+ Dal Vangelo secondo Matteo (20,20-28)
In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Oggi è la festa liturgica di San Giacomo Apostolo, primo martire del Vangelo in Spagna, uno dei primi seguaci di Gesù, fratello di San Giovanni Evangelista.
Come ci racconta oggi la Parola, sua madre si interessò dei due figli e a modo suo, li volle raccomandare presso Gesù, chiedendo di dare i posti migliori accanto a Lui. Una vera raccomandazione, diversa certamente da quelle che si chiedono e fanno oggi.
Questa donna non cercava denaro, neanche poteva immaginare il pesante significato di rimanere accanto al Signore, in previsione del Calvario che Lo attendeva e che avrebbero condiviso anche i suoi discepoli. Considerava Gesù come Messia, l’atteso di Israele, anche i suoi figli avrebbero goduto della stessa gloria.
È una richiesta molto umana, fatta da una madre che si preoccupa dei suoi figli.
È anche vero che la donna e i due figli, non avevano ancora compreso la missione salvifica di Gesù. Posso comprendere la donna, ma Giacomo e Giovanni erano insieme a Gesù da quasi tre anni, avevano già sentito dal Signore la Croce scelta per riscattare il popolo dal peccato. E insieme a Lui anche i suoi discepoli avrebbero sofferto molto.
Le idee erano molto confuse, la donna chiede posti influenti per i figli, vedendo Gesù come un personaggio politico. Cerca potere nel mondo per i figli. Gesù risponde con chiarezza e cambia radicalmente la prospettiva dei due Apostoli: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?”.
Quelli chiedono ingenuamente maggiore potere, Gesù offre invece il calice.
Oggi nella Chiesa non è più così, chi chiede potere accetta anche molti compromessi.
Il calice che indica Gesù e che Lui berrà pienamente, indica dolore e sofferenza, significa fare parte del Regno del Padre e bisogna fare un percorso molto impegnativo per entrarvi.
Non si tratta solamente di bere al calice, bisogna bere al calice di Gesù Cristo. Condividere le sue stesse sofferenze. Il primo posto che cercano, è visto da un’ottica puramente umana, solo dopo la Risurrezione di Gesù i due Apostoli comprenderanno il valore di stare accanto a Gesù.
Nella Chiesa di oggi molti cercano potere e visibilità, avviene ai Sacerdoti e anche ai laici. C’è un potere arrogante e ottenuto attraverso compromessi e c’è un potere che indica un servizio, una disponibilità a lavorare per il bene delle anime. Il potere e la visibilità non indica sempre arroganza, dipende dalla persona e dalla sua vicinanza a Gesù. Chi usa il potere per servire è certamente un vero discepolo del Cristo. Servire con Cristo è regnare con Lui.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mediterò sull’insegnamento di Gesù e aderirò con serenità e gioia allo stato di vita al quale il Signore mi ha chiamato.
Pensiero
La virtù praticata nelle contraddizioni è più potente e più perfetta, e quindi è più gradita a Dio. (Santa Giovanna di Chantal)
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Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto
CIAO A TE !!
Nulla è più urgente nel mondo d'oggi di proclamare Cristo alle genti. Chiunque tu sia, puoi, se vuoi, lasciare un tuo contributo, piccolo o grande che sia, per dire, comunicare, annunciare la persona di Gesù Cristo, unico nostro salvatore. Uno speciale benvenuto a LADYBUG che si è aggiunta di recente ai sostenitori ! *************************************************** Questo blog è sotto la protezione di N.S. Gesù Cristo e della SS Vergine Maria, Sua Madre ed ha come unica ragione di esistere di fornire un contributo, sia pure piccolo ed umile, alla crescita della loro Gloria. ***************************************************
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lunedì 25 luglio 2011
domenica 24 luglio 2011
1030 - Vita di Gesù (paragrafi 166 - 171)
§ 166. Che l'autore del IV vangelo sia un Giudeo d'origine, appare anche dal suo stile e dal suo modo d'esporre; tanto che alcuni moderni hanno supposto, esagerando, ch'egli abbia scritto originariamente in aramaico. In realtà egli spesso impiega, oltre ad espressioni semitiche, come godere di gaudio (3, 29), figlio della perdizione (17, 12), ecc., anche voci semitiche, ma che regolarmente traduce in greco per farsi capire dai suoi lettori, come Rabbì e Rabbonì (1, 38; 20, 16), Messia (1, 41), Kefa (1, 42), Siloam (9, 7), ecc. Anche il periodare è grecamente povero, elementare, alieno da ogni costruzione complessa e subordinata; ma, al contrario, vi si osserva una spiccata tendenza a quel parallelismo di concetti che è base della forma poetica ebraica. Ad esempio: Non è servo maggiore del signore di lui, nè messo maggiore di chi inviò lui... Chi accoglie alcuno, se io lo mando, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie chi inviò me (13, 16... 20) La donna, quando partorisca, ha tristezza, perché venne l'ora di lei: ma quando partorì il bambino, piu' non rammenta l'angustia per il gaudio che è nato un uomo nel mondo (16, 21) Ia forma paratattica e slegata rende spesso difficile di rintracciare l'occulta connessione dei pensieri; ma, in compenso, il suo procedere sentenzioso e solenne infonde a tutto il discorso un'arcana maestà ieratica, che colpisce il lettore fin dal principio dello scritto: In principio era il Logos, e il Logos era presso Iddio ed era Dio il Logos. Costui era in principio presso Iddio: tutte le cose per mezzo di lui furono, e senza lui non fu neppure una cosa ch'e stata. In lui era Vita, e la Vita era la Luce degli uomini: e la Luce nella Tenebra apparve, e la Tenebra non la comprese... Era la Luce vera, la quale illumina ogni uomo venendo (ella) nel mondo. Nel mondo era, e il mondo per lui fu, e il mondo non lo conobbe... E il Logos carne divenne, e s'attendò fra noi (1, 1... 14).
§ 167. Ma appunto questo solennissimo inizio è servito da inizio a un lungo elenco di difficoltà. Come poteva l'incolto pescatore di Bethsaida elevarsi a concetti cosi sublimi? Come poteva, egli solo fra tutti gli scrittori del Nuovo Testamento, spingersi a proclamare l'identità dell'uomo Gesù non solo con il Messia ebraico ma perfino con l'eterno Logos divino? In qual maniera passò egli, dalle astuzie della pesca, a speculare sulle finezze concettuali di quel Logos di cui tanto avevano ragionato l'antica filosofia greca e la contemporanea alessandrina? Come mai il Gesù da lui tratteggiato è cosi diverso da quello dei Sinottici, e cosi trascendente, cosi “divino”? Donde provengono quei discorsi di Gesù, così ampi e così ricchi di astrazioni e allegorie? Donde quei dialoghi in cui gl'interlocutori di Gesù fanno la figura di pulcini che si sentano sollevati tra le nuvole dall'artiglio dell'aquila, e sbalorditi rispondono con goffaggini, come fanno Nicodemo e la Samaritana, e spesso gli stessi discepoli? Queste e molte altre considerazioni sono fatte, per poi concluderne che tutto lo scritto non può essere opera del pescatore di Bethsaida: esso quindi riassumerà le mistiche speculazioni di qualche solitario filosofo che ha religiosamente idealizzato il Gesù storico, non senza impiegare concetti che provenivano dal platonizzante giudaismo alessandrino, o dal sincretismo ellenistico, o dalle religioni misteriche, o anche dal Mandeismo. Che questa attribuzione ad uno sconosciuto sia in contrasto con le più antiche testimonianze storiche, è cosa più che evidente; ma ciò non disturba i suoi sostenitori, i quali non attribuiscono molto peso a quelle testimonianze, salvo che esse sembrino deporre in loro favore, come nel caso del presunto martirio di Giovanni (§ 156) giacché in casi siffatti quegli abituali scettici dei documenti si precipitano su testi miserevolissimi millantandone l'mportanza. Ad ogni modo si può domandare perché mai nelle condizioni del solitario filosofo sconosciuto non possa essersi ritrovato proprio Giovanni di Bethsaida. Egli era pescatore, è vero: ma da accenni dei vangeli sembra che suo padre Zebedeo fosse un agiato possessore di barche, e quindi poteva aver fatto impartire a suo figlio una certa istruzione metodica. Checché sia di ciò, era perfettamente nelle abitudini palestinesi coltivare l'erudizione e nello stesso tempo praticare un mestiere. S. Paolo lavorava con le sue mani; e prima e dopo di lui lavorarono il celebre Hillel che guadagnava solo mezzo “denaro” al giorno, e Rabbi Aqiba ch'era spaccalegna, e Rabbi Joshua ch'era carbonaio, e Rabbi Meir ch'era scrivano, e Rabbi Johanan ch'era calzolaio, e tanti altri che formarono tra i dottori talmudici la maggioranza, mentre la minoranza era formata da uomini facoltosi che non avevano bisogno di esercitare un mestiere. Se l'ardente Giovanni, vero figlio del tuono (Marco, 3, 17), si rnise ancor giovanissimo alla sequela dapprima di Giovanni il Battista e poi di Gesù, poté restar privo di quest'ultimo maestro nell'età di poco più che vent'anni. Allora egli, fedele alle usanze della sua regione, si concentrò nello studio della Legge, ma non già di quella investigata nelle contemporanee scuole rabbiniche, bensì di quella nuova Legge di perfezione e di amore ch'era stata proclamata dal suo ultimo maestro, e i cui ricordi - anche senza ch'egli scrivesse nulla - si conservavano nettissimi nel suo spirito. Nell'archivio della memoria, ch'era l'unico archivio che funzionasse anche nelle scuole rabbiniche d'allora (§§ 106, 150), Giovanni poté svolgere durante lunghissimi anni un amoroso lavorio attorno a quei tesori depositativi dallo scomparso maestro; il quale, come aveva avuto per il giovanissimo discepolo una predilezione particolare, così' doveva avergli fatto confidenze e comunicazioni particolari. Da questo lavorìo di redazione mentale e di pratica sistemazione sorse la “catechesi” particolare a Giovanni, diversa ma non contraria a quella di Pietro e dei Sinottici, parzialmente suppletiva rispetto ad essa, parzialmente esplicativa, e soprattutto meglio rispondente alle nuove condizioni esterne del messaggio cristiano.
§ 168. Anche la catechesi di Giovanni, infatti, già elaborata mentalmente prima di essere scritta, deve aver vissuto vari decenni di vita soltanto orale. Mentre il discepolo meditava sui ricordi del maestro, li comunicava anche ai fedeli affidati alle sue cure, dapprima in Palestina, e poi in Siria e in Asia Minore. Ora, in questi nuovi campi d'azione Giovanni, inoltrato ormai negli anni e sempre più autorevole per la graduale scomparsa degli altri Apostoli, incontrava ostacoli di nuovo genere; non si opponevano più le vecchie conventicole di cristiani giudaizzanti che tanto avevano molestato Paolo, bensi' erano le varie correnti di quella gnosi, in gran parte precristiana, che sul declinare del secolo I cominciavano ad infiltrarsi nell'alveolo del cristianesimo. Contro tali correnti bisognava far argine; e Giovanni, dai forzieri dei suoi ricordi, estraeva sempre nuovi e più adatti materiali per rendere particolarmente efficace la sua propria catechesi contro la nuova minaccia. Un certo giorno - come possiamo già astrattamente supporre, e come effettivamente attestano il Frammento Muratoriano e Clemente Alessandrino (§§ 159,160) - i discepoli del vegliardo lo forzano amorevolmente per ottenere in iscritto la parte essenziale di quella sua catechesi. Giovanni la detta; ma in fondo a tutto lo scritto sarà apposta, a guisa di sigillo, una dichiarazione collettiva d'autenticità rilasciata unitamente da chi aveva concesso e da chi aveva richiesto lo scritto Costui e' il discepolo che testimonia circa queste cose e scrisse queste cose: e (noi) sappiamo che vera e' la testimonianza di lui (21, 24).
§ 169. Questa preistoria spiega l'indole speciale dello scritto di Giovanni, già chiamato il vangelo spirituale per eccellenza. In tutte le maniere esso fa risaltare la trascendenza e la divinità del Cristo Gesù, perché questo era il principale suo scopo (20, 31) contro la gnosi di provenienza pagana: di qui il suo particolare carattere. Ma la medesima tesi, sviluppata più parcamente o anche solo appena abbozzata, si ritrova già nei Sinottici, e specialmente in Marco brevissimo fra tutti, com'è riconosciuto da parecchio tempo da critici radicalissimi (i quali perciò scompongono Marco in vari strati, ripudiandone le parti “soprannaturali” e “dogmatiche”). Giovanni avrà enormemente accresciuto, ma non ha innovato; fra le moltissime cose che si sarebbero potute dire di Gesù (cfr. 21, 25), egli studiosamente trascelse taluni particolari fino al suo tempo non detti ma proprio allora opportunissimi a dirsi, senza però inventarli, e li unì' con altre notizie già comuni e diffuse. Ne risultò un Gesù più illuminato di luce divina, ma fu in conseguenza della scelta di Giovanni: come il Gesù dei Sinottici è figura più umana, ma egualmente in conseguenza della scelta dei Sinottici. Ciascun biografo ha delineato il biografato dal punto di vista da cui lo ha contemplato: e lo ha delineato tutto, sebbene non totalmente, perché nessuno di essi ha preteso riprodurre tutti i singoli tratti della sua figura. Se i discorsi e i dialoghi di Gesù nel IV vangelo sono straordinariamente elevati, non per questo sono meno storici di quelli dei Sinottici. Sarebbe antistorico supporre che Gesù parlasse in un medesimo tono sempre e in ogni occasione, sia quando si rivolgeva ai montanari della Galilea con cui lo fanno parlare di solito i Sinottici, sia quando discuteva con i sottili casuisti di Gerusalemme, con cui per lo più lo fa pariare Giovanni. Prescindendo poi dall'elevatezza dei concetti, il metodo seguito nelle discussioni con gli Scribi e i Farisei mostra numerose analogie con i metodi seguiti nelle dispute rabbiniche di quei tempi: dotti Israeliti moderni, particolarmente versati nella conoscenza del Talmud, hanno sagacemente rilevato siffatte analogie, considerandole come una collettiva conferma del carattere storico dei discorsi del IV vangelo. Anche rivolgendosi ai suoi discepoli, Gesù deve aver parlato in toni differenti: più semplicemente ai primi tempi in cui lo seguivano, più complessamente in seguito, per sollevarsi fino ad altezze non mai ancora raggiunte pronunziando il discorso di commiato all'ultima cena. Inoltre, fra i discepoli stessi egli dovette avere i suoi intimi e prediletti, a cui doveva riservare confidenze che non comunicava agli altri (cfr. 13, 21-28): intimo fra questi intimi era, come già sappiamo, Giovanni, il quale perciò, anche dal semplice punto di vista storico, fu un testimonio superiore ad ogni altro.
§ 170. E questo singolare testimonio comincia il suo scritto affermando che Gesù è il divino Logos fattosi uomo. Ma anche in questa affermazione egli mostra il suo senso storico, sebbene applicato ad una visione teologica dei fatti: quel Logos che è dall'eternità presso Dio, è diventato uomo pochi anni fa, e contemplammo la gloria di lui, gloria come di unigenito da Padre (1, 14). Giammai però il verace testimonio, scrupoloso nella sua storicità, afferma che Gesù si sia chiamato da se stesso Logos: egli solo, Giovanni, lo chiama con questo nome, sia nel prologo al vangelo, sia in quella sua lettera che si può ben considerare come uno scritto d'accompagnamento al vangelo (I Giovanni, 1,1), sia nell'Apocalisse (19, 13). In tutto il Nuovo Testamento il termine personale Logos occorre in questi tre soli luoghi. Se ne può concludere che il termine non era usato nè dalla catechesi che metteva capo a Pietro, nè da quella che metteva capo a Paolo: al contrario, nella catechesi orale di Giovanni il termine doveva essere abituale, giacché egli l'impiega fin dalle prime righe senza spiegazione alcuna, certamente supponendolo già noto ai suoi lettori. Il termine, come nuda voce, era già noto alla filosofia greca dai tempi di Eraclito in poi: ma al medesimo termine corrisposero lungo i secoli concetti differenti, o presso i Sofisti o presso i Socratici (logica) o presso gli Stoici. Gran parte fece al Logos nelle sue speculazioni anche il giudeo alessandrino Filone, ma il suo concetto del Logos è differente da quello dei Greci, e si avvicina piuttosto a quello della “Sapienza” dell'Antico Testamento: a quest'ultimo si avvicina anche il concetto dei termini Memra e Dibbura, col senso di parola (di Dio), che si trovano frequentissimi nei Targumin giudaici ma non nel Talmud. In Samaria, poi, Giovanni fu in relazione col più antico gnostico cristiano a noi noto, Simone Mago (Atti, 8, 9 segg.), il quale nel suo sistema - qualora se ne accetti l'esposizione fatta da Ippolito (Refut., vI, 7 segg.) - aveva incluso, invece del Logos, il Logismos, che faceva parte della terza coppia di eoni: ed emanata dal Supremo Principio.
