+ Dal Vangelo secondo Matteo (1,1-16.18-23)
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia. Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio con noi.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Sono due i Vangeli che si occupano della Natività di Gesù: Matteo e Luca. Oggi meditiamo il racconto di Matteo, con la rivelazione dell’Angelo a Giuseppe, uomo giusto e buono, designato dalla Santissima Trinità a diventare Padre putativo del Figlio di Dio.
Non è stata facile l’accettazione di Giuseppe, soprattutto dopo avere visto Maria incinta.
Della Madonna si comincia a parlare nei Vangeli da questo punto in poi, non rivelano nulla della sua nascita e della sua infanzia. Non c’era motivo di conoscerlo, bisogna focalizzare la mente e il cuore sull’Uomo Gesù, ed è importante conoscere la sua Natività e il fatto saliente della sua infanzia. La Madonna stessa vuole che conosciamo suo Figlio, a cominciare da quando era Bambino.
Oggi però ricordiamo la Natività della Madre di Dio, e diverse rivelazioni ai grandi mistici ci hanno fatto conoscere particolari molto belli, ed è un facile esercizio pensare a Maria Santissima neonata e già Piena di Grazia, Piena dello Spirito di Dio, perché preservata dal peccato originale. Un dono unico, riservato solamente a Colei che avrebbe dato un Corpo e il Sangue a Dio incarnato. Gesù ha ricevuto un Corpo e il Sangue dalla Vergine Maria.
Ella praticò in modo eroico tutte le virtù fin da subito, ancora neonata aveva dei doni di conoscenza e di intelligenza soprannaturali. Potrebbe sembrare difficile ma non lo è: cosa è impossibile a Dio? Anche se neonata e ancora non parlava, comprendeva tutto e già vedeva schiere di Angeli che La osannavano perché era la loro Regina. Dio ha preparato la Madonna in vista del Figlio, per questo chi conosce Maria incontra Gesù.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto
CIAO A TE !!
Nulla è più urgente nel mondo d'oggi di proclamare Cristo alle genti. Chiunque tu sia, puoi, se vuoi, lasciare un tuo contributo, piccolo o grande che sia, per dire, comunicare, annunciare la persona di Gesù Cristo, unico nostro salvatore. Uno speciale benvenuto a LADYBUG che si è aggiunta di recente ai sostenitori ! *************************************************** Questo blog è sotto la protezione di N.S. Gesù Cristo e della SS Vergine Maria, Sua Madre ed ha come unica ragione di esistere di fornire un contributo, sia pure piccolo ed umile, alla crescita della loro Gloria. ***************************************************
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giovedì 8 settembre 2011
mercoledì 7 settembre 2011
1090 - Udienza di Benedetto XVI del 7/9/2011 (salmo 3)
Cari fratelli e sorelle,
riprendiamo oggi le Udienze in Piazza San Pietro e, nella “scuola della preghiera” che stiamo vivendo insieme in queste Catechesi del mercoledì, vorrei iniziare a meditare su alcuni Salmi, che, come dicevo nel giugno scorso, formano il “libro di preghiera” per eccellenza. Il primo Salmo su cui mi soffermo è un Salmo di lamento e di supplica pervaso di profonda fiducia, in cui la certezza della presenza di Dio fonda la preghiera che scaturisce da una condizione di estrema difficoltà in cui si trova l’orante. Si tratta del Salmo 3, riferito dalla tradizione ebraica a Davide nel momento in cui fugge dal figlio Assalonne (cfr v. 1): è uno degli episodi più drammatici e sofferti nella vita del re, quando suo figlio usurpa il suo trono regale e lo costringe a lasciare Gerusalemme per salvarsi la vita (cfr 2Sam 15ss). La situazione di pericolo e di angoscia sperimentata da Davide fa dunque da sottofondo a questa preghiera e aiuta a comprenderla, presentandosi come la situazione tipica in cui un tale Salmo può essere recitato. Nel grido del Salmista, ogni uomo può riconoscere quei sentimenti di dolore, di amarezza e insieme di fiducia in Dio che, secondo la narrazione biblica, avevano accompagnato la fuga di Davide dalla sua città. Il Salmo inizia con un’invocazione al Signore:
«Signore, quanti sono i miei avversari!
Molti contro di me insorgono.
Molti dicono della mia vita:
“Per lui non c’è salvezza in Dio!”» (vv. 2-3).
La descrizione che l’orante fa della sua situazione è quindi segnata da toni fortemente drammatici. Per tre volte si ribadisce l’idea di moltitudine - “numerosi”, “molti”, “tanti” - che nel testo originale è detta con la stessa radice ebraica, così da sottolineare ancora di più l’enormità del pericolo, in modo ripetitivo, quasi martellante. Questa insistenza sul numero e la grandezza dei nemici serve a esprimere la percezione, da parte del Salmista, dell’assoluta sproporzione esistente tra lui e i suoi persecutori, una sproporzione che giustifica e fonda l’urgenza della sua richiesta di aiuto: gli oppressori sono tanti, prendono il sopravvento, mentre l’orante è solo e inerme, in balìa dei suoi aggressori. Eppure, la prima parola che il Salmista pronuncia è “Signore”; il suo grido inizia con l’invocazione a Dio. Una moltitudine incombe e insorge contro di lui, generando una paura che ingigantisce la minaccia facendola apparire ancora più grande e terrificante; ma l’orante non si lascia vincere da questa visione di morte, mantiene saldo il rapporto con il Dio della vita e a Lui per prima cosa si rivolge, in cerca di aiuto. Però i nemici tentano anche di spezzare questo legame con Dio e di incrinare la fede della loro vittima. Essi insinuano che il Signore non può intervenire, affermano che neppure Dio può salvarlo. L’aggressione quindi non è solo fisica, ma tocca la dimensione spirituale: “il Signore non può salvarlo” - dicono -, il nucleo centrale dell’animo del Salmista va aggredito. È l’estrema tentazione a cui il credente è sottoposto, è la tentazione di perdere la fede, la fiducia nella vicinanza di Dio. Il giusto supera l'ultima prova, resta saldo nella fede e nella certezza della verità e nella piena fiducia in Dio, e proprio così trova la vita e la verità. Mi sembra che qui il Salmo ci tocchi molto personalmente: in tanti problemi siamo tentati di pensare che forse anche Dio non mi salva, non mi conosce, forse non ne ha possibilità; la tentazione contro la fede è l'ultima aggressione del nemico, e a questo dobbiamo resistere così troviamo Dio e troviamo la vita.
L'orante del nostro Salmo è quindi chiamato a rispondere con la fede agli attacchi degli empi: i nemici – come ho detto - negano che Dio possa aiutarlo, egli invece Lo invoca, Lo chiama per nome, “Signore”, e poi si rivolge a Lui con un “tu” enfatico, che esprime una rapporto saldo, solido, e racchiude in sé la certezza della risposta divina:
«Ma tu sei mio scudo Signore,
sei la mia gloria e tieni alta la mia testa.
A gran voce grido al Signore
ed egli mi risponde dalla sua santa montagna» (vv. 4-5)
La visione dei nemici ora scompare, non hanno vinto perché chi crede in Dio è sicuro che Dio è il suo amico: resta solo il “Tu” di Dio, ai “molti” si contrappone ora uno solo, ma molto più grande e potente di molti avversari. Il Signore è aiuto, difesa, salvezza; come scudo protegge chi si affida a Lui, e gli fa sollevare la testa, nel gesto di trionfo e di vittoria. L’uomo non è più solo, i nemici non sono imbattibili come sembravano, perché il Signore ascolta il grido dell’oppresso e risponde dal luogo della sua presenza, dal suo monte santo. L’uomo grida, nell’angoscia, nel pericolo, nel dolore; l’uomo chiede aiuto, e Dio risponde. Questo intrecciarsi di grido umano e risposta divina è la dialettica della preghiera e la chiave di lettura di tutta la storia della salvezza. Il grido esprime il bisogno di aiuto e si appella alla fedeltà dell’altro; gridare vuol dire porre un gesto di fede nella vicinanza e nella disponibilità all’ascolto di Dio. La preghiera esprime la certezza di una presenza divina già sperimentata e creduta, che nella risposta salvifica di Dio si manifesta in pienezza. Questo è rilevante: che nella nostra preghiera sia importante, presente, la certezza della presenza di Dio. Così, il Salmista, che si sente assediato dalla morte, confessa la sua fede nel Dio della vita che, come scudo, lo avvolge all’intorno con una protezione invulnerabile; chi pensava di essere ormai perduto può sollevare il capo, perché il Signore lo salva; l’orante, minacciato e schernito, è nella gloria, perché Dio è la sua gloria.
La risposta divina che accoglie la preghiera dona al Salmista una sicurezza totale; è finita anche la paura, e il grido si acquieta nella pace, in una profonda tranquillità interiore:
«Io mi corico, mi addormento e mi risveglio:
il Signore mi sostiene.
Non temo la folla numerosa
che intorno a me si è accampata» (vv. 6-7)
L’orante, pur in mezzo al pericolo e alla battaglia, può addormentarsi tranquillo, in un inequivocabile atteggiamento di abbandono fiducioso. Intorno a lui gli avversari si accampano, lo assediano, sono tanti, si ergono contro di lui, lo deridono e tentano di farlo cadere, ma egli invece si corica e dorme tranquillo e sereno, sicuro della presenza di Dio. E al risveglio, trova Dio ancora accanto a sé, come custode che non dorme (cfr Sal 121,3-4), che lo sostiene, lo tiene per mano, non lo abbandona mai. La paura della morte è vinta dalla presenza di Colui che non muore. E proprio la notte, popolata di timori atavici, la notte dolorosa della solitudine e dell’attesa angosciata, ora si trasforma: ciò che evoca la morte diventa presenza dell’Eterno.
Alla visibilità dell’assalto nemico, massiccio, imponente, si contrappone l’invisibile presenza di Dio, con tutta la sua invincibile potenza. Ed è a Lui che di nuovo il Salmista, dopo le sue espressioni di fiducia, rivolge la preghiera:
«Sorgi, Signore! Salvami, Dio mio!» (v. 8a)
Gli aggressori “si innalzavano” (cfr v. 2) contro la loro vittima, chi invece “si alzerà” è il Signore, e sarà per abbatterli. Dio lo salverà, rispondendo al suo grido. Perciò il Salmo si chiude con la visione della liberazione dal pericolo che uccide e dalla tentazione che può far perire. Dopo la richiesta rivolta al Signore di alzarsi a salvare, l’orante descrive la vittoria divina: i nemici che, con la loro ingiusta e crudele oppressione, sono simbolo di tutto ciò che si oppone a Dio e al suo piano di salvezza vengono sconfitti. Colpiti alla bocca, non potranno più aggredire con la loro distruttiva violenza e non potranno più insinuare il male del dubbio nella presenza e nell’azione di Dio: il loro parlare insensato e blasfemo è definitivamente smentito e ridotto al silenzio dall’intervento salvifico del Signore (cfr v. 8bc). Così, il Salmista può concludere la sua preghiera con una frase dalle connotazioni liturgiche che celebra, nella gratitudine e nella lode, il Dio della vita:
«La salvezza viene dal Signore, sul tuo popolo la tua benedizione» (v. 9).
Cari fratelli e sorelle, il Salmo 3 ci ha presentato una supplica piena di fiducia e di consolazione. Pregando questo Salmo, possiamo fare nostri i sentimenti del Salmista, figura del giusto perseguitato che trova in Gesù il suo compimento. Nel dolore, nel pericolo, nell’amarezza dell’incomprensione e dell’offesa, le parole del Salmo aprono il nostro cuore alla certezza confortante della fede. Dio è sempre vicino - anche nelle difficoltà, nei problemi, nelle oscurità della vita - ascolta, risponde e salva nel suo modo. Ma bisogna saper riconoscere la sua presenza e accettare le sue vie, come Davide nella sua fuga umiliante dal figlio Assalonne, come il giusto perseguitato del Libro della Sapienza e, ultimamente e compiutamente, come il Signore Gesù sul Golgota. E quando, agli occhi degli empi, Dio sembra non intervenire e il Figlio muore, proprio allora si manifesta, per tutti i credenti, la vera gloria e la definitiva realizzazione della salvezza. Che il Signore ci doni fede, venga in aiuto della nostra debolezza e ci renda capaci di credere e di pregare in ogni angoscia, nelle notti dolorose del dubbio e nei lunghi giorni del dolore, abbandonandoci con fiducia a Lui, che è nostro “scudo” e nostra “gloria”. Grazie.
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riprendiamo oggi le Udienze in Piazza San Pietro e, nella “scuola della preghiera” che stiamo vivendo insieme in queste Catechesi del mercoledì, vorrei iniziare a meditare su alcuni Salmi, che, come dicevo nel giugno scorso, formano il “libro di preghiera” per eccellenza. Il primo Salmo su cui mi soffermo è un Salmo di lamento e di supplica pervaso di profonda fiducia, in cui la certezza della presenza di Dio fonda la preghiera che scaturisce da una condizione di estrema difficoltà in cui si trova l’orante. Si tratta del Salmo 3, riferito dalla tradizione ebraica a Davide nel momento in cui fugge dal figlio Assalonne (cfr v. 1): è uno degli episodi più drammatici e sofferti nella vita del re, quando suo figlio usurpa il suo trono regale e lo costringe a lasciare Gerusalemme per salvarsi la vita (cfr 2Sam 15ss). La situazione di pericolo e di angoscia sperimentata da Davide fa dunque da sottofondo a questa preghiera e aiuta a comprenderla, presentandosi come la situazione tipica in cui un tale Salmo può essere recitato. Nel grido del Salmista, ogni uomo può riconoscere quei sentimenti di dolore, di amarezza e insieme di fiducia in Dio che, secondo la narrazione biblica, avevano accompagnato la fuga di Davide dalla sua città. Il Salmo inizia con un’invocazione al Signore:
«Signore, quanti sono i miei avversari!
Molti contro di me insorgono.
Molti dicono della mia vita:
“Per lui non c’è salvezza in Dio!”» (vv. 2-3).
La descrizione che l’orante fa della sua situazione è quindi segnata da toni fortemente drammatici. Per tre volte si ribadisce l’idea di moltitudine - “numerosi”, “molti”, “tanti” - che nel testo originale è detta con la stessa radice ebraica, così da sottolineare ancora di più l’enormità del pericolo, in modo ripetitivo, quasi martellante. Questa insistenza sul numero e la grandezza dei nemici serve a esprimere la percezione, da parte del Salmista, dell’assoluta sproporzione esistente tra lui e i suoi persecutori, una sproporzione che giustifica e fonda l’urgenza della sua richiesta di aiuto: gli oppressori sono tanti, prendono il sopravvento, mentre l’orante è solo e inerme, in balìa dei suoi aggressori. Eppure, la prima parola che il Salmista pronuncia è “Signore”; il suo grido inizia con l’invocazione a Dio. Una moltitudine incombe e insorge contro di lui, generando una paura che ingigantisce la minaccia facendola apparire ancora più grande e terrificante; ma l’orante non si lascia vincere da questa visione di morte, mantiene saldo il rapporto con il Dio della vita e a Lui per prima cosa si rivolge, in cerca di aiuto. Però i nemici tentano anche di spezzare questo legame con Dio e di incrinare la fede della loro vittima. Essi insinuano che il Signore non può intervenire, affermano che neppure Dio può salvarlo. L’aggressione quindi non è solo fisica, ma tocca la dimensione spirituale: “il Signore non può salvarlo” - dicono -, il nucleo centrale dell’animo del Salmista va aggredito. È l’estrema tentazione a cui il credente è sottoposto, è la tentazione di perdere la fede, la fiducia nella vicinanza di Dio. Il giusto supera l'ultima prova, resta saldo nella fede e nella certezza della verità e nella piena fiducia in Dio, e proprio così trova la vita e la verità. Mi sembra che qui il Salmo ci tocchi molto personalmente: in tanti problemi siamo tentati di pensare che forse anche Dio non mi salva, non mi conosce, forse non ne ha possibilità; la tentazione contro la fede è l'ultima aggressione del nemico, e a questo dobbiamo resistere così troviamo Dio e troviamo la vita.
L'orante del nostro Salmo è quindi chiamato a rispondere con la fede agli attacchi degli empi: i nemici – come ho detto - negano che Dio possa aiutarlo, egli invece Lo invoca, Lo chiama per nome, “Signore”, e poi si rivolge a Lui con un “tu” enfatico, che esprime una rapporto saldo, solido, e racchiude in sé la certezza della risposta divina:
«Ma tu sei mio scudo Signore,
sei la mia gloria e tieni alta la mia testa.
A gran voce grido al Signore
ed egli mi risponde dalla sua santa montagna» (vv. 4-5)
La visione dei nemici ora scompare, non hanno vinto perché chi crede in Dio è sicuro che Dio è il suo amico: resta solo il “Tu” di Dio, ai “molti” si contrappone ora uno solo, ma molto più grande e potente di molti avversari. Il Signore è aiuto, difesa, salvezza; come scudo protegge chi si affida a Lui, e gli fa sollevare la testa, nel gesto di trionfo e di vittoria. L’uomo non è più solo, i nemici non sono imbattibili come sembravano, perché il Signore ascolta il grido dell’oppresso e risponde dal luogo della sua presenza, dal suo monte santo. L’uomo grida, nell’angoscia, nel pericolo, nel dolore; l’uomo chiede aiuto, e Dio risponde. Questo intrecciarsi di grido umano e risposta divina è la dialettica della preghiera e la chiave di lettura di tutta la storia della salvezza. Il grido esprime il bisogno di aiuto e si appella alla fedeltà dell’altro; gridare vuol dire porre un gesto di fede nella vicinanza e nella disponibilità all’ascolto di Dio. La preghiera esprime la certezza di una presenza divina già sperimentata e creduta, che nella risposta salvifica di Dio si manifesta in pienezza. Questo è rilevante: che nella nostra preghiera sia importante, presente, la certezza della presenza di Dio. Così, il Salmista, che si sente assediato dalla morte, confessa la sua fede nel Dio della vita che, come scudo, lo avvolge all’intorno con una protezione invulnerabile; chi pensava di essere ormai perduto può sollevare il capo, perché il Signore lo salva; l’orante, minacciato e schernito, è nella gloria, perché Dio è la sua gloria.
