§ 143. Luca non scrive soltanto per Teofilo, ma anche per i cristiani che si trovano più o meno nelle condizioni di spirito del destinatario. Sono i cristiani delle chiese fondate da Paolo, composte in prevalenza da fedeli provenienti dal paganesimo; del resto già Origene aveva notato che il vangelo di Luca era per quelli (provenienti) dai gentili. Aggiunge infatti spiegazioni che sarebbero state superflue per lettori giudei, ad esempio che la festa giudaica degli Azimi si chiamava Pasqua (Luca, 22, 1); e invece tralascia cose che sarebbero state fraintese da chi proveniva dal gentilesimo, come il precetto dato da Gesù agli Apostoli di non andare per la via dei gentili (Matteo, 10, 5: precetto non riportato neppure da Marco, per la stessa ragione di Luca). Altre volte attenua espressioni che sonavano troppo dure per gentili, come quando invece di dire non fanno ciò anche i gentili? (Matteo, 5, 47) dice fanno ciò anche i peccatori (Luca, 6, 33); per la stessa preoccupazione di delicatezza aggiunge, invece, fatti particolari che risultavano a onore dei gentili, come la buona accoglienza fatta da Giovanni il Battista ai soldati (3, 14), la generosità del centurione verso di Giudei (7, 4-5), e perfino la carità e la gratitudine che si potevano ritrovare presso gli aborriti Samaritani (10, 33-35; 17, 15-18). Soprattutto poi, lo scritto di Luca vuol essere la “buona novella” della bontà e della misericordia. Il discepolo di Paolo, che si rivolge ai cristiani di Paolo, dipinge Gesù non solo come salvatore di tutti gli uomini indistintamente, ma come amico in modo particolare dei piu' traviati, dei più umili e diseredati sulla terra. Se questa presentazione di Gesù quale supremo medico spirituale indusse Dante a designare Luca quale scriba mansuetudinis Christi (§ 138), indusse pure il Renan a definire questo vangelo il piu' bel libro che esista: nella quale definizione l'iperbole abituale nello scrittore francese ha molto minor parte che in altri giudizi di lui. La parabola del figliuol prodigo, miracolo letterario di potenza psicologica, è riferita dal solo Luca. Soltanto Luca fa che il pastore si metta proprio sulle spalle la ritrovata pecora perduta e giunto a casa ne faccia gran festa con gli amici (15, 5-6; mancante in Matteo, 18, 13); come pure soltanto Luca parla della donna che ritrova la dramma perduta, e che se ne rallegra con le amiche come si fa gaudio al cospetto degli angeli d'iddio per un solo peccatore che si penta (Luca, 15, 8-10). Non altri che Luca riporta le parole di Gesù morente Padre, perdona loro, perché non sanno che cosa fanno!, e subito appresso quelle altre con cui il morente promette il paradiso al ladrone pentito che gli agonizza a fianco (23, 34.43).
§ 144. Anche da un altro aspetto appare l'indole vera dello scritto di Luca. Si ripensi qual era, nella sua realtà, la società in mezzo a cui vivevano i lettori di questo vangelo. A Roma stessa insieme con Luca abitava Seneca, il quale tranquillamente affermava che la donna impudens animai est et... ferum, cupiditatum incontinens (De constantia sapientis, xiv, 1); un altro contemporaneo abitante dell'Urbe era Petronio l'Arbitro autore di quel Satiricon che, se è il libro piu' cinicamente osceno trasmessoci dalla romanità classica, è anche fedele specchio del fasto orientalesco riserbato in quella società ad alcuni pochi, fra moltitudini sterminate di proletari e di schiavi. Eccezioni non saranno mancate: ma non potevano esser molte, e ad ogni modo erano più teoretiche che pratiche. Appunto il “Seneca morale”, mentre ragionava egregiamente di virtù civili ed umane, definiva la donna nella maniera testé vista; e mentre dettava la sentenza di sapore cristiano parem autem deo pecunia non faciet: deus nihil habet... nudus est (Epist., 31, 10), confessava davanti a Nerone di possedere immensam pecunium e di fare l'usuraio, dimostrando di non avere alcuna voglia di restar nudo come il suo Dio. Era insomma la società esattamente riassunta da quel Claudio Secondo, che aveva scritto sulla propria tomba: Balnea vina venar corrumpunt corpora nostra, sed vitam faciunt bainea vina venus. Era la società in cui imperava, quasi assoluto, il binomio “lussuria e lusso”. In antitesi perfetta all'indole di quella società è l'indole dello scritto di Luca, che è il vangelo di esaltazione per la donna, di encomio per la povertà, di laude per la giocondità della vita semplice ed umile: uno scritto che si può riassumere nel binomio “purità e povertà”, non senza aggiungervi quello spirito di perfetta letizia che si sarebbe tentati di definire francescano, se già dapprima non fosse stato tipicamente lucano. Le donne del vangelo di Luca, mentre hanno una probabile parte come informatrici, ne hanno certamente una molto onorevole come attrici. Oltre a figure di primo piano, quali Maria madre di Gesù ed Elisabetta madre di Giovanni il Battista, il solo Luca presenta la profetessa Anna (2, 36-38), la vedova di Naim (7, i 1 segg.), la peccatrice anonima (7, 37 segg.), la donna ricurva (13, 10 segg.), l'altra donna che proclama beata la madre di Gesù (2, 27-28), la massaia Marta (10, 38 segg.), le donne della via dolorosa (23, 27 segg.): i quali ritratti femminili saranno di molto accresciuti nei successivi Atti, costituendo nell'insieme una pinacoteca che mette la donna in una luce affatto diversa da quella della contemporanea società pagana.