§ 171. Fino a pochi anni addietro si affermava fiduciosamente che Giovanni avesse desunto il concetto del suo Logos dall'una o l'altra delle teorie suaccennate, ma più comunemente da Filone. In realtà il Logos di Giovanni, ipostasi essenzialmente divina ed increata, è tutt'altro dal Logos di Filone, che appare come un essere fluttuante fra la personalità e l'attributo divino, e fungente quasi da tratto intermedio fra Dio immateriale e il mondo corporeo. Ad ogni modo sarebbe oramai inutile insistere su ciò, poiché la differenza fra i due concetti di Logos è stata riconosciuta recentemente dagli studiosi più radicali: lo stesso Loisy, che nella sua prima edizione del commento al rv vangelo (1903, pagg. 121-122) aveva sostenuto non potersi negare l'influenza parziale delle idee liloniane su Giovanni, nella seconda edizione (1921, pag. 88) ha giudicato improbabile una dipendenza letteraria da Filone ritenendo che il Logos di Giovanni faccia piuttosto seguito alle personificazioni della Sapienza nell'Antico Testamento. E’ ciò che, già da secoli, avevano detto i vecchi Scolastici. Anche della dipendenza del Logos di Giovanni dal Mandeismo, non mette conto di parlare: questa teoria è stata un fuoco di paglia che qualche anno fa divampò per breve tempo, ma di cui oggi restano soltanto fredde ceneri (§ 214). E’ dunque da concludersi che il concetto del Logos di Giovanni è proprio esclusivamente a lui, e non trova vere corrispondenze in concetti anteriori. Quanto alla voce con cui Giovanni espresse questo suo concetto, sembra che egli la impiegasse perché, trovandola adatta al concetto e divulgata già nel mondo greco-romano, volle avvicinarsi almeno per la strada della terminologia a quel mondo, e cosi guadagnarlo al Logos Gesù. Egli quindi diventò greco con i Greci, come egualmente Paolo diventava tutto con tutti, con Giudei e con non Giudei, per guadagnare tutti alla buona novella (I Cor., 9, 19-23). Si narra che Cristoforo Colombo, allorché nelle sue navigazioni era colto da qualche tempesta, usasse collocarsi sulla prora della nave, e là ritto recitasse al cospetto del procelloso mare l'inizio del vangelo di Giovanni: In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum... omnia per ipsum facta sunt... Sugli elementi perturbatori del creato risonava il preconio del Logos creatore: era l'esploratore del mondo che commentava a suo modo l'esploratore di Dio.
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§ 167. Ma appunto questo solennissimo inizio è servito da inizio a un lungo elenco di difficoltà. Come poteva l'incolto pescatore di Bethsaida elevarsi a concetti cosi sublimi? Come poteva, egli solo fra tutti gli scrittori del Nuovo Testamento, spingersi a proclamare l'identità dell'uomo Gesù non solo con il Messia ebraico ma perfino con l'eterno Logos divino? In qual maniera passò egli, dalle astuzie della pesca, a speculare sulle finezze concettuali di quel Logos di cui tanto avevano ragionato l'antica filosofia greca e la contemporanea alessandrina? Come mai il Gesù da lui tratteggiato è cosi diverso da quello dei Sinottici, e cosi trascendente, cosi “divino”? Donde provengono quei discorsi di Gesù, così ampi e così ricchi di astrazioni e allegorie? Donde quei dialoghi in cui gl'interlocutori di Gesù fanno la figura di pulcini che si sentano sollevati tra le nuvole dall'artiglio dell'aquila, e sbalorditi rispondono con goffaggini, come fanno Nicodemo e la Samaritana, e spesso gli stessi discepoli? Queste e molte altre considerazioni sono fatte, per poi concluderne che tutto lo scritto non può essere opera del pescatore di Bethsaida: esso quindi riassumerà le mistiche speculazioni di qualche solitario filosofo che ha religiosamente idealizzato il Gesù storico, non senza impiegare concetti che provenivano dal platonizzante giudaismo alessandrino, o dal sincretismo ellenistico, o dalle religioni misteriche, o anche dal Mandeismo. Che questa attribuzione ad uno sconosciuto sia in contrasto con le più antiche testimonianze storiche, è cosa più che evidente; ma ciò non disturba i suoi sostenitori, i quali non attribuiscono molto peso a quelle testimonianze, salvo che esse sembrino deporre in loro favore, come nel caso del presunto martirio di Giovanni (§ 156) giacché in casi siffatti quegli abituali scettici dei documenti si precipitano su testi miserevolissimi millantandone l'mportanza. Ad ogni modo si può domandare perché mai nelle condizioni del solitario filosofo sconosciuto non possa essersi ritrovato proprio Giovanni di Bethsaida. Egli era pescatore, è vero: ma da accenni dei vangeli sembra che suo padre Zebedeo fosse un agiato possessore di barche, e quindi poteva aver fatto impartire a suo figlio una certa istruzione metodica. Checché sia di ciò, era perfettamente nelle abitudini palestinesi coltivare l'erudizione e nello stesso tempo praticare un mestiere. S. Paolo lavorava con le sue mani; e prima e dopo di lui lavorarono il celebre Hillel che guadagnava solo mezzo “denaro” al giorno, e Rabbi Aqiba ch'era spaccalegna, e Rabbi Joshua ch'era carbonaio, e Rabbi Meir ch'era scrivano, e Rabbi Johanan ch'era calzolaio, e tanti altri che formarono tra i dottori talmudici la maggioranza, mentre la minoranza era formata da uomini facoltosi che non avevano bisogno di esercitare un mestiere. Se l'ardente Giovanni, vero figlio del tuono (Marco, 3, 17), si rnise ancor giovanissimo alla sequela dapprima di Giovanni il Battista e poi di Gesù, poté restar privo di quest'ultimo maestro nell'età di poco più che vent'anni. Allora egli, fedele alle usanze della sua regione, si concentrò nello studio della Legge, ma non già di quella investigata nelle contemporanee scuole rabbiniche, bensì di quella nuova Legge di perfezione e di amore ch'era stata proclamata dal suo ultimo maestro, e i cui ricordi - anche senza ch'egli scrivesse nulla - si conservavano nettissimi nel suo spirito. Nell'archivio della memoria, ch'era l'unico archivio che funzionasse anche nelle scuole rabbiniche d'allora (§§ 106, 150), Giovanni poté svolgere durante lunghissimi anni un amoroso lavorio attorno a quei tesori depositativi dallo scomparso maestro; il quale, come aveva avuto per il giovanissimo discepolo una predilezione particolare, così' doveva avergli fatto confidenze e comunicazioni particolari. Da questo lavorìo di redazione mentale e di pratica sistemazione sorse la “catechesi” particolare a Giovanni, diversa ma non contraria a quella di Pietro e dei Sinottici, parzialmente suppletiva rispetto ad essa, parzialmente esplicativa, e soprattutto meglio rispondente alle nuove condizioni esterne del messaggio cristiano.
§ 168. Anche la catechesi di Giovanni, infatti, già elaborata mentalmente prima di essere scritta, deve aver vissuto vari decenni di vita soltanto orale. Mentre il discepolo meditava sui ricordi del maestro, li comunicava anche ai fedeli affidati alle sue cure, dapprima in Palestina, e poi in Siria e in Asia Minore. Ora, in questi nuovi campi d'azione Giovanni, inoltrato ormai negli anni e sempre più autorevole per la graduale scomparsa degli altri Apostoli, incontrava ostacoli di nuovo genere; non si opponevano più le vecchie conventicole di cristiani giudaizzanti che tanto avevano molestato Paolo, bensi' erano le varie correnti di quella gnosi, in gran parte precristiana, che sul declinare del secolo I cominciavano ad infiltrarsi nell'alveolo del cristianesimo. Contro tali correnti bisognava far argine; e Giovanni, dai forzieri dei suoi ricordi, estraeva sempre nuovi e più adatti materiali per rendere particolarmente efficace la sua propria catechesi contro la nuova minaccia. Un certo giorno - come possiamo già astrattamente supporre, e come effettivamente attestano il Frammento Muratoriano e Clemente Alessandrino (§§ 159,160) - i discepoli del vegliardo lo forzano amorevolmente per ottenere in iscritto la parte essenziale di quella sua catechesi. Giovanni la detta; ma in fondo a tutto lo scritto sarà apposta, a guisa di sigillo, una dichiarazione collettiva d'autenticità rilasciata unitamente da chi aveva concesso e da chi aveva richiesto lo scritto Costui e' il discepolo che testimonia circa queste cose e scrisse queste cose: e (noi) sappiamo che vera e' la testimonianza di lui (21, 24).
§ 169. Questa preistoria spiega l'indole speciale dello scritto di Giovanni, già chiamato il vangelo spirituale per eccellenza. In tutte le maniere esso fa risaltare la trascendenza e la divinità del Cristo Gesù, perché questo era il principale suo scopo (20, 31) contro la gnosi di provenienza pagana: di qui il suo particolare carattere. Ma la medesima tesi, sviluppata più parcamente o anche solo appena abbozzata, si ritrova già nei Sinottici, e specialmente in Marco brevissimo fra tutti, com'è riconosciuto da parecchio tempo da critici radicalissimi (i quali perciò scompongono Marco in vari strati, ripudiandone le parti “soprannaturali” e “dogmatiche”). Giovanni avrà enormemente accresciuto, ma non ha innovato; fra le moltissime cose che si sarebbero potute dire di Gesù (cfr. 21, 25), egli studiosamente trascelse taluni particolari fino al suo tempo non detti ma proprio allora opportunissimi a dirsi, senza però inventarli, e li unì' con altre notizie già comuni e diffuse. Ne risultò un Gesù più illuminato di luce divina, ma fu in conseguenza della scelta di Giovanni: come il Gesù dei Sinottici è figura più umana, ma egualmente in conseguenza della scelta dei Sinottici. Ciascun biografo ha delineato il biografato dal punto di vista da cui lo ha contemplato: e lo ha delineato tutto, sebbene non totalmente, perché nessuno di essi ha preteso riprodurre tutti i singoli tratti della sua figura. Se i discorsi e i dialoghi di Gesù nel IV vangelo sono straordinariamente elevati, non per questo sono meno storici di quelli dei Sinottici. Sarebbe antistorico supporre che Gesù parlasse in un medesimo tono sempre e in ogni occasione, sia quando si rivolgeva ai montanari della Galilea con cui lo fanno parlare di solito i Sinottici, sia quando discuteva con i sottili casuisti di Gerusalemme, con cui per lo più lo fa pariare Giovanni. Prescindendo poi dall'elevatezza dei concetti, il metodo seguito nelle discussioni con gli Scribi e i Farisei mostra numerose analogie con i metodi seguiti nelle dispute rabbiniche di quei tempi: dotti Israeliti moderni, particolarmente versati nella conoscenza del Talmud, hanno sagacemente rilevato siffatte analogie, considerandole come una collettiva conferma del carattere storico dei discorsi del IV vangelo. Anche rivolgendosi ai suoi discepoli, Gesù deve aver parlato in toni differenti: più semplicemente ai primi tempi in cui lo seguivano, più complessamente in seguito, per sollevarsi fino ad altezze non mai ancora raggiunte pronunziando il discorso di commiato all'ultima cena. Inoltre, fra i discepoli stessi egli dovette avere i suoi intimi e prediletti, a cui doveva riservare confidenze che non comunicava agli altri (cfr. 13, 21-28): intimo fra questi intimi era, come già sappiamo, Giovanni, il quale perciò, anche dal semplice punto di vista storico, fu un testimonio superiore ad ogni altro.
§ 170. E questo singolare testimonio comincia il suo scritto affermando che Gesù è il divino Logos fattosi uomo. Ma anche in questa affermazione egli mostra il suo senso storico, sebbene applicato ad una visione teologica dei fatti: quel Logos che è dall'eternità presso Dio, è diventato uomo pochi anni fa, e contemplammo la gloria di lui, gloria come di unigenito da Padre (1, 14). Giammai però il verace testimonio, scrupoloso nella sua storicità, afferma che Gesù si sia chiamato da se stesso Logos: egli solo, Giovanni, lo chiama con questo nome, sia nel prologo al vangelo, sia in quella sua lettera che si può ben considerare come uno scritto d'accompagnamento al vangelo (I Giovanni, 1,1), sia nell'Apocalisse (19, 13). In tutto il Nuovo Testamento il termine personale Logos occorre in questi tre soli luoghi. Se ne può concludere che il termine non era usato nè dalla catechesi che metteva capo a Pietro, nè da quella che metteva capo a Paolo: al contrario, nella catechesi orale di Giovanni il termine doveva essere abituale, giacché egli l'impiega fin dalle prime righe senza spiegazione alcuna, certamente supponendolo già noto ai suoi lettori. Il termine, come nuda voce, era già noto alla filosofia greca dai tempi di Eraclito in poi: ma al medesimo termine corrisposero lungo i secoli concetti differenti, o presso i Sofisti o presso i Socratici (logica) o presso gli Stoici. Gran parte fece al Logos nelle sue speculazioni anche il giudeo alessandrino Filone, ma il suo concetto del Logos è differente da quello dei Greci, e si avvicina piuttosto a quello della “Sapienza” dell'Antico Testamento: a quest'ultimo si avvicina anche il concetto dei termini Memra e Dibbura, col senso di parola (di Dio), che si trovano frequentissimi nei Targumin giudaici ma non nel Talmud. In Samaria, poi, Giovanni fu in relazione col più antico gnostico cristiano a noi noto, Simone Mago (Atti, 8, 9 segg.), il quale nel suo sistema - qualora se ne accetti l'esposizione fatta da Ippolito (Refut., vI, 7 segg.) - aveva incluso, invece del Logos, il Logismos, che faceva parte della terza coppia di eoni: ed emanata dal Supremo Principio.
§ 171. Fino a pochi anni addietro si affermava fiduciosamente che Giovanni avesse desunto il concetto del suo Logos dall'una o l'altra delle teorie suaccennate, ma più comunemente da Filone. In realtà il Logos di Giovanni, ipostasi essenzialmente divina ed increata, è tutt'altro dal Logos di Filone, che appare come un essere fluttuante fra la personalità e l'attributo divino, e fungente quasi da tratto intermedio fra Dio immateriale e il mondo corporeo. Ad ogni modo sarebbe oramai inutile insistere su ciò, poiché la differenza fra i due concetti di Logos è stata riconosciuta recentemente dagli studiosi più radicali: lo stesso Loisy, che nella sua prima edizione del commento al rv vangelo (1903, pagg. 121-122) aveva sostenuto non potersi negare l'influenza parziale delle idee liloniane su Giovanni, nella seconda edizione (1921, pag. 88) ha giudicato improbabile una dipendenza letteraria da Filone ritenendo che il Logos di Giovanni faccia piuttosto seguito alle personificazioni della Sapienza nell'Antico Testamento. E’ ciò che, già da secoli, avevano detto i vecchi Scolastici. Anche della dipendenza del Logos di Giovanni dal Mandeismo, non mette conto di parlare: questa teoria è stata un fuoco di paglia che qualche anno fa divampò per breve tempo, ma di cui oggi restano soltanto fredde ceneri (§ 214). E’ dunque da concludersi che il concetto del Logos di Giovanni è proprio esclusivamente a lui, e non trova vere corrispondenze in concetti anteriori. Quanto alla voce con cui Giovanni espresse questo suo concetto, sembra che egli la impiegasse perché, trovandola adatta al concetto e divulgata già nel mondo greco-romano, volle avvicinarsi almeno per la strada della terminologia a quel mondo, e cosi guadagnarlo al Logos Gesù. Egli quindi diventò greco con i Greci, come egualmente Paolo diventava tutto con tutti, con Giudei e con non Giudei, per guadagnare tutti alla buona novella (I Cor., 9, 19-23). Si narra che Cristoforo Colombo, allorché nelle sue navigazioni era colto da qualche tempesta, usasse collocarsi sulla prora della nave, e là ritto recitasse al cospetto del procelloso mare l'inizio del vangelo di Giovanni: In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum... omnia per ipsum facta sunt... Sugli elementi perturbatori del creato risonava il preconio del Logos creatore: era l'esploratore del mondo che commentava a suo modo l'esploratore di Dio.