La risposta divina che accoglie la preghiera dona al Salmista una sicurezza totale; è finita anche la paura, e il grido si acquieta nella pace, in una profonda tranquillità interiore:
«Io mi corico, mi addormento e mi risveglio:
il Signore mi sostiene.
Non temo la folla numerosa
che intorno a me si è accampata» (vv. 6-7)
L’orante, pur in mezzo al pericolo e alla battaglia, può addormentarsi tranquillo, in un inequivocabile atteggiamento di abbandono fiducioso. Intorno a lui gli avversari si accampano, lo assediano, sono tanti, si ergono contro di lui, lo deridono e tentano di farlo cadere, ma egli invece si corica e dorme tranquillo e sereno, sicuro della presenza di Dio. E al risveglio, trova Dio ancora accanto a sé, come custode che non dorme (cfr Sal 121,3-4), che lo sostiene, lo tiene per mano, non lo abbandona mai. La paura della morte è vinta dalla presenza di Colui che non muore. E proprio la notte, popolata di timori atavici, la notte dolorosa della solitudine e dell’attesa angosciata, ora si trasforma: ciò che evoca la morte diventa presenza dell’Eterno.
Alla visibilità dell’assalto nemico, massiccio, imponente, si contrappone l’invisibile presenza di Dio, con tutta la sua invincibile potenza. Ed è a Lui che di nuovo il Salmista, dopo le sue espressioni di fiducia, rivolge la preghiera:
«Sorgi, Signore! Salvami, Dio mio!» (v. 8a)
Gli aggressori “si innalzavano” (cfr v. 2) contro la loro vittima, chi invece “si alzerà” è il Signore, e sarà per abbatterli. Dio lo salverà, rispondendo al suo grido. Perciò il Salmo si chiude con la visione della liberazione dal pericolo che uccide e dalla tentazione che può far perire. Dopo la richiesta rivolta al Signore di alzarsi a salvare, l’orante descrive la vittoria divina: i nemici che, con la loro ingiusta e crudele oppressione, sono simbolo di tutto ciò che si oppone a Dio e al suo piano di salvezza vengono sconfitti. Colpiti alla bocca, non potranno più aggredire con la loro distruttiva violenza e non potranno più insinuare il male del dubbio nella presenza e nell’azione di Dio: il loro parlare insensato e blasfemo è definitivamente smentito e ridotto al silenzio dall’intervento salvifico del Signore (cfr v. 8bc). Così, il Salmista può concludere la sua preghiera con una frase dalle connotazioni liturgiche che celebra, nella gratitudine e nella lode, il Dio della vita:
«La salvezza viene dal Signore, sul tuo popolo la tua benedizione» (v. 9).
Cari fratelli e sorelle, il Salmo 3 ci ha presentato una supplica piena di fiducia e di consolazione. Pregando questo Salmo, possiamo fare nostri i sentimenti del Salmista, figura del giusto perseguitato che trova in Gesù il suo compimento. Nel dolore, nel pericolo, nell’amarezza dell’incomprensione e dell’offesa, le parole del Salmo aprono il nostro cuore alla certezza confortante della fede. Dio è sempre vicino - anche nelle difficoltà, nei problemi, nelle oscurità della vita - ascolta, risponde e salva nel suo modo. Ma bisogna saper riconoscere la sua presenza e accettare le sue vie, come Davide nella sua fuga umiliante dal figlio Assalonne, come il giusto perseguitato del Libro della Sapienza e, ultimamente e compiutamente, come il Signore Gesù sul Golgota. E quando, agli occhi degli empi, Dio sembra non intervenire e il Figlio muore, proprio allora si manifesta, per tutti i credenti, la vera gloria e la definitiva realizzazione della salvezza. Che il Signore ci doni fede, venga in aiuto della nostra debolezza e ci renda capaci di credere e di pregare in ogni angoscia, nelle notti dolorose del dubbio e nei lunghi giorni del dolore, abbandonandoci con fiducia a Lui, che è nostro “scudo” e nostra “gloria”. Grazie.
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1089 - Commento al Vangelo di oggi 7/9/2010
+ Dal Vangelo secondo Luca (6,20-26)
In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Quando Gesù pronunciò le Beatitudini sul Monte poi chiamato con lo stesso nome, era presente Matteo e non Luca. Il testimone ha ascoltato direttamente dalla bocca di Gesù le otto Beatitudini pronunciate con voce ferma e penetrante. Non trascrive i “guai”, è Luca a riportare quattro invettive che sono anche una consolazione per i deboli.
Non si gioisce dei quattro “guai” diretti a quanti calpestano le leggi morali.
Sono certamente quattro avvisi molto seri e che spiegano la differenza tra la volontà di Dio e la ricerca umana del piacere a tutti i costi. Per l’uomo è naturale cacciarsi nei guai, cercare di soddisfare i propri istinti senza pensare ai danni che ne seguono e senza curarsi della condizione miserevole in cui si vengono a trovare.
Se conosciamo la sorte dei Beati dal racconto più ampio e famoso di San Matteo, meno conosciuti sono i “guai” descritti da San Luca.
“Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione”. Per molti ricchi l’unica gioia della vita è il denaro, i beni materiali, lo stesso ricordo delle ricchezze. Ripongono in esse tutte le speranze, mentre i loro cuori si induriscono giorno dopo giorno peggio del granito. Ho scritto molte volte che non è la ricchezza il problema o comunque non direttamente, è la debolezza della persona che innalza ad idolo assoluto il denaro e tutto ciò che ne segue.
“Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame”. La persona “sazia” dei piaceri della vita e dell’impostazione della sua vita, si illude di avere appagato tutte le possibili esigenze umane. Si considera sazia di gioie false e immaginarie, e tutta questa struttura debole cadrà non appena una grande sofferenza la colpirà in pieno. Si accorgerà che era sazia di illusione ottica e mentale.
“Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete”. Molte persone prive di autocontrollo e di un pizzico di serietà, provano grande piacere quando qualcuno soffre o si trova in difficoltà. L’ipocrisia è un’arte facile da imparare, sono i più ricchi ad usarla con maggiore capacità. Ma chi ride delle disgrazie altrui, si vedrà arrivare improvvisamente una botta che arrecherà molto dolore. E piangeranno.
“Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi”. È un po’ difficile che questo accada, però succede. C’è da fare una precisazione molto importante. Per esempio il Cardinale Tettamanzi si è schierato a favore del comunista Pisapia, calpestando in un sol colpo il Vangelo di Gesù e quella Fede che gli rimaneva. Chiaramente i cattolici coerenti e veri seguaci di Gesù, quelli che conoscono il Vangelo e lo osservano, non potevano assolutamente accettare la sua scelta, il suo tradimento verso la dottrina sociale della Chiesa. Invece, i non credenti (atei e altri) hanno gioito e festeggiato Tettamanzi, tutti ne parlavano benissimo e lo elogiavano. Quindi, è gravissimo quando i non credenti e le persone poco cristiane, parlano bene di un cristiano, in questo caso di Tettamanzi. Vuol dire che ha tradito Gesù e la sua Chiesa.
È un guaio immenso quando tutti gli atei e i credenti incerti elogiano un Cardinale cattolico. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Quando Gesù pronunciò le Beatitudini sul Monte poi chiamato con lo stesso nome, era presente Matteo e non Luca. Il testimone ha ascoltato direttamente dalla bocca di Gesù le otto Beatitudini pronunciate con voce ferma e penetrante. Non trascrive i “guai”, è Luca a riportare quattro invettive che sono anche una consolazione per i deboli.
Non si gioisce dei quattro “guai” diretti a quanti calpestano le leggi morali.
Sono certamente quattro avvisi molto seri e che spiegano la differenza tra la volontà di Dio e la ricerca umana del piacere a tutti i costi. Per l’uomo è naturale cacciarsi nei guai, cercare di soddisfare i propri istinti senza pensare ai danni che ne seguono e senza curarsi della condizione miserevole in cui si vengono a trovare.
Se conosciamo la sorte dei Beati dal racconto più ampio e famoso di San Matteo, meno conosciuti sono i “guai” descritti da San Luca.
“Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione”. Per molti ricchi l’unica gioia della vita è il denaro, i beni materiali, lo stesso ricordo delle ricchezze. Ripongono in esse tutte le speranze, mentre i loro cuori si induriscono giorno dopo giorno peggio del granito. Ho scritto molte volte che non è la ricchezza il problema o comunque non direttamente, è la debolezza della persona che innalza ad idolo assoluto il denaro e tutto ciò che ne segue.
“Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame”. La persona “sazia” dei piaceri della vita e dell’impostazione della sua vita, si illude di avere appagato tutte le possibili esigenze umane. Si considera sazia di gioie false e immaginarie, e tutta questa struttura debole cadrà non appena una grande sofferenza la colpirà in pieno. Si accorgerà che era sazia di illusione ottica e mentale.
“Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete”. Molte persone prive di autocontrollo e di un pizzico di serietà, provano grande piacere quando qualcuno soffre o si trova in difficoltà. L’ipocrisia è un’arte facile da imparare, sono i più ricchi ad usarla con maggiore capacità. Ma chi ride delle disgrazie altrui, si vedrà arrivare improvvisamente una botta che arrecherà molto dolore. E piangeranno.
“Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi”. È un po’ difficile che questo accada, però succede. C’è da fare una precisazione molto importante. Per esempio il Cardinale Tettamanzi si è schierato a favore del comunista Pisapia, calpestando in un sol colpo il Vangelo di Gesù e quella Fede che gli rimaneva. Chiaramente i cattolici coerenti e veri seguaci di Gesù, quelli che conoscono il Vangelo e lo osservano, non potevano assolutamente accettare la sua scelta, il suo tradimento verso la dottrina sociale della Chiesa. Invece, i non credenti (atei e altri) hanno gioito e festeggiato Tettamanzi, tutti ne parlavano benissimo e lo elogiavano. Quindi, è gravissimo quando i non credenti e le persone poco cristiane, parlano bene di un cristiano, in questo caso di Tettamanzi. Vuol dire che ha tradito Gesù e la sua Chiesa.
È un guaio immenso quando tutti gli atei e i credenti incerti elogiano un Cardinale cattolico. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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martedì 6 settembre 2011
1088 - Commento al Vangelo di oggi 6/9/2010
+ Dal Vangelo secondo Luca (6,12-19)
In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Gesù sceglie i Dodici dopo avere trascorso una notte in preghiera. Tutte le iniziative importanti sono precedute da molta preghiera e la scelta dei Dodici non poteva certo avvenire a caso, non esiste il caso nella Santissima Trinità.
Dopo la sostituzione del traditore, i Dodici hanno portato l’annuncio del Vangelo in ogni parte del mondo antico, hanno parlato della misericordia di Gesù che vuole salvare tutti, delle virtù da praticare e dei vizi da vincere, di una vita onesta e saggia. Sono stati maestri del Vangelo, anche i loro seguaci hanno annunciato la Parola di Dio che salva l’umanità dal fallimento esistenziale.
In questi nostri tempi c’è stato l’avvento di molti maestri indegni, intendo cantanti, attori, calciatori e affini, cattivi maestri di ogni cosa nobile. D’altronde, quasi tutti sono gasati per la notorietà e la ricchezza, fattori che li illudono di poter pontificare su tutto, nonostante l’incapacità di affrontare le problematiche con saggezza.
La loro saggezza è la stravagante convinzione di essere idoli.
Anche se sono i loro fan a eleggerli a idoli, loro non fanno nulla per riposizionarsi nei posti che meritano: a terra. Sono idoli che devastano la spiritualità cristiana perché ogni loro parola e ogni gesto è sempre in opposizione alla morale cristiana. Sono idoli che non hanno nulla da insegnare, tranne la corruzione e l’immoralità.
Certamente non tutti gli artisti sono messi così male, la quasi totalità sì.
Ieri ho letto alcune esternazioni di Vasco Rossi e ho provato commiserazione per lui. Poveretto, è messo proprio male con la testa. Evidentemente i suoi fan ignorano volutamente le sue bizzarrie, non però un cristiano, chi segue Gesù deve valutare ogni situazione alla luce del Vangelo.
Queste le dichiarazioni del cantante Vasco Rossi: “Se avessi avuto un tumore, non mi sarei curato. Meglio andare ai Caraibi e prendere antidolorifici”.
I medici hanno replicato sdegnati: “È un invito a molti pazienti a non essere trattati ed eventualmente guariti”.
A parte che ai caraibi non possono andare in molti a causa dei costi da affrontare, con le sue parole ha calpestato la dignità della persona umana, considerandola un oggetto inutile e che si getta via. E il corpo non viene considerato tempio dello Spirito Santo.
Dal cantante non mi aspetto nulla di cristiano, tantomeno il rispetto per il corpo, abbia almeno rispetto verso gli altri e di rimanere in rispettoso silenzio per quanti si trovano negli ospedali e lottano contro la morte. Per tutti coloro che non possono permettersi le cure che lui segue periodicamente.
Di cattivi maestri ne esistono molti, di sprovveduti seguaci pure.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Gesù sceglie i Dodici dopo avere trascorso una notte in preghiera. Tutte le iniziative importanti sono precedute da molta preghiera e la scelta dei Dodici non poteva certo avvenire a caso, non esiste il caso nella Santissima Trinità.
Dopo la sostituzione del traditore, i Dodici hanno portato l’annuncio del Vangelo in ogni parte del mondo antico, hanno parlato della misericordia di Gesù che vuole salvare tutti, delle virtù da praticare e dei vizi da vincere, di una vita onesta e saggia. Sono stati maestri del Vangelo, anche i loro seguaci hanno annunciato la Parola di Dio che salva l’umanità dal fallimento esistenziale.
In questi nostri tempi c’è stato l’avvento di molti maestri indegni, intendo cantanti, attori, calciatori e affini, cattivi maestri di ogni cosa nobile. D’altronde, quasi tutti sono gasati per la notorietà e la ricchezza, fattori che li illudono di poter pontificare su tutto, nonostante l’incapacità di affrontare le problematiche con saggezza.
La loro saggezza è la stravagante convinzione di essere idoli.
Anche se sono i loro fan a eleggerli a idoli, loro non fanno nulla per riposizionarsi nei posti che meritano: a terra. Sono idoli che devastano la spiritualità cristiana perché ogni loro parola e ogni gesto è sempre in opposizione alla morale cristiana. Sono idoli che non hanno nulla da insegnare, tranne la corruzione e l’immoralità.
Certamente non tutti gli artisti sono messi così male, la quasi totalità sì.
Ieri ho letto alcune esternazioni di Vasco Rossi e ho provato commiserazione per lui. Poveretto, è messo proprio male con la testa. Evidentemente i suoi fan ignorano volutamente le sue bizzarrie, non però un cristiano, chi segue Gesù deve valutare ogni situazione alla luce del Vangelo.
Queste le dichiarazioni del cantante Vasco Rossi: “Se avessi avuto un tumore, non mi sarei curato. Meglio andare ai Caraibi e prendere antidolorifici”.
I medici hanno replicato sdegnati: “È un invito a molti pazienti a non essere trattati ed eventualmente guariti”.
A parte che ai caraibi non possono andare in molti a causa dei costi da affrontare, con le sue parole ha calpestato la dignità della persona umana, considerandola un oggetto inutile e che si getta via. E il corpo non viene considerato tempio dello Spirito Santo.
Dal cantante non mi aspetto nulla di cristiano, tantomeno il rispetto per il corpo, abbia almeno rispetto verso gli altri e di rimanere in rispettoso silenzio per quanti si trovano negli ospedali e lottano contro la morte. Per tutti coloro che non possono permettersi le cure che lui segue periodicamente.