§ 145. Insieme con la purità, il vangelo di Luca esalta la povertà. Mentre il Discorso della montagua in Matteo ripete nove volte la felicitazione Beati...!, Luca la ripete solo quattro volte, ma in compenso aggiunge quattro volte la maledizione Guai...!, che è indirizzata tutte e quattro le volte ai ricchi e gaudenti (6, 20-26); cosi pure, mentre la prima felicitazione è rivolta in Matteo ai poveri in ispirito, da Luca è. rivolta ai poveri semplicemente. In armonia con ciò il solo Luca ricorda espressasnente la bassezza della madre di Gesù (1, 48) e la povertà della sua offerta al Tempio (2, 24), la squallida nascita di Gesù a Beth-lehem e la miseria dei garzoni di greggi che furono i suoi primi adoratori; dal solo Luca è riferito che Gesù, parlando nella sinagoga di Nazareth, applicò a se stesso le parole di Isaia: “Lo spirito del Signore e' su me: perciò mi unse per evangelizzare ai poveri” (4, 18); e se Luca riporta insieme con Matteo le parole di Gesù: Le volpi hanno le tane... ma il figlio dell'uomo non ha dove posare il capo (9, 58), egli solo ci dice che alcune facoltose donne gli apprestavano il necessario dalle proprie sostanze (8, 3). Anzi nello scritto di Luca afflora cosi frequentemente l'esaltazione della povertà, che qualche studioso moderno ha creduto riscontrarvi l'influenza della antica setta degli Ebioniti (“poveri”), costituita da cristiani provenienti dal giudaismo; ma appunto tale provenienza basterebbe ad escludere quell'influenza da uno scritto come questo, del tutto alieno dallo spirito giudaico e animato invece da spirito universalistico, mentre l'avversione alle ricchezze è adeguatamente spiegata dalla reazione all'indole della contemporanea società pagana. Conseguenza della predilezione per la purità e per la povertà sembra essere quello spirito di giocondità serena, quasi poetica, che aleggia su questo vangelo. Già S. Paolo aveva raccomandato ai suoi fedeli: Gioite nel Signore sempre; nuovamente dico: Gioite! (Filipp., 4, 4), tornando anche altrove con parole identiche o equivalenti sulla stessa raccomandazione: Gioite sempre! (I Tessal., 5, 16; cfr. Romani, 12, 12; ecc.). La ragione di questa gioia era che il regno di Dio... e giustizia e pace e gaudio nello Spirito santo (Rom., 14, 17), e che il frutto dello Spirito e' amore, gaudio, pace, ecc. (Galati, 5, 22). Anche in ciò il discepolo va appresso al maestro. Il vangelo di Luca, nei due primi capitoli, contiene singolari espressioni di questo gaudio spirituale, cioè quattro composizioni metriche (Magnificat; Benedictus; Gloria in altissimis; Nunc dimittis) non reperibili negli altri vangeli; infine tutto lo scritto termina narrando come gli Apostoli, dopo aver assistito all'ascensione di Gesù, tornarono a Gerusalemme con gaudio grande, e stavano del continuo nel tempio benedicendo iddio (24, 52-53). E cosi' lo scriba mansuetudinis Christi diventa anche il giullare di Dio nella perfetta letizia.
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Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto
CIAO A TE !!
Nulla è più urgente nel mondo d'oggi di proclamare Cristo alle genti. Chiunque tu sia, puoi, se vuoi, lasciare un tuo contributo, piccolo o grande che sia, per dire, comunicare, annunciare la persona di Gesù Cristo, unico nostro salvatore. Uno speciale benvenuto a LADYBUG che si è aggiunta di recente ai sostenitori ! *************************************************** Questo blog è sotto la protezione di N.S. Gesù Cristo e della SS Vergine Maria, Sua Madre ed ha come unica ragione di esistere di fornire un contributo, sia pure piccolo ed umile, alla crescita della loro Gloria. ***************************************************
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mercoledì 18 maggio 2011
960 - I miracoli di Gesù
dal sito Gesù e Maria propongo questo testo
1. Se osserviamo attentamente i «miracoli, prodigi e segni» con cui Dio accreditò la missione di Gesù Cristo, secondo le parole pronunciate dall’apostolo Pietro, il giorno della Pentecoste a Gerusalemme, constatiamo che Gesù, nel fare questi «miracoli-segni», ha operato nel proprio nome convinto della sua potenza divina, e nello stesso tempo dell’unione più intima con il Padre. Ci troviamo dunque ancora e sempre dinanzi al mistero del «Figlio dell’uomo-Figlio di Dio», il cui Io trascende tutti i limiti della condizione umana, pur appartenendovi per sua libera scelta, e tutte le umane possibilità di realizzazione e anche di sola conoscenza.