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1029 - Commento al Vangelo di oggi 24/7/2010 XVII domenica t.o.
+ Dal Vangelo secondo Matteo (13,44-52)
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Regno dei Cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il Regno dei Cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il Regno dei Cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli Angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del Regno dei Cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Un’indagine allargata da parte della stampa ha evidenziato che c’è la diffusione in internet da parte dei giovani di pubblicare foto e video in atteggiamenti erotici. Il tipo di immagini non viene specificato, da quanto scrivono si tratta di immagini esplicite di sesso.
Sono effettuate a scuola e nelle loro camere a casa, mentre i genitori considerano le figlie integerrime e impeccabili. Non è possibile discuterne ampiamente qui, è evidente che questo comportamento è un’esibizione di sesso, un prodotto della perdita del pudore o moralità, la piena manifestazione del vuoto spirituale della stragrande maggioranza dei giovani di oggi.
Molte ragazze vendono i loro nudi per la ricarica del cellulare o per il denaro.
Soprattutto, c’è il desiderio di stupire i coetanei, di impaurire gli adulti, di mostrare la loro capacità di arrivare all’indipendenza dalle regole morali e una liberazione dagli schemi educativi.
In questo caso considero opportuno il commento del garante della Privacy Francesco Pizzetti: «Questi ragazzi non conoscono i rischi rilevanti di un comportamento del genere. Devono essere consapevoli che un domani questi video potrebbero essere conosciuti dal datore di lavoro, dal padre del ragazzo con cui vorrebbero fidanzarsi o il fidanzato stesso. Dalla rete è difficile se non impossibile eliminare un documento. Ma ci sono anche problemi di carattere giuridico perché la pubblicazione sul web del video della compagna di classe può integrare reati di pornografia, di corruzione di minore, etc, ai quali si va a rispondere in Procura».
C’è chi sostiene che questi giovani non arrivano alla pratica attiva del sesso, non mostrano però i metodi utilizzati per conoscere questi dati. Invece si leggono interviste a molti ragazzi davanti le scuole che affermano la liberalizzazione del sesso, anche tra dodicenni, senza alcuna necessità di stare insieme. Proprio come le bestie si accoppiano secondo il desiderio del momento, cambiando ogni giorno partner.
Quindi, non si tratta di esibizione del sesso, è una vera depravazione.
Il Regno dei Cieli per la stragrande maggioranza dei giovani non è simile a un tesoro nascosto nel campo; non è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; non è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Per i giovani il loro Regno dei Cieli è soddisfare ogni forma di piacere, esaltare le tentazioni, annullare i Comandamenti di Dio.
Chiediamoci però come mai questi giovani pensano più al sesso e alle droghe che a Gesù. Evidentemente sono giovani senza alcuna formazione religiosa in famiglia, i genitori non sono stati di buon esempio, hanno sempre pensato ai divertimenti e all’apparire piuttosto che all’essere interiormente persone sane.
Molti genitori quando si convertono e scoprono per Grazia che l’unica salvezza è Gesù Cristo, si ritrovano figli senza Dio e impregnati di ogni vizio perverso. Principalmente non sono i giovani i veri colpevoli. I genitori hanno la possibilità di recuperare, non tutto è perduto, comunque, è sempre possibile riprendere i figli e aiutarli. Anche se non è sempre facile. Quei genitori che pregano riescono a riportare i figli nel Cuore di Gesù.
Ogni essere umano è creato per dirigersi verso il Bene, non è un’imposizione, è la stessa natura a mettere l’uomo in cammino verso Dio perché creato da Lui. Chi incontra Gesù scopre un tesoro inestimabile, la più grande ricchezza esistente, soprattutto, scopre il Regno dei Cieli nel profondo del suo cuore.
Il tesoro che Dio vuole donarci è il suo Amore.
Il tesoro personale di ogni uomo, fatto di esperienze vecchie e nuove, belle e brutte, edificanti o meno, deve risiedere nell’Amore di Dio, altrimenti è un tesoro insignificante.
Si può cercare tutta la vita la vera felicità, si potranno fare esperienze di ogni genere, vivere momenti emozionanti, ma non sono il vero tesoro della vita. Senza Gesù nulla ha valore.
Vale la pena rinunciare a tutto il tesoro accumulato nella vita per comprare il vero tesoro, l’Amore di Dio, che permetterà di trovare la felicità e la piena gioia della vita.
Gesù ci invita a lasciare le cose umane per trovare Lui, insieme a Lui si vive la vera felicità. Vale la pena rischiare e perdere ciò che illusoriamente ci lasciava sereni per trovare l’Amore, il senso della nostra esistenza. Si tratta di rinunciare a tutte quelle cose che venivano considerate indispensabili, c’è un Bene superiore da ottenere, ciò che rende veramente felici. È una perla rara e preziosa, per averla occorre lasciare ciò che prezioso non è. Solo per amore è possibile lasciare le nostre certezze e la mentalità umana.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Regno dei Cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il Regno dei Cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il Regno dei Cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli Angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del Regno dei Cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Un’indagine allargata da parte della stampa ha evidenziato che c’è la diffusione in internet da parte dei giovani di pubblicare foto e video in atteggiamenti erotici. Il tipo di immagini non viene specificato, da quanto scrivono si tratta di immagini esplicite di sesso.
Sono effettuate a scuola e nelle loro camere a casa, mentre i genitori considerano le figlie integerrime e impeccabili. Non è possibile discuterne ampiamente qui, è evidente che questo comportamento è un’esibizione di sesso, un prodotto della perdita del pudore o moralità, la piena manifestazione del vuoto spirituale della stragrande maggioranza dei giovani di oggi.
Molte ragazze vendono i loro nudi per la ricarica del cellulare o per il denaro.
Soprattutto, c’è il desiderio di stupire i coetanei, di impaurire gli adulti, di mostrare la loro capacità di arrivare all’indipendenza dalle regole morali e una liberazione dagli schemi educativi.
In questo caso considero opportuno il commento del garante della Privacy Francesco Pizzetti: «Questi ragazzi non conoscono i rischi rilevanti di un comportamento del genere. Devono essere consapevoli che un domani questi video potrebbero essere conosciuti dal datore di lavoro, dal padre del ragazzo con cui vorrebbero fidanzarsi o il fidanzato stesso. Dalla rete è difficile se non impossibile eliminare un documento. Ma ci sono anche problemi di carattere giuridico perché la pubblicazione sul web del video della compagna di classe può integrare reati di pornografia, di corruzione di minore, etc, ai quali si va a rispondere in Procura».
C’è chi sostiene che questi giovani non arrivano alla pratica attiva del sesso, non mostrano però i metodi utilizzati per conoscere questi dati. Invece si leggono interviste a molti ragazzi davanti le scuole che affermano la liberalizzazione del sesso, anche tra dodicenni, senza alcuna necessità di stare insieme. Proprio come le bestie si accoppiano secondo il desiderio del momento, cambiando ogni giorno partner.
Quindi, non si tratta di esibizione del sesso, è una vera depravazione.
Il Regno dei Cieli per la stragrande maggioranza dei giovani non è simile a un tesoro nascosto nel campo; non è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; non è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Per i giovani il loro Regno dei Cieli è soddisfare ogni forma di piacere, esaltare le tentazioni, annullare i Comandamenti di Dio.
Chiediamoci però come mai questi giovani pensano più al sesso e alle droghe che a Gesù. Evidentemente sono giovani senza alcuna formazione religiosa in famiglia, i genitori non sono stati di buon esempio, hanno sempre pensato ai divertimenti e all’apparire piuttosto che all’essere interiormente persone sane.
Molti genitori quando si convertono e scoprono per Grazia che l’unica salvezza è Gesù Cristo, si ritrovano figli senza Dio e impregnati di ogni vizio perverso. Principalmente non sono i giovani i veri colpevoli. I genitori hanno la possibilità di recuperare, non tutto è perduto, comunque, è sempre possibile riprendere i figli e aiutarli. Anche se non è sempre facile. Quei genitori che pregano riescono a riportare i figli nel Cuore di Gesù.
Ogni essere umano è creato per dirigersi verso il Bene, non è un’imposizione, è la stessa natura a mettere l’uomo in cammino verso Dio perché creato da Lui. Chi incontra Gesù scopre un tesoro inestimabile, la più grande ricchezza esistente, soprattutto, scopre il Regno dei Cieli nel profondo del suo cuore.
Il tesoro che Dio vuole donarci è il suo Amore.
Il tesoro personale di ogni uomo, fatto di esperienze vecchie e nuove, belle e brutte, edificanti o meno, deve risiedere nell’Amore di Dio, altrimenti è un tesoro insignificante.
Si può cercare tutta la vita la vera felicità, si potranno fare esperienze di ogni genere, vivere momenti emozionanti, ma non sono il vero tesoro della vita. Senza Gesù nulla ha valore.
Vale la pena rinunciare a tutto il tesoro accumulato nella vita per comprare il vero tesoro, l’Amore di Dio, che permetterà di trovare la felicità e la piena gioia della vita.
Gesù ci invita a lasciare le cose umane per trovare Lui, insieme a Lui si vive la vera felicità. Vale la pena rischiare e perdere ciò che illusoriamente ci lasciava sereni per trovare l’Amore, il senso della nostra esistenza. Si tratta di rinunciare a tutte quelle cose che venivano considerate indispensabili, c’è un Bene superiore da ottenere, ciò che rende veramente felici. È una perla rara e preziosa, per averla occorre lasciare ciò che prezioso non è. Solo per amore è possibile lasciare le nostre certezze e la mentalità umana.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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riflessioni sul vangelo,
Vangelo domenicale
sabato 23 luglio 2011
1028 - Commento al Vangelo di oggi 23/7/2010
+ Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Ogni giorno l’ipocrisia trionfa nel mondo, sta superando l’egoismo che sembrava inattaccabile. L’etimologia delle due parole, ipocrisia e egoismo, in fin dei conti glorificano sempre chi le pratica, è l’esaltazione di se stesso.
Vediamo la spiegazione tradizionale delle due parole. L’ipocrisia simula virtù o sentimenti che non ha, per ingannare, attrarre. L’egoismo è un esclusivo amore per se stesso che porta a non tener conto delle esigenze altrui. È una ricerca esclusiva dell'utile, del profitto anche a danno degli altri.
Due atteggiamenti che si includono a vicenda, uno appoggia l’altro, si compenetrano ed esaltano. La persona egoista pensa solo a se stessa, l’ipocrita è un maestro di inganni e bugie per dare un’immagine di sé diversa e migliore da ciò che è realmente. Agisce in questo modo perché ricerca sempre e solo un utile personale. E qui ritorna l’egoismo.
Come vediamo, egoismo e ipocrisia camminano a braccetto.
L’egoismo è stato considerato il padrone che detta legge all’esistenza dell’uomo, è il trionfo dell’amor proprio sfoderato con prepotenza. In molti divorzi è presente l’egoismo, non solo quando qualcuno insidia una persona sposata e la conduce gradualmente a distruggere il suo matrimonio, con un danno esistenziale non quantificabile verso l’altro coniuge e i figli.
L’egoismo in molti divorzi si manifesta quando si ignorano volutamente le esigenze degli altri e si pensa esclusivamente a se stessi. È una debolezza che diventa la guida della persona, si convince che per trovare la felicità è opportuno abbandonare il coniuge e creare una nuova relazione sentimentale extraconiugale.
Il mondo va avanti così, noi Sacerdoti dobbiamo ricordare il grave errore che si commette.
Nella morte di Melania Rea c’è alla base una relazione tra il soldatino e una soldatessa senza scrupoli. Ho letto su corriere.online per alcuni minuti il contenuto dei messaggi che si scambiavano, e ho provato ripugnanza nel leggere l’insistenza cattiva di questa Ludovica verso il soldatino, per convincerlo a separarsi dalla moglie. Le ha scritto anche: “Non devi ammazzare nessuno…”. Forse il soldatino le aveva manifestato questa sua volontà?
Volevo inviarvi i contenuti dei loro messaggi, per verificare che si inizia con una semplice avventura sessuale, poi si passa alla complicità e si decide di vivere insieme, distruggendo matrimoni e famiglie. Causando ai figli conseguenze penosissime.
L’ipocrisia è stampata sui volti di quasi tutti i personaggi che sbucano dal video, anche se mi limito al telegiornale, ma ce né in abbondanza per stare male. Non c’è più verità nei cuori dei politici, pensano una cosa e ne dicono altre. Non c’è solo l’arresto del deputato PdL Alfonso Papa, c’è anche l’accusa gravissima di un industriale del nord, avallata dal politico che prendeva e passava i soldi delle tangenti a Penati del Pd, oltre 8 miliardi di vecchie lire. E questo Penati ci aveva stancato anni fa parlando sempre di moralità. Proprio lui che si trangugiava miliardi su miliardi.
Oppure gli sviluppi delle intercettazioni in Inghilterra. Tutti i politici atei italiani hanno esaltato in passato e portato in trionfo Rupert Murdoch, tycoon australiano (magnate, grande imprenditore), esaltando i suoi metodi giornalistici e i suoi mezzi di comunicazione, su tutti Sky. Lo avevano trasformato in un santo moderno, invece dalle intercettazioni inglesi viene fuori una verità diversa.
Leggiamo da un quotidiano: “I lettori non vogliono roba intelligente, vogliono la pornografia, la corruzione. E più ce n'è, meglio è”. «Questo e molto di più rappresenta la filosofia di Rebekah Brooks, quando era alla guida del tabloid londinese Sun. Lo riferisce a Repubblica un ex redattore del giornale, Michael Taggart, che ha preferito, dopo sei mesi di contratto a termine, fare carriera fuori dalla testata del gruppo di Murdoch, di cui la Brooks è poi diventata amministratrice delegata. La crudeltà per fare carriera. Il clima al Sun, era a dir poco, “spietato”. Lui che “conosce bene l'ambiente” dice di aver molti elementi per giudicare quanto accadeva al tabloid come “indecente e fuori dal comune”. Michael spiega che per far carriera nel giornale guidato dalla “rossa di Murdoch” “era importante avere degli obiettivi da ridicolizzare, i gay e gli stranieri andavano benissimo, ma anche sbeffeggiando in modo crudele gli altri colleghi si poteva fare colpo”. Tutto per compiacere la Brooks, tranne che trattar bene il genere femminile: “L'uso di termini misogini (avversione nei confronti delle donne) e offensivi per la dignità delle donne era fortemente incoraggiato e se non lo facevamo, veniva inserito negli articoli dai capi. Le donne dovevano essere descritte come sessualmente depravate o infantili. “Sgualdrina”, “puttanella” erano gli appellativi più comuni e anche le colleghe erano oggetto di questo trattamento”. Al Sun i sotterfugi e i mezzi illeciti erano considerati l'unico metodo da usare, come fossero una regola da rispettare o una tradizione del giornale. Una linea che dalla Brooks è stata portata all'estremo».
Ho trascritto queste parole per dimostrarvi che dove non c’è Gesù, trionfa sempre la menzogna, l’inganno, la cattiveria. Non dovete mai fermarvi a credere quanto affermano molti personaggi, occorre riflettere e chiedere lumi a Dio. La bugia è diventata normale, l’ipocrisia si copre con una maschera e la persona recita una parte.
La menzogna per molti è la loro verità. E pretendono che sia accettata dagli altri.
Senza Gesù siamo tamburelli che fanno rumore, non lasciamo alcun buon ricordo di noi, si vive spesso nascosti sotto l’apparenza. “Chi rimane in me, e Io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. Dobbiamo riempirci dell’Amore di Gesù, non ne possiamo fare a meno.
“Voi siete già puri”, parole che Gesù vuole ripetere anche a tutti noi.
Chi è puro aborrisce l’ipocrisia e non cerca mai di danneggiare altre persone.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Offrirò in dono a dei bisognosi alimenti e vestiti, facendo sentire loro la vicinanza di Dio.
Pensiero
La perfezione non consiste nel non avere amicizie, ma nell’averle buone e sante. (San Francesco di Sales)
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Ogni giorno l’ipocrisia trionfa nel mondo, sta superando l’egoismo che sembrava inattaccabile. L’etimologia delle due parole, ipocrisia e egoismo, in fin dei conti glorificano sempre chi le pratica, è l’esaltazione di se stesso.
Vediamo la spiegazione tradizionale delle due parole. L’ipocrisia simula virtù o sentimenti che non ha, per ingannare, attrarre. L’egoismo è un esclusivo amore per se stesso che porta a non tener conto delle esigenze altrui. È una ricerca esclusiva dell'utile, del profitto anche a danno degli altri.