Di cattivi maestri ne esistono molti, di sprovveduti seguaci pure.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1087 - Vita di Gesù (paragrafo 183-188)
Il censimento di Quirinio
§ 183. Il solo Luca, l'evangelista che ha talune mire di storia universale (§ 141), mette in relazione la nascita di Gesù a Beth-lehem con un censimento ordinato dalle autorità romane in Palestina: questo censimento avrebbe dato occasione a un viaggio di Giuseppe e di Maria a Beth-lebem e alla nascita di Gesù in questa borgata. Ecco il testo di Luca: Avvenne poi in quei giorni che uscì un decreto da Cesare Augusto di censire tutta la (terra) abitata. Questo censimento primo avvenne governando la Siria Cirinio. E tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Salì pertanto anche Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazareth, nella Giudea, nella città di David la quale si chiama Beth-lehem - giacché egli era del casato e della famiglia di David - per farsi censire insieme con Maria, la fidanzata di lui, ch'era gravida. Avvenne poi che, mentre essi erano colà, si compirono i giorni per il suo parto, e partori, ecc. (2, 1-7). Contro questo racconto si sollevano tre principali obiezioni: contro il fatto stesso del censimento; contro la sua possibilità giuridica; e contro la maniera in cui il censimento sarebbe stato compiuto. Contro il fatto stesso si obietta che noi conosciamo bensì' un censimento compiuto nella Giudea da Quirinio (Cirinio), ma esso avvenne negli anni 6-7 dopo Cr., quando Gesù era nato da più di 11 anni; invece nessun documento storico ci attesta che Quirinio abbia compiuto un precedente censimento verso il tempo della nascita di Gesu', cioè prima della morte di Erode, e nei territori di costui. Contro la possibilità giuridica del censimento si obietta che i territori del vivente Erode erano territori di un re “amico e alleato” di Roma (§ 11), e quindi Roma non aveva alcun diritto a farvi censimenti. Diverso fu il caso del censimento compiuto negli anni 6-7 d. Cr., perché in quell'occasione Archelao, figlio di Erode, era stato deposto da Augusto e i suoi territori passavano sotto il dominio diretto di Roma. Contro la maniera seguita nel censimento si obietta che dal racconto di Luca risulta che si sarebbe seguita la maniera giudaica secondo cui i censiti si recavano a iscriversi nei propri luoghi d'origine (§ 240). Ma si ritiene impossibile che le autorità romane, che avevano ordinato il censimento, adottassero quella maniera inusitata abbandonando per essa l'abituale maniera romana, la quale - perseguendo il tributum capitis e il tributum soli - si rifaceva al domicilio attuale dell'individuo e al luogo ove egli aveva possedimenti. Quale fondamento hanno tali obiezioni? Esaminiamo brevemente questa vecchia questione alla sola luce dei documenti storici, e soprattutto la prima e principale obiezione mossa contro il fatto stesso del censimento anteriore alla morte di Erode.
§ 184. Di un censimento da compiersi per ordine di Augusto in tutta la (terra) abitata, ossia praticamente nell'Impero romano, parla esplicitamente il solo Luca. Ciò è vero. Ma se altri documenti non riferiscono esplicitamente ciò che riferisce Luca, non per questo Luca ha torto: l'argomento da silenzio, come tutti sanno, è il più debole e infido che vi sia nel campo storico. Fra gli innumerevoli esempi che si potrebbero addurre, basterà ricordare quello del nostro stesso caso, cioè il censimento fatto da Quirinio in Giudea negli anni 6-7 d. Cr.; il quale censimento è attestato dal solo Flavio Giuseppe, e sebbene mostri qualche incongruenza logica e cronologica, ordinariamente non è richiamato in dubbio. Inoltre, il silenzio da cui si vorrebbe argomentare non è assoluto, e abbiamo molti indizi che c'inducono a supporre un piano di censimento generale. Augusto, eccellente organizzatore ed amministratore, si era creato un vero protocollo personale, quasi uno specchio della forza demografica e finanziaria dell'impero, perché alla sua morte - a detta di Tacito - fu ritrovato un Breviarium Imperii scritto tutto di sua mano nel quale erano indicate tutte le entrate pubbliche, il numero dei cittadini (romani) e degli alleati ch'erano nelle armi, lo stato della flotta, dei regni (alleati), delle province, delle imposte, dei tributi, dei bisogni, e delle largizioni (Annal., I, 11). Ora, tutte queste precise notizie come avrebbe potuto Augusto sapere senza censimenti, computi, investigazioni, o simili procedimenti? E procedimenti di tal genere sono in realtà attestati. Augnsto stesso nel celebre monumentum Ancyranum (ad Ankara) afferma di aver compiuto tre volte il censimento dei cives romani, cioè nel 28 av. Cr., nell'8 av. Cr., e nel 14 d. Cr. È noto altronde che nel 28 av. Cr. furono censite le Gallie, ed è molto probabile che verso lo stesso tempo fosse censita anche la Spagna; inoltre dai papiri recentemente scoperti risulta che in Egitto si eseguivano censimenti periodici alla distanza di 14 anni l'uno dall'altro, e il più antico quasi sicuramente attestato è dell'anno 5-6 d. Cr., a cui seguirono quelli degli anni 19-20, 33-34, 47-48 e cosi' di seguito fino al secolo III. Questi provvedimenti dimostrano che il progetto di un censimento generale doveva essere nei piani di Augusto, sebhene la sua attuazione non fosse simultanea in tutto l'Impero, e che egli l'andava attuando gradualmente già da qualche tempo quando nacque Gesù. Veniamo adesso al Quirinio di Luca.
§ 185. Il senatore P. Sulpicio Quirinio ci è noto anche dagli storici romani. Nato a Lanuvio, vicino a Tuscolo, per la sua intelligente operosità era salito ad alte cariche nell'Impero: aveva governato a Creta ed a Cirene, e impiger militiae et acribus ministeriis, consulatum sub divo Augusto, mox expugnatis per Ciliciam Homonadensium castellis insignia triumphi adeptus, datusque rector Gaio Caesari Armeniam obtinuit (Tacito, Annal., III, 48). Di queste cariche a cui allude Tacito, il consolato è da assegnarsi all'anno 12 av. Cr. e l'assistenza al giovanetto Gaio Cesare, nepote d'Augusto, agli anni 1 av. Cr.-3 dopo Cr. Ma il consolato apriva anche la via alla carica di legatus in una provincia imperiale (§ 20); e di fatti troviamo che Quirinio è al governo della provincia di Siria come legato durante gli anni 6-7 dopo Cr., allorché, deposto Archelao, venne in Giudea ad eseguire insieme col procuratore Coponio il già accennato censimento (§ § 24, 43). Tuttavia questa legazione di Quirinio in Siria non ha alcuna relazione con la nascita di Gesù, giacché non cominciò prima dell'anno 6 dopo Cr., quando cioè Gesù era circa undicenne. Del resto lo stesso Luca mostra di conoscere bene il censimento degli anni 6-7 dopo Cr. e le sue sanguinose conseguenze (cfr. Atti, 5, 37), e quindi sa certamente che quello non può essere il censimento della nascita di Gesù. Vi fu dunque un censimento anteriore a quello degli anni 6-7 d. Cr.? E fu eseguito, anche questo, da Quirinio? Alcuni studiosi, tanto fra protestanti quanto fra cattolici, hanno risposto alle precedenti domande traducendo in maniera particolare il passo di Luca, 2, 2. Noi, sopra (§ 183), l'abbiamo tradotto: Questo censimento primo avvenne governando la Siria Cirinio, ed è la traduzione comune; ma gli accennati studiosi lo traducono: Questo censimento avvenne prima (di quello avvenuto) governando la Siria Cirinio. Con ciò la questione è risolta; il censimento della nascita di Gesù è diverso e anteriore a quello tenuto da Quirinio nel 6-7 d. Cr., sebbene non si dica di quanto tempo anteriore. Questo modo di tradurre l'aggettivo greco dandogli il significato di “anteriore“, « precedente », è certamente possibile, e se ne trovano esempi negli stessi vangeli (cfr. Giovanni, 1, 15. 30; 15,18), oltreché nei papiri e altrove; tuttavia non si può negare che è una traduzione peregrina, e che in realtà è suggerita dal desiderio di evitare la difficoltà storico-cronologica offerta dal passo. Seguendo pertanto la spontanea traduzione comune e affrontando in pieno quella difficoltà, vi sono altri argomenti per risolverla? Affinché Quirinio eseguisse nella Giudea un censimento contemporaneo alla nascita di Gesu', era necessario che egli già in quell'epoca fosse legato in Siria, o almeno vi compisse qualche importante missione investito di speciale autorità. Ebbene, a questo proposito abbiamo testimonianze molto significative.
§ 186. Un'iscrizione frammentaria trovata a Tivoli nel 1764 (oggi al museo Lateranense), confrontata con un iscrizione di Emilio Secondo trovata a Venezia nel 1880, offre sufficiente base per concludere che Quirinio sia stato già una volta legato in Siria in un tempo imprecisato, ma certamente qualche anno prima dell'Era Volgare. Se egli infatti fu console nel 12 av. Cr., questa sua prima legazione di Siria dovrà essere posta senza dubbio dopo questo anno; ma quanto tempo dopo? Un'iscrizione trovata nel 1912 ad Antiochia di Pisidia informa che Quirinio era duumviro onorario di quella colonia romana, e questa onorificenza induce a credere che egli fosse al governo di Siria già nel tempo dell'iscrizione; il quale però non può essere fissato con precisione di anni. D'altra parte circa fra gli anni 9-1 av. Cr. bisogna includere come legati di Siria tre personaggi che Flavio Giuseppe menziona, senza però comunicarci i limiti estremi deI tempo che rimasero in carica. Essi sono M. Tizio, che è menzionato verso l'anno (10) 9 (o anche 8) av. Cr.; Senzio Saturnino che durò dall'8 al 6 av. Cr.; Quintilio Varo che durò dal 6 al 5 av. Cr. Con l'1 av. Cr. è legato di Siria G. Cesare, nepote di Augusto: per gli altri anni di quest'ultimo decennio avanti l'Era Volgare (3-2 av. Cr.), non abbiamo notizie esplicite, le quali pure ci mancano riguardo alla durata di M. Tizio; dunque la prima legazione di Quirinio in Siria può essere avvenuta in uno di questi due interstizii, o nel 3-2 av. Cr., oppure subito prima o subito dopo la legazione di M. Tizio, cioè dopo l'anno 12 av. Cr. in cui Quirinio fu console, ma prima dell'8 in cui legato di Siria fu Saturnino. Se si suppone che Quirinio fu legato negli anni 3-2 av. Cr., la questione del censimento non è ancora risolta, perché Gesù è nato prima del 4 av. Cr. Resta dunque l'altro interstizio fra gli anni 12-8 av. Cr., che bisogna tener presente come una possibilità. Ma riguardo allo stesso Quirinio abbiamo un'altra notizia che potrebbe offrire una risoluzione diversa in tutto il problema. La campagna contro gli Omonadensi accennata testé fugacemente da Tacito è confermata e presentata più ampiamente da Strabone (XII, 6, 5), il quale comunica che Quirinio intraprese questa campagna per vendicare la morte del re Aminta ucciso dagli Omonadensi, briganti della Cilicia; poiché la Cilicia dipendeva dalla provincia di Siria, torna di nuovo la conclusione che Quirinio, conducendo questa campagna, o era legato di Siria o vi godeva di speciale autorità per gli scopi della campagna. Quando avvenne però questa campagna? Una risposta sicura anche qui non possiamo darla con notevole probabilità, sebbene non con certezza, si può supporre che avvenisse tra gli anni 10 e 6 av. Cr. Un ultimo dato, negativo ma importante, è offerto incidentalmente da Tertulliano. Questo eccellente giurista, ch'era benissimo in grado di conoscere i documenti anagrafici romani, rinvia con sicurezza al censimento fatto sotto Augusto in Giudea da Senzio Saturnino come a quello da cui risulta la nascita di Gesù: Sed et census constat actos sub Augusto tune in ludea per Sentium Saturninum, apud quos genus eius inquirere potuissent (Adv. Marcion., rv, 19). La menzione qui di Saturnino invece che di Quirinio è assolutamente inaspettata, e già per questo mostra che Tertulliano non dipende da Luca bensì attinge la sua notizia da documenti dell'Impero, forse ufficiali; e il valore della notizia, sebbene negativo, è grandissimo, perché già vedemmo che Saturnino fu legato in Siria poco prima o poco dopo Quirinio.
§ 187. Esaminati fin qui tutti i dati disponibili, si presentano due soluzioni dell'intera questione. Una soluzione può supporre che la prima legazione di Quirinio si svolse fra gli anni 10-8 av. Cr. Sul finire di questo tempo egli indisse il censimento, il quale appunto perché primo incontrò difficoltà in Giudea, e si protrasse cosi a lungo da essere condotto a termine dal successore Senzio Saturnino. Presso i Giudei, ch'erano rimasti fortemennte impressionati da questo primo censimento, esso passò alla storia sotto il nome di Quirinio che l'aveva iniziato, e Luca segue questa denominazione giudaica; presso i Romani lo stesso censimento passò sotto il nome di Saturnino che l'aveva terminato, e Tertulliano segue questa denominazione romana. Può darsi anche che Saturnino da principio fosse il subordinato cooperatore di Quirinio nell'esecuzione del censimento: infatti più tardi, nel censimento degli anni 6-7 d. Cr., il procuratore Coponio fu egualmente cooperatore di Quirinio (§ 24), ed egualmente Emilio Secondo nella sua lapide (§ 186) dice di aver eseguito il censimento della città di Apamea per ordine dello stesso Quirinio (certamente durante la sua prima legazione). Tuttavia in seguito Saturnino, succeduto a Quirinio nella legazione di Siria, rimase solo anche nell'esecuzione del censimento. Una soluzione analoga, ma forse meno probabile, si otterrebbe invertendo le due legazioni, anteponendo cioè quella di Saturnino (8-6 av. Cr.) a quella di Quirinio (3-2 av. Cr.). In tal caso Gesù sarebbe stato censito in realtà da Saturnino, ma l'intero censimento sarebbe stato poi attribuito a Quirinio che lo terminò. L'altra soluzione parte dal fatto che in una stessa provincia romana talvolta potevano ritrovarsi, insieme col legato imperiale, anche altri insigni ufficiali con incarichi particolari, mentre poi legato e ufficiali erano chiamati indistintamente “governatori”, E Questo fatto è dimostrato con certezza soprattutto riguardo alla Siria. E in realtà Flavio Giuseppe parla più volte del nostro Senzio Saturnino e insieme di un (procuratore) Volumnio chiamandoli collettivamente “governatori”, o di Cesare (Antichità giud., XVI, 277) o della Siria (ivi, 344), ovvero “prefetti”, della Siria (ivi, 280). Inoltre Nerone, verso il 63, affidò la legazione di Siria a Cizio o Cincio (forse Cestio), ma lasciò in quella provincia il precedente legato Corbulone, riserbando a costui il comando militare con poteri straordinari, come a esperto stratega che già aveva guerreggiato contro i Parti (Tacito, Annal., XV, 25, cfr. i segg.). Parimenti nell'ultima guerra contro Gerusalemme il legato di Siria era Muciano, ma Nerone affidò il comando militare a Vespasiano. Quanto all'Africa, una pietra miliaria del 75 dopo Cr. nomina due legati Augusti, specificando che uno di essi è addetto al censimento e l'altro al comando militare. Accertata questa possibilità della coesistenza contemporanea di più “governatori”, è da rilevare che Luca afferma il censimento essere stato fatto “governando”, Quirinio la Siria. Ma, in primo luogo, non dice che il censimento fu fatto da lui direttamente, come sembra dire la Vulgata; inoltre, egli non specifica che specie di “governo” fosse quello tenuto allora da Quirinio, se civile-militare ovvero solo militare. Poté dunque avvenire che, al tempo della nascita di Gesù, il legato ordinario di Siria fosse Saturnino, mentre Quirinio era il capo militare della guerra contro gli Omonadensi. I poteri concessi a Quirinio per questa guerra gli permettevano anche di fare censimenti nella provincia in cui guerreggia va e nelle regioni da essa dipendenti. i Tertulliano attribuirebbe il censimento a Saturnino, legato ordinario; Luca l'attribuirebbe a Quirinio, sia perché egli effettivamente lo ordinò in virtù dei suoi poteri militari, sia perché Quirinio era rimasto celebre per il suo secondo censimento che rappresentò l'assoggettamento definitivo della Giudea.
§ 188. Queste soluzioni hanno ciascuna le loro probabilità, ma chiare e definitive non sono. Il lato in cui esse rimangono in una fastidiosa imprecisione, causata dalla mancanza di documenti, è quello cronologico, che invece sarebbe il più importante nei riguardi della nascita di Gesù. Come è sicura la campagna di Quirinio contro gli Omonadensi, cosi si può ritenere quasi sicura la sua prima legazione in Siria avanti all'Era Volgare. Ma in quali anni precisamente avvennero questi fatti? Abbiamo visto che a tale domanda si danno risposte varie e solo approssimative, le quali perciò non offrono una solida base alla cronologia della nascita e vita di Gesù. Rimangono le altre due obiezioni sollevate contro il racconto di Luca (§ 183), le quali però sono molto meno gravi. Poteva un rappresentante di Roma fare un censimento nei territori di Erode, re “amico ed alleato” di Roma? Checché sia della questione puramente giuridica, in pratica la cosa era possibilissima e del tutto naturale, data la sudditanza assoluta che legava Erode ad Augusto. Dopo ciò che sappiamo del servilismo che Erode mostrò sempre ma specialmente negli ultimi anni di sua vita verso Augusto (§ 11), non è neanche da pensare ch'egli ardisse opporsi il giorno in cui l'onnipotente signore del Palatino avesse deciso, per ragioni di politica generale, di censire i territori dell'umilissimo suo vassallo. Quanto alla maniera giudaica seguita nel censimento a preferenza della maniera romana, si può scorgere in questo particolare, non già un'obiezione, ma una conferma alla storicità del racconto di Luca. I Romani, è vero, avevano la loro propria maniera di censire; ma erano anche esperti politici, e perciò sapevano ben evitare inutili difficoltà di governo e non urtare senza ragione la suscettibilità dei popoli soggetti. A Roma si sapeva perfettamente che il censimento d'un popolo straniero, soprattutto se era il primo censimento, costituiva un'operazione pericolosa, perché rappresentava a prova ufficiale della soggezione di quel popolo per citare un solo esempio, basti ricordare che il censimento delle Gallie cominciato nel 28 av. Cr. da Augusto provocò ribellioni gravissime, tanto che fu dovuto sospendere per allora, e poi fu ripreso altre due volte da Druso e poi da Germanico. A Roma, quindi, si saranno previsti con certezza grandi malumori da un censimento di Giudei, tenacemente attaccati alle proprie tradizioni per motivi religiosi e nazionali. E in tali condizioni sarebbe stato insensato aumentare ancora le difficoltà, seguendo la maniera romana. Roma non s'impuntava su vuote formalità: purché il censimento si effettuasse, importava poco che si seguisse la maniera romana o quella giudaica, mentre una elementare prudenza consigliava appunto di seguire la maniera giudaica specialmente in questo primo censimento. Noi, del resto, non sappiamo se nel secondo censimento, fatto da Quirinio nel 6-7 d. Cr., si seguì la maniera romana: può darsi di si, ma può anche darsi che si seguisse la maniera giudaica. Dai papiri, tuttavia, risulta che in Egitto i Romani imponevano ai cittadini che si trovavano fuori dei propri distretti, di ritornarvi in occasione del censimento: il che sarebbe in favore del racconto di Luca.
