§ 591. Presso i Romani la flagellatio precedeva ordinariamente la crocifissione, ma alcune volte costituiva una pena a sé e poteva essere inflitta in sostituzione della pena capitale. Era eseguita dai soldati. Il paziente veniva denudato e quindi legato per i polsi ad un palo, in maniera da offrire il dorso ricurvo. I colpi erano dati non già con verghe, riservate al cittadino romano condannato a morte, ma con uno strumento speciale, il fiagellum, ch'era una robusta frusta con molte code di cuoio, le quali venivano appesantite da pallottole di metallo o anche armate di punte aguzze (scorpione). Mentre presso i Giudei la flagellazione legale era contenuta entro un numero di colpi ben fisso (§ 61), presso i Romani non era limitata da alcun numero ma solo dall'arbitrio dei flagellatori o dalla resistenza del paziente. Il flagellando, specialmente se destinato alla pena capitale, era considerato come un uomo senza più nulla di umano, un vuoto simulacro di cui la legge non aveva più cura, un corpo su cui si poteva infierire liberamente: e in realtà chi avesse ricevuto la flagellazione romana era ridotto ad un mostro ripugnante e spaventoso. Ai primi colpi il collo, il dorso, i fianchi, le braccia, le gambe s'illividivano, quindi si rigavano di strisce bluastre e di bolle tumefatte; poi man mano la pelle e i muscoli si squarciavano, i vasi sanguigni scoppiavano, e dappertutto rigurgitava sangue; alla fine il flagellato era divenuto un ammasso di carni sanguinolente, sfigurato in tutti i suoi lineamenti. Spessissimo egli sveniva sotto i colpi; spesso vi lasciava la vita. Orazio, che pure non aveva un cuore tenerissimo, chiama lo strumento di questa penahorribile flagellum. A questa pena Pilato sottopose Gesù, pur mirando con questa nuova concessione a scamparlo dalla pena capitale.
§ 592. Terminata la flagellazione, Gesù rimase ancora per qualche tempo in balia dei soldati che lo avevano flagellato, e che fecero con lui quanto si usava fare con i condannati a morte. Verso costoro, come già cancellati dall'albo del genere umano, era permesso qualunque lubidrio, qualunque lazzo brutale o beffa disumana: perciò quando i carnefici ebbero finito di flagellare Gesù e vollero rivestirlo, chiamarono altri soldati della coorte e radunatisi allegramente attorno alla vittima, gli misero addosso una clamide rossa, di quelle usate dai trionfatori dopo una vittoria; intrecciarono quindi una corona di spine, e gliela misero in testa a guisa di diadema; gl'infilarono poi fra le mani legate ai polsi una canna, che doveva figurare come scettro di comando. Non si era proclamato egli re dei Giudei? Ebbene, apparisse re anche allo sguardo di essi soldati, col suo scettro, col suo diadema, con la sua clamide. E con tanto maggior gusto si dovevano sfogare in quegli schemi quei soldati, in quanto essendo non legionari ma auxilia res delle coorti dovevano esser reclutati in massima parte tra popolazioni vicine ma ostili ai Giudei, specialmente tra i Siri e soprattutto fra i Samaritani nemicissimi dei Giudei ma fedelissimi ai Romani (cfr. Flavio Gius., Guerra giud., Jt, 52, 69, 96; ecc.). Per tutti costoro era un divertimento davvero gustosissimo ricoprire di beffe e ludibri un re di quei cialtroni di Giudei. Come ai trionfatori militari si tributavano particolari onoranze, cosi quei beffeggiatori cominciarono a sfilare avanti a Gesù, inginocchiandosi davanti a lui e ripetendogli umili ed ossequiosi: Salute, re dei Giudei! Ma subito appresso, rialzatisi in piedi, gli sputarono in faccia e sfilatagli la canna di tra le mani gliela sbattevano sulla corona di spine.