Due atteggiamenti che si includono a vicenda, uno appoggia l’altro, si compenetrano ed esaltano. La persona egoista pensa solo a se stessa, l’ipocrita è un maestro di inganni e bugie per dare un’immagine di sé diversa e migliore da ciò che è realmente. Agisce in questo modo perché ricerca sempre e solo un utile personale. E qui ritorna l’egoismo.
Come vediamo, egoismo e ipocrisia camminano a braccetto.
L’egoismo è stato considerato il padrone che detta legge all’esistenza dell’uomo, è il trionfo dell’amor proprio sfoderato con prepotenza. In molti divorzi è presente l’egoismo, non solo quando qualcuno insidia una persona sposata e la conduce gradualmente a distruggere il suo matrimonio, con un danno esistenziale non quantificabile verso l’altro coniuge e i figli.
L’egoismo in molti divorzi si manifesta quando si ignorano volutamente le esigenze degli altri e si pensa esclusivamente a se stessi. È una debolezza che diventa la guida della persona, si convince che per trovare la felicità è opportuno abbandonare il coniuge e creare una nuova relazione sentimentale extraconiugale.
Il mondo va avanti così, noi Sacerdoti dobbiamo ricordare il grave errore che si commette.
Nella morte di Melania Rea c’è alla base una relazione tra il soldatino e una soldatessa senza scrupoli. Ho letto su corriere.online per alcuni minuti il contenuto dei messaggi che si scambiavano, e ho provato ripugnanza nel leggere l’insistenza cattiva di questa Ludovica verso il soldatino, per convincerlo a separarsi dalla moglie. Le ha scritto anche: “Non devi ammazzare nessuno…”. Forse il soldatino le aveva manifestato questa sua volontà?
Volevo inviarvi i contenuti dei loro messaggi, per verificare che si inizia con una semplice avventura sessuale, poi si passa alla complicità e si decide di vivere insieme, distruggendo matrimoni e famiglie. Causando ai figli conseguenze penosissime.
L’ipocrisia è stampata sui volti di quasi tutti i personaggi che sbucano dal video, anche se mi limito al telegiornale, ma ce né in abbondanza per stare male. Non c’è più verità nei cuori dei politici, pensano una cosa e ne dicono altre. Non c’è solo l’arresto del deputato PdL Alfonso Papa, c’è anche l’accusa gravissima di un industriale del nord, avallata dal politico che prendeva e passava i soldi delle tangenti a Penati del Pd, oltre 8 miliardi di vecchie lire. E questo Penati ci aveva stancato anni fa parlando sempre di moralità. Proprio lui che si trangugiava miliardi su miliardi.
Oppure gli sviluppi delle intercettazioni in Inghilterra. Tutti i politici atei italiani hanno esaltato in passato e portato in trionfo Rupert Murdoch, tycoon australiano (magnate, grande imprenditore), esaltando i suoi metodi giornalistici e i suoi mezzi di comunicazione, su tutti Sky. Lo avevano trasformato in un santo moderno, invece dalle intercettazioni inglesi viene fuori una verità diversa.
Leggiamo da un quotidiano: “I lettori non vogliono roba intelligente, vogliono la pornografia, la corruzione. E più ce n'è, meglio è”. «Questo e molto di più rappresenta la filosofia di Rebekah Brooks, quando era alla guida del tabloid londinese Sun. Lo riferisce a Repubblica un ex redattore del giornale, Michael Taggart, che ha preferito, dopo sei mesi di contratto a termine, fare carriera fuori dalla testata del gruppo di Murdoch, di cui la Brooks è poi diventata amministratrice delegata. La crudeltà per fare carriera. Il clima al Sun, era a dir poco, “spietato”. Lui che “conosce bene l'ambiente” dice di aver molti elementi per giudicare quanto accadeva al tabloid come “indecente e fuori dal comune”. Michael spiega che per far carriera nel giornale guidato dalla “rossa di Murdoch” “era importante avere degli obiettivi da ridicolizzare, i gay e gli stranieri andavano benissimo, ma anche sbeffeggiando in modo crudele gli altri colleghi si poteva fare colpo”. Tutto per compiacere la Brooks, tranne che trattar bene il genere femminile: “L'uso di termini misogini (avversione nei confronti delle donne) e offensivi per la dignità delle donne era fortemente incoraggiato e se non lo facevamo, veniva inserito negli articoli dai capi. Le donne dovevano essere descritte come sessualmente depravate o infantili. “Sgualdrina”, “puttanella” erano gli appellativi più comuni e anche le colleghe erano oggetto di questo trattamento”. Al Sun i sotterfugi e i mezzi illeciti erano considerati l'unico metodo da usare, come fossero una regola da rispettare o una tradizione del giornale. Una linea che dalla Brooks è stata portata all'estremo».
Ho trascritto queste parole per dimostrarvi che dove non c’è Gesù, trionfa sempre la menzogna, l’inganno, la cattiveria. Non dovete mai fermarvi a credere quanto affermano molti personaggi, occorre riflettere e chiedere lumi a Dio. La bugia è diventata normale, l’ipocrisia si copre con una maschera e la persona recita una parte.
La menzogna per molti è la loro verità. E pretendono che sia accettata dagli altri.
Senza Gesù siamo tamburelli che fanno rumore, non lasciamo alcun buon ricordo di noi, si vive spesso nascosti sotto l’apparenza. “Chi rimane in me, e Io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. Dobbiamo riempirci dell’Amore di Gesù, non ne possiamo fare a meno.
“Voi siete già puri”, parole che Gesù vuole ripetere anche a tutti noi.
Chi è puro aborrisce l’ipocrisia e non cerca mai di danneggiare altre persone.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Offrirò in dono a dei bisognosi alimenti e vestiti, facendo sentire loro la vicinanza di Dio.
Pensiero
La perfezione non consiste nel non avere amicizie, ma nell’averle buone e sante. (San Francesco di Sales)
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venerdì 22 luglio 2011
1027 - Commento al Vangelo di oggi 22/7/2010
+ Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-2.11-18)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Santa Maria Maddalena rimane una grande figura tra i testimoni di Gesù. Da irriducibile peccatrice a maestosa mistica di provata fiducia. La sua vita è cambiata quando Gesù l’ha liberata da sette demoni, episodio in cui la invitò a cambiare vita: “C'erano con Lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demoni” (Lc 8,2).
La vita corrotta di questa donna era sotto gli occhi di tutti, forse nessuna donna della sua zona aveva una reputazione negativa come lei. Aveva disonorato lungamente la sua famiglia, i suoi fratelli Lazzaro e Marta, e gioiva nel deridere Gesù quando Lo incontrava per strada.
Quanto profondo era stato il suo vivere iniquo, tanto alto fu l’amore che ebbe per Gesù dopo la conversione.
Maria Maddalena è la figura che esprime più di molte altre come la misericordia di Gesù può agire in qualsiasi peccatore. Non bisogna considerare nessuno dannato prima del Giudizio di Dio, e anche dopo non si può assolutamente stabilire il suo stato nell’aldilà.
Alla conversione di Santa Maria Maddalena furono determinanti le preghiere dei familiari!
La donna non poteva ravvedersi da sola, ogni ravvedimento è anticipato dalla Grazia di Dio che sollecita la conversione, ma la Grazia agisce sempre per le preghiere dei familiari o di qualsiasi persona. Preghiere piene di amore e di Fede.
Come poi visse la Santa: di preghiere e di Fede. Piangendo i suoi peccati pubblicamente, riconoscendosi grande peccatrice salvata dalla misericordia del Signore. “Fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di Gesù e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato” (Lc 7,38).
La vera conversione si manifesta nel profondo pentimento della vita peccaminosa.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Offrirò in dono a dei bisognosi alimenti e vestiti, facendo sentire loro la vicinanza di Dio.
Pensiero
La perfezione non consiste nel non avere amicizie, ma nell’averle buone e sante. (San Francesco di Sales)
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Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Santa Maria Maddalena rimane una grande figura tra i testimoni di Gesù. Da irriducibile peccatrice a maestosa mistica di provata fiducia. La sua vita è cambiata quando Gesù l’ha liberata da sette demoni, episodio in cui la invitò a cambiare vita: “C'erano con Lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demoni” (Lc 8,2).
La vita corrotta di questa donna era sotto gli occhi di tutti, forse nessuna donna della sua zona aveva una reputazione negativa come lei. Aveva disonorato lungamente la sua famiglia, i suoi fratelli Lazzaro e Marta, e gioiva nel deridere Gesù quando Lo incontrava per strada.
Quanto profondo era stato il suo vivere iniquo, tanto alto fu l’amore che ebbe per Gesù dopo la conversione.
Maria Maddalena è la figura che esprime più di molte altre come la misericordia di Gesù può agire in qualsiasi peccatore. Non bisogna considerare nessuno dannato prima del Giudizio di Dio, e anche dopo non si può assolutamente stabilire il suo stato nell’aldilà.
Alla conversione di Santa Maria Maddalena furono determinanti le preghiere dei familiari!
La donna non poteva ravvedersi da sola, ogni ravvedimento è anticipato dalla Grazia di Dio che sollecita la conversione, ma la Grazia agisce sempre per le preghiere dei familiari o di qualsiasi persona. Preghiere piene di amore e di Fede.
Come poi visse la Santa: di preghiere e di Fede. Piangendo i suoi peccati pubblicamente, riconoscendosi grande peccatrice salvata dalla misericordia del Signore. “Fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di Gesù e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato” (Lc 7,38).
La vera conversione si manifesta nel profondo pentimento della vita peccaminosa.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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giovedì 21 luglio 2011
1026 - Vita di Gesù (paragrafi 160 - 165)
§ 160. L'Egitto è rappresentato da Clemente Alessandrino; il quale, immediatamente appresso all'ultimo suo tratto che citammo a proposito del vangelo di Marco (§ 130) aggiunge Ultimo, pertanto, e' Giovanni: vedendo che negli evangeli (precedenti) erano state manifestate le cose corporee, spinto dagli amici, divinamente portato dallo Spirito produsse un vangelo spirituale. Anche in questa affermazione Clemente, più che parlare del proprio, riporta la tradizione degli antichi presbiteri a cui si appella (ivi, 5); d'altra parte egli concorda col Frammento Muratoriano, almeno genericamente, ritenendo che Giovanni scrisse per esortazione altrui: nè si può dubitare che il Giovanni di Clemente sia l'apostolo, come è dimostrato fra altro dall'episodio del giovane pervertitosi e poi convertito da Giovanni, che Clemente narra nel Quis dives salvetur, 42, e ch'è riportato da Eusebio (Hist. eccì., III, 23, 6 segg.). L'appellativo di vangelo spirituale, in contrapposto a corporeo, risente della nota distinzione antropologica (corpo, anima, spirito) comune nell'ellenismo, ma coglie nel segno nel definire l'indole del IV vangelo, e perciò trovò molta fortuna in seguito. Le testimonianze fin qui viste sono le principali, ma non tutte, dei primi due secoli; sarebbe pertanto inutile scendere lungo il secolo III, perché nessuno nega che già alla fine del II secolo Giovanni l'apostolo fosse ritenuto concordemente quale autore del IV vangelo. Inoltre oggi sarebbe anche inutile elencare le varie tracce che di questo vangelo si trovano già nella prima metà del secolo i, sia presso scrittori ortodossi, uali Ignazio d'Antiochia, Giustino martire e altri, sia presso i vari maestri della gnosi quali Valentino, Eracleone, ecc., e presso lo stesso Marcione; oggi la segnalazione di tali tracce sarebbe inutile, perché è dimostrato in maniera lampante che il IV vangelo circolava in Egitto già verso l'anno 130. Oltre al papiro (Egerton), di cui già parlammo (§100) e che tradisce una indubbia dipendenza dal IV vangelo, è stato pubblicato nel 1935 un frammento di papiro contenente tratti di questo vangelo. Il frammento è minimo, di circa 8 centimetri, e contiene solo pochi versetti relativi al dialogo di Gesù con Pilato (cioè Giov., 18, 31-33 e 37-38), ma la sua incomparabile importanza è data dalla sua antichità: i più competenti specialisti mondiali, consultati in proposito, sono convenuti nell'attribuire il frammento alla prima metà del secolo II, e più probabilmente ai primi decenni di quella metà che agli ultimi: come media, quindi, può valere l'anno 130. E poi da notare che il frammento, che faceva parte d'un intero codex (non d'un volumen), proviene dall'Egitto certamente, sebbene non se ne conosca il luogo preciso: quindi, nel detto anno, l'Egitto già conosceva questo scritto composto in Asia Minore. Si sottragga pertanto dalla cifra 130 un numero d'anni proporzionato per permettere allo scritto nato in Asia di raggiungere l'Egitto, e di esservi ricopiato e diffuso, e si otterrà la data che la tradizione assegna all'origine del IV vangelo, cioè la fine del secolo I. E bastato quel misero cencio di papiro per dissipare le aprioristiche elucubrazioni di quegli studiosi che avevano sentenziato non essere il IV vangelo anteriore al 130, o al 150, o anche al 170: e non erano soltanto studiosi del secolo scorso, perché ancora nel 1933, quando cioè il papiro si trovava già in Europa benché inedito, il Loisy (La naissance du christianisme, pag. 59) affermava che il IV vangelo aveva avuto due redazioni, di cui la prima e più antica cadeva fra gli anni 135-140 e la seconda fra il 150-160.
§ 161. Su un altro argomento importantissimo i nuovi ritrovamenti smentiscono giudizi arbitrari e tendenziosi. Per molti studiosi anche dei nostri giorni, il IV vangelo è un teorema teologico che conserva a mala pena le apparenze della storia (Loisy); ossia, è uno scritto allegorico e simbolico, che si muove nel mondo delle astrazioni mistiche e che tutt'al più solo apparentemente inquadra le sue scene in una cornice geografica, non senza manifesti contrasti con la vera topografia. Come al solito, questa condanna è stata motivata soprattutto da preconcetti filosofici; ma, per giunta, coloro che l'hanno pronunziata sono studiosi da tavolino, ben pochi di essi hanno visitato accuratamente o anche fugacemente la Palestina, e tutti ad ogni modo danno ben poco peso all'archeologia e alla geografia storica. L'imprudenza è grave: tanto più che lo stesso Renan, che per primo ricorse a sopraluoghi geografici (benché a suo modo) per una biografia di Gesù, poté scrivere: La trama storica del quarto vangelo e, secondo me, la vita di Gesu' qual era nota al gruppo accentrato attorno a Giovanni. Anzi, secondo la mia opinione, questa scuola sapeva diverse circostanze esteriori della vita del fondatore meglio del gruppo i cui ricordi hanno costituito i vangeli sinottici. Ma, nonostante questa non sospetta ammonizione, si continuò ad affermare che l'autore del IV vangelo era ignaro della topografia palestinese, al punto da non avere un'idea chiara neppure della situazione di Gerusalemme (quest'ultima affermazione è di un dilettante italiano, che non mette neppure conto di nominare). La verità è precisamente al contrario. L'autore del IV vangelo dimostra una conoscenza topografica più accurata di quella dei Sinot tici, e suole scendere in molte narrazioni a particolarità sorprendenti, che avrebbe potuto omettere del tutto senza che la narrazione ne risentisse; se non le ha omesse, è perché si sentiva ben sicuro del fatto suo. Almeno una decina sono le designazioni di luoghi palestinesi che appaiono soltanto nel IV vangelo; di esse, non solo nessuna è stata dimostrata falsa, ma varie sono state dimostrate precise ed esatte contro ogni aspettativa. Citiamo, come esempio, due o tre casi.