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§ 183. Il solo Luca, l'evangelista che ha talune mire di storia universale (§ 141), mette in relazione la nascita di Gesù a Beth-lehem con un censimento ordinato dalle autorità romane in Palestina: questo censimento avrebbe dato occasione a un viaggio di Giuseppe e di Maria a Beth-lebem e alla nascita di Gesù in questa borgata. Ecco il testo di Luca: Avvenne poi in quei giorni che uscì un decreto da Cesare Augusto di censire tutta la (terra) abitata. Questo censimento primo avvenne governando la Siria Cirinio. E tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Salì pertanto anche Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazareth, nella Giudea, nella città di David la quale si chiama Beth-lehem - giacché egli era del casato e della famiglia di David - per farsi censire insieme con Maria, la fidanzata di lui, ch'era gravida. Avvenne poi che, mentre essi erano colà, si compirono i giorni per il suo parto, e partori, ecc. (2, 1-7). Contro questo racconto si sollevano tre principali obiezioni: contro il fatto stesso del censimento; contro la sua possibilità giuridica; e contro la maniera in cui il censimento sarebbe stato compiuto. Contro il fatto stesso si obietta che noi conosciamo bensì' un censimento compiuto nella Giudea da Quirinio (Cirinio), ma esso avvenne negli anni 6-7 dopo Cr., quando Gesù era nato da più di 11 anni; invece nessun documento storico ci attesta che Quirinio abbia compiuto un precedente censimento verso il tempo della nascita di Gesu', cioè prima della morte di Erode, e nei territori di costui. Contro la possibilità giuridica del censimento si obietta che i territori del vivente Erode erano territori di un re “amico e alleato” di Roma (§ 11), e quindi Roma non aveva alcun diritto a farvi censimenti. Diverso fu il caso del censimento compiuto negli anni 6-7 d. Cr., perché in quell'occasione Archelao, figlio di Erode, era stato deposto da Augusto e i suoi territori passavano sotto il dominio diretto di Roma. Contro la maniera seguita nel censimento si obietta che dal racconto di Luca risulta che si sarebbe seguita la maniera giudaica secondo cui i censiti si recavano a iscriversi nei propri luoghi d'origine (§ 240). Ma si ritiene impossibile che le autorità romane, che avevano ordinato il censimento, adottassero quella maniera inusitata abbandonando per essa l'abituale maniera romana, la quale - perseguendo il tributum capitis e il tributum soli - si rifaceva al domicilio attuale dell'individuo e al luogo ove egli aveva possedimenti. Quale fondamento hanno tali obiezioni? Esaminiamo brevemente questa vecchia questione alla sola luce dei documenti storici, e soprattutto la prima e principale obiezione mossa contro il fatto stesso del censimento anteriore alla morte di Erode.
§ 184. Di un censimento da compiersi per ordine di Augusto in tutta la (terra) abitata, ossia praticamente nell'Impero romano, parla esplicitamente il solo Luca. Ciò è vero. Ma se altri documenti non riferiscono esplicitamente ciò che riferisce Luca, non per questo Luca ha torto: l'argomento da silenzio, come tutti sanno, è il più debole e infido che vi sia nel campo storico. Fra gli innumerevoli esempi che si potrebbero addurre, basterà ricordare quello del nostro stesso caso, cioè il censimento fatto da Quirinio in Giudea negli anni 6-7 d. Cr.; il quale censimento è attestato dal solo Flavio Giuseppe, e sebbene mostri qualche incongruenza logica e cronologica, ordinariamente non è richiamato in dubbio. Inoltre, il silenzio da cui si vorrebbe argomentare non è assoluto, e abbiamo molti indizi che c'inducono a supporre un piano di censimento generale. Augusto, eccellente organizzatore ed amministratore, si era creato un vero protocollo personale, quasi uno specchio della forza demografica e finanziaria dell'impero, perché alla sua morte - a detta di Tacito - fu ritrovato un Breviarium Imperii scritto tutto di sua mano nel quale erano indicate tutte le entrate pubbliche, il numero dei cittadini (romani) e degli alleati ch'erano nelle armi, lo stato della flotta, dei regni (alleati), delle province, delle imposte, dei tributi, dei bisogni, e delle largizioni (Annal., I, 11). Ora, tutte queste precise notizie come avrebbe potuto Augusto sapere senza censimenti, computi, investigazioni, o simili procedimenti? E procedimenti di tal genere sono in realtà attestati. Augnsto stesso nel celebre monumentum Ancyranum (ad Ankara) afferma di aver compiuto tre volte il censimento dei cives romani, cioè nel 28 av. Cr., nell'8 av. Cr., e nel 14 d. Cr. È noto altronde che nel 28 av. Cr. furono censite le Gallie, ed è molto probabile che verso lo stesso tempo fosse censita anche la Spagna; inoltre dai papiri recentemente scoperti risulta che in Egitto si eseguivano censimenti periodici alla distanza di 14 anni l'uno dall'altro, e il più antico quasi sicuramente attestato è dell'anno 5-6 d. Cr., a cui seguirono quelli degli anni 19-20, 33-34, 47-48 e cosi' di seguito fino al secolo III. Questi provvedimenti dimostrano che il progetto di un censimento generale doveva essere nei piani di Augusto, sebhene la sua attuazione non fosse simultanea in tutto l'Impero, e che egli l'andava attuando gradualmente già da qualche tempo quando nacque Gesù. Veniamo adesso al Quirinio di Luca.
§ 185. Il senatore P. Sulpicio Quirinio ci è noto anche dagli storici romani. Nato a Lanuvio, vicino a Tuscolo, per la sua intelligente operosità era salito ad alte cariche nell'Impero: aveva governato a Creta ed a Cirene, e impiger militiae et acribus ministeriis, consulatum sub divo Augusto, mox expugnatis per Ciliciam Homonadensium castellis insignia triumphi adeptus, datusque rector Gaio Caesari Armeniam obtinuit (Tacito, Annal., III, 48). Di queste cariche a cui allude Tacito, il consolato è da assegnarsi all'anno 12 av. Cr. e l'assistenza al giovanetto Gaio Cesare, nepote d'Augusto, agli anni 1 av. Cr.-3 dopo Cr. Ma il consolato apriva anche la via alla carica di legatus in una provincia imperiale (§ 20); e di fatti troviamo che Quirinio è al governo della provincia di Siria come legato durante gli anni 6-7 dopo Cr., allorché, deposto Archelao, venne in Giudea ad eseguire insieme col procuratore Coponio il già accennato censimento (§ § 24, 43). Tuttavia questa legazione di Quirinio in Siria non ha alcuna relazione con la nascita di Gesù, giacché non cominciò prima dell'anno 6 dopo Cr., quando cioè Gesù era circa undicenne. Del resto lo stesso Luca mostra di conoscere bene il censimento degli anni 6-7 dopo Cr. e le sue sanguinose conseguenze (cfr. Atti, 5, 37), e quindi sa certamente che quello non può essere il censimento della nascita di Gesù. Vi fu dunque un censimento anteriore a quello degli anni 6-7 d. Cr.? E fu eseguito, anche questo, da Quirinio? Alcuni studiosi, tanto fra protestanti quanto fra cattolici, hanno risposto alle precedenti domande traducendo in maniera particolare il passo di Luca, 2, 2. Noi, sopra (§ 183), l'abbiamo tradotto: Questo censimento primo avvenne governando la Siria Cirinio, ed è la traduzione comune; ma gli accennati studiosi lo traducono: Questo censimento avvenne prima (di quello avvenuto) governando la Siria Cirinio. Con ciò la questione è risolta; il censimento della nascita di Gesù è diverso e anteriore a quello tenuto da Quirinio nel 6-7 d. Cr., sebbene non si dica di quanto tempo anteriore. Questo modo di tradurre l'aggettivo greco dandogli il significato di “anteriore“, « precedente », è certamente possibile, e se ne trovano esempi negli stessi vangeli (cfr. Giovanni, 1, 15. 30; 15,18), oltreché nei papiri e altrove; tuttavia non si può negare che è una traduzione peregrina, e che in realtà è suggerita dal desiderio di evitare la difficoltà storico-cronologica offerta dal passo. Seguendo pertanto la spontanea traduzione comune e affrontando in pieno quella difficoltà, vi sono altri argomenti per risolverla? Affinché Quirinio eseguisse nella Giudea un censimento contemporaneo alla nascita di Gesu', era necessario che egli già in quell'epoca fosse legato in Siria, o almeno vi compisse qualche importante missione investito di speciale autorità. Ebbene, a questo proposito abbiamo testimonianze molto significative.
§ 186. Un'iscrizione frammentaria trovata a Tivoli nel 1764 (oggi al museo Lateranense), confrontata con un iscrizione di Emilio Secondo trovata a Venezia nel 1880, offre sufficiente base per concludere che Quirinio sia stato già una volta legato in Siria in un tempo imprecisato, ma certamente qualche anno prima dell'Era Volgare. Se egli infatti fu console nel 12 av. Cr., questa sua prima legazione di Siria dovrà essere posta senza dubbio dopo questo anno; ma quanto tempo dopo? Un'iscrizione trovata nel 1912 ad Antiochia di Pisidia informa che Quirinio era duumviro onorario di quella colonia romana, e questa onorificenza induce a credere che egli fosse al governo di Siria già nel tempo dell'iscrizione; il quale però non può essere fissato con precisione di anni. D'altra parte circa fra gli anni 9-1 av. Cr. bisogna includere come legati di Siria tre personaggi che Flavio Giuseppe menziona, senza però comunicarci i limiti estremi deI tempo che rimasero in carica. Essi sono M. Tizio, che è menzionato verso l'anno (10) 9 (o anche 8) av. Cr.; Senzio Saturnino che durò dall'8 al 6 av. Cr.; Quintilio Varo che durò dal 6 al 5 av. Cr. Con l'1 av. Cr. è legato di Siria G. Cesare, nepote di Augusto: per gli altri anni di quest'ultimo decennio avanti l'Era Volgare (3-2 av. Cr.), non abbiamo notizie esplicite, le quali pure ci mancano riguardo alla durata di M. Tizio; dunque la prima legazione di Quirinio in Siria può essere avvenuta in uno di questi due interstizii, o nel 3-2 av. Cr., oppure subito prima o subito dopo la legazione di M. Tizio, cioè dopo l'anno 12 av. Cr. in cui Quirinio fu console, ma prima dell'8 in cui legato di Siria fu Saturnino. Se si suppone che Quirinio fu legato negli anni 3-2 av. Cr., la questione del censimento non è ancora risolta, perché Gesù è nato prima del 4 av. Cr. Resta dunque l'altro interstizio fra gli anni 12-8 av. Cr., che bisogna tener presente come una possibilità. Ma riguardo allo stesso Quirinio abbiamo un'altra notizia che potrebbe offrire una risoluzione diversa in tutto il problema. La campagna contro gli Omonadensi accennata testé fugacemente da Tacito è confermata e presentata più ampiamente da Strabone (XII, 6, 5), il quale comunica che Quirinio intraprese questa campagna per vendicare la morte del re Aminta ucciso dagli Omonadensi, briganti della Cilicia; poiché la Cilicia dipendeva dalla provincia di Siria, torna di nuovo la conclusione che Quirinio, conducendo questa campagna, o era legato di Siria o vi godeva di speciale autorità per gli scopi della campagna. Quando avvenne però questa campagna? Una risposta sicura anche qui non possiamo darla con notevole probabilità, sebbene non con certezza, si può supporre che avvenisse tra gli anni 10 e 6 av. Cr. Un ultimo dato, negativo ma importante, è offerto incidentalmente da Tertulliano. Questo eccellente giurista, ch'era benissimo in grado di conoscere i documenti anagrafici romani, rinvia con sicurezza al censimento fatto sotto Augusto in Giudea da Senzio Saturnino come a quello da cui risulta la nascita di Gesù: Sed et census constat actos sub Augusto tune in ludea per Sentium Saturninum, apud quos genus eius inquirere potuissent (Adv. Marcion., rv, 19). La menzione qui di Saturnino invece che di Quirinio è assolutamente inaspettata, e già per questo mostra che Tertulliano non dipende da Luca bensì attinge la sua notizia da documenti dell'Impero, forse ufficiali; e il valore della notizia, sebbene negativo, è grandissimo, perché già vedemmo che Saturnino fu legato in Siria poco prima o poco dopo Quirinio.
§ 187. Esaminati fin qui tutti i dati disponibili, si presentano due soluzioni dell'intera questione. Una soluzione può supporre che la prima legazione di Quirinio si svolse fra gli anni 10-8 av. Cr. Sul finire di questo tempo egli indisse il censimento, il quale appunto perché primo incontrò difficoltà in Giudea, e si protrasse cosi a lungo da essere condotto a termine dal successore Senzio Saturnino. Presso i Giudei, ch'erano rimasti fortemennte impressionati da questo primo censimento, esso passò alla storia sotto il nome di Quirinio che l'aveva iniziato, e Luca segue questa denominazione giudaica; presso i Romani lo stesso censimento passò sotto il nome di Saturnino che l'aveva terminato, e Tertulliano segue questa denominazione romana. Può darsi anche che Saturnino da principio fosse il subordinato cooperatore di Quirinio nell'esecuzione del censimento: infatti più tardi, nel censimento degli anni 6-7 d. Cr., il procuratore Coponio fu egualmente cooperatore di Quirinio (§ 24), ed egualmente Emilio Secondo nella sua lapide (§ 186) dice di aver eseguito il censimento della città di Apamea per ordine dello stesso Quirinio (certamente durante la sua prima legazione). Tuttavia in seguito Saturnino, succeduto a Quirinio nella legazione di Siria, rimase solo anche nell'esecuzione del censimento. Una soluzione analoga, ma forse meno probabile, si otterrebbe invertendo le due legazioni, anteponendo cioè quella di Saturnino (8-6 av. Cr.) a quella di Quirinio (3-2 av. Cr.). In tal caso Gesù sarebbe stato censito in realtà da Saturnino, ma l'intero censimento sarebbe stato poi attribuito a Quirinio che lo terminò. L'altra soluzione parte dal fatto che in una stessa provincia romana talvolta potevano ritrovarsi, insieme col legato imperiale, anche altri insigni ufficiali con incarichi particolari, mentre poi legato e ufficiali erano chiamati indistintamente “governatori”, E Questo fatto è dimostrato con certezza soprattutto riguardo alla Siria. E in realtà Flavio Giuseppe parla più volte del nostro Senzio Saturnino e insieme di un (procuratore) Volumnio chiamandoli collettivamente “governatori”, o di Cesare (Antichità giud., XVI, 277) o della Siria (ivi, 344), ovvero “prefetti”, della Siria (ivi, 280). Inoltre Nerone, verso il 63, affidò la legazione di Siria a Cizio o Cincio (forse Cestio), ma lasciò in quella provincia il precedente legato Corbulone, riserbando a costui il comando militare con poteri straordinari, come a esperto stratega che già aveva guerreggiato contro i Parti (Tacito, Annal., XV, 25, cfr. i segg.). Parimenti nell'ultima guerra contro Gerusalemme il legato di Siria era Muciano, ma Nerone affidò il comando militare a Vespasiano. Quanto all'Africa, una pietra miliaria del 75 dopo Cr. nomina due legati Augusti, specificando che uno di essi è addetto al censimento e l'altro al comando militare. Accertata questa possibilità della coesistenza contemporanea di più “governatori”, è da rilevare che Luca afferma il censimento essere stato fatto “governando”, Quirinio la Siria. Ma, in primo luogo, non dice che il censimento fu fatto da lui direttamente, come sembra dire la Vulgata; inoltre, egli non specifica che specie di “governo” fosse quello tenuto allora da Quirinio, se civile-militare ovvero solo militare. Poté dunque avvenire che, al tempo della nascita di Gesù, il legato ordinario di Siria fosse Saturnino, mentre Quirinio era il capo militare della guerra contro gli Omonadensi. I poteri concessi a Quirinio per questa guerra gli permettevano anche di fare censimenti nella provincia in cui guerreggia va e nelle regioni da essa dipendenti. i Tertulliano attribuirebbe il censimento a Saturnino, legato ordinario; Luca l'attribuirebbe a Quirinio, sia perché egli effettivamente lo ordinò in virtù dei suoi poteri militari, sia perché Quirinio era rimasto celebre per il suo secondo censimento che rappresentò l'assoggettamento definitivo della Giudea.