§ 593. Fra tutti questi fatti era passato parecchio tempo; dalla prima presentazione di Gesù a Pilato avvenuta all'alba (§ 576), erano trascorse non meno di quattro ore fra discussioni del governatore con la folla, invio ad Erocle e ritorno, flagellazione e schemi dei soldati, e a questo punto si doveva essere fra le nostre dieci o undici ore antimeridiane. Intanto Pilato rifletteva sul modo di fare un ultimo tentativo in favore di Gesù, mentre la folla aspettava fuori del pretorio clamorosa e pertinace. Agli schemi inflitti all'imputato dopo la flagellazione Pilato non attribuì importanza alcuna, non avendoli né comandati né proibiti; egli invece fece assegnamento sull'effetto giuridico e morale della flagellazione. Quando Gesù, sfigurato dai colpi e mascherato dagli indumenti burleschi, fu condotto di nuovo alla presenza del procuratore, egli decise d'impiegare quest'ultimo argomento sperando sull'impressione che avrebbe fatto quel sanguinolento cencio umano; perciò si fece seguir da lui uscendo fuori del pretorio, e preannunciò la sua comparsa alla folla: Ecco, ve lo conduco fuori affinché conosciate che nessuna colpa ritrovo in lui! Gesù, malfermo sulle gambe e vacillante nei passi, fu sospinto sul limitare del pretorio e comparve, come dice il testimonio oculare (Giov., 19, 5), portando la corona di spine e la veste purpurea. Allora, additandolo ai suoi inflessibili e urlanti accusatori, Pilato esclamò: Ecce homo! In greco quest'esclamazione equivaleva al nostro: “Ecco quel tale”, e non aveva certo un senso di commiserazione; tuttavia, implicitamente, invitava gli accusatori a riflettere se era ancora il caso di inveire tanto contro un uomo ridotto in quelle condizioni. E qui è opportuno ricordare che chi invitava era un adoratore di Giove e di Marte, mentre coloro ch'erano invitati erano gli adoratori dello spirituale Dio Jahvè.
§ 594. La scena che avvenne dopo questo invito è descritta dal testimonio con parole che non potrebbero esser sostituite: Quando pertanto lo videro i sommi sacerdoti egl'inservienti, gridarono dicendo:”Crocifiggi! Crocifiggi!”. Dice ad essi Pilato:”Prendetelo voi e crocifiggete, perché io non ritrovo in lui colpa!”. Risposero a lui i Giudei:”Noi abbiamo una legge, e secondo la legge deve morire perché si fece figlio di Dio!” (Giov., 19, 6-7). Le parole di Pilato non significavano affatto che egli permetteva agli accusatori di crocifiggere liberamente l'imputato; erano invece un nuovo invito a riflettere ancora una volta che egli non poteva in coscienza pronunziare la sentenza capitale richiesta, e quindi l'imputato non poteva esser messo a morte perché gli accusatori non ne avevano facoltà. Gli accusatori penetrarono sottilmente nel pensiero del procuratore e con la loro replica, che si appellava alla Legge ebraica, attirarono il magistrato su un campo non suo, quello religioso, nel quale Roma era stata sempre rispettosissima con i sottoposti Giudei. In sostanza, essi fecero balenare a Pilato la minaccia che, se non avesse consentito alla pena capitale, egli sarebbe stato considerato come favoreggiatore di empi e di sacrileghi. Anche qui la narrazione dell'evangelista testimone non può essere sostituita: Quando pertanto Pilato udì questo discorso, s'impaurì anche piu'. Ed entrò nuovamente nel pretorio e dice a Gesu': “Donde sei tu?”. Probabilmente lo sconcertato Pilato s'aspettava dalla risposta di Gesù qualche nuovo elemento per allargare e prolungare il processo e qualche nuova obiezione contro gli accusatori. Ma alla nuova domanda Gesù non rispose affatto. Gli dice dunque Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho potestà di dimetterti e ho potestà di crocifiggerti?». Rispose Gesu':”Non avresti nessuna potestà contro di me, se (ciò) non ti fosse stato dato dall'alto; per questo chi mi ha consegnato a te ha un maggior peccato”. Dopo questa risposta, Pilato si ritrovò del tutto solitario nella sua resistenza. L'imputato non gli offriva alcun aiuto per la sua propria salvezza, mentre i Giudei s'irrigidivano sempre più nel richiederne la condanna; egli, il procuratore, era sostenuto nella sua resistenza solo dalla convinzione che l'imputato era innocente e dal desiderio di non cedere ai Giudei, ma la prima ragione non aveva alcuna efficacia sugli accusatori e la seconda non doveva essere comunicata per prudenza ad essi. Egli quindi, titubante, non vedeva maniera di uscire da quella situazione pur non volendo cedere; il quale stato d'animo è riassunto dall'evangelista con quelle generiche parole: Da questo (momento) Pilato cercava di dimetterlo (Giov., 19, 2). Gli accusatori intravidero il pericolo, e per scongiurarlo ricorsero a un argomento che non poteva non essere efficacissimo sul procuratore; si dettero cioè a gridargli: Se dimetti costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re, contraddice a Cesare!
