malvagi m'hanno attorniato, hanno forato le mie mani e i miei piedi, io posso contare tutte le mie ossa. Essi mi rimirano, mi guardano, si spartiscono i miei indumenti fra loro e sulla mia veste gettano la sorte. Gesù dunque, affermando nuovamentte con la sua esclamazione di essere il Messia, ne offriva una nuova prova nel confronto fra la pro­fezia citata e l'avveramento di essa ch'egli mostrava in se stesso. Ma appunto le prime parole dell'esclamazione, “Elì, Elì” dettero oc­casione ad un equivoco. I dotti Scribi presenti vi riconobbero certa­mente la citazione del salmo; non così altri meno esperti, i quali intesero quelle parole come un'invocazione all'antico profeta Elia (§ 404), seppure non finsero d'intenderle in quella maniera per beffeggia­re ancora una volta l'agonizzante quasicché fosse entrato in delirio. Cominciarono ad esclamare, tra incuriositi e sarcastici : Guarda! Co­stui invoca Elia!

§ 613. Nell'attesa, il crocifisso pronunciò un'altra parola: Ho sete! L'arsura, nelle condizioni di dissanguamento e di spossatezza in cui si trovava Gesù, era un fatto naturalissimo. Ma non consisteva tutto qui; infatti il salmo testé citato da Gesù aveva anche detto: inaridito come coccio il mio palato, e la mia lingua s'e' attaccata alle mie fauci! Anche la sete, dunque, entrava nella visione del Messia sofferente; e perciò Giovanni (19, 28) fa rilevare che Gesù, affinchè s’adempisse la Scrittura, disse:”Ho sete!”.La suprema implorazione dell'agonizzante trovò questa volta un cuore pietoso disposto ad accoglierla: fu certamente uno dei soldati di guardia alle croci. I soldati romani usavano dissetarsi, in mancanza di meglio, con una mescolanza di acqua ed aceto ch'è usata spesso anche oggi dai mietitori delle nostre campagne: anche il suo nome latino, posca, è tuttora superstite nel contado d'alcune regioni ita­liane. Prevedendo una lunga guardia ai piedi delle croci, quei sol­dati si erano provvisti portando con sé un vaso di posca. Udendo l'implorazione del crocifisso, uno di essi inzuppò di posca una spugna e mettendola in cima a un'asta l'appressò alle labbra dell'assetato. L'azione del soldato non piacque a coloro che avevano parlato di Elia, i quali perciò lo dissuadevano esclamando: Lascia: vediamo se viene Elia a salvarlo! (Matteo, 27, 49). Nel pensiero di costoro Elia, come salvatore, avrebbe provveduto a estinguere la sete del sal­vato. Sembra poi che la stessa esclamazione fosse ripetuta dal solda­to, in risposta a coloro che lo dissuadevano (Marco, 15, 36) La­sciate, stiamo a vedere, se venga Elia a distaccarlo), quasi per mo­strare che piuttosto era bene confortare il crocifisso in attesa della venuta di Elia. Gesù, che qualche ora prima aveva rifiutato il vino mirrato, adesso succhiò dalla spugna il liquido. Con particolare intenzione gli evan­gelisti chiamano quel liquido aceto, mirando essi al passo del Salmo 69, 22 (ebr.) che dice: Nella mia sete mi fecero bere aceto (cfr. § 605, nota). Quand'ebbe succhiato la posca, mormorò: E finito! Poco tempo più tardi l'agonizzante ebbe come un fremito; lanciò un alto grido; esclamò: Padre, nelle tue mani commetto il mio spirito! (cfr. Salmo 31, 6 ebr.). Quindi abbassò il capo. Era morto.