§ 188. Queste soluzioni hanno ciascuna le loro probabilità, ma chiare e definitive non sono. Il lato in cui esse rimangono in una fastidiosa imprecisione, causata dalla mancanza di documenti, è quello cronologico, che invece sarebbe il più importante nei riguardi della nascita di Gesù. Come è sicura la campagna di Quirinio contro gli Omonadensi, cosi si può ritenere quasi sicura la sua prima legazione in Siria avanti all'Era Volgare. Ma in quali anni precisamente avvennero questi fatti? Abbiamo visto che a tale domanda si danno risposte varie e solo approssimative, le quali perciò non offrono una solida base alla cronologia della nascita e vita di Gesù. Rimangono le altre due obiezioni sollevate contro il racconto di Luca (§ 183), le quali però sono molto meno gravi. Poteva un rappresentante di Roma fare un censimento nei territori di Erode, re “amico ed alleato” di Roma? Checché sia della questione puramente giuridica, in pratica la cosa era possibilissima e del tutto naturale, data la sudditanza assoluta che legava Erode ad Augusto. Dopo ciò che sappiamo del servilismo che Erode mostrò sempre ma specialmente negli ultimi anni di sua vita verso Augusto (§ 11), non è neanche da pensare ch'egli ardisse opporsi il giorno in cui l'onnipotente signore del Palatino avesse deciso, per ragioni di politica generale, di censire i territori dell'umilissimo suo vassallo. Quanto alla maniera giudaica seguita nel censimento a preferenza della maniera romana, si può scorgere in questo particolare, non già un'obiezione, ma una conferma alla storicità del racconto di Luca. I Romani, è vero, avevano la loro propria maniera di censire; ma erano anche esperti politici, e perciò sapevano ben evitare inutili difficoltà di governo e non urtare senza ragione la suscettibilità dei popoli soggetti. A Roma si sapeva perfettamente che il censimento d'un popolo straniero, soprattutto se era il primo censimento, costituiva un'operazione pericolosa, perché rappresentava a prova ufficiale della soggezione di quel popolo per citare un solo esempio, basti ricordare che il censimento delle Gallie cominciato nel 28 av. Cr. da Augusto provocò ribellioni gravissime, tanto che fu dovuto sospendere per allora, e poi fu ripreso altre due volte da Druso e poi da Germanico. A Roma, quindi, si saranno previsti con certezza grandi malumori da un censimento di Giudei, tenacemente attaccati alle proprie tradizioni per motivi religiosi e nazionali. E in tali condizioni sarebbe stato insensato aumentare ancora le difficoltà, seguendo la maniera romana. Roma non s'impuntava su vuote formalità: purché il censimento si effettuasse, importava poco che si seguisse la maniera romana o quella giudaica, mentre una elementare prudenza consigliava appunto di seguire la maniera giudaica specialmente in questo primo censimento. Noi, del resto, non sappiamo se nel secondo censimento, fatto da Quirinio nel 6-7 d. Cr., si seguì la maniera romana: può darsi di si, ma può anche darsi che si seguisse la maniera giudaica. Dai papiri, tuttavia, risulta che in Egitto i Romani imponevano ai cittadini che si trovavano fuori dei propri distretti, di ritornarvi in occasione del censimento: il che sarebbe in favore del racconto di Luca.
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lunedì 5 settembre 2011
1086 - Commento al Vangelo di oggi 5/9/2010
+ Dal Vangelo secondo Luca (6,6-11)
Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo. Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo. Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita. Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Questo miracolo avviene in un contesto di diffidenza, di controllo delle opere di Gesù, di manipolazione della Legge di Dio. I farisei avevano caricato la Legge di Dio delle loro strane convinzioni. Se Dio aveva dato la Legge per l’uomo, come aiuto e guida, i farisei l’avevano trasformata in una Legge contro l’uomo.
I farisei sono gli antenati di quelli che oggi vengono definiti modernisti, perché rifiutano le verità della Rivelazione di Gesù, rendendo il Vangelo e i Comandamenti pieni di manipolazioni che apparentemente agevolano l’uomo, in realtà sono contro l’uomo. Tolgono all’uomo ogni possibilità di salvezza eterna, lo allontanano dalla Verità, lo privano di tutte le Grazie indispensabili per compiere il cammino di santificazione.
Dietro le allegre e dannose manipolazioni della Sacra Scrittura c’è sempre lo zampone di satana, lui è triste perché non avrà mai alcuna felicità in Paradiso e vuole impedire a tutti gli uomini di raggiungerla. Si serve di uomini e donne creativi e vuoti di Dio.
Se è comprensibile l’odio malefico dei diavoli, rimane sempre una sorpresa la cattiveria che si annida nei cuori di quanti manipolano la Parola di Dio per esprimere i loro tormenti interiori. È un lavoro di taglio e cuci, compiuto anche malamente, nella confusione intellettuale totale.
I modernisti di oggi vogliono vietare a Gesù di salvare le anime, calpestando la sua volontà, ignorando che è stato crocifisso violentemente per esse. Eliminando Gesù dall’altare maggiore delle Chiese e annullando l’Adorazione Eucaristica, ripetono al Signore: “Chi sei Tu per compiere queste cose?”.
A modo loro aiutano l’uomo, ma è tutta ipocrisia rivestita di buonismo corrotto.
L’invidia dei farisei Gesù la conosceva tutta, essi si trovavano nella sinagoga non per pregare, erano lì per osservarlo e tendergli continue trappole. Nei loro pensieri c’era molto odio, arrivavano anche ad ignorare il bene di un ammalato pur di cogliere in difetto Gesù.
Per questo il Signore fa mettere al centro l’uomo, lo fa per indicare che il bene dell’uomo viene prima di ogni interesse umano, la guarigione fisica Dio la vuole sempre e non solamente a giorni alterni. Gesù spiega che l’uomo è al centro del suo Cuore, non lo abbandona mai.
La mano inaridita indica pure il cuore arido, una vita senza buone opere, anche preghiere recitate meccanicamente. La mano destra è proprio quella più operativa, e se rimane bloccata si evidenzia una forte incapacità di vivere la Parola di Dio.
Ad ognuno di noi Gesù ripete: “Stendi la tua mano! Esci dall’aridità e cammina nella Via della vera conversione e della santificazione della tua importante vita!”.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo. Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo. Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita. Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Questo miracolo avviene in un contesto di diffidenza, di controllo delle opere di Gesù, di manipolazione della Legge di Dio. I farisei avevano caricato la Legge di Dio delle loro strane convinzioni. Se Dio aveva dato la Legge per l’uomo, come aiuto e guida, i farisei l’avevano trasformata in una Legge contro l’uomo.
I farisei sono gli antenati di quelli che oggi vengono definiti modernisti, perché rifiutano le verità della Rivelazione di Gesù, rendendo il Vangelo e i Comandamenti pieni di manipolazioni che apparentemente agevolano l’uomo, in realtà sono contro l’uomo. Tolgono all’uomo ogni possibilità di salvezza eterna, lo allontanano dalla Verità, lo privano di tutte le Grazie indispensabili per compiere il cammino di santificazione.
Dietro le allegre e dannose manipolazioni della Sacra Scrittura c’è sempre lo zampone di satana, lui è triste perché non avrà mai alcuna felicità in Paradiso e vuole impedire a tutti gli uomini di raggiungerla. Si serve di uomini e donne creativi e vuoti di Dio.
Se è comprensibile l’odio malefico dei diavoli, rimane sempre una sorpresa la cattiveria che si annida nei cuori di quanti manipolano la Parola di Dio per esprimere i loro tormenti interiori. È un lavoro di taglio e cuci, compiuto anche malamente, nella confusione intellettuale totale.
I modernisti di oggi vogliono vietare a Gesù di salvare le anime, calpestando la sua volontà, ignorando che è stato crocifisso violentemente per esse. Eliminando Gesù dall’altare maggiore delle Chiese e annullando l’Adorazione Eucaristica, ripetono al Signore: “Chi sei Tu per compiere queste cose?”.
A modo loro aiutano l’uomo, ma è tutta ipocrisia rivestita di buonismo corrotto.
L’invidia dei farisei Gesù la conosceva tutta, essi si trovavano nella sinagoga non per pregare, erano lì per osservarlo e tendergli continue trappole. Nei loro pensieri c’era molto odio, arrivavano anche ad ignorare il bene di un ammalato pur di cogliere in difetto Gesù.
Per questo il Signore fa mettere al centro l’uomo, lo fa per indicare che il bene dell’uomo viene prima di ogni interesse umano, la guarigione fisica Dio la vuole sempre e non solamente a giorni alterni. Gesù spiega che l’uomo è al centro del suo Cuore, non lo abbandona mai.
La mano inaridita indica pure il cuore arido, una vita senza buone opere, anche preghiere recitate meccanicamente. La mano destra è proprio quella più operativa, e se rimane bloccata si evidenzia una forte incapacità di vivere la Parola di Dio.
Ad ognuno di noi Gesù ripete: “Stendi la tua mano! Esci dall’aridità e cammina nella Via della vera conversione e della santificazione della tua importante vita!”.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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domenica 4 settembre 2011
1085 - Commento al Vangelo di oggi 4/9/2010, domenica 23^ t.ord.
+ Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
La correzione fraterna indicata da Gesù è un’arte molto difficile, non si può improvvisare o esprimere senza una grande dose di amore e di misericordia. Aiutare un fratello della comunità è un grande gesto di carità, spesso non viene compresa la premura di chi vuole aiutare, oppure, chi vuole correggere gli altri rifiuta a sua volta di ricevere correzione quando sbaglia. Lasciarsi correggere è manifestazione di intelligenza, chi ha capito che l’uomo è debole, accetta ogni richiamo e non reagisce. Bisogna valutare chi è chiamato a correggere altri e con quale spirito lo fa. Se è il Sacerdote a farlo, non ci sono grossi problemi, anche se il più delle volte la persona corretta non accetta o reagisce con il giudizio sfavorevole…
La correzione fraterna riguarda tutti noi, non c’è una condizione o un ruolo speciale per esercitarla. Bisogna aiutare chi sbaglia, ma occorre farlo in presenza di altre persone. E dove si trovano le persone disponibili o autorevoli? Perché la persona che viene corretta può recriminare sugli altri, può reagire dicendo: “Ma come, proprio voi che siete litigati con Tizio… che non vi parlate con Caio… che giudicate Nenè… venite a correggere me?”.
In effetti, come può l’uomo comune correggere chi sbaglia?
Se non è il parroco a correggere, in una comunità o in una famiglia deve pur esserci una persona più corretta di tutti! Proprio questa persona deve agire per correggere chi sbaglia, usando molta carità, grande prudenza nelle parole, misericordia e uno Spirito non umano. Deve avere un buon rapporto con lo Spirito Santo.
Quando la correzione fraterna viene evitata, una comunità non cresce mai. I problemi si moltiplicano.
Lo stesso avviene in una famiglia dove è assente la correzione verso i figli, si vedono i giovani senza istruzioni umane e religiose. Improvvisano e sbagliano sempre. Devono essere molto fortunati per azzeccarne almeno una.
Vediamo come è sbandata moralmente questa generazione di giovani: probabilmente non hanno ricevuto alcuna correzione fraterna o paterna. Non si tratta di paternalismo a buon mercato, è l’autorevolezza che deve esprimere un genitore che ama i figli e vuole dare le giuste direttive.
La correzione fraterna in una comunità parrocchiale deve sempre avere l’amore come principio e fine. Avvisare una persona che sbaglia e non se ne accorge, è un gesto di carità, se accetta quella correzione cambia il suo comportamento. Questo significa guadagnare un fratello, perché prima sbagliava e adesso ha cambiato comportamento.
Ed è importante la discrezione con cui si compie una correzione. È impensabile divulgare l’errore di un fratello o la stessa correzione compiuta, chi lo viene a sapere si sente tradito. È una grave colpa giudicare senza una vera ragione. Divulgare un peccato degli altri in realtà si moltiplica, si fa crescere e si inneggia quel peccato. La correzione deve avvenire nel silenzio, proprio nel segreto.
La pratica di giudicare gli altri è molto istintiva, invece nella correzione fraterna che avviene tra due persone deve ricevere una protezione saggia. Se chi sbaglia non accetta, allora si fa ricorso ad altre due persone, utilizzando la stessa discrezione e il silenzio verso tutti gli altri di quanto successo. I testimoni devono essere due persone sagge, corrette e irreprensibili per quanto è possibile. È sbagliato invitare un testimone stolto o astioso.
Nessuno deve divulgare il peccato commesso da chi sbaglia e i contenuti degli incontri.
Se la persona richiamata non riconosce il suo peccato e non si corregge, non vive il Vangelo, non merita di fare parte della comunità. È preferibile essere pochi che molti in un clima di litigi, giudizi, persecuzioni. Dove non c’è più la cura delle anime e non si segue il Vangelo, non si fa più ricorso alla correzione fraterna, infatti, dovrebbero correggersi a vicenda tutti quanti, a cominciare dalla loro guida.
La parrocchia dovrebbe essere un luogo di santificazione e di amore, senza condannare chi sbaglia ma aiutarlo proprio con la correzione fraterna. Nessuno si erge a giudice di altri, è l’amore che spinge ad avvisare un fratello che non vede un suo errore. È un gesto di misericordia non di giustizia. Si cerca la riconciliazione e non la guerra tra i parrocchiani.
Una parrocchia divisa in gruppi e gruppetti manifesta l’assenza di Gesù nei loro cuore.
Oggi le divisioni avvengono con facilità anche nelle famiglie tra genitori e figli, nella coppia per motivi spesso futili. Nessuno può pensare di essere impeccabile, gli errori si compiono ma bisogna valutare la vera partecipazione. Una cosa è l’involontarietà, la debolezza, altra cosa la volontarietà. È difficile capire l’intenzionalità, è facile comprendere ed amare.
Spesso si commette del male senza piena avvertenza, e quando la persona viene corretta cade dalle nuvole. Solo il dialogo può aprire il chiarimento e la soluzione. Nel dialogo spesso si capisce che qualcuno aveva sbagliato inavvertitamente. La cosa curiosa è che spesso la persona che commette del male, se non viene salutata da chi ha subito un torto, ci rimane male, proprio perché non capisce i suoi errori.
C’è molto orgoglio quando si tiene il broncio per giorni o si rifiuta di chiarire. Il vero cristiano perdona sempre e ama. Se non ci riesce, comincia a pregare con maggiore impegno per avere la forza di amare e perdonare.
Se gli errori si ripetono allora si richiama, poi davanti a due testimoni, poi si considera quella persona incapace di accettare Gesù. ma si ama e perdona sempre, si prega per essa perché tutto è possibile a Gesù. Dove non può arrivare l’uomo con le sue correzioni, può farlo con facilità Gesù. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
La correzione fraterna indicata da Gesù è un’arte molto difficile, non si può improvvisare o esprimere senza una grande dose di amore e di misericordia. Aiutare un fratello della comunità è un grande gesto di carità, spesso non viene compresa la premura di chi vuole aiutare, oppure, chi vuole correggere gli altri rifiuta a sua volta di ricevere correzione quando sbaglia. Lasciarsi correggere è manifestazione di intelligenza, chi ha capito che l’uomo è debole, accetta ogni richiamo e non reagisce. Bisogna valutare chi è chiamato a correggere altri e con quale spirito lo fa. Se è il Sacerdote a farlo, non ci sono grossi problemi, anche se il più delle volte la persona corretta non accetta o reagisce con il giudizio sfavorevole…
La correzione fraterna riguarda tutti noi, non c’è una condizione o un ruolo speciale per esercitarla. Bisogna aiutare chi sbaglia, ma occorre farlo in presenza di altre persone. E dove si trovano le persone disponibili o autorevoli? Perché la persona che viene corretta può recriminare sugli altri, può reagire dicendo: “Ma come, proprio voi che siete litigati con Tizio… che non vi parlate con Caio… che giudicate Nenè… venite a correggere me?”.
In effetti, come può l’uomo comune correggere chi sbaglia?
Se non è il parroco a correggere, in una comunità o in una famiglia deve pur esserci una persona più corretta di tutti! Proprio questa persona deve agire per correggere chi sbaglia, usando molta carità, grande prudenza nelle parole, misericordia e uno Spirito non umano. Deve avere un buon rapporto con lo Spirito Santo.
Quando la correzione fraterna viene evitata, una comunità non cresce mai. I problemi si moltiplicano.
Lo stesso avviene in una famiglia dove è assente la correzione verso i figli, si vedono i giovani senza istruzioni umane e religiose. Improvvisano e sbagliano sempre. Devono essere molto fortunati per azzeccarne almeno una.
Vediamo come è sbandata moralmente questa generazione di giovani: probabilmente non hanno ricevuto alcuna correzione fraterna o paterna. Non si tratta di paternalismo a buon mercato, è l’autorevolezza che deve esprimere un genitore che ama i figli e vuole dare le giuste direttive.
La correzione fraterna in una comunità parrocchiale deve sempre avere l’amore come principio e fine. Avvisare una persona che sbaglia e non se ne accorge, è un gesto di carità, se accetta quella correzione cambia il suo comportamento. Questo significa guadagnare un fratello, perché prima sbagliava e adesso ha cambiato comportamento.