§ 162. In Giov., 2, 28, si parla di una Bethania di la' dal Giordano, sconosciuta altronde; al contrario, in 11, 18, si ricorda che Bethania era soltanto a 15 stadi da Gerusalemme, cioè a circa 2800 metri, mentre da Gerusalemme per arrivare al Giordano, sono una quarantina di chilometri. - Senonché c'erano due Bethanie (come c'erano due Beth-lehem, e due Beth-horon, ecc.). La Bethania del Giordano era vicina ad un passaggio del fiume che si compiva su barca, donde forse il suo nome (beth-onijjah, «casa della nave»); ma il luogo, per la stessa ragione, era chiamato anche Beth-abarah (« casa del passaggio »), come Origene legge in questo tratto invece di Bethania. Sul posto si sono trovate recentemente antiche installazioni. In 5, 2 (testo greco) si dice che a Gerusalemme, presso la Porta delle pecore o Probatica, c'era una piscina chiamata Bethzatha, o Bezetha, forse dal nome del quartiere; ma si aggiunge che questa Piscina aveva cinque portici. Era dunque recinta da un porticato pentagonale? Forma assai strana: la quale non ha mancato di suggerire a studiosi moderni che deve trattarsi di una scena tutta allegorica, in cui la piscina simboleggia la fonte spirituale del giudaismo, e i cinque portici rappresentano i cinque libri della Legge. - Senonché, anche qui, gli scavi recenti hanno fatto crollare tutto questo bel castello di fantasie allegorizzanti. Si è trovato, cioè, che la piscina era regolarmente recinta da quattro portici, formando un rettangolo lungo 120 metri e largo 60; ma un quinto portico l'attraversava in mezzo, dividendola in due bacini (§ 384). In 19, 13 si narra che Pilato, mentre si svolgeva il processo, condusse fuori Gesù e si assise su tribunale in un luogo chiamato Lithostrotas, ma in ebraico Gabbatha. Dov'era questo luogo dal doppio nome, di cui non si hanno altre notizie? - Precise notizie invece sono state fornite da scavi di qualche anno fa. I due nomi non pretendono affatto di essere la traduzione etimologica l'uno dell'altro, bensì sono due equivalenti designazioni di uno stesso luogo: questo luogo, ch'era sulla fortezza Antonia, è stato testé ritrovato, e archeologicamente mostra tutti i caratteri dell'epoca di Erode il Grande, costruttore dell'Antonia (§ 578).
§ 163. Questa precisione riguardo alla topografia si ritrova anche nguardo alla cronologia, quasi per dar ragione al noto assioma che i due occhi della vera storia sono la geografia e la cronologia. Confrontando la cronologia interna offerta dai Sinottici nella biografia di Gesù, con quella offerta da Giovanni, si ha l'impressione che quest'ultimo vada in cerca d'occasioni per precisare e delimitare ciò che quelli hanno lasciato nel vago. Limitandosi ai Sinottici, sembrerebbe che la vita pubblica di Gesù potesse restringersi entro un solo anno, e anche meno; Giovanni invece, ricordando espressamente tre differenti Pasque, estende quella durata almeno a due anni e qualche mese (§177). In 2, lì, si fa espressamente notare che l'inizio dei miracoli operati da Gesù fu quello delle nozze di Cana, cioè proprio un fatto non narrato dai Sinottici; e subito appresso (2, 13 segg.) si mette, quasi come primo atto solenne e autoritario della vita pubblica di Gesù, la cacciata dei venditori dal Tempio, mentre i Sinottici trattano di questo argomento solo pochi giorni prima della morte di Gesù. E in quale anno avvenne la cacciata dei venditori dal Tempio, computando da qualche insigne avvenimento della storia palestinese? Avvenne 46 anni dopo che si era cominciata la ricostruzione del “santuario” nel Tempio: ma anche ciò sappiamo solo da Giovanni (2, 20). Infine, se si legge il racconto della passione secondo i Sinottici, si conclude che Gesù ha celebrato con i suoi discepoli il banchetto della Pasqua ebraica la sera precedente al giorno di sua morte: quel banchetto, cioè, che legalmente doveva celebrarsi la sera del giorno 14 del mese Nisan, cosicché Gesù sarebbe morto il 15 Nisan. Giovanni invece ha cura di avvertire che, il mattino stesso del giorno in cui Gesù fu ucciso, i Giudei che in folla lo accusavano davanti a Pilato non avevano ancora celebrato il banchetto pasquale; infatti essi non entrarono nel pretorio affinché non si contaminassero, bensì mangiassero la Pasqua (Giov., 18, 28), giacché contaminandosi si sarebbero resi inabili a quella celebrazione da tenersi la sera stessa: in tal caso Gesù sarebbe morto il 14 Nisan, ma il suo banchetto della sera precedente non sarebbe stato quello legale della Pasqua ebraica. Non è questo il momento d'addentrarsi in questa celebre questione, per mostrare che i Sinottici e Giovanni possono avere egualmente ragione (§ 536 segg.): ma è ben opportuno far rilevare, ancora una volta, con quanta studiata fermezza Giovanni segua una sua propria cronologia, precisando ciò che gli evangelisti anteriori avevano lasciato imprecisato.
§ 164. Questi, del resto, sono soltanto alcuni tratti da cui risulta che il narratore scrive con una conoscenza tutta personale e diretta dei fatti, ma le prove potrebbero facilmente allungarsi di molto. Giovanni sa bene ciò che hanno raccontato i Sinottici, ma deliberatamente vuoi battere una strada diversa dalla loro. Senza pretendere affatto di esaurire l'argomento (cfr. Giov., 21, 25), egli vuole supplire parzialmente a quanto i Sinottici non hanno narrato: il computo materiale dimostra che su 100 parti del IV vangelo, 92 non si ritrovano nei Sinottici. Qualche volta, tuttavia, i due racconti si corrispondono necessariamente a causa dell'argomento: ma anche in questi casi Giovanni appare spesso come il testimonio che vuole integrare e precisare. Ciò è chiarissimo nel racconto della passione. I Sinottici non hanno detto chi fosse quel discepolo che con un colpo di spada mozzò l'orecchio destro al servo del sommo sacerdote, né come si chiamasse il servo; Giovanni precisa che il discepolo fu Simone Pietro e che il servo si chiamava Malcho (18, 10). Arrestato Gesù, sembrerebbe secondo i Sinottici che fosse condotto direttamente alla casa del sommo sacerdote Caifa; Giovanni vuol dissipare questa inesatta apparenza, ed informa che lo condussero presso Anna dapprima (18, 13) dandone subito appresso la ragione. - I Sinottici fanno che Pietro segua l'arrestato ed entri immediatamente nell'atrio del sommo sacerdote; secondo Giovanni, invece, Pietro segue insieme con un altro discepolo ma si ferma dapprima fuori dell'atrio, mentre l'altro discepolo entra subito, e solo più tardi Pietro può entrare grazie all'intercessione del discepolo (18, 15-16). - Dal solo Giovanni e non dai Sinottici, si apprende che Pilato interroga Gesù nell'interno del pretorio, mentre i Giudei restano al di fuori; come pure solo Giovanni descrive la scena dell'Ecce homo, e riporta la discussione fra Pilato e i Giudei, mentre il primo anche dopo la flagellazione di Gesù tenta di liberarlo e i secondi si protestano fedeli sudditi di Cesare (18, 33 segg.; 19, 4 segg.). - Soltanto Giovanni fa sapere che a Gesù morto non fu praticato il crurifragio romano, ma che in sua vece gli fu squarciato il petto con una lanciata (19, 31-34). Subito appresso a quest'ultima notizia si aggiunge: E chi ha visto (ciò) ha testimoniato, e verace e' la testimonianza di lui (19, 35); questo testimonio oculare è appunto il discepolo prediletto, la cui presenza ai piedi della croce, insieme con la madre di Gesu', è stata ricordata poco prima egualmente dal solo Giovanni (19, 25-27). In tutti questi particolari, cosi minuziosi e realistici, non traspare in alcun modo nessuno di quei tanti sottintesi allegorici che taluni studiosi recenti v'insinuano di proprio arbitrio.
§ 165. Che Giovanni batta una strada diversa dai Sinottici, appare da tutto il contenuto. I Sinottici insistono sul ministero di Gesù in Galilea, Giovanni invece insiste sul ministero in Giudea e Gerusalemme. Soltanto sette miracoli di Gesù sono riferiti da Giovanni, ma di essi ben cinque non si trovano nei Sinottici. Più che ai fatti di Gesù, Giovanni fa posto ai ragionamenti dottrinali di lui, e specialmente alle sue dispute con i maggiorenti Giudei. In questi discorsi, come nel restante dello scritto, affiorano frequentemente alcuni concetti caratteristici, che presso i Sinottici sono ben rari o del tutto sconosciuti: tali i simboli Luce, Tenebra, Acqua, Mondo, Carne, o gli astratti Vita, Morte, Verità, Giustizia, Peccato. Ma Giovanni, se non segue la tradizione sinottica, non la perde mai d'occhio. Giustamente ha detto il Renan che Giovanni aveva una sua propria tradizione, una tradizione parallela a quella dei sinottici, e che la sua posizione e' quella d'un autore che non ignora ciò ch'e' già stato scritto sull'argomento ch'egli tratta, approva molte delle cose già dette, ma crede d'avere informazioni superiori e le comunica senza preoccuparsi degli altri. Non è però tutto qui. Giovanni, pur nel suo silenzio, impiega la tradizione sinottica indirettamente, in quanto la presuppone già nota ai lettori; come, dall'altro lato, nei Sinottici non mancano allusioni che trovano la loro piena giustificazione solo nella tradizione di Giovanni. Si direbbe che le due tradizioni, cortesemente, si dicano a vicenda: Nec tecum, nec sine te. Nulla racconta Giovanni né della nascita di Gesù, né della sua vita privata; parla della madre di lui ma senza nominarla giammai, benché nomini altre Marie; riporta due volte l'espressione Gesù figlio di Giuseppe (1, 45; 6, 42), ma senza sentire la necessità di spiegare tale ambigua designazione; dice di scrivere per indurre a credere che Gesu' e' il Cristo, il figlio d'iddio (20, 31), e non accenna affatto alla scena della trasfigurazione sul Tabor che sarebbe stata opportunissima a quello scopo; riporta un lungo discorso taciuto dai Sinottici in cui Gesù si presenta come mistico pane celestiale (6, 25 segg.), e non ha una parola sull'effettiva istituzione dell'Eucarestia all'ultima cena. Eppuse, queste manchevolezze non sono manchevoli e queste incongruenze sono congruentissime, per la semplice ragione che Giovanni non vuol ripetere ciò ch'era già notorio, e fa assegnamento sulla conoscenza che i suoi lettori già avevano della tradizione sinottica. Ma, alla sua volta, anche la tradizione sinottica presuppone quella di Giovanni. Pochissimo dicono i Sinottici, e specialmente i primi due, del ministero di Gesù a Gerusalemme; tuttavia due di essi riportano la deplorazione di Gesù: Gerusalemme, Gerusalemme, uccidente i profeti e lapidante gl'inviati ad essa! Quante volte volli coadunare insieme i tuoi figli, alla maniera che una gallina coaduna i suoi pulcini sotto le ali, e (voi) non voleste! (Matteo, 23, 37; Luca, 13, 34). Dalle sole narrazioni dei Sinottici non si riuscirebbe a giustificare l'esclamazione Quante volte volli...! perché essi trattano quasi esclusivamente il ministero di Gesù in Galilea. Giovanni invece, narrando non meno di quattro viaggi di Gesù a Gerusalemme, giustifica in pieno quell'esclamazione. Perciò i Sinottici presuppongono tacitamente la tradizione di Giovanni, e alla loro volta le ripetono: Nec tecum, nec sine te.
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§ 161. Su un altro argomento importantissimo i nuovi ritrovamenti smentiscono giudizi arbitrari e tendenziosi. Per molti studiosi anche dei nostri giorni, il IV vangelo è un teorema teologico che conserva a mala pena le apparenze della storia (Loisy); ossia, è uno scritto allegorico e simbolico, che si muove nel mondo delle astrazioni mistiche e che tutt'al più solo apparentemente inquadra le sue scene in una cornice geografica, non senza manifesti contrasti con la vera topografia. Come al solito, questa condanna è stata motivata soprattutto da preconcetti filosofici; ma, per giunta, coloro che l'hanno pronunziata sono studiosi da tavolino, ben pochi di essi hanno visitato accuratamente o anche fugacemente la Palestina, e tutti ad ogni modo danno ben poco peso all'archeologia e alla geografia storica. L'imprudenza è grave: tanto più che lo stesso Renan, che per primo ricorse a sopraluoghi geografici (benché a suo modo) per una biografia di Gesù, poté scrivere: La trama storica del quarto vangelo e, secondo me, la vita di Gesu' qual era nota al gruppo accentrato attorno a Giovanni. Anzi, secondo la mia opinione, questa scuola sapeva diverse circostanze esteriori della vita del fondatore meglio del gruppo i cui ricordi hanno costituito i vangeli sinottici. Ma, nonostante questa non sospetta ammonizione, si continuò ad affermare che l'autore del IV vangelo era ignaro della topografia palestinese, al punto da non avere un'idea chiara neppure della situazione di Gerusalemme (quest'ultima affermazione è di un dilettante italiano, che non mette neppure conto di nominare). La verità è precisamente al contrario. L'autore del IV vangelo dimostra una conoscenza topografica più accurata di quella dei Sinot tici, e suole scendere in molte narrazioni a particolarità sorprendenti, che avrebbe potuto omettere del tutto senza che la narrazione ne risentisse; se non le ha omesse, è perché si sentiva ben sicuro del fatto suo. Almeno una decina sono le designazioni di luoghi palestinesi che appaiono soltanto nel IV vangelo; di esse, non solo nessuna è stata dimostrata falsa, ma varie sono state dimostrate precise ed esatte contro ogni aspettativa. Citiamo, come esempio, due o tre casi.
§ 162. In Giov., 2, 28, si parla di una Bethania di la' dal Giordano, sconosciuta altronde; al contrario, in 11, 18, si ricorda che Bethania era soltanto a 15 stadi da Gerusalemme, cioè a circa 2800 metri, mentre da Gerusalemme per arrivare al Giordano, sono una quarantina di chilometri. - Senonché c'erano due Bethanie (come c'erano due Beth-lehem, e due Beth-horon, ecc.). La Bethania del Giordano era vicina ad un passaggio del fiume che si compiva su barca, donde forse il suo nome (beth-onijjah, «casa della nave»); ma il luogo, per la stessa ragione, era chiamato anche Beth-abarah (« casa del passaggio »), come Origene legge in questo tratto invece di Bethania. Sul posto si sono trovate recentemente antiche installazioni. In 5, 2 (testo greco) si dice che a Gerusalemme, presso la Porta delle pecore o Probatica, c'era una piscina chiamata Bethzatha, o Bezetha, forse dal nome del quartiere; ma si aggiunge che questa Piscina aveva cinque portici. Era dunque recinta da un porticato pentagonale? Forma assai strana: la quale non ha mancato di suggerire a studiosi moderni che deve trattarsi di una scena tutta allegorica, in cui la piscina simboleggia la fonte spirituale del giudaismo, e i cinque portici rappresentano i cinque libri della Legge. - Senonché, anche qui, gli scavi recenti hanno fatto crollare tutto questo bel castello di fantasie allegorizzanti. Si è trovato, cioè, che la piscina era regolarmente recinta da quattro portici, formando un rettangolo lungo 120 metri e largo 60; ma un quinto portico l'attraversava in mezzo, dividendola in due bacini (§ 384). In 19, 13 si narra che Pilato, mentre si svolgeva il processo, condusse fuori Gesù e si assise su tribunale in un luogo chiamato Lithostrotas, ma in ebraico Gabbatha. Dov'era questo luogo dal doppio nome, di cui non si hanno altre notizie? - Precise notizie invece sono state fornite da scavi di qualche anno fa. I due nomi non pretendono affatto di essere la traduzione etimologica l'uno dell'altro, bensì sono due equivalenti designazioni di uno stesso luogo: questo luogo, ch'era sulla fortezza Antonia, è stato testé ritrovato, e archeologicamente mostra tutti i caratteri dell'epoca di Erode il Grande, costruttore dell'Antonia (§ 578).