§ 614. Nella città ottenebrata avvennero in quel momento fatti stra­ordinari. Nell'interno del Tempio pendevano due grandi cortine ri­camate: una più esterna (masak)che separava il vestibolo dal « san­to » e un'altra più interna (paroketh) che separava il « santo » dal « santo dei santi » (§ 47); servivano da memoriale, rammentando l'inaccessibilità e invisibilità del Dio che dimorava nel « santo dei santi ». Sull'ora nona, quando moriva Gesù, una di queste cortine (probabilmente la più interna) si scisse in due parti dall'alto in basso, quasicché volesse significare che il suo ufficio era finito essendo abolita l'inaccessibilità del Dio invisibile. Avvennero anche scosse telluriche, le rocce si spaccarono, e le tombe s'aprirono, e molti corpi dei santi addormentati si ridestarono: e usci­ti dalle tombe dopo la resurrezione di lui entrarono nella città santa e apparvero a molti (Matteo, 27, 51-53). Questa resurrezione dei de­funti è narrata qui in anticipo, e sembra essere avvenuta dopo la re­surrezione di Gesù con cui è collegata. Quale conseguenza dello scon­volgimento tellurico, si mostrava già nel secolo iv (Luciano martire, Cirillo di Gerusalemme) una fenditura visibile ancora oggi lungo la parte rocciosa del Cranio incorporata nella basilica del Santo Sepol­cro: questa fenditura è lunga circa metri 1,70 e larga 0,25 e contra­riamente alle solite spaccature sismiche che corrono lungo le vena­ture della roccia corre trasversalmente ad esse. Il centurione e i soldati di guardia, al vedere sia i fenomeni straordinari che accompagnavano quella morte sia la maniera calma e insolitamente rapida in cui era avvenuta, ripensarono al contegno sin­golare tenuto da Gesù durante il processo, e mettendo le due cose in relazione fra loro si convinsero che un imputato di quel genere era non solo innocente ma anche persona straordinaria; cominciarono quindi ad esclamare: Realmente quest'uomo era giusto (Luca, 23, 47), e con particolare riguardo all'imputazione contestata a Gesù: Veramente quest'uomo era figlio di Dio (Marco, 15, 39). Anche la folla mutò contegno. Appena morto Gesù, i Sinedristi che avevano spadroneggiato da trionfatori sotto la croce di lui non ave­vano più nulla da temere, almeno per il momento, e quindi se ne andarono alle loro case a preparare la cena pasquale; perciò la folla non ebbe più chi le suggeriva imperiosamente lazzi e schemi contro il crocifisso, e libera così da timore reverenziale poté manifestare i propri sentimenti. Anche su di essa fecero impressione il giorno ot­tenebratosi e la terra sussultante, e ripensando a quanto era avvenuto nel processo si allontanava man mano dalla croce battendosi il petto (Luca, 23, 48). I due gruppi di persone familiari o amiche di Gesù - il gruppo vicino alla croce e quello lontano - ricevettero mutamenti dopo la morte di Gesù, passando alcune persone da un gruppo all'altro (§ 610).

§ 615. I Sinedristi, mentre tornavano alle loro case, ripensarono a una prescrizione legale: essi ripetevano a se stessi di aver compiuto una santissima azione facendo crocifiggere Gesù, ma quella santità non sarebbe stata perfetta se la salma del crocifisso fosse rimasta ap­pesa ed esposta anche durante la notte seguente; no, doveva essere calata dal patibolo e seppellita quel pomeriggio stesso prima del tra­monto come prescriveva la Legge (Deuteronomio, 21, 23), tanto più che col tramonto cominciava la solennissima Pasqua. Essi perciò, stra­da facendo, si recarono dal procuratore e l'invitarono ad osservare questa prescrizione suggerendogli anche la maniera più semplice: ba­stava praticare sui crocifissi il “crurifragio” (§ 601), e con ciò in pochi minuti tutti e tre sarebbero stati pronti per la sepoltura. Senonché l'invito dei Sinedristi fu quasi contemporaneo ad un altro invito rivolto al procuratore egualmente da un Sinedrista. La morte di Gesù aveva avuto come primo effetto l'infondere alquanto corag­gio nei disanimati discepoli. Fra costoro era un certo Giuseppe, nativo di Arimatea (l'antica Ramathaim, oggi Rentis, a nord-est di Lyd­da), uomo ricco e stimato, membro del Sinedrio e insieme discepolo di Gesu' ma occulto per la paura dei Giudei (Giov., 19, 38): spiri­tualmente, dunque, rassomigliava un po' a Nicodemo, membro an­ch'egli del Sinedrio (§ 288), tuttavia Giuseppe aveva osato dissentire dai suoi colleghi Sinedristi quando avevano condannato Gesù (Luca, 23, 51). Questa volta. egli osò anche di più; pregato forse dai fami­liari ed amici di Gesù che ricorsero volentieri alla sua autorità, egli ti presentò a l'ilato e gli chiese la salma di Gesù per seppellirla come permetteva la legge romana (§ 601). Pilato accolse la domanda, ma si meravigliò che il condannato fosse morto così presto, giacché egli s’aspettava un'agonia più lunga; chiamò pertanto il centurione exac­tor mortis, e quando costui lo accertò della morte concesse la salma.