Ed è importante la discrezione con cui si compie una correzione. È impensabile divulgare l’errore di un fratello o la stessa correzione compiuta, chi lo viene a sapere si sente tradito. È una grave colpa giudicare senza una vera ragione. Divulgare un peccato degli altri in realtà si moltiplica, si fa crescere e si inneggia quel peccato. La correzione deve avvenire nel silenzio, proprio nel segreto.
La pratica di giudicare gli altri è molto istintiva, invece nella correzione fraterna che avviene tra due persone deve ricevere una protezione saggia. Se chi sbaglia non accetta, allora si fa ricorso ad altre due persone, utilizzando la stessa discrezione e il silenzio verso tutti gli altri di quanto successo. I testimoni devono essere due persone sagge, corrette e irreprensibili per quanto è possibile. È sbagliato invitare un testimone stolto o astioso.
Nessuno deve divulgare il peccato commesso da chi sbaglia e i contenuti degli incontri.
Se la persona richiamata non riconosce il suo peccato e non si corregge, non vive il Vangelo, non merita di fare parte della comunità. È preferibile essere pochi che molti in un clima di litigi, giudizi, persecuzioni. Dove non c’è più la cura delle anime e non si segue il Vangelo, non si fa più ricorso alla correzione fraterna, infatti, dovrebbero correggersi a vicenda tutti quanti, a cominciare dalla loro guida.
La parrocchia dovrebbe essere un luogo di santificazione e di amore, senza condannare chi sbaglia ma aiutarlo proprio con la correzione fraterna. Nessuno si erge a giudice di altri, è l’amore che spinge ad avvisare un fratello che non vede un suo errore. È un gesto di misericordia non di giustizia. Si cerca la riconciliazione e non la guerra tra i parrocchiani.
Una parrocchia divisa in gruppi e gruppetti manifesta l’assenza di Gesù nei loro cuore.
Oggi le divisioni avvengono con facilità anche nelle famiglie tra genitori e figli, nella coppia per motivi spesso futili. Nessuno può pensare di essere impeccabile, gli errori si compiono ma bisogna valutare la vera partecipazione. Una cosa è l’involontarietà, la debolezza, altra cosa la volontarietà. È difficile capire l’intenzionalità, è facile comprendere ed amare.
Spesso si commette del male senza piena avvertenza, e quando la persona viene corretta cade dalle nuvole. Solo il dialogo può aprire il chiarimento e la soluzione. Nel dialogo spesso si capisce che qualcuno aveva sbagliato inavvertitamente. La cosa curiosa è che spesso la persona che commette del male, se non viene salutata da chi ha subito un torto, ci rimane male, proprio perché non capisce i suoi errori.
C’è molto orgoglio quando si tiene il broncio per giorni o si rifiuta di chiarire. Il vero cristiano perdona sempre e ama. Se non ci riesce, comincia a pregare con maggiore impegno per avere la forza di amare e perdonare.
Se gli errori si ripetono allora si richiama, poi davanti a due testimoni, poi si considera quella persona incapace di accettare Gesù. ma si ama e perdona sempre, si prega per essa perché tutto è possibile a Gesù. Dove non può arrivare l’uomo con le sue correzioni, può farlo con facilità Gesù. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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sabato 3 settembre 2011
1084 - Vita di Gesù (paragrafo 179-182)
Data della morte di Gesù
§ 179. Tutti e quattro i vangeli, concordemente ed esplicitamente, mettono la morte di Gesù in un venerdi (Matteo, 27, 62; Marco, 15, 42; Luca, 23, 54; Giovanni, 19, 31) e in occasione di una Pasqua. Da Giovanni poi sappiamo che questa Pasqua della morte era la terza della vita pubblica di Gesù. Ora, il mese Nisan in cui cadeva la Pasqua ebraica s'iniziava col novilunio, come gli altri mesi del calendario ebraico ch'era lunare, e la Pasqua, che si celebrava nel pomeriggio del 14 Nisan, coincideva col plenilunio di quel mese. Ecco dunque un bel campo aperto alle ricerche degli astronomi, per determinare quale anno dell'Era Volgare corrisponda meglio alle varie condizioni già esposte. La prima condizione è storica. Se Gesù ha iniziato la sua vita pubblica circa tra il l° ottobre del 27 d. Cr. e il 18 agosto del 29 (§ 175) e l'ha prolungata per due anni ed alcuni mesi, la sua morte non può essere anteriore all'anno 29. D'altra parte non può essere postenore a un anno tale in cui Gesù avesse al massimo 37 anni; egli infatti era sulla trentina, forse anche passata, all'inizio della sua vita pubblica (§ 176), e questa durò circa due anni e mezzo: dunque, pur volendo essere molto abbondanti nel valutare il termine di trentina' alla fine della sua vita pubblica Gesù non poteva avere un'età maggiore della suddetta (34 + 2 e mezzo =36 e mezzo in cifra abbondante 37). Ad ogni modo, nelle ricerche astronomiche, si potranno esaminare con maggiore ampiezza gli anni dal 28 fino al 34 d. Cr., fra i quali deve trovarsi quello della morte di Gesù. La seconda condizione è dettata dall'apparente dissidio, cui già accennammo (§ 163), fra i Sinottici e Giovanni circa il giorno della morte di Gesù, giacché essa secondo i primi sembra avvenuta il 15 Nisan, mentre secondo Giovanni il 14. Bisognerà dunque aver presenti ambedue questi giorni nei calcoli astronomici. L'ultima condizione è che il ricercato giorno della morte di Gesù cada in un venerdì, sia esso il 14 oppure il 15 Nisan. Accertando i calcoli dei più autorevoli astronomi moderni, veniamo a sapere che Nell'anno 28 d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel martedì 30 marzo, e il 15 Nisan nel mercoldì 31; oppure, il 14 Nisan nel mercoldì 28 aprile o anche nel giovedì 29, e il 15 Nisan nel giovedì 29 o anche nel venerdì 30. Nell'anno 29 d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel sabbato 19 marzo, e 15 Nisan nella domenica 20; oppure, il 14 Nisan nel lunedì 18 aprile, e il 15 Nisan nel martedì 19. Nell'anno 30 d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel venerdì 7 aprile, e il 15 Nisan nel sabbato 8; oppure, il 14 Nisan nel sabbato 6 maggio, e il 15 Nisan nella domenica 7. Nell'anno 31 d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel martedì 27 marzo, e il 15 Nisan nel mercoledì 28; oppure, il 14 Nisan nel mercoledì 25 aprile, e il 15 Nisan nel giovedì 26. Nell'anno 32 d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel lunedì 14 aprile, e il 15 Nisan nel martedì 15; oppure, il 14 Nisan nel martedì 13 maggio, e il 15 Nisan nel mercoledì 14. Nell'anno 33 .d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel venerdì 3 aprile, e il 15 Nisan nel sabbato 4; oppure, il 14 Nisan nella domenica 3 maggio, e il 15 Nisan nel lunedì 4. Nell'anno 34 d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel mercoledì 24 marzo, e il 15 Nisan nel giovedì 25; oppure il 14 Nisan nel giovedì 22 aprile, e il 15 Nisan nel venerdi 23. In forza della suaccennata condizione che il giorno della morte dev'essere un venerdì, si scarteranno senz'altro gli anni 29, 31 e 32, in cui né il 14 né il 15 Nisan caddero in un venerdì. L'anno 28, sebbene contenga la possibilità del venerdì 30 aprile (=15 Nisan, è da scartarsi perché cade prima del tempo che per le ragioni storiche già viste sembra ammissibile. L'anno 34, sebbene contenga la possibilità del venerdì 23 aprile (= 15 Nisan), è da scartarsi perché troppo tardivo. Se Gesù fosse morto in quest'anno avrebbe avuto da anni 38 e mezzo a 39 e mezzo essendo nato circa un biennio prima della morte di Erode (§ 173), e quindi all'inizio della sua vita pubblica avrebbe avuto da 36 anni a 37, che non sembra accordarsi con l'indicazione che egli era allora circa di trenta anni (§ 176). Inoltre se la vita pubblica cominciò al più tardi nel 29 d. Cr. e durò circa anni 2 e mezzo, la morte dovette avvenire prima del 34. L'anno 33 risponde molto bene alle condizioni astronomiche, ma contro di esso vi sono le stesse ragioni storiche rilevate contro l'anno 34; vi sarà bensì la differenza di un anno in meno per l'età di Gesù, tuttavia sembra ancora poco probabile che un uomo di 35-36 anni sia chiamato circa di trenta anni, ed è senz'altro meno verosimile che la vita pubblica si sia protratta dal 29 al 33 d. Cr. L'unico anno che rimane, cioè il 30 d. Cr., risponde anch'esso molto bene alle condizioni astronomiche, e di piu 5 inquadra anche giustamente negli altri dati cronologici che abbiamo finora raccolti. Se Gesù è nato circa un biennio prima della morte di Erode, era veramente circa di trenta anni all'inizio della sua vita pubblica, giacché poteva contare allora da 32 a 33 anni; dopo 2 emezzo di vita pubblica, egli contava da anni 34 e mezzo a 35 e mezzo infine la sua morte cade in un venerdì.
§ 180. Tutto ciò è chiaro; ma bisogna lealmente aggiungere che non è altrettanto sicuro, e la mancanza di sicurezza deriva proprio dai calcoli astronomici, più che dai precedenti argomenti storici. I calcoli astronomici riportati qui sopra saranno esattissimi, ottenuti come sono da insigni scienziati dei nostri giorni; il male invece è che altrettanto non possiamo dire dei calcoli su cui i Giudei del tempo di Gesù fondavano il loro calendario. E in realtà pare certo che i Giudei di quel tempo non avessero ancora un calendario fisso, bensì stabilissero mediante l'osservazione diretta dei vari fenomeni le principali date; queste erano specialmente l'inizio dell'anno e dei mesi, e l'intercalazione di un giorno dopo certi mesi e di un mese dopo ogni terzo anno, per far corrispondere, bene o male, l'anno lunare all'anno solare. Le norme per fissare queste date son contenute specialmente nel trattato della Mishna intitolato Rosh hashanah (“capodanno “), e sono norme molto empiriche. Il fenomeno principale cui si badava era naturalmente il novilunio. Il caso più semplice e facile era quando la luna nuova si scorgeva subito da Gerusalemme stessa; e allora i sacerdoti addetti facevano accendere segnali luminosi in cima all'attiguo monte degli Olivi, per annunziare alle campagne circostanti e attraverso queste ai distretti più lontani che nel giorno seguente cominciava il nuovo mese. Ma spesso la luna nuova non si poteva scorgere subito da Gerusalemme, per ragioni climatiche o anche astronomiche; e allora si aspettavano messaggeri dai vari distretti che giungessero ad annunziare alle autorità della capitale d'aver scotto la luna nuova, essendosi ritrovati in condizioni di visibilità più favorevoli degli abitanti di Gerusalemme questo messaggio della luna nuova era stimato così' urgente, che dispensava anche dal riposo del sabbato per potersi recare immediatamente a Gerusalemme. Se non giungeva alcun messaggero, quel giorno d'aspettativa era computato col mese precedente come giorno aggiunto, e il nuovo mese cominciava col giorno seguente. Più arduo ancora era fissare il capodanno, che secondo il calendario religioso coincideva con l'inizio del mese Nisan: bisognava, infatti, ad ogni terzo anno aggiungere un tredicesimo mese per la ragione già vista. L'intercalazione del tredicesimo mese era regolata dall'osservazione empirica delle colture agricole, che dovevano aver raggiunto un certo grado di sviluppo: infatti per la Pasqua (14 Nisan) dovevano esser mature le prime spighe della nuova messe, perché in un giorno (16 Nisan) di quella festività si doveva offrire al Tempio un manipolo di spighe come primizia. E’ chiaro che, con coteste norme empiriche, il calendario effettivamente seguito poteva avere frequenti divergenze dalla realtà astronomica; tanto più che talvolta avvenivano anche frodi, testimoniate dal Talmud, da parte di chi annunziava di aver scorto la luna nuova e aveva interesse a dire il falso. l'ornando pettanto ai surriferiti calcoli degli astronomi- odierni, quello che può destare qualche serio dubbio di non corrispondere al calendario empirico dei Giudei antichi e' il calcolo dell'anno 29 d. Cr., mentre quanto a ragioni storiche detto anno si trova circa nelle stesse condizioni favorevoli dell'anno 30. Se nell'anno 29 la segnalazione della luna nuova fu anticipata erroneamente d'un giorno, il 14 Nisan cadde nel venerdì 18 marzo e il 15 Nisan nel sabbato 19, e ciò si accorderebbe ottimamente cosi i dati evangelici della morte di Gesù.
§ 181. Con tanta elasticità di dati ed incertezza di computi non farà meraviglia di trovare la cronologia della vita di Gesù fissata nelle maniere più diverse dagli studiosi, anche in questi ultimi decenni. La nascita è posta, a seconda delle opinioni, in quasi tutti gli anni tra il 12 av. Cr. e il 1° d. Cr.: ma i preferiti sono gli anni tra il 7 e il 5 av. Cr. L'inizio del ministero di Giovanni il Battista, cioè l'anno decimoquinto di Tiberio, è posto da parecchi all'anno 26 d. Cr., ma più numerosi sono coloro che assegnano detto ministero nella sua massima parte all'anno 28, facendo tuttavia iniziare tale anno o il 1° ottobre del 27 o in un'altra delle date successive già segnalate (§ 175). In questo stesso anno sono comunemente collocati il battesimo di Gesù, posteriore di alcune settimane all'inizio di Giovanni, e l'inizio della vita pubblica di Gesù, posteriore di 40 giorni al suo battesimo. La durata della vita pubblica è stata giudicata di un solo anno da alcuni pochi studiosi (che con manifesta arbitrarietà sono costretti a correggere i testi di Giovanni, per sopprimere le precise testimonianze delle tre Pasque); gli altri studiosi stanno per la durata o di due anni e alcuni mesi, o di tre anni e alcuni mesi: gli imprecisati mesi in più del biennio o del triennio sono quelli che ricollegano il battesimo di Gesù con la prima Pasqua della sua vita pubblica. I partigiani del biennio sono più recenti ma alquanto meno numerosi dei partigiani del triennio. La morte di Gesù ha ricevuto anch'essa varie assegnazioni. Astraendo da alcune assegnazioni del tutto strampalate - ad esempio, quella di R. ElsIer che la pone all'anno 21 d. Cr. - pochissimi sono gli studiosi che la pongono agli anni 28, 31, 32, 34; tutti gli altri stanno per uno degli anni 29, 30, 33. Numerosi sono tanto i partigiani dell'anno 29, col giorno della morte al venerdì 18 marzo (§ 179, cfr. 180 fine), quanto i partigiani dell'anno 33, col giorno della morte al venerdi 3 aprile; più numerosi ancora sono i partigiani dell'anno 30, col giorno della morte al venerdì 7 aprile. Quanto al giorno del calendario ebraico corrispondente al giorno della morte, i partigiani di tutti e tre gli anni si dividono nuovamente, preferendo o il 14 o il 15 Nisan (§ 536 segg.).
§ 182. Infine, si sarà notato che i precedenti risultati sono stati ottenuti esaminando i soli dati dei quattro vangeli confrontati con i documenti profani, e trascurando del tutto la tradizione ecclesiastica. Non esiste, infatti, una « tradizione » nel vero senso della parola; esistono soltanto delle opinioni particolari ai vari scrittori antichi, le quali spesso sono manifestamente assurde, talvolta si contraddicono fra loro, non di rado sono affatto gratuite, e solo qualche rara volta sembrano riecheggiamenti di più antiche notizie autorevoli. Frequentissima è l'assegnazione della nascita di Gesù a qualcuno degli anni posteriori al 4 av. Cr. (morte di Erode), con manifesta assurdità. Varia è la durata concessa alla vita di Gesù: l'autorevole Ireneo, nel passo già accennato (§ 176), afferma che Gesù ha raggiunto addirittura i 50 anni di età. La vita pubblica è protratta ordinariamente da uno a tre anni (talvolta uno stesso scrittore segue opinioni diverse), non mancano però accenni anche a durate più lunghe. La data della morte è disseminata dall'anno 21 fino al 58 d. Cr. Una certa attenzione, tuttavia, si può prestare ad una voce che assegna la morte di Gesù all'anno in cui furono consoli L. Rubellio Gemino e C. Fufio Gemino, che fu il 782 di Roma e 29 d. Cr. Questa voce, che già si ritrova in Tertulliano e forse anche in Ippolito (in Danielem, Iv, 23, 3), è riecheggiata in seguito da molti altri documenti, i quali pongono la morte di Gesù sotto i « due Gemini »; non mancano tuttavia dissonanze anche a questa voce, e soprattutto essa è ignorata o esplicitamente contraddetta da tanti altri scrittori antichi che il suo valore è ridotto praticamente a quasi nulla. A guisa di riepilogo offriamo la seguente tabella, la cui giustificazione storica è contenuta nei paragrafi precedenti. Essi però mostrano chiaramente che non possiamo attribuire all'intera tabella un valore di certezza (salvo, negativamente, per alcune date escluse), bensì solo un valore di probabilità, che può essere maggiore o minore a seconda delle varie date. Tabella cronologica della vita di Gesu' Nascita di Gesu': sul finire dell'anno 748 di Roma, 6 av. Cr. Inizio del trimistero di Giovanni il Battista: sui principii dell'anno 28 d. Cr. (o anche tra l'ottobre e il dicembre del 27). Battesimo e inizio della vita pubblica di Gesu': poco tempo dopo la data precedente; Gesù ha da 32 a 33 anni di età Prima Pasqua della vita pubblica di Gesu': marzo-aprile dell'anno 28; età di Gesù, anni 32 e mezzo, 33 e mezzo. Seconda Pasqua: marzo-aprile del 29; età di Gesù, anni 33 e mezzo, 34 e mezzo. Terza Pasqua e morte di Gesù: 7 aprile dell'anno 30, il giorno 14 del mese Nisan; età di Gesù, anni 34 e mezzo, 35 e mezzo.