2. Un’occhiata su alcuni singoli avvenimenti, registrati dagli evangelisti, ci permette di renderci conto di quell’arcana presenza nel cui nome Gesù Cristo opera i suoi miracoli. Eccolo, quando rispondendo alle suppliche di un lebbroso che gli dice: «Se vuoi, puoi guarirmi!», egli, nella sua umanità, «mosso a compassione», pronuncia una parola di comando che, in un caso come quello, si addice a Dio, non a un puro uomo: «“Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Mc 1,40-42). E similmente nel caso del paralitico, che è stato calato da un’apertura fatta nel tetto della casa: «Ti ordino, alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua» (cf. Mc 2,1-12). E ancora: nel caso della figlia di Giairo leggiamo che «Egli, presa la mano della bambina, le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico, alzati!”. Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare» (Mc 5,41-42). Nel caso del giovane morto di Nain: «“Giovinetto, dico a te, alzati!”. Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare» (Lc 7,14-15).
In quanti di questi episodi vediamo affiorare dalle parole di Gesù l’espressione di una volontà e di una potenza a cui egli si appella interiormente e che esprime, si direbbe, con la massima naturalezza come se appartenesse alla sua stessa condizione più arcana, il potere di dare agli uomini salute, guarigione e addirittura risurrezione e vita!
3. Un’attenzione particolare merita la risurrezione di Lazzaro, descritta dettagliatamente dal quarto evangelista. Leggiamo: «Gesù... alzò gli occhi e disse: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. E detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì» (Gv 11,41-44). Nella descrizione accurata di questo episodio viene messo in rilievo che Gesù fa risorgere l’amico Lazzaro con la propria potenza e nell’unione strettissima con il Padre. Qui trova conferma l’affermazione di Gesù: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Gv 5,17), e ha una dimostrazione, che si può dire preventiva, ciò che Gesù dirà nel cenacolo, durante il colloquio con gli apostoli nell’ultima cena, sui suoi rapporti col Padre, e anzi sulla sua identità sostanziale con lui.
4. I Vangeli mostrano con diversi miracoli-segni come la potenza divina, che opera in Gesù Cristo, si estenda oltre il mondo umano e si manifesti come potere di dominio anche sulle forze della natura. E significativo il caso della tempesta sedata: «Nel frattempo si sollevò un grande tempesta di vento». Gli apostoli-pescatori spaventati svegliano Gesù che dormiva nella barca. Egli «destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Gli apostoli furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale il vento e il mare obbediscono?”» (Mc 4,37-41).
In quest’ordine di avvenimenti rientrano anche le pesche miracolose effettuate sulla parola di Gesù («in verbo tuo»), dopo i tentativi precedenti non riusciti (cf. Lc 5,4-6; Gv 21,3-6). Lo stesso si può dire, per quanto riguarda la struttura dell’avvenimento, anche del «primo segno» compiuto a Cana di Galilea, dove Gesù ordina ai servi di riempire le giare d’acqua, e poi di portare «l’acqua diventata vino» al maestro di tavola (Gv 2,7-9). Come nelle pesche miracolose, così anche a Cana di Galilea operano gli uomini: i pescatori-apostoli in un caso, i servi delle nozze nell’altro, ma è chiaro che l’effetto straordinario dell’azione non proviene da loro, ma da colui che ha dato loro ordine di agire e che opera con la sua misteriosa potenza divina. Ciò viene confermato dalla reazione degli apostoli, e particolarmente di Pietro che, dopo la pesca miracolosa, «si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”» (Lc 5,8). E uno dei tanti casi di emozione che prende la forma di timore riverenziale o anche di spavento, sia negli apostoli come Simon Pietro, sia nella gente, quando si sentono sfiorati dall’ala del mistero divino.
5. Un giorno, dopo l’ascensione, da un simile «timore» saranno presi coloro che vedranno i «prodigi e segni» avvenuti anche «per opera degli apostoli» (cf. At 2,43). Secondo il libro degli Atti, la gente portava «gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro» (At 5,15). Tuttavia questi «prodigi e segni», che accompagnavano gli inizi della Chiesa apostolica, venivano compiuti dagli apostoli non in nome proprio, ma nel nome di Gesù Cristo, ed erano quindi un’ulteriore conferma della sua potenza divina. Si rimane impressionati quando si legge la risposta e il comando di Pietro allo storpio, che gli chiedeva l’elemosina presso una porta del tempio gerosolimitano: «“Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina”. E presolo per la mano destra, lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono» (At 3,6-9). O quello che sempre Pietro dice a un paralitico di nome Enea: «“Gesù Cristo, ti guarisce; alzati e rifatti il letto”. E subito si alzò» (At 9,34).
Anche l’altro principe degli apostoli, Paolo, quando nella lettera ai Romani (15,17-19) ricorderà quanto egli ha compiuto come «ministro di Cristo fra i pagani», si affretterà ad aggiungere che in quel ministero consiste il suo unico merito. «Non oserei infatti parlare di ciò che Cristo non avesse operato per mezzo mio per condurre i pagani all’obbedienza (della fede), con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello Spirito».