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giovedì 13 dicembre 2012

2007 - Vita di Gesù (paragrafi 607-610)


§ 607. Su quest'ultimo punto sembrerebbe che vi fosse contraddizio­ne fra quanto dice Giovanni, che Pilato pronunziò la condanna all'ora quasi sesta ossia un poco prima del nostro mezzogiorno (§ 595), e quanto dice Marco (15, 25): Era l'ora terza e lo crocifissero. Varie ipotesi furono proposte per concordare queste due notizie. Già S. Girolamo, seguito da alcuni moderni, suppose che nella trasmis­sione dei due numeri espressi in greco con le lettere dell'alfabeto fosse incorso per colpa degli amanuensi uno scambio fra la lettera gamma (I', che esprimeva il 3) e la lettera digamma (F, che espri­meva il 6): perciò in Marco bisognerebbe leggere “ora sesta” appun­to come in Giovanni; senonché questa soluzione, che dal punto di vista paleografico è astrattamente possibile, dal punto di vista documentario non è in alcun modo suffragata dai codici. - Altri studiosi supposero che Giovanni conti le ore a cominciare dalla mezzanotte secondo la computazione civile degli Occidentali, e che invece Marco conti a cominciare dalle prime luci dell'alba secondo la computazione degli Orientali; ma anche questa soluzione ha guadagnato pochi se­guaci perché, oltre il resto, si aspetterebbe che appunto Marco il qua­le scriveva a Roma seguisse la computazione occidentale, e Giovanni invece quella orientale perché scriveva in Oriente. La soluzione più ragionevole sembra pertanto quella che si riporta ai tempi e alle usan­ze del paese. Il tempo dall'alba al tramonto era diviso in 12 ore (di ampiezza variabile a seconda delle stagioni), ma questa divisione era più teorica che pratica; in paesi come la Giudea, ove gli strumenti meccanici per misurare il tempo erano estremamente rari, la gente si regolava di solito con l'osservazione della luce solare, e perciò aveva finito col raggruppare le 12 ore diurne in quattro periodi che di­videvano la giornata solare in quattro parti uguali, due prima del mezzogiorno e due dopo: ogni periodo infatti, essendo più lungo del­la singola ora, aveva il vantaggio di distinguersi assai più facilmente per l'intensità della luce solare dal periodo vicino. Cosicché dall'alba fino alle nostre ore 9 antimeridiane correva sempre il mattino o il periodo dell'ora prima; dalle nostre 9 antimeridiane fino al mezzo­giorno correva il periodo dell'ora terza; dal mezzogiorno fino alle nostre 3 pomeridiane correva il periodo dell'ora sesta; dalle nostre 3 pomeridiane fino al tramonto correva il periodo dell'ora nona. Ra­rissimamente i Sinottici escono da questa denominazione (Matteo, 20,1-6); Giovanni invece più facilmente nomina altre delle 12 ore in­tennedie (Gion., 1, 39; 4, 6.52; 11, 9), ma fa ciò perché vuole come al solito precisare, e quindi abbandona gli ampi gruppi o periodi di ore e nomina le singole ore numericamente. Secondo ogni verosimi­glianza la discordia fra Marco e Giovanni riguardo all'ora della crc­cifissione di Gesù consiste tutta in questo: che Marco parla dell'ora terza in quanto gruppo o periodo di ore, il quale perciò s'estendeva fino all'ora sesta ossia al mezzogiorno, mentre Giovanni intende l'ora sesta numericamente ossia il preciso mezzogiorno.