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§ 179. Tutti e quattro i vangeli, concordemente ed esplicitamente, mettono la morte di Gesù in un venerdi (Matteo, 27, 62; Marco, 15, 42; Luca, 23, 54; Giovanni, 19, 31) e in occasione di una Pasqua. Da Giovanni poi sappiamo che questa Pasqua della morte era la terza della vita pubblica di Gesù. Ora, il mese Nisan in cui cadeva la Pasqua ebraica s'iniziava col novilunio, come gli altri mesi del calendario ebraico ch'era lunare, e la Pasqua, che si celebrava nel pomeriggio del 14 Nisan, coincideva col plenilunio di quel mese. Ecco dunque un bel campo aperto alle ricerche degli astronomi, per determinare quale anno dell'Era Volgare corrisponda meglio alle varie condizioni già esposte. La prima condizione è storica. Se Gesù ha iniziato la sua vita pubblica circa tra il l° ottobre del 27 d. Cr. e il 18 agosto del 29 (§ 175) e l'ha prolungata per due anni ed alcuni mesi, la sua morte non può essere anteriore all'anno 29. D'altra parte non può essere postenore a un anno tale in cui Gesù avesse al massimo 37 anni; egli infatti era sulla trentina, forse anche passata, all'inizio della sua vita pubblica (§ 176), e questa durò circa due anni e mezzo: dunque, pur volendo essere molto abbondanti nel valutare il termine di trentina' alla fine della sua vita pubblica Gesù non poteva avere un'età maggiore della suddetta (34 + 2 e mezzo =36 e mezzo in cifra abbondante 37). Ad ogni modo, nelle ricerche astronomiche, si potranno esaminare con maggiore ampiezza gli anni dal 28 fino al 34 d. Cr., fra i quali deve trovarsi quello della morte di Gesù. La seconda condizione è dettata dall'apparente dissidio, cui già accennammo (§ 163), fra i Sinottici e Giovanni circa il giorno della morte di Gesù, giacché essa secondo i primi sembra avvenuta il 15 Nisan, mentre secondo Giovanni il 14. Bisognerà dunque aver presenti ambedue questi giorni nei calcoli astronomici. L'ultima condizione è che il ricercato giorno della morte di Gesù cada in un venerdì, sia esso il 14 oppure il 15 Nisan. Accertando i calcoli dei più autorevoli astronomi moderni, veniamo a sapere che Nell'anno 28 d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel martedì 30 marzo, e il 15 Nisan nel mercoldì 31; oppure, il 14 Nisan nel mercoldì 28 aprile o anche nel giovedì 29, e il 15 Nisan nel giovedì 29 o anche nel venerdì 30. Nell'anno 29 d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel sabbato 19 marzo, e 15 Nisan nella domenica 20; oppure, il 14 Nisan nel lunedì 18 aprile, e il 15 Nisan nel martedì 19. Nell'anno 30 d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel venerdì 7 aprile, e il 15 Nisan nel sabbato 8; oppure, il 14 Nisan nel sabbato 6 maggio, e il 15 Nisan nella domenica 7. Nell'anno 31 d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel martedì 27 marzo, e il 15 Nisan nel mercoledì 28; oppure, il 14 Nisan nel mercoledì 25 aprile, e il 15 Nisan nel giovedì 26. Nell'anno 32 d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel lunedì 14 aprile, e il 15 Nisan nel martedì 15; oppure, il 14 Nisan nel martedì 13 maggio, e il 15 Nisan nel mercoledì 14. Nell'anno 33 .d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel venerdì 3 aprile, e il 15 Nisan nel sabbato 4; oppure, il 14 Nisan nella domenica 3 maggio, e il 15 Nisan nel lunedì 4. Nell'anno 34 d. Cr.: caddero il 14 Nisan nel mercoledì 24 marzo, e il 15 Nisan nel giovedì 25; oppure il 14 Nisan nel giovedì 22 aprile, e il 15 Nisan nel venerdi 23. In forza della suaccennata condizione che il giorno della morte dev'essere un venerdì, si scarteranno senz'altro gli anni 29, 31 e 32, in cui né il 14 né il 15 Nisan caddero in un venerdì. L'anno 28, sebbene contenga la possibilità del venerdì 30 aprile (=15 Nisan, è da scartarsi perché cade prima del tempo che per le ragioni storiche già viste sembra ammissibile. L'anno 34, sebbene contenga la possibilità del venerdì 23 aprile (= 15 Nisan), è da scartarsi perché troppo tardivo. Se Gesù fosse morto in quest'anno avrebbe avuto da anni 38 e mezzo a 39 e mezzo essendo nato circa un biennio prima della morte di Erode (§ 173), e quindi all'inizio della sua vita pubblica avrebbe avuto da 36 anni a 37, che non sembra accordarsi con l'indicazione che egli era allora circa di trenta anni (§ 176). Inoltre se la vita pubblica cominciò al più tardi nel 29 d. Cr. e durò circa anni 2 e mezzo, la morte dovette avvenire prima del 34. L'anno 33 risponde molto bene alle condizioni astronomiche, ma contro di esso vi sono le stesse ragioni storiche rilevate contro l'anno 34; vi sarà bensì la differenza di un anno in meno per l'età di Gesù, tuttavia sembra ancora poco probabile che un uomo di 35-36 anni sia chiamato circa di trenta anni, ed è senz'altro meno verosimile che la vita pubblica si sia protratta dal 29 al 33 d. Cr. L'unico anno che rimane, cioè il 30 d. Cr., risponde anch'esso molto bene alle condizioni astronomiche, e di piu 5 inquadra anche giustamente negli altri dati cronologici che abbiamo finora raccolti. Se Gesù è nato circa un biennio prima della morte di Erode, era veramente circa di trenta anni all'inizio della sua vita pubblica, giacché poteva contare allora da 32 a 33 anni; dopo 2 emezzo di vita pubblica, egli contava da anni 34 e mezzo a 35 e mezzo infine la sua morte cade in un venerdì.
§ 180. Tutto ciò è chiaro; ma bisogna lealmente aggiungere che non è altrettanto sicuro, e la mancanza di sicurezza deriva proprio dai calcoli astronomici, più che dai precedenti argomenti storici. I calcoli astronomici riportati qui sopra saranno esattissimi, ottenuti come sono da insigni scienziati dei nostri giorni; il male invece è che altrettanto non possiamo dire dei calcoli su cui i Giudei del tempo di Gesù fondavano il loro calendario. E in realtà pare certo che i Giudei di quel tempo non avessero ancora un calendario fisso, bensì stabilissero mediante l'osservazione diretta dei vari fenomeni le principali date; queste erano specialmente l'inizio dell'anno e dei mesi, e l'intercalazione di un giorno dopo certi mesi e di un mese dopo ogni terzo anno, per far corrispondere, bene o male, l'anno lunare all'anno solare. Le norme per fissare queste date son contenute specialmente nel trattato della Mishna intitolato Rosh hashanah (“capodanno “), e sono norme molto empiriche. Il fenomeno principale cui si badava era naturalmente il novilunio. Il caso più semplice e facile era quando la luna nuova si scorgeva subito da Gerusalemme stessa; e allora i sacerdoti addetti facevano accendere segnali luminosi in cima all'attiguo monte degli Olivi, per annunziare alle campagne circostanti e attraverso queste ai distretti più lontani che nel giorno seguente cominciava il nuovo mese. Ma spesso la luna nuova non si poteva scorgere subito da Gerusalemme, per ragioni climatiche o anche astronomiche; e allora si aspettavano messaggeri dai vari distretti che giungessero ad annunziare alle autorità della capitale d'aver scotto la luna nuova, essendosi ritrovati in condizioni di visibilità più favorevoli degli abitanti di Gerusalemme questo messaggio della luna nuova era stimato così' urgente, che dispensava anche dal riposo del sabbato per potersi recare immediatamente a Gerusalemme. Se non giungeva alcun messaggero, quel giorno d'aspettativa era computato col mese precedente come giorno aggiunto, e il nuovo mese cominciava col giorno seguente. Più arduo ancora era fissare il capodanno, che secondo il calendario religioso coincideva con l'inizio del mese Nisan: bisognava, infatti, ad ogni terzo anno aggiungere un tredicesimo mese per la ragione già vista. L'intercalazione del tredicesimo mese era regolata dall'osservazione empirica delle colture agricole, che dovevano aver raggiunto un certo grado di sviluppo: infatti per la Pasqua (14 Nisan) dovevano esser mature le prime spighe della nuova messe, perché in un giorno (16 Nisan) di quella festività si doveva offrire al Tempio un manipolo di spighe come primizia. E’ chiaro che, con coteste norme empiriche, il calendario effettivamente seguito poteva avere frequenti divergenze dalla realtà astronomica; tanto più che talvolta avvenivano anche frodi, testimoniate dal Talmud, da parte di chi annunziava di aver scorto la luna nuova e aveva interesse a dire il falso. l'ornando pettanto ai surriferiti calcoli degli astronomi- odierni, quello che può destare qualche serio dubbio di non corrispondere al calendario empirico dei Giudei antichi e' il calcolo dell'anno 29 d. Cr., mentre quanto a ragioni storiche detto anno si trova circa nelle stesse condizioni favorevoli dell'anno 30. Se nell'anno 29 la segnalazione della luna nuova fu anticipata erroneamente d'un giorno, il 14 Nisan cadde nel venerdì 18 marzo e il 15 Nisan nel sabbato 19, e ciò si accorderebbe ottimamente cosi i dati evangelici della morte di Gesù.
§ 181. Con tanta elasticità di dati ed incertezza di computi non farà meraviglia di trovare la cronologia della vita di Gesù fissata nelle maniere più diverse dagli studiosi, anche in questi ultimi decenni. La nascita è posta, a seconda delle opinioni, in quasi tutti gli anni tra il 12 av. Cr. e il 1° d. Cr.: ma i preferiti sono gli anni tra il 7 e il 5 av. Cr. L'inizio del ministero di Giovanni il Battista, cioè l'anno decimoquinto di Tiberio, è posto da parecchi all'anno 26 d. Cr., ma più numerosi sono coloro che assegnano detto ministero nella sua massima parte all'anno 28, facendo tuttavia iniziare tale anno o il 1° ottobre del 27 o in un'altra delle date successive già segnalate (§ 175). In questo stesso anno sono comunemente collocati il battesimo di Gesù, posteriore di alcune settimane all'inizio di Giovanni, e l'inizio della vita pubblica di Gesù, posteriore di 40 giorni al suo battesimo. La durata della vita pubblica è stata giudicata di un solo anno da alcuni pochi studiosi (che con manifesta arbitrarietà sono costretti a correggere i testi di Giovanni, per sopprimere le precise testimonianze delle tre Pasque); gli altri studiosi stanno per la durata o di due anni e alcuni mesi, o di tre anni e alcuni mesi: gli imprecisati mesi in più del biennio o del triennio sono quelli che ricollegano il battesimo di Gesù con la prima Pasqua della sua vita pubblica. I partigiani del biennio sono più recenti ma alquanto meno numerosi dei partigiani del triennio. La morte di Gesù ha ricevuto anch'essa varie assegnazioni. Astraendo da alcune assegnazioni del tutto strampalate - ad esempio, quella di R. ElsIer che la pone all'anno 21 d. Cr. - pochissimi sono gli studiosi che la pongono agli anni 28, 31, 32, 34; tutti gli altri stanno per uno degli anni 29, 30, 33. Numerosi sono tanto i partigiani dell'anno 29, col giorno della morte al venerdì 18 marzo (§ 179, cfr. 180 fine), quanto i partigiani dell'anno 33, col giorno della morte al venerdi 3 aprile; più numerosi ancora sono i partigiani dell'anno 30, col giorno della morte al venerdì 7 aprile. Quanto al giorno del calendario ebraico corrispondente al giorno della morte, i partigiani di tutti e tre gli anni si dividono nuovamente, preferendo o il 14 o il 15 Nisan (§ 536 segg.).
§ 182. Infine, si sarà notato che i precedenti risultati sono stati ottenuti esaminando i soli dati dei quattro vangeli confrontati con i documenti profani, e trascurando del tutto la tradizione ecclesiastica. Non esiste, infatti, una « tradizione » nel vero senso della parola; esistono soltanto delle opinioni particolari ai vari scrittori antichi, le quali spesso sono manifestamente assurde, talvolta si contraddicono fra loro, non di rado sono affatto gratuite, e solo qualche rara volta sembrano riecheggiamenti di più antiche notizie autorevoli. Frequentissima è l'assegnazione della nascita di Gesù a qualcuno degli anni posteriori al 4 av. Cr. (morte di Erode), con manifesta assurdità. Varia è la durata concessa alla vita di Gesù: l'autorevole Ireneo, nel passo già accennato (§ 176), afferma che Gesù ha raggiunto addirittura i 50 anni di età. La vita pubblica è protratta ordinariamente da uno a tre anni (talvolta uno stesso scrittore segue opinioni diverse), non mancano però accenni anche a durate più lunghe. La data della morte è disseminata dall'anno 21 fino al 58 d. Cr. Una certa attenzione, tuttavia, si può prestare ad una voce che assegna la morte di Gesù all'anno in cui furono consoli L. Rubellio Gemino e C. Fufio Gemino, che fu il 782 di Roma e 29 d. Cr. Questa voce, che già si ritrova in Tertulliano e forse anche in Ippolito (in Danielem, Iv, 23, 3), è riecheggiata in seguito da molti altri documenti, i quali pongono la morte di Gesù sotto i « due Gemini »; non mancano tuttavia dissonanze anche a questa voce, e soprattutto essa è ignorata o esplicitamente contraddetta da tanti altri scrittori antichi che il suo valore è ridotto praticamente a quasi nulla. A guisa di riepilogo offriamo la seguente tabella, la cui giustificazione storica è contenuta nei paragrafi precedenti. Essi però mostrano chiaramente che non possiamo attribuire all'intera tabella un valore di certezza (salvo, negativamente, per alcune date escluse), bensì solo un valore di probabilità, che può essere maggiore o minore a seconda delle varie date. Tabella cronologica della vita di Gesu' Nascita di Gesu': sul finire dell'anno 748 di Roma, 6 av. Cr. Inizio del trimistero di Giovanni il Battista: sui principii dell'anno 28 d. Cr. (o anche tra l'ottobre e il dicembre del 27). Battesimo e inizio della vita pubblica di Gesu': poco tempo dopo la data precedente; Gesù ha da 32 a 33 anni di età Prima Pasqua della vita pubblica di Gesu': marzo-aprile dell'anno 28; età di Gesù, anni 32 e mezzo, 33 e mezzo. Seconda Pasqua: marzo-aprile del 29; età di Gesù, anni 33 e mezzo, 34 e mezzo. Terza Pasqua e morte di Gesù: 7 aprile dell'anno 30, il giorno 14 del mese Nisan; età di Gesù, anni 34 e mezzo, 35 e mezzo.
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1083 - Commento al Vangelo di oggi 3/9/2010
+ Dal Vangelo secondo Luca (6,1-5)
Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?». Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». E diceva loro: «Il Figlio dell’Uomo è signore del sabato».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Gli scribi e i farisei si erano convinti di dover gestire tutte le verità rivelate da Dio sul Sinai e non permettevano a nessuno di arrogarsi una minima rivelazione divina. Il loro odio verso Gesù aumentava di continuo, Lo consideravano un intruso, un piccolo profeta autogestito privo di un messaggio credibile.
I miracoli di Gesù rompevano la loro falsa convinzione e si infuriavano.
Si domandavano la provenienza dei miracoli di Gesù, erano convinti che solo loro possedevano la chiave della verità, la chiave per svelare tutte le verità. Se loro si consideravano gli amici fedeli di Dio, da dove arrivavano i poteri di Gesù? Dai diavoli, non c’era altra spiegazione. Questa falsa considerazione della realtà però li rendeva ciechi nemici di Gesù, per loro era solamente un folle che ingannava il popolo.
Con tristezza devo riconoscere che questo identico comportamento di scribi e farisei, lo tengono certi Vescovi pienamente accecati e illusi di essere i proprietari della diocesi che gestiscono.
Lo stesso Papa Benedetto XVI è intervenuto con parole dure proprio per condannare questo comportamento. Benedetto XVI ha richiamato i Vescovi a non considerare proprietà privata le diocesi in cui prestano servizio come Pastori. Ha richiamato in diverse circostanze tutti quei Vescovi che non sono più fedeli a Gesù Cristo, né in comunione con il Magistero autentico della Chiesa Cattolica.
Lo scrivo con una grande amarezza ma è vero, in molti casi sono certi Cardinali e Vescovi a soffocare la vera dottrina della Chiesa e a indirizzare i propri parroci verso teorie moderniste e protestanti. Ce ne sono fatti e misfatti da raccontare…
Molti “Vescovi lavorano per se stessi e non per la comunità”, lo ha detto, o meglio denunciato, Papa Benedetto XVI durante la Messa solenne nella Basilica di San Pietro, l’11 settembre 2009, in cui ha ordinato cinque nuovi Vescovi, tutti uomini provenienti da incarichi di Curia e della Segreteria di Stato della Santa Sede.