6. Nella Chiesa dei primi tempi e specialmente nella evangelizzazione del mondo compiuta dagli apostoli, abbondarono quei «miracoli, prodigi e segni», come Gesù stesso aveva loro promesso (cf. At 2,22). Ma si può dire che essi si sono sempre ripetuti nella storia della salvezza, specialmente nei momenti decisivi per l’attuazione del disegno di Dio. Così è stato già nell’Antico Testamento in relazione all’«esodo» di Israele dalla schiavitù d’Egitto e al cammino verso la Terra promessa, sotto il comando di Mosè. Quando con l’incarnazione del Figlio di Dio «venne la pienezza del tempo» (Gal 4,4), quei segni miracolosi dell’operare divino acquistano un nuovo valore e una nuova efficacia per l’autorità divina di Cristo e per il riferimento al suo nome - e quindi alla sua verità, alla sua promessa, al suo mandato, alla sua gloria - con cui vengono compiuti dagli apostoli e da tanti santi nella Chiesa.
Anche oggi avvengono dei miracoli e in ciascuno di essi si delinea il volto del «Figlio dell’uomo-Figlio di Dio» e vi si afferma un dono di grazia e di salvezza.
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1. Se osserviamo attentamente i «miracoli, prodigi e segni» con cui Dio accreditò la missione di Gesù Cristo, secondo le parole pronunciate dall’apostolo Pietro, il giorno della Pentecoste a Gerusalemme, constatiamo che Gesù, nel fare questi «miracoli-segni», ha operato nel proprio nome convinto della sua potenza divina, e nello stesso tempo dell’unione più intima con il Padre. Ci troviamo dunque ancora e sempre dinanzi al mistero del «Figlio dell’uomo-Figlio di Dio», il cui Io trascende tutti i limiti della condizione umana, pur appartenendovi per sua libera scelta, e tutte le umane possibilità di realizzazione e anche di sola conoscenza.
2. Un’occhiata su alcuni singoli avvenimenti, registrati dagli evangelisti, ci permette di renderci conto di quell’arcana presenza nel cui nome Gesù Cristo opera i suoi miracoli. Eccolo, quando rispondendo alle suppliche di un lebbroso che gli dice: «Se vuoi, puoi guarirmi!», egli, nella sua umanità, «mosso a compassione», pronuncia una parola di comando che, in un caso come quello, si addice a Dio, non a un puro uomo: «“Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Mc 1,40-42). E similmente nel caso del paralitico, che è stato calato da un’apertura fatta nel tetto della casa: «Ti ordino, alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua» (cf. Mc 2,1-12). E ancora: nel caso della figlia di Giairo leggiamo che «Egli, presa la mano della bambina, le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico, alzati!”. Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare» (Mc 5,41-42). Nel caso del giovane morto di Nain: «“Giovinetto, dico a te, alzati!”. Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare» (Lc 7,14-15).
In quanti di questi episodi vediamo affiorare dalle parole di Gesù l’espressione di una volontà e di una potenza a cui egli si appella interiormente e che esprime, si direbbe, con la massima naturalezza come se appartenesse alla sua stessa condizione più arcana, il potere di dare agli uomini salute, guarigione e addirittura risurrezione e vita!
3. Un’attenzione particolare merita la risurrezione di Lazzaro, descritta dettagliatamente dal quarto evangelista. Leggiamo: «Gesù... alzò gli occhi e disse: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. E detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì» (Gv 11,41-44). Nella descrizione accurata di questo episodio viene messo in rilievo che Gesù fa risorgere l’amico Lazzaro con la propria potenza e nell’unione strettissima con il Padre. Qui trova conferma l’affermazione di Gesù: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Gv 5,17), e ha una dimostrazione, che si può dire preventiva, ciò che Gesù dirà nel cenacolo, durante il colloquio con gli apostoli nell’ultima cena, sui suoi rapporti col Padre, e anzi sulla sua identità sostanziale con lui.
4. I Vangeli mostrano con diversi miracoli-segni come la potenza divina, che opera in Gesù Cristo, si estenda oltre il mondo umano e si manifesti come potere di dominio anche sulle forze della natura. E significativo il caso della tempesta sedata: «Nel frattempo si sollevò un grande tempesta di vento». Gli apostoli-pescatori spaventati svegliano Gesù che dormiva nella barca. Egli «destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Gli apostoli furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale il vento e il mare obbediscono?”» (Mc 4,37-41).
In quest’ordine di avvenimenti rientrano anche le pesche miracolose effettuate sulla parola di Gesù («in verbo tuo»), dopo i tentativi precedenti non riusciti (cf. Lc 5,4-6; Gv 21,3-6). Lo stesso si può dire, per quanto riguarda la struttura dell’avvenimento, anche del «primo segno» compiuto a Cana di Galilea, dove Gesù ordina ai servi di riempire le giare d’acqua, e poi di portare «l’acqua diventata vino» al maestro di tavola (Gv 2,7-9). Come nelle pesche miracolose, così anche a Cana di Galilea operano gli uomini: i pescatori-apostoli in un caso, i servi delle nozze nell’altro, ma è chiaro che l’effetto straordinario dell’azione non proviene da loro, ma da colui che ha dato loro ordine di agire e che opera con la sua misteriosa potenza divina. Ciò viene confermato dalla reazione degli apostoli, e particolarmente di Pietro che, dopo la pesca miracolosa, «si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”» (Lc 5,8). E uno dei tanti casi di emozione che prende la forma di timore riverenziale o anche di spavento, sia negli apostoli come Simon Pietro, sia nella gente, quando si sentono sfiorati dall’ala del mistero divino.