§ 163. Questa precisione riguardo alla topografia si ritrova anche nguardo alla cronologia, quasi per dar ragione al noto assioma che i due occhi della vera storia sono la geografia e la cronologia. Confrontando la cronologia interna offerta dai Sinottici nella biografia di Gesù, con quella offerta da Giovanni, si ha l'impressione che quest'ultimo vada in cerca d'occasioni per precisare e delimitare ciò che quelli hanno lasciato nel vago. Limitandosi ai Sinottici, sembrerebbe che la vita pubblica di Gesù potesse restringersi entro un solo anno, e anche meno; Giovanni invece, ricordando espressamente tre differenti Pasque, estende quella durata almeno a due anni e qualche mese (§177). In 2, lì, si fa espressamente notare che l'inizio dei miracoli operati da Gesù fu quello delle nozze di Cana, cioè proprio un fatto non narrato dai Sinottici; e subito appresso (2, 13 segg.) si mette, quasi come primo atto solenne e autoritario della vita pubblica di Gesù, la cacciata dei venditori dal Tempio, mentre i Sinottici trattano di questo argomento solo pochi giorni prima della morte di Gesù. E in quale anno avvenne la cacciata dei venditori dal Tempio, computando da qualche insigne avvenimento della storia palestinese? Avvenne 46 anni dopo che si era cominciata la ricostruzione del “santuario” nel Tempio: ma anche ciò sappiamo solo da Giovanni (2, 20). Infine, se si legge il racconto della passione secondo i Sinottici, si conclude che Gesù ha celebrato con i suoi discepoli il banchetto della Pasqua ebraica la sera precedente al giorno di sua morte: quel banchetto, cioè, che legalmente doveva celebrarsi la sera del giorno 14 del mese Nisan, cosicché Gesù sarebbe morto il 15 Nisan. Giovanni invece ha cura di avvertire che, il mattino stesso del giorno in cui Gesù fu ucciso, i Giudei che in folla lo accusavano davanti a Pilato non avevano ancora celebrato il banchetto pasquale; infatti essi non entrarono nel pretorio affinché non si contaminassero, bensì mangiassero la Pasqua (Giov., 18, 28), giacché contaminandosi si sarebbero resi inabili a quella celebrazione da tenersi la sera stessa: in tal caso Gesù sarebbe morto il 14 Nisan, ma il suo banchetto della sera precedente non sarebbe stato quello legale della Pasqua ebraica. Non è questo il momento d'addentrarsi in questa celebre questione, per mostrare che i Sinottici e Giovanni possono avere egualmente ragione (§ 536 segg.): ma è ben opportuno far rilevare, ancora una volta, con quanta studiata fermezza Giovanni segua una sua propria cronologia, precisando ciò che gli evangelisti anteriori avevano lasciato imprecisato.
§ 164. Questi, del resto, sono soltanto alcuni tratti da cui risulta che il narratore scrive con una conoscenza tutta personale e diretta dei fatti, ma le prove potrebbero facilmente allungarsi di molto. Giovanni sa bene ciò che hanno raccontato i Sinottici, ma deliberatamente vuoi battere una strada diversa dalla loro. Senza pretendere affatto di esaurire l'argomento (cfr. Giov., 21, 25), egli vuole supplire parzialmente a quanto i Sinottici non hanno narrato: il computo materiale dimostra che su 100 parti del IV vangelo, 92 non si ritrovano nei Sinottici. Qualche volta, tuttavia, i due racconti si corrispondono necessariamente a causa dell'argomento: ma anche in questi casi Giovanni appare spesso come il testimonio che vuole integrare e precisare. Ciò è chiarissimo nel racconto della passione. I Sinottici non hanno detto chi fosse quel discepolo che con un colpo di spada mozzò l'orecchio destro al servo del sommo sacerdote, né come si chiamasse il servo; Giovanni precisa che il discepolo fu Simone Pietro e che il servo si chiamava Malcho (18, 10). Arrestato Gesù, sembrerebbe secondo i Sinottici che fosse condotto direttamente alla casa del sommo sacerdote Caifa; Giovanni vuol dissipare questa inesatta apparenza, ed informa che lo condussero presso Anna dapprima (18, 13) dandone subito appresso la ragione. - I Sinottici fanno che Pietro segua l'arrestato ed entri immediatamente nell'atrio del sommo sacerdote; secondo Giovanni, invece, Pietro segue insieme con un altro discepolo ma si ferma dapprima fuori dell'atrio, mentre l'altro discepolo entra subito, e solo più tardi Pietro può entrare grazie all'intercessione del discepolo (18, 15-16). - Dal solo Giovanni e non dai Sinottici, si apprende che Pilato interroga Gesù nell'interno del pretorio, mentre i Giudei restano al di fuori; come pure solo Giovanni descrive la scena dell'Ecce homo, e riporta la discussione fra Pilato e i Giudei, mentre il primo anche dopo la flagellazione di Gesù tenta di liberarlo e i secondi si protestano fedeli sudditi di Cesare (18, 33 segg.; 19, 4 segg.). - Soltanto Giovanni fa sapere che a Gesù morto non fu praticato il crurifragio romano, ma che in sua vece gli fu squarciato il petto con una lanciata (19, 31-34). Subito appresso a quest'ultima notizia si aggiunge: E chi ha visto (ciò) ha testimoniato, e verace e' la testimonianza di lui (19, 35); questo testimonio oculare è appunto il discepolo prediletto, la cui presenza ai piedi della croce, insieme con la madre di Gesu', è stata ricordata poco prima egualmente dal solo Giovanni (19, 25-27). In tutti questi particolari, cosi minuziosi e realistici, non traspare in alcun modo nessuno di quei tanti sottintesi allegorici che taluni studiosi recenti v'insinuano di proprio arbitrio.
§ 165. Che Giovanni batta una strada diversa dai Sinottici, appare da tutto il contenuto. I Sinottici insistono sul ministero di Gesù in Galilea, Giovanni invece insiste sul ministero in Giudea e Gerusalemme. Soltanto sette miracoli di Gesù sono riferiti da Giovanni, ma di essi ben cinque non si trovano nei Sinottici. Più che ai fatti di Gesù, Giovanni fa posto ai ragionamenti dottrinali di lui, e specialmente alle sue dispute con i maggiorenti Giudei. In questi discorsi, come nel restante dello scritto, affiorano frequentemente alcuni concetti caratteristici, che presso i Sinottici sono ben rari o del tutto sconosciuti: tali i simboli Luce, Tenebra, Acqua, Mondo, Carne, o gli astratti Vita, Morte, Verità, Giustizia, Peccato. Ma Giovanni, se non segue la tradizione sinottica, non la perde mai d'occhio. Giustamente ha detto il Renan che Giovanni aveva una sua propria tradizione, una tradizione parallela a quella dei sinottici, e che la sua posizione e' quella d'un autore che non ignora ciò ch'e' già stato scritto sull'argomento ch'egli tratta, approva molte delle cose già dette, ma crede d'avere informazioni superiori e le comunica senza preoccuparsi degli altri. Non è però tutto qui. Giovanni, pur nel suo silenzio, impiega la tradizione sinottica indirettamente, in quanto la presuppone già nota ai lettori; come, dall'altro lato, nei Sinottici non mancano allusioni che trovano la loro piena giustificazione solo nella tradizione di Giovanni. Si direbbe che le due tradizioni, cortesemente, si dicano a vicenda: Nec tecum, nec sine te. Nulla racconta Giovanni né della nascita di Gesù, né della sua vita privata; parla della madre di lui ma senza nominarla giammai, benché nomini altre Marie; riporta due volte l'espressione Gesù figlio di Giuseppe (1, 45; 6, 42), ma senza sentire la necessità di spiegare tale ambigua designazione; dice di scrivere per indurre a credere che Gesu' e' il Cristo, il figlio d'iddio (20, 31), e non accenna affatto alla scena della trasfigurazione sul Tabor che sarebbe stata opportunissima a quello scopo; riporta un lungo discorso taciuto dai Sinottici in cui Gesù si presenta come mistico pane celestiale (6, 25 segg.), e non ha una parola sull'effettiva istituzione dell'Eucarestia all'ultima cena. Eppuse, queste manchevolezze non sono manchevoli e queste incongruenze sono congruentissime, per la semplice ragione che Giovanni non vuol ripetere ciò ch'era già notorio, e fa assegnamento sulla conoscenza che i suoi lettori già avevano della tradizione sinottica. Ma, alla sua volta, anche la tradizione sinottica presuppone quella di Giovanni. Pochissimo dicono i Sinottici, e specialmente i primi due, del ministero di Gesù a Gerusalemme; tuttavia due di essi riportano la deplorazione di Gesù: Gerusalemme, Gerusalemme, uccidente i profeti e lapidante gl'inviati ad essa! Quante volte volli coadunare insieme i tuoi figli, alla maniera che una gallina coaduna i suoi pulcini sotto le ali, e (voi) non voleste! (Matteo, 23, 37; Luca, 13, 34). Dalle sole narrazioni dei Sinottici non si riuscirebbe a giustificare l'esclamazione Quante volte volli...! perché essi trattano quasi esclusivamente il ministero di Gesù in Galilea. Giovanni invece, narrando non meno di quattro viaggi di Gesù a Gerusalemme, giustifica in pieno quell'esclamazione. Perciò i Sinottici presuppongono tacitamente la tradizione di Giovanni, e alla loro volta le ripetono: Nec tecum, nec sine te.
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1025 - Commento al Vangelo di oggi 21/7/2010
+ Dal Vangelo secondo Matteo (13,10-17)In quel tempo, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Gli Apostoli fanno notare a Gesù che Egli si rivolge a determinate persone in parabole, mentre in disparte al gruppo ristretto le spiega. Il fatto di fare notare proprio a Gesù questa diversa spiegazione è curiosa, lo chiedono proprio a Colui che è la Sapienza eterna, Dio incarnato, l’Onnipotente. Ma non si rendono conto di osare oltre il consentito.
Gesù ovviamente non si scompone, il suo autocontrollo Divino vigila potentemente sul mondo intero, figuriamoci su dodici pescatori e similari.
Per noi il dilemma continua a porsi: perché Gesù con certa gente non parlava chiaramente? Se era venuto per salvare tutti, non compie in questo modo una disparità?
Assolutamente no, non lo dobbiamo neanche pensare minimamente, Gesù ha sempre motivi validi e infinitamente pieni di carità. Lui è l’Amore, la Grazia scesa dal Cielo, il Salvatore venuto a liberare quanti si trovano legati alle catene del peccato e della schiavitù. È venuto per tutti gli uomini, anche per coloro che adesso sono distanti ma non Lo avversano o perseguitano.
Sono entrato così nella spiegazione del comportamento di Gesù. Vediamo di comprendere una frase misteriosa. Chi non la comprende, rimane angosciato. “Perché a voi è dato conoscere i misteri del Regno dei Cieli, ma a loro non è dato”. Perché agli altri non è dato comprendere? È semplicissimo, Gesù già conosce che nonostante tutto non si convertiranno e non aggrava la loro responsabilità nel Giudizio. Meno conoscono e meno dovranno pagare nel Tribunale di Dio.
Ma in una condizione di dannazione eterna. Stiamo attenti a non ingannarci di voler conoscere poco!
“Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza”, con questa spiegazione Gesù ci dice che avremo di più se Lo seguiremo con sincerità, con Fede, con amore. Senza agire con maliziosa e subdola convenienza di fare finta di essere cattolici.
È un atto di misericordia che usa Gesù verso quelle persone che Lo ascoltavano con un cuore determinato a non seguirlo e a scegliere il male peggiore. Gesù conosceva perfettamente i loro pensieri e la irriducibile scelta di rimanere con i loro peccati e in una vita corrotta.
“Ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha”. Gesù toglie anche tutto quel bene che avrebbe voluto dare in futuro a quelle persone, proprio perché sue creature. Gesù a tutti dona moltissime Grazie, le ha date anche a Hitler e Stalin. Nessuno potrà lamentarsi di non avere ricevuto aiuti Divini.
Gesù rispetta le loro scelte, anche se sono mortali.
Invece, a quanti Lo seguono con sincerità e con la Fede che si ritrovano, Gesù promette molta Grazia e continui doni. Tutti noi riceviamo ogni giorno il dono della vita e innumerevoli Grazie fisiche e spirituali, ma sono pochi quelli che Lo ringraziano con autenticità.
Diciamo grazie a Gesù migliaia di volte nella giornata. Lui è la Grazia Divina incarnata per amore nostro.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Offrirò in dono a dei bisognosi alimenti e vestiti, facendo sentire loro la vicinanza di Dio.
Pensiero
La perfezione non consiste nel non avere amicizie, ma nell’averle buone e sante. (San Francesco di Sales)
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Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Gli Apostoli fanno notare a Gesù che Egli si rivolge a determinate persone in parabole, mentre in disparte al gruppo ristretto le spiega. Il fatto di fare notare proprio a Gesù questa diversa spiegazione è curiosa, lo chiedono proprio a Colui che è la Sapienza eterna, Dio incarnato, l’Onnipotente. Ma non si rendono conto di osare oltre il consentito.
Gesù ovviamente non si scompone, il suo autocontrollo Divino vigila potentemente sul mondo intero, figuriamoci su dodici pescatori e similari.
Per noi il dilemma continua a porsi: perché Gesù con certa gente non parlava chiaramente? Se era venuto per salvare tutti, non compie in questo modo una disparità?
Assolutamente no, non lo dobbiamo neanche pensare minimamente, Gesù ha sempre motivi validi e infinitamente pieni di carità. Lui è l’Amore, la Grazia scesa dal Cielo, il Salvatore venuto a liberare quanti si trovano legati alle catene del peccato e della schiavitù. È venuto per tutti gli uomini, anche per coloro che adesso sono distanti ma non Lo avversano o perseguitano.
Sono entrato così nella spiegazione del comportamento di Gesù. Vediamo di comprendere una frase misteriosa. Chi non la comprende, rimane angosciato. “Perché a voi è dato conoscere i misteri del Regno dei Cieli, ma a loro non è dato”. Perché agli altri non è dato comprendere? È semplicissimo, Gesù già conosce che nonostante tutto non si convertiranno e non aggrava la loro responsabilità nel Giudizio. Meno conoscono e meno dovranno pagare nel Tribunale di Dio.
Ma in una condizione di dannazione eterna. Stiamo attenti a non ingannarci di voler conoscere poco!
“Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza”, con questa spiegazione Gesù ci dice che avremo di più se Lo seguiremo con sincerità, con Fede, con amore. Senza agire con maliziosa e subdola convenienza di fare finta di essere cattolici.
È un atto di misericordia che usa Gesù verso quelle persone che Lo ascoltavano con un cuore determinato a non seguirlo e a scegliere il male peggiore. Gesù conosceva perfettamente i loro pensieri e la irriducibile scelta di rimanere con i loro peccati e in una vita corrotta.
“Ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha”. Gesù toglie anche tutto quel bene che avrebbe voluto dare in futuro a quelle persone, proprio perché sue creature. Gesù a tutti dona moltissime Grazie, le ha date anche a Hitler e Stalin. Nessuno potrà lamentarsi di non avere ricevuto aiuti Divini.
Gesù rispetta le loro scelte, anche se sono mortali.
Invece, a quanti Lo seguono con sincerità e con la Fede che si ritrovano, Gesù promette molta Grazia e continui doni. Tutti noi riceviamo ogni giorno il dono della vita e innumerevoli Grazie fisiche e spirituali, ma sono pochi quelli che Lo ringraziano con autenticità.
Diciamo grazie a Gesù migliaia di volte nella giornata. Lui è la Grazia Divina incarnata per amore nostro.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Offrirò in dono a dei bisognosi alimenti e vestiti, facendo sentire loro la vicinanza di Dio.
Pensiero
La perfezione non consiste nel non avere amicizie, ma nell’averle buone e sante. (San Francesco di Sales)
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mercoledì 20 luglio 2011
1024 - Commento al Vangelo di oggi 20/7/2010
+ Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-9)
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
“Il seminatore uscì a seminare”, addirittura non smette mai di seminare. Il seminatore è Gesù, il seme è la sua Parola, il terreno siamo tutti noi… Terreno sassoso, rovi, strada o terreno buono…
Questa parabola non la dimentichi mai, è inizialmente enigmatica perché non comprendi chi sei nel racconto di Gesù, e così molti rileggono con attenzione cosa raffigurano i luoghi dove cade il seme. È la parabola della XV Domenica del Tempo Ordinario, la ricordiamo certamente bene dopo il commento dettagliato che vi ho inviato.
Chiaramente non si tratta di un Vangelo ripetuto senza una valida ragione, è molto importante comprendere l’infinito valore della Parola di Dio e comprendere cosa siamo realmente noi: terreno, rovi, strada… Quando si è sicuri di avere compreso tutto, ci si trova ancora lontani dalla verità.
Raggiungere la maturità spirituale è una ricchezza senza paragoni, la vera felicità evangelica che è possibile vivere in questa vita. Questa maturità spirituale non si raggiunge con i titoli di studio o con la partecipazione anche giornaliera alla Messa o imparando a memoria la Sacra Scrittura. La maturità spirituale è un dono dello Spirito Santo, la sua sovrabbondante presenza nell’anima dopo che questa ha percorso un cammino di rinnegamenti e contemplazione. Soprattutto, ha obbedito a Dio, compiendo sempre la sua volontà.
La frequenza della Messa e le preghiere che si recitano devono avere una meta da raggiungere, sicuramente opposta alla vita carnale. È necessario rinnegare l’istinto selvaggio e dominare i vizi. Così inizia il vero cammino spirituale.
Avanzando, si comincia a comprendere lo stato della propria anima, si fa la verifica dell’accoglienza della Parola di Dio oppure se viene dispersa subito dopo.