Il Papa Benedetto XVI ha ricordato che “Gesù è venuto nel mondo per servire” ed ha dunque esortato i Vescovi ad essere “servi” fedeli, prudenti e buoni. “Sappiamo come le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità” ha detto il Papa, ricordando a sostegno delle sue parole due parabole del Vangelo.
Una è quella del servo malvagio che si mette a “gozzovigliare e percuotere i dipendenti”; l'altra è quella del servo che sotterra le monete del padrone, per potersi dedicare “esclusivamente ai propri affari”.
In pratica, può esserci un Vescovo che ignora la carità del Vangelo e percuote a proprio piacimento quei Sacerdoti che seguono Gesù e non sono modernisti. Inoltre, questo Vescovo si dedica “esclusivamente ai propri affari”, cioè, distaccandosi da Dio e pensa al potere, alla carriera, al denaro e a favorire quelli che vogliono modernizzare la Chiesa con teorie false ed eretiche.
Perciò, ha sottolineato il Papa Benedetto XVI, la “prima caratteristica, che il Signore richiede dal Vescovo, è la fedeltà”. Al servo “è stato affidato un grande bene, che non gli appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio. Il servo deve rendere conto di come ha gestito il bene che gli è stato affidato. Non leghiamo gli uomini a noi; non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi”, ha continuato Benedetto XVI.
La seconda caratteristica di un Vescovo, ha aggiunto, deve essere la “prudenza”, non intesa come astuzia, ma come capacità di giudicare in base all'insieme “e non a partire da dettagli casuali”.
Infine, l'uomo di Chiesa deve essere “buono”, nel senso del dialogo costante con Dio.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?». Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». E diceva loro: «Il Figlio dell’Uomo è signore del sabato».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Gli scribi e i farisei si erano convinti di dover gestire tutte le verità rivelate da Dio sul Sinai e non permettevano a nessuno di arrogarsi una minima rivelazione divina. Il loro odio verso Gesù aumentava di continuo, Lo consideravano un intruso, un piccolo profeta autogestito privo di un messaggio credibile.
I miracoli di Gesù rompevano la loro falsa convinzione e si infuriavano.
Si domandavano la provenienza dei miracoli di Gesù, erano convinti che solo loro possedevano la chiave della verità, la chiave per svelare tutte le verità. Se loro si consideravano gli amici fedeli di Dio, da dove arrivavano i poteri di Gesù? Dai diavoli, non c’era altra spiegazione. Questa falsa considerazione della realtà però li rendeva ciechi nemici di Gesù, per loro era solamente un folle che ingannava il popolo.
Con tristezza devo riconoscere che questo identico comportamento di scribi e farisei, lo tengono certi Vescovi pienamente accecati e illusi di essere i proprietari della diocesi che gestiscono.
Lo stesso Papa Benedetto XVI è intervenuto con parole dure proprio per condannare questo comportamento. Benedetto XVI ha richiamato i Vescovi a non considerare proprietà privata le diocesi in cui prestano servizio come Pastori. Ha richiamato in diverse circostanze tutti quei Vescovi che non sono più fedeli a Gesù Cristo, né in comunione con il Magistero autentico della Chiesa Cattolica.
Lo scrivo con una grande amarezza ma è vero, in molti casi sono certi Cardinali e Vescovi a soffocare la vera dottrina della Chiesa e a indirizzare i propri parroci verso teorie moderniste e protestanti. Ce ne sono fatti e misfatti da raccontare…
Molti “Vescovi lavorano per se stessi e non per la comunità”, lo ha detto, o meglio denunciato, Papa Benedetto XVI durante la Messa solenne nella Basilica di San Pietro, l’11 settembre 2009, in cui ha ordinato cinque nuovi Vescovi, tutti uomini provenienti da incarichi di Curia e della Segreteria di Stato della Santa Sede.
Il Papa Benedetto XVI ha ricordato che “Gesù è venuto nel mondo per servire” ed ha dunque esortato i Vescovi ad essere “servi” fedeli, prudenti e buoni. “Sappiamo come le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità” ha detto il Papa, ricordando a sostegno delle sue parole due parabole del Vangelo.
Una è quella del servo malvagio che si mette a “gozzovigliare e percuotere i dipendenti”; l'altra è quella del servo che sotterra le monete del padrone, per potersi dedicare “esclusivamente ai propri affari”.
In pratica, può esserci un Vescovo che ignora la carità del Vangelo e percuote a proprio piacimento quei Sacerdoti che seguono Gesù e non sono modernisti. Inoltre, questo Vescovo si dedica “esclusivamente ai propri affari”, cioè, distaccandosi da Dio e pensa al potere, alla carriera, al denaro e a favorire quelli che vogliono modernizzare la Chiesa con teorie false ed eretiche.
Perciò, ha sottolineato il Papa Benedetto XVI, la “prima caratteristica, che il Signore richiede dal Vescovo, è la fedeltà”. Al servo “è stato affidato un grande bene, che non gli appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio. Il servo deve rendere conto di come ha gestito il bene che gli è stato affidato. Non leghiamo gli uomini a noi; non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi”, ha continuato Benedetto XVI.
La seconda caratteristica di un Vescovo, ha aggiunto, deve essere la “prudenza”, non intesa come astuzia, ma come capacità di giudicare in base all'insieme “e non a partire da dettagli casuali”.
Infine, l'uomo di Chiesa deve essere “buono”, nel senso del dialogo costante con Dio.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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venerdì 2 settembre 2011
1082 - Messaggio Medjugorje del 2/9/2011
Cari figli, io con tutto il cuore e con l’anima piena di fede e di amore verso il Padre Celeste vi ho donato e vi dò nuovamente mio Figlio.
Mio Figlio ha fatto conoscere a voi, popolo di tutto il mondo, l’unico vero Dio ed il Suo Amore.
Vi ha condotto sulla strada della verità e vi ha reso fratelli e sorelle.
Perciò, figli miei, non vagate inutilmente, non chiudete il cuore di fronte a questa verità, speranza ed amore.
Tutto attorno a voi è passeggero e tutto crolla, solo la gloria di Dio rimane.
Perciò rinunciate a tutto ciò che vi allontana dal Signore.
Adorate solo Lui perché Egli è l’unico vero Dio.
Io sono con voi e rimarrò accanto a voi.
Prego in modo particolare per i pastori affinché siano degni rappresentanti di mio Figlio ed affinché vi conducano con amore sulla strada della verità.
Vi ringrazio!
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Mio Figlio ha fatto conoscere a voi, popolo di tutto il mondo, l’unico vero Dio ed il Suo Amore.
Vi ha condotto sulla strada della verità e vi ha reso fratelli e sorelle.
Perciò, figli miei, non vagate inutilmente, non chiudete il cuore di fronte a questa verità, speranza ed amore.
Tutto attorno a voi è passeggero e tutto crolla, solo la gloria di Dio rimane.
Perciò rinunciate a tutto ciò che vi allontana dal Signore.
Adorate solo Lui perché Egli è l’unico vero Dio.
Io sono con voi e rimarrò accanto a voi.
Prego in modo particolare per i pastori affinché siano degni rappresentanti di mio Figlio ed affinché vi conducano con amore sulla strada della verità.
Vi ringrazio!
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1081 - Commento al Vangelo di oggi 2/9/2010
+ Dal Vangelo secondo Luca (5,33-39)
In quel tempo, i farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno». Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
In questi giorni si sono accumulate tantissime cose da ultimare e di alcune ve ne darò comunicazione molto presto. Riguardano sia l’apostolato che la nostra grande parrocchia virtuale, oggi comprendente oltre cinquemiladuecento fedeli (5.200).
Voglio manifestare la mia grande gioia nel constatare che stiamo diventando una vera famiglia spirituale che è più sincera di quella carnale. Almeno così dovrebbe essere. Non ci conosciamo ancora tutti, anche questo è un progetto che sicuramente si realizzerà. Non appena sarà possibile, faremo degli incontri per stare insieme qualche giorno.
In passato vi ho già riferito della Casa di preghiera che si sta realizzando, lentamente è vero, ma io non chiedo esplicitamente offerte a nessuno, posso solamente indicare l’attività di apostolato che porto avanti e le opere che si realizzano. Lascio a quanti leggono la libertà di aiutare o meno.
In questi giorni un nostro parrocchiano di Padova, Emerenziato Morato, mi ha chiesto di fare una raccolta di offerte per sostenere i cinque figli di mio fratello, però non ritengo opportuna questa raccolta e non la chiederò. È facile chiedere denaro, invece bisogna pregare per lasciare intervenire la Divina Provvidenza come vorrà. Mai Gesù ha lasciato soli i suoi veri seguaci, mai ha fatto mancare tutto il necessario.
Ringrazio il parrocchiano, non vedo l’opportunità di fare la raccolta di offerte, i cinque figli di Agostino sono aiutati da noi parenti. Poi la Madre Santa vede e provvede sempre.
Voglio ringraziare tutti coloro che hanno scritto per le condoglianze parole veramente commoventi. Ho avuto pure difficoltà nel leggere pensieri un po’ più lunghi, ma da centinaia di messaggi traspare un grande amore.
Poi, quando leggo che moltissimi nostri parrocchiani scrivono che mi vogliono veramente bene per la mia guida spirituale, mi commuovo fin troppo. A me basta ricevere questa manifestazione di amore e di riconoscenza per sentirmi pienamente appagato da quanti mi seguono, non cerco gloria umana né cose materiali né denaro.
Un gesto di amore che ricevo, ripaga la mia vita dedicata pienamente alla salvezza delle anime, rifiutando ogni piacere mondano, vacanze, feste, divertimenti.
Anche Gesù voleva ricevere questa riconoscenza: «Mentre i dieci lebbrosi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?”» (Lc 12,14-17).
Non possiamo chiedere Grazie a Gesù e non ringraziarlo. Allo stesso modo, dobbiamo sempre essere riconoscenti con quanti ci aiutano. Per arrivare alla purezza di cuore e di intenzione, dobbiamo cominciare ad eliminare dalla nostra vita tutto ciò che si oppone all’Amore di Gesù. È necessario lottare contro i giudizi, le avversità, le antipatie, l’indifferenza, i vizi che schiacciano.
Il Vangelo di oggi ci invita a rinnovare il cuore.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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In quel tempo, i farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno». Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
In questi giorni si sono accumulate tantissime cose da ultimare e di alcune ve ne darò comunicazione molto presto. Riguardano sia l’apostolato che la nostra grande parrocchia virtuale, oggi comprendente oltre cinquemiladuecento fedeli (5.200).
Voglio manifestare la mia grande gioia nel constatare che stiamo diventando una vera famiglia spirituale che è più sincera di quella carnale. Almeno così dovrebbe essere. Non ci conosciamo ancora tutti, anche questo è un progetto che sicuramente si realizzerà. Non appena sarà possibile, faremo degli incontri per stare insieme qualche giorno.
In passato vi ho già riferito della Casa di preghiera che si sta realizzando, lentamente è vero, ma io non chiedo esplicitamente offerte a nessuno, posso solamente indicare l’attività di apostolato che porto avanti e le opere che si realizzano. Lascio a quanti leggono la libertà di aiutare o meno.
In questi giorni un nostro parrocchiano di Padova, Emerenziato Morato, mi ha chiesto di fare una raccolta di offerte per sostenere i cinque figli di mio fratello, però non ritengo opportuna questa raccolta e non la chiederò. È facile chiedere denaro, invece bisogna pregare per lasciare intervenire la Divina Provvidenza come vorrà. Mai Gesù ha lasciato soli i suoi veri seguaci, mai ha fatto mancare tutto il necessario.
Ringrazio il parrocchiano, non vedo l’opportunità di fare la raccolta di offerte, i cinque figli di Agostino sono aiutati da noi parenti. Poi la Madre Santa vede e provvede sempre.
Voglio ringraziare tutti coloro che hanno scritto per le condoglianze parole veramente commoventi. Ho avuto pure difficoltà nel leggere pensieri un po’ più lunghi, ma da centinaia di messaggi traspare un grande amore.
Poi, quando leggo che moltissimi nostri parrocchiani scrivono che mi vogliono veramente bene per la mia guida spirituale, mi commuovo fin troppo. A me basta ricevere questa manifestazione di amore e di riconoscenza per sentirmi pienamente appagato da quanti mi seguono, non cerco gloria umana né cose materiali né denaro.
Un gesto di amore che ricevo, ripaga la mia vita dedicata pienamente alla salvezza delle anime, rifiutando ogni piacere mondano, vacanze, feste, divertimenti.
Anche Gesù voleva ricevere questa riconoscenza: «Mentre i dieci lebbrosi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?”» (Lc 12,14-17).
Non possiamo chiedere Grazie a Gesù e non ringraziarlo. Allo stesso modo, dobbiamo sempre essere riconoscenti con quanti ci aiutano. Per arrivare alla purezza di cuore e di intenzione, dobbiamo cominciare ad eliminare dalla nostra vita tutto ciò che si oppone all’Amore di Gesù. È necessario lottare contro i giudizi, le avversità, le antipatie, l’indifferenza, i vizi che schiacciano.
Il Vangelo di oggi ci invita a rinnovare il cuore.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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giovedì 1 settembre 2011
1080 - Commento al Vangelo di oggi 1/9/2010
+ Dal Vangelo secondo Luca (5,1-11)
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Questo episodio galvanizza i cristiani, ma non tutti. Non solo Sacerdoti, ci sono anche Prelati convinti di poter fare da soli o comunque non hanno mai avuto modo di capire la necessità della presenza di Gesù nelle loro opere. Ci sono molte ragioni per non capire la necessità di agire insieme a Gesù, per esempio, la durezza o insensibilità del cuore. La persona non si accorge del cuore indurito, ma agisce senza amore e in piena opposizione alla misericordia del Vangelo. Si crea un proprio vangelo, privo di amore e di misericordia. Risulta strano a molti vedere determinate persone celebrare la Santa Messa e poi nella vita non vivono il Vangelo. L’apostasia del cuore è la perdita della Fede, significa che non avvertono più nel cuore alcun interesse per Gesù e la Chiesa. È la durezza del cuore a rifiutare le cose di Dio, perché il cuore insensibile respinge le cose spirituali, le aggredisce, si ribella per tuffarsi nella bieca depravazione.
Chi si ritrova un cuore insensibile o indurito, rifiuta la preghiera e si allontana dalla Verità.
Si convince di poter fare da solo, il più delle volte addirittura la convinzione agisce a livello inconscio, neanche più si pensa al distacco da Gesù e i motivi che ne causano quel distacco. E il cristiano che agisce senza Gesù, fatica inutilmente nella vita. Chiaramente può raggiungere traguardi eccellenti ma senza la vera gioia interiore, senza sentire l’intima presenza di Gesù, senza la sua benedizione. E tutto può succedere quando non c’è Gesù nella nostra vita.
Almeno Pietro e gli altri potevano dire a Gesù con molta sincerità: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”.
Contando sulle loro indubbie capacità di pescatori, non avevano preso nulla, avevano lavorato inutilmente, i pesci scappavano non appena intravedevano le loro reti. Tra i pesci c’era un’intesa più forte del passaparola… Tutta la notte ad attendere l’arrivo dei pesci, sicuramente senza pregare perché ancora molto inesperti nella preghiera. Tutto cambia quando ascoltano Gesù: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Questo episodio galvanizza i cristiani, ma non tutti. Non solo Sacerdoti, ci sono anche Prelati convinti di poter fare da soli o comunque non hanno mai avuto modo di capire la necessità della presenza di Gesù nelle loro opere. Ci sono molte ragioni per non capire la necessità di agire insieme a Gesù, per esempio, la durezza o insensibilità del cuore. La persona non si accorge del cuore indurito, ma agisce senza amore e in piena opposizione alla misericordia del Vangelo. Si crea un proprio vangelo, privo di amore e di misericordia. Risulta strano a molti vedere determinate persone celebrare la Santa Messa e poi nella vita non vivono il Vangelo. L’apostasia del cuore è la perdita della Fede, significa che non avvertono più nel cuore alcun interesse per Gesù e la Chiesa. È la durezza del cuore a rifiutare le cose di Dio, perché il cuore insensibile respinge le cose spirituali, le aggredisce, si ribella per tuffarsi nella bieca depravazione.
Chi si ritrova un cuore insensibile o indurito, rifiuta la preghiera e si allontana dalla Verità.
Si convince di poter fare da solo, il più delle volte addirittura la convinzione agisce a livello inconscio, neanche più si pensa al distacco da Gesù e i motivi che ne causano quel distacco. E il cristiano che agisce senza Gesù, fatica inutilmente nella vita. Chiaramente può raggiungere traguardi eccellenti ma senza la vera gioia interiore, senza sentire l’intima presenza di Gesù, senza la sua benedizione. E tutto può succedere quando non c’è Gesù nella nostra vita.
Almeno Pietro e gli altri potevano dire a Gesù con molta sincerità: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”.
Contando sulle loro indubbie capacità di pescatori, non avevano preso nulla, avevano lavorato inutilmente, i pesci scappavano non appena intravedevano le loro reti. Tra i pesci c’era un’intesa più forte del passaparola… Tutta la notte ad attendere l’arrivo dei pesci, sicuramente senza pregare perché ancora molto inesperti nella preghiera. Tutto cambia quando ascoltano Gesù: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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