5. Un giorno, dopo l’ascensione, da un simile «timore» saranno presi coloro che vedranno i «prodigi e segni» avvenuti anche «per opera degli apostoli» (cf. At 2,43). Secondo il libro degli Atti, la gente portava «gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro» (At 5,15). Tuttavia questi «prodigi e segni», che accompagnavano gli inizi della Chiesa apostolica, venivano compiuti dagli apostoli non in nome proprio, ma nel nome di Gesù Cristo, ed erano quindi un’ulteriore conferma della sua potenza divina. Si rimane impressionati quando si legge la risposta e il comando di Pietro allo storpio, che gli chiedeva l’elemosina presso una porta del tempio gerosolimitano: «“Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina”. E presolo per la mano destra, lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono» (At 3,6-9). O quello che sempre Pietro dice a un paralitico di nome Enea: «“Gesù Cristo, ti guarisce; alzati e rifatti il letto”. E subito si alzò» (At 9,34).
Anche l’altro principe degli apostoli, Paolo, quando nella lettera ai Romani (15,17-19) ricorderà quanto egli ha compiuto come «ministro di Cristo fra i pagani», si affretterà ad aggiungere che in quel ministero consiste il suo unico merito. «Non oserei infatti parlare di ciò che Cristo non avesse operato per mezzo mio per condurre i pagani all’obbedienza (della fede), con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello Spirito».
6. Nella Chiesa dei primi tempi e specialmente nella evangelizzazione del mondo compiuta dagli apostoli, abbondarono quei «miracoli, prodigi e segni», come Gesù stesso aveva loro promesso (cf. At 2,22). Ma si può dire che essi si sono sempre ripetuti nella storia della salvezza, specialmente nei momenti decisivi per l’attuazione del disegno di Dio. Così è stato già nell’Antico Testamento in relazione all’«esodo» di Israele dalla schiavitù d’Egitto e al cammino verso la Terra promessa, sotto il comando di Mosè. Quando con l’incarnazione del Figlio di Dio «venne la pienezza del tempo» (Gal 4,4), quei segni miracolosi dell’operare divino acquistano un nuovo valore e una nuova efficacia per l’autorità divina di Cristo e per il riferimento al suo nome - e quindi alla sua verità, alla sua promessa, al suo mandato, alla sua gloria - con cui vengono compiuti dagli apostoli e da tanti santi nella Chiesa.
Anche oggi avvengono dei miracoli e in ciascuno di essi si delinea il volto del «Figlio dell’uomo-Figlio di Dio» e vi si afferma un dono di grazia e di salvezza.
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sabato 14 maggio 2011
959 - Commento al Vangelo di oggi 14/5/2011
+ Dal Vangelo secondo Giovanni (15,9-17)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Nella festa dell’Apostolo San Mattia, la liturgia ci presenta alcune parole di Gesù molto intense: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio Amore”.
Rimanere uniti a Gesù, nel suo Amore, non è un’impresa semplice, non è ordinaria, perché richiede uno sforzo giornaliero, che non si conclude mai. D’altronde ognuno durante il giorno ripete gesti in modo meccanico, che servono a poco o danneggiano. Diventa facile indirizzare gli sforzi o i gesti verso la pratica delle virtù e delle buone maniere.
Pensate a quelli che controllano i loro capelli e si specchiano non appena ne hanno la possibilità. Centinaia di volte al giorno. Oppure a quelli che mantengono la linea e controllano di continuo i lati del corpo.
Quindi, è possibile ripetere atti d’amore e gesti spirituali durante la giornata. È necessario predisporsi interiormente, riflettere attentamente sulle virtù e porre molta attenzione sui pensieri che arrivano alla mente. Pensieri che hanno la forza di mettere dubbi e abbattimenti, confusione e distrazione.
Rimanere nell’Amore di Gesù è il cammino di santità.
Solo chi rimane nell’Amore di Gesù può agire come Lui, compiere opere buone e parlare il linguaggio del Vangelo. Soprattutto i Sacerdoti devono necessariamente attingere all’Amore di Gesù per donarlo ai credenti. Se viene a mancare questo Amore, cosa possono dare? Niente.
I Sacerdoti uniti all’Amore di Gesù, si trasformano giorno dopo giorno nello spirito interiore, diventano capaci di imitare le virtù del Signore, soprattutto lasciano agire il Sacerdote eterno, il Figlio di Dio.
I Sacerdoti possono brillare come lampade poste sul lucerniere, se rimangono uniti a Gesù. Nessuno può compiere grandi opere senza il sostegno del Signore. E il ruolo dei Sacerdoti è molto delicato, devono consigliare, guidare, orientare, amare tutti senza distinzioni. Il cuore del Sacerdote si deve dilatare fino all’estremo per contenere tutti, allo stesso tempo deve trasmettere quanto ha ricevuto da Gesù.