§ 608. Mentre si svolgevano le operazioni della crocifissione Gesù serbò, a quanto sembra, un silenzio assoluto: il suo corpo sfigurato e disfatto non racchiudeva quasi più energia fisica, la sua mente era assorta nel pensiero del Padre celeste a cui stava offrendo il sacrificio di se stesso. Tuttavia la prima frase da lui pronunziata, che ci venga trasmessa, è un pensiero che pur rivolgendosi al Padre nei cieli si preoccupa di quei che stanno giù in terra attorno a lui; forse proprio mentre gli inchiodavano le mani o i piedi egli esclamò: Padre, per­dona ad essi, perché non sanno che cosa fanno! (Luca, 23, 34). i loro a cui s'invoca quel perdono non sono tanto gli incoscienti soldati che martellano sui chiodi, quanto quegli altri che scientemente ave­vano predisposto tutto affinché accadesse quanto stava accadendo. Anche a quegli altri Gesù impartisce il suo perdono e implora quello del Padre, perché non sanno adesso ciò che dapprima hanno rifiutato di sapere: la conseguenza della colpa passata è addotta benignamen­te a scusa del delitto presente. Innalzato che fu sul palo verticale Gesù continuò a guardare con gli occhi languenti, ma ancora penetranti, ciò che avveniva in basso e a fianco a lui. In basso i sommi sacerdoti e gli altri Sinedristi s'in­trattenevano da trionfatori; veramente sarebbe stato più urgente per essi tornare alle loro case, onde sorvegliare da buoni Israeliti gli ultimi preparativi per la cena pasquale; tuttavia preferivano rimandare sempre più il ritorno, per trattenersi ancora un poco gioiosi e gongolanti sul posto del loro trionfo. Passavano essi e ripassavano sotto le tre croci: ora lanciavano oc­chiate sdegnose alla croce di mezzo; ora l'additavano sprezzanti a gente di loro conoscenza che passava là sotto, e poi con le mani die­tro la schiena si piantavano in faccia a quel crocifisso e l'apostrofavano direttamente: Ohe'! Quello che demolisce il santuario e in tre giorni (lo) ricostruisce! Salva te stesso, se sei figlio d'iddio, e discendi dalla croce! La gente, intimidita dall'autorità di chi l'aveva fermata, ripeteva l'apostrofe e rinnovava le beffe. Altri Sinedristi invece preferivano un argomento ad hominem, che insieme voleva essere un'apologia del proprio operato: Salvò altri; se stesso non può salvare! E’ re d'israele: discenda adesso dalla croce e crederemo in lui! Ha confidato in Dio, (Dio lo) liberi adesso se si compiace in lui (cfr. Salmo 22, 9 ebr.). Disse infatti: “Sono figlio di Dio!”. Ma da quella croce non scese né l'apostrofato né una risposta qualsiasi, perché ambedue le discese sarebbero state inutili per gli apostrofanti.

§ 609. A fianco a Gesù stavano i due ladroni crocifissi, e anche di qui partivano ingiurie. Matteo e Marco parlano al plurale, di ladroni che ingiuriavano: ma è un “plurale di categoria” (cfr. § 625, nota), per significare che ingiurie partivano anche dalla categoria dei ladroni senza precisare se faceva ciò l'intera categoria o solo una sua parte. Luca invece precisa, e dice che uno solo ingiuriava mentre l'altro si raccomandava. Il ladrone che ingiuriava, forse per ottenere una qualsiasi rivincita in quello sfacelo della propria esistenza, forse per vendicarsi di una vaga speranza svanita, ripeteva verso Gesù: Non sei tu il Cristo (Messia)? Salva te stesso e noi! Ma l'altro ladrone non condivideva tali sentimenti, anzi ne rimproverava il compagno ripetendogli: Nemmeno temi iddio tu, giacché sei nella medesima condanna? E noi poi giustamente, poiché riceviamo cose degne di quanto facemmo; ma costui non fece nulla di male. La forza del rimprovero è su quei temi, a cui si riferisce il nemmeno; se non hai riverenza per Iddio, abbi almeno timore giacché subi­sci la medesima pena di Gesù innocente. Probabilmente il buon ladro­ne conosceva di fama Gesù di Nazareth e aveva inteso parlare della sua bontà, dei suoi miracoli e del regno di Dio da lui predicato: certamente poi aveva, nonostante i suoi misfatti, un residuo di coscienza onesta. Nell'imminenza della morte quel residuo riaffiora e ricopre tutto il passato; il morituro si aggrappa all'unica speranza che gli resta e che è rappresentata da quel giusto ingiustamente ucciso. Ri­volgendosi allora a lui gli dice: Gesu', ricòrdati di me quando (tu) venga nel tuo regno, ossia quando verrai gloriosamente regnante in quel regno da te annunziato. Gesù gli risponde: in verita' ti dico, oggi sarai con me nel paradiso. Sebbene non sia facile determinare con precisione il senso che si dava al termine “paradiso” ai tempi di Gesù, è certo che designa la dimora delle anime giuste dopo morte, analogo perciò al seno di Abramo (§ 472).