È importante conoscere se siamo terreno sassoso, rovi, strada o terreno buono…
La Parola di Gesù ci incoraggia, non ci condanna né chiude le porte della salvezza. Al contrario ci spiega come si forma il Regno di Dio in mezzo a noi.
Gesù desidera che la sua Parola raggiunga tutti quelli che non la odiano.
Il seme cade ovunque, noi possiamo spostare quello che cade sui rovi, con la nostra preghiera. Possiamo ottenere la Grazia di far diventare un familiare o altri, terreno buono, mentre prima non lo erano. Tutto può Gesù ma vuole ascoltare la nostra preghiera.
Tutti siamo chiamati a diffondere ai non credenti la Parola di Dio, ognuno come può e secondo il suo tempo. Il Regno di Dio nasce in una persona se vi portiamo il seme che getta Gesù, la sua Parola. Tutti possono ascoltare la Parola di Gesù, anche chi si trova in peccato mortale.
Dedichiamo un po’ del nostro tempo a Gesù, portando la sua Parola a chi non la conosce.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Offrirò in dono a dei bisognosi alimenti e vestiti, facendo sentire loro la vicinanza di Dio.
Pensiero
La perfezione non consiste nel non avere amicizie, ma nell’averle buone e sante. (San Francesco di Sales)
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Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
“Il seminatore uscì a seminare”, addirittura non smette mai di seminare. Il seminatore è Gesù, il seme è la sua Parola, il terreno siamo tutti noi… Terreno sassoso, rovi, strada o terreno buono…
Questa parabola non la dimentichi mai, è inizialmente enigmatica perché non comprendi chi sei nel racconto di Gesù, e così molti rileggono con attenzione cosa raffigurano i luoghi dove cade il seme. È la parabola della XV Domenica del Tempo Ordinario, la ricordiamo certamente bene dopo il commento dettagliato che vi ho inviato.
Chiaramente non si tratta di un Vangelo ripetuto senza una valida ragione, è molto importante comprendere l’infinito valore della Parola di Dio e comprendere cosa siamo realmente noi: terreno, rovi, strada… Quando si è sicuri di avere compreso tutto, ci si trova ancora lontani dalla verità.
Raggiungere la maturità spirituale è una ricchezza senza paragoni, la vera felicità evangelica che è possibile vivere in questa vita. Questa maturità spirituale non si raggiunge con i titoli di studio o con la partecipazione anche giornaliera alla Messa o imparando a memoria la Sacra Scrittura. La maturità spirituale è un dono dello Spirito Santo, la sua sovrabbondante presenza nell’anima dopo che questa ha percorso un cammino di rinnegamenti e contemplazione. Soprattutto, ha obbedito a Dio, compiendo sempre la sua volontà.
La frequenza della Messa e le preghiere che si recitano devono avere una meta da raggiungere, sicuramente opposta alla vita carnale. È necessario rinnegare l’istinto selvaggio e dominare i vizi. Così inizia il vero cammino spirituale.
Avanzando, si comincia a comprendere lo stato della propria anima, si fa la verifica dell’accoglienza della Parola di Dio oppure se viene dispersa subito dopo.
È importante conoscere se siamo terreno sassoso, rovi, strada o terreno buono…
La Parola di Gesù ci incoraggia, non ci condanna né chiude le porte della salvezza. Al contrario ci spiega come si forma il Regno di Dio in mezzo a noi.
Gesù desidera che la sua Parola raggiunga tutti quelli che non la odiano.
Il seme cade ovunque, noi possiamo spostare quello che cade sui rovi, con la nostra preghiera. Possiamo ottenere la Grazia di far diventare un familiare o altri, terreno buono, mentre prima non lo erano. Tutto può Gesù ma vuole ascoltare la nostra preghiera.
Tutti siamo chiamati a diffondere ai non credenti la Parola di Dio, ognuno come può e secondo il suo tempo. Il Regno di Dio nasce in una persona se vi portiamo il seme che getta Gesù, la sua Parola. Tutti possono ascoltare la Parola di Gesù, anche chi si trova in peccato mortale.
Dedichiamo un po’ del nostro tempo a Gesù, portando la sua Parola a chi non la conosce.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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martedì 19 luglio 2011
1023 - Commento al Vangelo di oggi 19/7/2010
+ Dal Vangelo secondo Matteo (12,46-50)
In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco, tua Madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia Madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Questa risposta di Gesù è sempre stata un’accusa dei modernisti e dei protestanti verso la Madonna. Colgono nelle parole di Gesù una forma di distacco, interpretano con molta leggerezza addirittura le intenzioni del Signore. Arrivano a stabilire cosa pensava Gesù quando pronunciò questa frase. Questi modernisti o sono una specie di divinità o hanno perduto completamente la Fede. Riguardo la prima possibilità, esiste un solo Dio, escludiamo subito che siano in contatto con la divinità.
Mi lascia sempre sconcertato la sicurezza dei teologi e di tanti modernisti che si sostituiscono con leggera superficialità allo Spirito Santo e stabiliscono in modo assolutamente arbitrario la volontà di Dio. Non mi dilungo nel descrivere fin dove si sono spinti con le loro interpretazioni libere.
È provato in migliaia e migliaia di casi, che i modernisti non riescono ad ascoltare Gesù e non compiono la sua volontà. Altrimenti sarebbero tutti Santi. Ma non solo non compiono la volontà di Dio, trascinano milioni di cattolici a fare di tutto tranne la volontà di Dio. Sono recidivi, incorreggibili.
Il Vangelo di oggi ci parla di ascolto e della volontà di Dio.
È impossibile compiere la volontà di Dio senza l’ascolto della sua Parola, un ascolto come quello della Madonna che conservava nel suo Cuore tutte le parole del Figlio Divino, senza interpretarle o manipolarle. Le parole di Gesù sono sempre chiare e semplici, basta mettersi in ascolto.
I Santi nella loro vita rimasero sempre in ascolto di Dio. Non facevano nulla senza Dio.
L’ascolto manifesta la padronanza di sé, anche se non si è raggiunto un alto grado di spiritualità. Chi ascolta Dio nella preghiera silenziosa o nella Messa partecipata con vero raccoglimento, dimostra di non voler ascoltare i falsi idoli che cantano o ballano o tirano calci dietro un pallone.
Alcuni giorni fa ho letto che a un concerto di un personaggio italiano, pure dissoluto e vizioso, erano presenti oltre centomila adoranti fan. Molti si trovavano lì da dieci giorni per occupare i primi posti. Questo personaggio li ha ripagati lanciando uno slogan: “Fate sesso, divertitevi”.
Tutti i fan di cantanti e calciatori seguono la volontà dei loro idoli, si vestono come loro, ripetono le loro battute quasi sempre demenziali, affrontano la vita con la superficialità di chi li comanda. Gli idoli del pallone e della televisione riescono a dirigere la volontà di centinaia di milioni di seguaci.
Nessuno dica di seguire un personaggio immorale/idolo e di non condividere le sue prevaricazioni. Sarebbe una contraddizione.
Ritornando alla frase iniziale, in verità è un complimento che Gesù fa a sua Madre, nessuna persona era riuscita a compiere la volontà di Dio come la Madonna. Gesù afferma che tutti quelli che compiono la volontà del Padre, sono suoi familiari, tanto più la Vergine Maria che si nutriva esclusivamente di Spirito Santo.
Nella Madonna troviamo la pienezza e la perfezione dell’ascolto e dell’obbedienza.
Ogni essere umano obbedisce a qualcosa o qualcuno, quasi sempre ha una forma materiale. L’obbedienza presuppone dei vantaggi o piaceri legati a passioni idolatriche. Chi scava nel proprio interno arriva a scoprire certe situazioni poco chiare, certi lati della persona non del tutto riconosciuti. Questa è pure obbedienza a qualcosa, anche a livello inconscio.
Quando si deve compiere la volontà di Dio espressa nei Comandamenti e nel Vangelo, ci si irrigidisce e immediatamente si pensa ad altro. Si è convinti che la volontà di Dio sia più dolorosa della schiavitù che già osservano nei confronti dei messaggi della televisione e degli idoli.
Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell'Uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi Angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Mt 16,24-27).
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Offrirò in dono a dei bisognosi alimenti e vestiti, facendo sentire loro la vicinanza di Dio.
Pensiero
La perfezione non consiste nel non avere amicizie, ma nell’averle buone e sante. (San Francesco di Sales)
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In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco, tua Madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia Madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Questa risposta di Gesù è sempre stata un’accusa dei modernisti e dei protestanti verso la Madonna. Colgono nelle parole di Gesù una forma di distacco, interpretano con molta leggerezza addirittura le intenzioni del Signore. Arrivano a stabilire cosa pensava Gesù quando pronunciò questa frase. Questi modernisti o sono una specie di divinità o hanno perduto completamente la Fede. Riguardo la prima possibilità, esiste un solo Dio, escludiamo subito che siano in contatto con la divinità.
Mi lascia sempre sconcertato la sicurezza dei teologi e di tanti modernisti che si sostituiscono con leggera superficialità allo Spirito Santo e stabiliscono in modo assolutamente arbitrario la volontà di Dio. Non mi dilungo nel descrivere fin dove si sono spinti con le loro interpretazioni libere.
È provato in migliaia e migliaia di casi, che i modernisti non riescono ad ascoltare Gesù e non compiono la sua volontà. Altrimenti sarebbero tutti Santi. Ma non solo non compiono la volontà di Dio, trascinano milioni di cattolici a fare di tutto tranne la volontà di Dio. Sono recidivi, incorreggibili.
Il Vangelo di oggi ci parla di ascolto e della volontà di Dio.
È impossibile compiere la volontà di Dio senza l’ascolto della sua Parola, un ascolto come quello della Madonna che conservava nel suo Cuore tutte le parole del Figlio Divino, senza interpretarle o manipolarle. Le parole di Gesù sono sempre chiare e semplici, basta mettersi in ascolto.
I Santi nella loro vita rimasero sempre in ascolto di Dio. Non facevano nulla senza Dio.
L’ascolto manifesta la padronanza di sé, anche se non si è raggiunto un alto grado di spiritualità. Chi ascolta Dio nella preghiera silenziosa o nella Messa partecipata con vero raccoglimento, dimostra di non voler ascoltare i falsi idoli che cantano o ballano o tirano calci dietro un pallone.
Alcuni giorni fa ho letto che a un concerto di un personaggio italiano, pure dissoluto e vizioso, erano presenti oltre centomila adoranti fan. Molti si trovavano lì da dieci giorni per occupare i primi posti. Questo personaggio li ha ripagati lanciando uno slogan: “Fate sesso, divertitevi”.
Tutti i fan di cantanti e calciatori seguono la volontà dei loro idoli, si vestono come loro, ripetono le loro battute quasi sempre demenziali, affrontano la vita con la superficialità di chi li comanda. Gli idoli del pallone e della televisione riescono a dirigere la volontà di centinaia di milioni di seguaci.
Nessuno dica di seguire un personaggio immorale/idolo e di non condividere le sue prevaricazioni. Sarebbe una contraddizione.
Ritornando alla frase iniziale, in verità è un complimento che Gesù fa a sua Madre, nessuna persona era riuscita a compiere la volontà di Dio come la Madonna. Gesù afferma che tutti quelli che compiono la volontà del Padre, sono suoi familiari, tanto più la Vergine Maria che si nutriva esclusivamente di Spirito Santo.
Nella Madonna troviamo la pienezza e la perfezione dell’ascolto e dell’obbedienza.
Ogni essere umano obbedisce a qualcosa o qualcuno, quasi sempre ha una forma materiale. L’obbedienza presuppone dei vantaggi o piaceri legati a passioni idolatriche. Chi scava nel proprio interno arriva a scoprire certe situazioni poco chiare, certi lati della persona non del tutto riconosciuti. Questa è pure obbedienza a qualcosa, anche a livello inconscio.
Quando si deve compiere la volontà di Dio espressa nei Comandamenti e nel Vangelo, ci si irrigidisce e immediatamente si pensa ad altro. Si è convinti che la volontà di Dio sia più dolorosa della schiavitù che già osservano nei confronti dei messaggi della televisione e degli idoli.
Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell'Uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi Angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Mt 16,24-27).
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Offrirò in dono a dei bisognosi alimenti e vestiti, facendo sentire loro la vicinanza di Dio.
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La perfezione non consiste nel non avere amicizie, ma nell’averle buone e sante. (San Francesco di Sales)
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lunedì 18 luglio 2011
1022 - Commento al Vangelo di oggi 18/7/2010
+ Dal Vangelo secondo Matteo (12,38-42)
In quel tempo, alcuni scribi e farisei dissero a Gesù: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno». Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Questa generazione è stata colpita da innumerevoli segni arrivati dal Cielo e non si è convertita. I segni sono convenzionali, rimandano sempre a qualcos’altro, riguardo il soprannaturale c’è poco interesse verso Gesù e la Madonna, almeno quando tutto va bene. Se scoppia qualche problema familiare o la preoccupazione assale e non si trova alcuna soluzione, improvvisamente Gesù e la Madonna diventano importanti.
Se tutto va bene, nel senso che la superficialità riveste mente e corpo, il soprannaturale rimane lontano… E i segni del Cielo sono stelline che attirano l’attenzione per qualche minuto per poi scomparire. L’Apostolo Tommaso volle vedere i segni delle Piaghe di Gesù per credere e poi ha creduto, invece oggi molti cattolici non vogliono credere in Dio che interviene nel mondo. Chi può rimanere in piedi senza l’aiuto di Dio?
La mancanza di Dio traspare un po’ da tutto, i valori si sono capovolti, i giovani adorano molti idoli, il decoro è inesistente ed è chic chi racconta le avventure extraconiugali e tutte le altre avventure sessuali, mentre le coppie che più divorziano sono quelle anziane…
Persone che vanno in pensione non pensano più a riposarsi ma a divorziare per trovare partner giovani!!!
Voglio pubblicare la testimonianza di una nostra parrocchiana, non indico il nome per la sofferenza che vive e le umiliazioni che sopporta. Come lei molte altre donne vengono umiliate da mariti senza moralità.
“Padre, ho appena letto cosa ha scritto dell'omicidio di Melania. Mi rivedo in questa situazione familiare, purtroppo dal primo giorno che ho sposato mio marito è stato un tradimento continuo, ha profanato il matrimonio con ogni tipo di donna che incontrava e più tradiva, più veniva a casa arrabbiato trattando male me e i miei 2 figli. Io ero sempre innamorata e pregavo il Signore che cessasse tutto questo dolore. Niente, ho vissuto la mia gioventù così nel dolore e nella preghiera, non è cambiato nulla, l'amore che avevo nel tempo si è trasformato in pietà profonda, non so come sarà la mia vita ancora, ma ho sempre pensato che quest'uomo è violento per cui posso aspettarmi di tutto. La storia di Melania sta facendo rivivere in me il passato, anch'io ho visto molte volte la morte con gli occhi e tutto per i tradimenti nel matrimonio. Ricordo una sera che aveva un appuntamento di lavoro ed io a tutti costi volli andare con lui. Mostrava una calma apparente, io decisa salii in macchina e appena dopo un paio di km ricevette una telefonata di una donna, chiesi spiegazioni e lui esplose dicendomi che era arrivato il momento che mi avrebbe ucciso e seppellito in un bosco e che poi avrebbe denunciato la mia scomparsa. Era diventato una belva, arrivò davanti una casa e lì c'era una donna ad aspettarlo, lei salì dietro e si presentò come una sua collega. Poi lui uscì dal paese e imboccò una strada nel bosco... pensai che mi avrebbe uccisa e sepolta lì, nessuno parlava e io in quei momenti pensai di non rivedere più i miei figli ed ero pentita amaramente d'essere andata con lui. Man mano che l'auto avanzava il mio cuore mi scoppiava nel petto, più s'inoltrava nella fitta boscaglia e più mi vedevo la morte addosso! Come nei film horror vidi in lontananza una lucina, man mano diventava più nitida, era un bar in riva al fiume, fermò l'auto davanti al bar, era lì che aveva l'appuntamento di lavoro! Una volta una veggente di Medjugorje chiese alla Madonnina che cosa deve fare una moglie quando il marito la fa soffrire, Lei rispose di non lasciarlo perché anche Gesù soffre per noi. Ma come è possibile? Anche in una situazione di pericolo che la Madre così attenta può permettere che il marito possa togliere la vita alla moglie restando con lui? Sono 35 anni di dolore e spero sempre che quest'uomo si converta, macché diventa sempre più duro, il veleno che ha nel cuore lo sputa fuori in ogni occasione, non è vita questa, non è vita quando metti il pranzo a tavola e urla perché il cibo manca di sale o di olio; non è vita quando lavi i piatti e urla per il consumo d'acqua calda; non è vita quando ti costringe ad andare in vacanza e ti umilia continuamente davanti alla gente per ogni cosa trasformando tutto in veleno. Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi ed io vi ristorerò”.