È indispensabile avvicinarsi giornalmente alla Persona di Gesù, questo vale per tutti, è Lui la fonte di ogni bene. Senza Gesù non c’è amore, pace, gioia, verità, onestà.
La condizione per rimanere nel Cuore di Gesù è questa: “Se osserverete i miei Comandamenti, rimarrete nel mio Amore”. L’osservanza dei dieci Comandamenti non è un aspetto marginale, è la vera condizione per diventare autentici apostoli.
E chi li osserva, è in grado di amare tutti, perché ha la forza di vivere il Comandamento dell’Amore: “Questo è il mio Comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come Io ho amato voi”. La misura dell’amore è di amare gli altri come ci ha amato Gesù. Senza limiti. E perdonare tutti senza limiti.
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.
Noi non siamo capaci di amare tutti indistintamente, ci occorre l’aiuto della Madonna, è Lei l’unica ad essere rimasta sempre nell’Amore di Gesù. Chiediamole ogni giorno nella consacrazione al suo Cuore, di insegnarci ad amare Gesù e il modo per rimanere nel suo mite Cuore.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mi chiederò ogni giorno se c’è qualcosa a cui sono attaccato in maniera eccessiva, chiedendo a Gesù il coraggio di staccarmene con un gesto deciso, pur se doloroso.
Pensiero
Conviene combattere quanto si può le ansietà e le inquietudini, perché non vi è cosa che più impedisca il progresso nella bontà. (San Francesco di Sales)
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Nella festa dell’Apostolo San Mattia, la liturgia ci presenta alcune parole di Gesù molto intense: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio Amore”.
Rimanere uniti a Gesù, nel suo Amore, non è un’impresa semplice, non è ordinaria, perché richiede uno sforzo giornaliero, che non si conclude mai. D’altronde ognuno durante il giorno ripete gesti in modo meccanico, che servono a poco o danneggiano. Diventa facile indirizzare gli sforzi o i gesti verso la pratica delle virtù e delle buone maniere.
Pensate a quelli che controllano i loro capelli e si specchiano non appena ne hanno la possibilità. Centinaia di volte al giorno. Oppure a quelli che mantengono la linea e controllano di continuo i lati del corpo.
Quindi, è possibile ripetere atti d’amore e gesti spirituali durante la giornata. È necessario predisporsi interiormente, riflettere attentamente sulle virtù e porre molta attenzione sui pensieri che arrivano alla mente. Pensieri che hanno la forza di mettere dubbi e abbattimenti, confusione e distrazione.
Rimanere nell’Amore di Gesù è il cammino di santità.
Solo chi rimane nell’Amore di Gesù può agire come Lui, compiere opere buone e parlare il linguaggio del Vangelo. Soprattutto i Sacerdoti devono necessariamente attingere all’Amore di Gesù per donarlo ai credenti. Se viene a mancare questo Amore, cosa possono dare? Niente.
I Sacerdoti uniti all’Amore di Gesù, si trasformano giorno dopo giorno nello spirito interiore, diventano capaci di imitare le virtù del Signore, soprattutto lasciano agire il Sacerdote eterno, il Figlio di Dio.
I Sacerdoti possono brillare come lampade poste sul lucerniere, se rimangono uniti a Gesù. Nessuno può compiere grandi opere senza il sostegno del Signore. E il ruolo dei Sacerdoti è molto delicato, devono consigliare, guidare, orientare, amare tutti senza distinzioni. Il cuore del Sacerdote si deve dilatare fino all’estremo per contenere tutti, allo stesso tempo deve trasmettere quanto ha ricevuto da Gesù.
È indispensabile avvicinarsi giornalmente alla Persona di Gesù, questo vale per tutti, è Lui la fonte di ogni bene. Senza Gesù non c’è amore, pace, gioia, verità, onestà.
La condizione per rimanere nel Cuore di Gesù è questa: “Se osserverete i miei Comandamenti, rimarrete nel mio Amore”. L’osservanza dei dieci Comandamenti non è un aspetto marginale, è la vera condizione per diventare autentici apostoli.
E chi li osserva, è in grado di amare tutti, perché ha la forza di vivere il Comandamento dell’Amore: “Questo è il mio Comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come Io ho amato voi”. La misura dell’amore è di amare gli altri come ci ha amato Gesù. Senza limiti. E perdonare tutti senza limiti.
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.
Noi non siamo capaci di amare tutti indistintamente, ci occorre l’aiuto della Madonna, è Lei l’unica ad essere rimasta sempre nell’Amore di Gesù. Chiediamole ogni giorno nella consacrazione al suo Cuore, di insegnarci ad amare Gesù e il modo per rimanere nel suo mite Cuore.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mi chiederò ogni giorno se c’è qualcosa a cui sono attaccato in maniera eccessiva, chiedendo a Gesù il coraggio di staccarmene con un gesto deciso, pur se doloroso.