§ 610. Fra le persone che Gesù vedeva dall'alto della croce solo un piccolo gruppo, che stava a pochi passi da lui, gli dava qualche con­forto. Ma era poi un conforto, e non piuttosto un aumento di dolore? Il gruppo infatti era formato da persone familiari od amiche, a cui la legge romana non proibiva di assistere allo spettacolo, purché non si avvicinassero ad offrire soccorsi al crocifisso che sarebbero stati im­pediti dai soldati di guardia. I nomi di questo piccolo gruppo più vicino alla croce ci sono stati trasmessi dal testimonio oculare, il qua­le tuttavia tralascia il suo proprio nome designandosi come il disce­polo che (Gesu') amava (§ 155); oltre a Giovanni, dunque, facevano parte di questo gruppo la madre di lui (Gesù), e la sorella della ma­dre di lui, Maria di Cleofa (Alfeo), e Maria la Magdalena (Giov., 19, 25). Alla loro volta i Sinottici, dopo aver narrato la morte di Gesù, ricordano che era presente un altro gruppo, più numeroso ma più lontano, formato di donne che piangevano e si lamentavano: era­no le donne che avevano assistito Gesù nel suo ministero (§ 343) e l'avevano seguito dalla Galilea a Gerusalemme (Matteo, 27, 55-56; Marco, 15, 40-41). Fra le donne di questo secondo gruppo sono nomi­nate Maria la Magdalena (come nel primo gruppo), Maria la madre di Giacomo il Minore (§ 313) e di Giuseppe (e anche questa Maria appare nel primo gruppo come Maria di Cleofa, inoltre una Salome e la madre dei figli di Zebedeo (§ 496), e queste due ultime sono una stessa persona. Che almeno due donne siano nominate in ambedue i gruppi non fa meraviglia, perché è diverso il momento in cui ciascun gruppo è nominato cioè prima della morte di Gesù il gruppo piu' vicino, e dopo la morte quello più lontano - e talune potevano esser passate nel frattempo da un gruppo all'altro. Nel gruppo più vicino stava dunque, insieme al discepolo prediletto, la madre di Gesù. Era un conforto quella vista per il crocifisso? Come a lei era impedito dai soldati di avvicinarsi a lui, così a lui i chiodi impedivano ogni gesto verso di lei. Potevano comunicare fra loro solo con lo sguardo: a Maria la voce era impedita dal pianto, a Gesù dall'estrema debolezza. La madre guardava il figlio, e forse pen­sava che quelle membra si erano formate nel seno di lei in maniera unica al mondo, mentre adesso erano divenute oggetto di sommo spavento: il figlio guardava la madre, e forse pensava che quella donna era stata proclamata benedetta fra le donne, mentre adesso era divenuta oggetto di somma pietà. Ma ad un certo punto il crocifisso, raccolte alquanto le forze e accennando alla madre con la testa, dis­se: Donna (§ 283), ecco il tuo figlio; poi accennando al discepolo prediletto: Ecco la tua madre. In questo suo testamento il morituro univa per sempre i suoi più grandi amori terreni, la donna di Beth-lehem e il giovane che aveva sentito battere il cuore di lui nell'ultima cena. Da quel giorno Giovanni prese in casa sua Maria (§ 156).
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Medaglia di San Benedetto