La vita di una moglie è una continua tortura se il marito è accecato intellettualmente. Ma anche qualche moglie non disdegna comportamenti violenti o arroganti, come la moglie di Michele Misseri. D’altronde, oramai un po’ ovunque scoppiano litigi, anche nelle sacrestie si alzano le mani. Trascrivo da un quotidiano: “Hanno cominciato con un'animata discussione e sono arrivati alle mani due Preti di Pescasseroli (L'Aquila) che, dopo la rissa, sono stati entrambi costretti a farsi assistere dai medici del Pronto soccorso. La lite è stata scoperta da alcuni fedeli che, entrate in Chiesa, hanno sentito le urla provenienti dalla sala riunioni dietro la sacrestia. Uno dei due si è poi allontanato dalla parrocchia, facendosi ospitare da amici. Quello che ha deciso di lasciare la parrocchia sarebbe il Prete che, nella colluttazione, ha avuto la peggio, rimediando anche una sospetta lussazione alla spalla. Tanto che, una volta in ospedale, il Sacerdote si sarebbe sottoposto a una radiografia. È stato proprio per restituire tranquillità alla comunità parrocchiale che quest'ultimo ha poi deciso di allontanarsi dall'abitato di Pescasseroli, andando in un paese della provincia di Latina, ospite di alcuni amici. All'origine della discussione tra i due Preti ci sarebbe stata la necessità di rispettare la gerarchia ecclesiastica tra il prete più anziano e quello più giovane. Fino a questo momento, nessuno dei due ha sporto querela”.
Questi sono segni del Cielo o segni sul corpo dopo una scazzottata?
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Offrirò in dono a dei bisognosi alimenti e vestiti, facendo sentire loro la vicinanza di Dio.
Pensiero
La perfezione non consiste nel non avere amicizie, ma nell’averle buone e sante. (San Francesco di Sales)
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In quel tempo, alcuni scribi e farisei dissero a Gesù: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno». Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Questa generazione è stata colpita da innumerevoli segni arrivati dal Cielo e non si è convertita. I segni sono convenzionali, rimandano sempre a qualcos’altro, riguardo il soprannaturale c’è poco interesse verso Gesù e la Madonna, almeno quando tutto va bene. Se scoppia qualche problema familiare o la preoccupazione assale e non si trova alcuna soluzione, improvvisamente Gesù e la Madonna diventano importanti.
Se tutto va bene, nel senso che la superficialità riveste mente e corpo, il soprannaturale rimane lontano… E i segni del Cielo sono stelline che attirano l’attenzione per qualche minuto per poi scomparire. L’Apostolo Tommaso volle vedere i segni delle Piaghe di Gesù per credere e poi ha creduto, invece oggi molti cattolici non vogliono credere in Dio che interviene nel mondo. Chi può rimanere in piedi senza l’aiuto di Dio?
La mancanza di Dio traspare un po’ da tutto, i valori si sono capovolti, i giovani adorano molti idoli, il decoro è inesistente ed è chic chi racconta le avventure extraconiugali e tutte le altre avventure sessuali, mentre le coppie che più divorziano sono quelle anziane…
Persone che vanno in pensione non pensano più a riposarsi ma a divorziare per trovare partner giovani!!!
Voglio pubblicare la testimonianza di una nostra parrocchiana, non indico il nome per la sofferenza che vive e le umiliazioni che sopporta. Come lei molte altre donne vengono umiliate da mariti senza moralità.
“Padre, ho appena letto cosa ha scritto dell'omicidio di Melania. Mi rivedo in questa situazione familiare, purtroppo dal primo giorno che ho sposato mio marito è stato un tradimento continuo, ha profanato il matrimonio con ogni tipo di donna che incontrava e più tradiva, più veniva a casa arrabbiato trattando male me e i miei 2 figli. Io ero sempre innamorata e pregavo il Signore che cessasse tutto questo dolore. Niente, ho vissuto la mia gioventù così nel dolore e nella preghiera, non è cambiato nulla, l'amore che avevo nel tempo si è trasformato in pietà profonda, non so come sarà la mia vita ancora, ma ho sempre pensato che quest'uomo è violento per cui posso aspettarmi di tutto. La storia di Melania sta facendo rivivere in me il passato, anch'io ho visto molte volte la morte con gli occhi e tutto per i tradimenti nel matrimonio. Ricordo una sera che aveva un appuntamento di lavoro ed io a tutti costi volli andare con lui. Mostrava una calma apparente, io decisa salii in macchina e appena dopo un paio di km ricevette una telefonata di una donna, chiesi spiegazioni e lui esplose dicendomi che era arrivato il momento che mi avrebbe ucciso e seppellito in un bosco e che poi avrebbe denunciato la mia scomparsa. Era diventato una belva, arrivò davanti una casa e lì c'era una donna ad aspettarlo, lei salì dietro e si presentò come una sua collega. Poi lui uscì dal paese e imboccò una strada nel bosco... pensai che mi avrebbe uccisa e sepolta lì, nessuno parlava e io in quei momenti pensai di non rivedere più i miei figli ed ero pentita amaramente d'essere andata con lui. Man mano che l'auto avanzava il mio cuore mi scoppiava nel petto, più s'inoltrava nella fitta boscaglia e più mi vedevo la morte addosso! Come nei film horror vidi in lontananza una lucina, man mano diventava più nitida, era un bar in riva al fiume, fermò l'auto davanti al bar, era lì che aveva l'appuntamento di lavoro! Una volta una veggente di Medjugorje chiese alla Madonnina che cosa deve fare una moglie quando il marito la fa soffrire, Lei rispose di non lasciarlo perché anche Gesù soffre per noi. Ma come è possibile? Anche in una situazione di pericolo che la Madre così attenta può permettere che il marito possa togliere la vita alla moglie restando con lui? Sono 35 anni di dolore e spero sempre che quest'uomo si converta, macché diventa sempre più duro, il veleno che ha nel cuore lo sputa fuori in ogni occasione, non è vita questa, non è vita quando metti il pranzo a tavola e urla perché il cibo manca di sale o di olio; non è vita quando lavi i piatti e urla per il consumo d'acqua calda; non è vita quando ti costringe ad andare in vacanza e ti umilia continuamente davanti alla gente per ogni cosa trasformando tutto in veleno. Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi ed io vi ristorerò”.
La vita di una moglie è una continua tortura se il marito è accecato intellettualmente. Ma anche qualche moglie non disdegna comportamenti violenti o arroganti, come la moglie di Michele Misseri. D’altronde, oramai un po’ ovunque scoppiano litigi, anche nelle sacrestie si alzano le mani. Trascrivo da un quotidiano: “Hanno cominciato con un'animata discussione e sono arrivati alle mani due Preti di Pescasseroli (L'Aquila) che, dopo la rissa, sono stati entrambi costretti a farsi assistere dai medici del Pronto soccorso. La lite è stata scoperta da alcuni fedeli che, entrate in Chiesa, hanno sentito le urla provenienti dalla sala riunioni dietro la sacrestia. Uno dei due si è poi allontanato dalla parrocchia, facendosi ospitare da amici. Quello che ha deciso di lasciare la parrocchia sarebbe il Prete che, nella colluttazione, ha avuto la peggio, rimediando anche una sospetta lussazione alla spalla. Tanto che, una volta in ospedale, il Sacerdote si sarebbe sottoposto a una radiografia. È stato proprio per restituire tranquillità alla comunità parrocchiale che quest'ultimo ha poi deciso di allontanarsi dall'abitato di Pescasseroli, andando in un paese della provincia di Latina, ospite di alcuni amici. All'origine della discussione tra i due Preti ci sarebbe stata la necessità di rispettare la gerarchia ecclesiastica tra il prete più anziano e quello più giovane. Fino a questo momento, nessuno dei due ha sporto querela”.
Questi sono segni del Cielo o segni sul corpo dopo una scazzottata?
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Offrirò in dono a dei bisognosi alimenti e vestiti, facendo sentire loro la vicinanza di Dio.
Pensiero
La perfezione non consiste nel non avere amicizie, ma nell’averle buone e sante. (San Francesco di Sales)
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domenica 17 luglio 2011
1021 - Commento al Vangelo di oggi 17/7/2010 XVI domenica t.o.
+ Dal Vangelo secondo Matteo (13,24-43)
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi Angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Dopo la parabola del seminatore di domenica scorsa e gli insuccessi della Parola di Dio che viene dispersa, oggi segue la parabola di un altro contadino intento a seminare e si accorge che accanto al seme buono cresce anche la zizzania. È preso dallo sconforto, egli aveva seminato il seme buono, mentre vede crescere irruente anche l’erba cattiva. Cosa fare?
Se cerca di strapparla, rischia di tagliare anche il buon grano, quindi, decide di attendere.
Crescono insieme il buon grano e la zizzania, e la bellezza di questa parabola sta proprio qui, nella decisione del contadino di non strappare la zizzania. È certamente un contadino avveduto, infatti è Dio stesso a decidere di mietere a tempo opportuno. La pazienza di Dio si manifesta infinita, una pazienza piena di Amore, disponibile ad attendere molti anni nella speranza di toccare il cuore dell’uomo e trasformarlo.
Invece, se fosse l’uomo a decidere, cercherebbe di strappare subito e con violenza quella zizzania che disturba la sua vita. Tra la mentalità di Dio e quella dell’uomo c’è un’infinita distanza e sarà impossibile per l’uomo cattivo prevalere sul buon grano seminato da Dio e custodito dai suoi Angeli. L’uomo cattivo con la sua zizzania è capace di distruggere quel grano incustodito perché non c’è il padrone a proteggerlo.
La zizzania è sempre stata causa di divisioni, è una gramigna fastidiosa e con molti tentacoli, cerca di insinuarsi per causare discordie tra amici e trasformare in inimicizia ciò che era amicizia. È una zizzania che non vorremmo mai in mezzo a noi, è portatrice di contrarietà e si oppone alla stessa evidenza.
La zizzania è effettivamente un’erba che cresce spontanea nei campi di grano danneggiando le coltivazioni. La zizzania nelle relazioni interpersonali causa avversioni, perché è naturalmente portata a distruggere ciò che invece è buono.
Gesù non vuole distruggere oggi il male presente nella società. Poi, da dove iniziare con tutta la zizzania esistente? Chi resterebbe sulla terra dopo un intervento Divino? Pochi.
Gesù lascia crescere insieme il buon grano e la zizzania, perché desidera fare migliorare ancora di più il buon grano e cercare di cambiare la zizzania in buon grano. Ma se quell’erba è nata zizzania, può trasformarsi in buon grano? Naturalmente è impossibile, solo Dio può cambiare la natura di quanto ha creato Lui dal nulla.
Nel mondo la zizzania cresce che è una meraviglia. Assottiglia sempre più lo spazio del buon grano, spesso lo soffoca, in realtà cerca di distruggerlo. Si vedono piante di zizzania a quantità, piante rigogliose ed elevate per la cresta che portano.
Tutti noi abbiamo incontrato la zizzania della cattiveria, molti hanno visto che essa non è stata mai colpita da sofferenze mentre loro hanno dovuto patire. Ma la zizzania è già maligna e tormentata di suo, cosa deve patire oltre?
Chi è zizzania nel mondo, vive già qui la sua disperazione, un anticipo dell’inferno che sceglie liberamente per le opere cattive che compie. Non è mai Gesù a volere una destinazione così tremenda. Lui è morto in Croce per salvare tutti.
Nel mondo bene e male lottano, apparentemente il male vince sempre, ma è solo un’apparenza. Un inganno. È una vittoria amara e che causerà ai falsi vincitori, tormenti eterni. Il male non può assolutamente prevalere sul bene, si tratta di momentanei successi ma che alla fine diventeranno sconfitte irrimediabili. Quando avverrà la mietitura.
Dio giudicherà a tempo debito, nessuno deve cercare una propria giustizia quando non è ancora tempo della mietitura. Perché se mietete voi adesso, Dio non potrà darvi giustizia quando è tempo di mietere. Lasciate a Gesù il compito di proteggervi e di mettere gradualmente da parte la zizzania che vi tormenta. Gesù riesce sempre ad isolare e poi lasciare inaridire il male che non vuole diventare bene.
Chiediamo alla Madonna di proteggerci sempre dalla zizzania che non ci ama.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi Angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Dopo la parabola del seminatore di domenica scorsa e gli insuccessi della Parola di Dio che viene dispersa, oggi segue la parabola di un altro contadino intento a seminare e si accorge che accanto al seme buono cresce anche la zizzania. È preso dallo sconforto, egli aveva seminato il seme buono, mentre vede crescere irruente anche l’erba cattiva. Cosa fare?
Se cerca di strapparla, rischia di tagliare anche il buon grano, quindi, decide di attendere.
Crescono insieme il buon grano e la zizzania, e la bellezza di questa parabola sta proprio qui, nella decisione del contadino di non strappare la zizzania. È certamente un contadino avveduto, infatti è Dio stesso a decidere di mietere a tempo opportuno. La pazienza di Dio si manifesta infinita, una pazienza piena di Amore, disponibile ad attendere molti anni nella speranza di toccare il cuore dell’uomo e trasformarlo.
Invece, se fosse l’uomo a decidere, cercherebbe di strappare subito e con violenza quella zizzania che disturba la sua vita. Tra la mentalità di Dio e quella dell’uomo c’è un’infinita distanza e sarà impossibile per l’uomo cattivo prevalere sul buon grano seminato da Dio e custodito dai suoi Angeli. L’uomo cattivo con la sua zizzania è capace di distruggere quel grano incustodito perché non c’è il padrone a proteggerlo.
La zizzania è sempre stata causa di divisioni, è una gramigna fastidiosa e con molti tentacoli, cerca di insinuarsi per causare discordie tra amici e trasformare in inimicizia ciò che era amicizia. È una zizzania che non vorremmo mai in mezzo a noi, è portatrice di contrarietà e si oppone alla stessa evidenza.
La zizzania è effettivamente un’erba che cresce spontanea nei campi di grano danneggiando le coltivazioni. La zizzania nelle relazioni interpersonali causa avversioni, perché è naturalmente portata a distruggere ciò che invece è buono.
Gesù non vuole distruggere oggi il male presente nella società. Poi, da dove iniziare con tutta la zizzania esistente? Chi resterebbe sulla terra dopo un intervento Divino? Pochi.
Gesù lascia crescere insieme il buon grano e la zizzania, perché desidera fare migliorare ancora di più il buon grano e cercare di cambiare la zizzania in buon grano. Ma se quell’erba è nata zizzania, può trasformarsi in buon grano? Naturalmente è impossibile, solo Dio può cambiare la natura di quanto ha creato Lui dal nulla.
Nel mondo la zizzania cresce che è una meraviglia. Assottiglia sempre più lo spazio del buon grano, spesso lo soffoca, in realtà cerca di distruggerlo. Si vedono piante di zizzania a quantità, piante rigogliose ed elevate per la cresta che portano.
Tutti noi abbiamo incontrato la zizzania della cattiveria, molti hanno visto che essa non è stata mai colpita da sofferenze mentre loro hanno dovuto patire. Ma la zizzania è già maligna e tormentata di suo, cosa deve patire oltre?
Chi è zizzania nel mondo, vive già qui la sua disperazione, un anticipo dell’inferno che sceglie liberamente per le opere cattive che compie. Non è mai Gesù a volere una destinazione così tremenda. Lui è morto in Croce per salvare tutti.
Nel mondo bene e male lottano, apparentemente il male vince sempre, ma è solo un’apparenza. Un inganno. È una vittoria amara e che causerà ai falsi vincitori, tormenti eterni. Il male non può assolutamente prevalere sul bene, si tratta di momentanei successi ma che alla fine diventeranno sconfitte irrimediabili. Quando avverrà la mietitura.
Dio giudicherà a tempo debito, nessuno deve cercare una propria giustizia quando non è ancora tempo della mietitura. Perché se mietete voi adesso, Dio non potrà darvi giustizia quando è tempo di mietere. Lasciate a Gesù il compito di proteggervi e di mettere gradualmente da parte la zizzania che vi tormenta. Gesù riesce sempre ad isolare e poi lasciare inaridire il male che non vuole diventare bene.
Chiediamo alla Madonna di proteggerci sempre dalla zizzania che non ci ama.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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