Pensiero
Conviene combattere quanto si può le ansietà e le inquietudini, perché non vi è cosa che più impedisca il progresso nella bontà. (San Francesco di Sales)
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venerdì 13 maggio 2011
958 - Vita di Gesù (paragrafi 139 - 142)
§ 139. Quando scrisse Luca il suo vangelo? Certamente dopo gli altri due Sinottici, come afferma la quasi costante tradizione antica che assegna Luca al terzo posto nella serie cronologica dei vangeli: dunque dopo Marco, che non è posteriore all'anno 61. D'altra parte Luca ha scritto il vangelo prima degli Atti degli Apostoli, i quali nel prologo stesso si richiamano esplicitamente al precedente vangelo (Atti, 1, 1). Alla loro volta gli Atti, secondo ogni verosimiglianza e conforme al parere largamente predominante fra gli studiosi moderni, sembrano scritti avanti alla liberazione di Paolo dalla sua prima prigionia romana (cfr. Atti, 28, 30), e quindi anche avanti alla grande persecuzione di Nerone del 64, cioè, tutto considerato, fra gli anni 63 e 64. Anteriore agli Atti, sebbene di poco tempo, sarebbe dunque il vangelo di Luca. E’ assai probabile che il vangelo ricevesse forma definitiva e vedesse la luce in Roma, piuttosto che in Acaia, o in Egitto, o altrove, come vorrebbero altre oscillanti tradizioni antiche. Pare certo, infatti, che Luca abbia conosciuto ed impiegato il vangelo di Marco, comparso a Roma poco prima che Luca vi giungesse insieme col prigioniero Paolo (cfr. Coloss., 4, 10. 14; Filem., 24). D'altra parte Luca da lungo tempo stava preparandosi alla composizione del suo vangelo e andava raccogliendo materiali per esso, come risulta dal prologo. La sua assistenza al venerato prigioniero, prolungatasi non meno d'un biennio, e la conoscenza del recente scritto di Marco cordialmente accolto dalla cristianità di Roma, dovettero essere due opportune occasioni per Luca onde colorire il suo antico disegno, spingendolo a scrivere in Roma stessa il suo vangelo.
§ 140. Luca indirizza il suo vangelo a una determinata persona, Teofilo, a cui in seguito indirizzerà anche gli Atti; era un attestato di deferenza dedicare uno scritto ad un uomo insigne, e l'uso sarà seguito un trentennio più tardi in Roma stessa anche da Flavio Giuseppe, che dedicherà ad Epafrodito le sue Antichita giudaiche (1, 8) e il suo Contra Apionem. Il Teofilo di Luca è chiamato, che può equivalere al nostro “eccellentissimo” e designerebbe il grado insigne dell'uomo: ma altro non sappiamo di lui, nonostante le molte congetture antiche e moderne. Ad ogni modo, se lo scritto è dedicato a Teofilo, Luca scorge anche dietro a costui molti altri lettori ai quali egualmente s'indirizza. Il prologo a Teofilo, dando occasione a Luca d'esporre le circostanze, lo scopo e il metodo del suo scritto, è di sommo valore storico; si può ben chiamare il più importante documento che riguardi direttamente il periodo di composizione dei vangeli sinottici. E’ quindi opportuno riportarlo per intero in traduzione che sia fedele, per quanto è possibile, anche etimologicamente (Luca, 1, 1-4): Poiché molti misero mano a riordinare una narrazione circa i fatti compiutisi fra noi, secondo che tramandarono a noi coloro che dall'inizio furono testimoni oculari e inservienti della parola: parve bene anche a me, che sono riandato appresso dal principio (o anche da lungo tempo) a tutte le cose diligentemente, scrivere a te secondo consecuzione, eccellentissimo Teofilo, affinché tu riconosca la stabilita' dei discorsi circa i quali fosti catechizzato. Non torniamo sopra alcune notizie che già estraemmo da questo passo: fra cui, che già prima di Luca molti avevano scritto sui fatti di Gesù; che siffatti scritti dipendevano dalla trasmissione orale dei testimoni oculari e degli inservienti della parola, ossia dalla primitiva catechesi della Chiesa (§ 106 segg.). Qui, come fatti nuovi, rileviamo che Teofilo già era stato edotto in quella catechesi, e forse in maniera compiuta (come sembra indicare 1'aoristo fosti catechizzato): e perciò, probabilmente, già era battezzato. Inoltre Luca, per fornire a Teofilo una conferma ed una conoscenza più profonda dei discorsi in cui è stato catechizzato, gli offre il suo scritto, frutto di ricerche che sono state fatte diligentemente su tutte le cose trattate e che sono state condotte fin dal principio dei fatti (o almeno da lungo tempo). Infine la narrazione dei fatti sarà condotta secondo consecuzzone. I molti che hanno preceduto Luca non possono essere due soltanto, cioè Matteo e Marco noti a noi: il termine molti può far pensare, all'ingrosso, anche a una decina di scritti, benché in questo numero possano benissimo esser compresi anche i due noti a noi. Ma, anche fra questa abbondanza, Luca ha creduto di poter esser utile con un nuovo scritto: egli non è stato testimonio dei fatti, ma le diligenti e lunghe ricerche che ha condotte nell'unica miniera di notizie, cioè la trasmissione dei testimoni oculari e degli inservienti della parola, gli fanno sperare che il suo nuovo scritto gioverà ad altri per approfondire la stabihtà dei discorsi catechetici. Il tipo di catechesi seguito da Luca è, come già sappiamo, quello di Paolo. Perciò egli aggiungerà qualche cosa al quadro ordinario della catechesi di Pietro, che cominciava col battesimo di Gesù da parte di Giovanni il Battista; e poiché è riandato appresso dal principio agli avvenimenti, premetterà la narrazione dell'infanzia di Gesù, come già aveva fatto in misura minore anche Matteo. Tutta l'esposizione, poi, sarà secondo consecuzzone, comprendendo in questa parola - a quanto pare - sia la connessione cronologica dei singoli fatti tra loro e con altri fatti più eminenti nella storia profana, sia anche la connessione logica tra cause ed effetti e tra argomenti affini. Per quanto possiamo comprendere noi oggi, con la nostra mentalità e con le scarse informazioni che abbiamo, Luca si è attenuto effettivamente a questo suo programma.