§ 595. Davanti a quel grido, Pilato, uomo di carne ed ossa, magistrato romano ignaro di qualunque preoccupazione religiosa e sollecito soltanto della sua posizione a Roma e della sua carriera politica, non poteva rimaner titubante ancora per lungo tempo; tuttavia non era ancora disposto a cedere. Seccatissimo di vedersi sempre più sopraffatto dai quei suoi odiati sottoposti che strillavano come scimmie, irritato da tutto lo svolgimento del processo, sperò ancora una volta nell'ignoto e volle affrontare direttamente la conclusione del processo parlamentando di nuovo con gli accusatori. Poco prima essi avevano minacciato di considerarlo come favoreggiatore di empi e sacrileghi se avesse liberato Gesù. Ma l'imputato non si era forse proclamato re spirituale degli accusatori stessi? Egli, governatore politico, non voleva entrare in questioni religiose; ma punto per questa ragione non poteva agire contro chi si attribuiva una sovreminenza che non aveva nulla di politico ed era puramente religiosa. Sapeva forse egli se, dietro l'imputato, non venisse una lunga schiera di seguaci una specie di confraternita come quella degli Esseni (§ 44) - dispostissmi ad accettare quella sua regalità religiosa? Poteva egli uccidere il capo di una confraternita puramente religiosa e poi mettersi a perseguitare tutti i membri? No: egli, da magistrato laico neutrale, era in obbligo di rispettare e di far rispettare la regalità religiosa dell'imputato. Quest'argomento, nel pensiero di Pilato, poteva ancor salvare Gesù, ed egli vi fece ricorso come all'ultima speranza. Era l'ora quasi sesta (Giov., 19, 14), ossia un poco prima del nostro mezzogiorno. Prevedendo di venire a una conclusione e di pronunziare la sentenza finale, Pilato fece impiantare fuori del Lithostrotos, alla presenza degli accusatori, il suo “tribunale” con il seggio curule (§ 577); quindi uscì fuori conducendosi appresso l'imputato, e seduto che fu sul seggio curule riapri la discussione. Additando Gesu', egli esclamò: Ecco il vostro re! Che pensavano gli accusatori di questa regalità dell'imputato? Regalità politica certamente non era, come risultava indubbiamente al magistrato che se ne intendeva. Era regalità religiosa? Di ciò Pilato non s'intendeva e non voleva immischiarvisi. Gli rispondessero quindi gli accusatori. Le parole del procuratore sonarono per la folla come un sarcasmo; tutti risposero a gran voce: Togli via! Togli via! Crocifiggilo! Pilato insistette: Crocifiggerò il vostro re? La risposta questa volta fu data, come espressamente ricorda l'evangelista testimone, dai sommi sacerdoti i quali gridarono: Non abbiamo re se non Cesare! Pilato si vide allora chiusa anche l'ultima strada. La regalità dell'imputato non poteva essere presa suI serio né dal magistrato né dagli accusatori. Costoro, e precisamente i più insigni fra essi, non riconoscevano alcuna regalità a Gesù e proclamavano di avere per re unico ed esclusivo il Cesare di Roma: evidentemente il rappresentante del Cesare di Roma non poteva esprimere un parere diverso, come per non urtare i sentimenti religiosi degli accusatori doveva crocifiggere quel falso re. Tale, a un dipresso, fu il ragionamento che Pilato dovette fare dentro di sé: e allora, conclude l'evangelista, egli lo consegnò loro affinché fosse crocifisso.
§ 596. Finalmente gli accusatori furono appagati; ma fu appagato anche un loro voto a cui li per li non dettero molto peso, sebbene storicamente avesse quasi tanta importanza quanto il loro precedente voto che il sangue di Gesù ricadesse sui lontani figli (§ 589). Per riuscire nel loro intento essi proclamarono di non aver re se non Cesare: e ciò proclamarono precisamente i sommi sacerdoti, i quali conoscevano le sacre Scritture ebraiche, e senza dubbio avevano letto ivi con quanta “gelosia” il Dio Jahvè teneva ad essere l'unico re di Israele e con quanta ritrosia aveva tollerato che fosse eletto un uomo come primo re israelita nella persona di Saul (I Samuele,8); adesso invece quei rappresentanti ufficiali d'Israele, non solo non pensarono affatto al loro re divino, non solo non si rammentarono dei loro antichi re umani o dei loro superstiti discendenti, ma entusiasticamente proclamarono loro re colui che si chiamava Tiberio Claudio Nerone Giulio Cesare, straniero di razza, incirconciso di carne, idolatra di spirito. Ebbene, furono appagati anche in questo: ebbero effettivamente per re Tiberio e i suoi successori, i quali però esercitarono in pieno la loro sovranità solo un quarantennio più tardi, allorché distrussero per sempre il Tempio, la città, e la nazione di cotesti loro sudditi. Lo storico odierno farà bene a riflettere anche su questi avvenimenti, tanto più che sono tali realtà storiche da non poter essere richiamate in dubbio da nessuna teoria critica.
----------
Nessun commento:
Posta un commento
Comunque tu sia arrivato fino qui, un tuo commento è gradito, si può dissentire ma non aggredire, la costruzione è preferita alla distruzione..