§ 141. Egli solo, fra tutti gli evangelisti, ha cura di riconnettere la narrazione con le principali date della storia profana contemporanea (cfr. 2,1-2; 3, 1-2), inquadrando il fatto cristiano nella visione dell’umanità intera. In ciò egli si dimostra d'ampia visione, che acutamente percepisce come il cristianesimo apra una nuova epoca nelle vicende dell'umanità: nella stessa guisa, già due secoli prima, Polibio aveva fatto rilevare proprio al principio delle sue Storie come il dominio di Roma iniziasse un nuovo periodo nella storia della civiltà. Ma, insieme, Luca si dimostra nuovamente discepolo di quel Paolo, che nell'espansione della “buona novella” fra tutte le genti aveva scorto il mistero occultato ai secoli ed alle generazioni, ma che adesso e' stato svelato ai santi (Coloss., 1, 26). Quanto alla serie cronologica dei fatti in se stessi Luca segue di solito Marco, tanto da sembrare che il brevissimo scritto di Marco sia servito a Luca come trama generale: infatti, circa i tre quinti di Marco si ritrovano in Luca. Tuttavia, pur seguendo la trama di Marco, Luca vi opera talune trasposizioni ed omissioni, e soprattutto vi apporta ampie aggiunte: infatti, circa la metà di Luca è propria a questo vangelo, né si ritrova negli altri due Sinottici. In queste aggiunte sono inclusi sette miracoli e una ventina di parabole che non hanno riscontro negli altri vangeli, e soprattutto il racconto della nascita e infanzia di Gesù ch'è diverso da quello di Matteo. Evidentemente queste novità sono frutto delle diligenti ricerche a cui Luca allude nel prologo: ma donde ha egli ricavato tali notizie?
§ 142. Lo stesso prologo indica come fonte la tradizione, senza però specificare; non è difficile tuttavia scorgere, fra i testimoni oculari e gli inservienti della parola, in primo luogo il venerato maestro Paolo, e poi anche altre insigni persone che Luca, viaggiando con Paolo, può avere incontrato ad Antiochia, in Asia Minore, in Macedonia, a Gerusalemme, a Cesarea e a Roma: fra questi autorevoli informatori non è arrischiato annoverare gli apostoli Pietro e forse anche Giacomo (cfr. Atti, 21, 18), nonché l'”evangelista” Filippo presso cui in Cesarea dimorò Luca (cfr. Atti, 21, 8); non sono esclusi anche altri, circa i quali tuttavia sarebbe inutile perdersi in semplici congetture. Notevole è la menzione particolareggiata di donne: avevano seguito Gesù talune donne ch'erano state curate da spiriti maligni e infermità, Maria quella chiamata Magdalena, dalla quale erano usciti sette demoni, e Giovanna moglie di Chuza sovrintendente di Erode, e Susanna e molte altre, le quali ministravano ad essi dalle loro proprie sostanze (Luca, 8, 2-3; cfr. 24, 10). Né Giovanna nè Susanna sono nominate da altri evangelisti, benché fossero donne di alto grado sociale e facoltose; probabilmente Luca, menzionandole, vuole con discrezione indicare una fonte delle sue informazioni. Non meno discreta, ma assai più precisa, è l'allusione a un'altra donna d'incomparabile dignità e importanza, cioè alla stessa madre di Gesù. Di parecchi fatti narrati da questo vangelo circa il concepimento, la nascita e l'infanzia di Gesù, soltanto sua madre Maria poteva essere testimone ed informatrice; ed ecco che Luca durante quella narrazione, per due volte, e a breve distanza, e quasi con gli stessi termini, ammonisce che Maria conservava tutte queste parole, convolgendole nel suo cuore (2, 19), e poco appresso che la madre di lui serbava tutte le parole nel suo cuore (2, 51). Questa insistenza di pensiero e di espressione è eloquente nella sua ponderata discrezione. Se Luca abbia conosciuto o no Maria personalmente, non risulta: ma anche nel caso che non le abbia parlato, precise informazioni fornite da lei gli possono essere peivenute attraverso l'apostolo Giovanni, il figlio adottivo assegnato a Maria da Gesù morente e nella cui casa ella dimorò dopo la morte del figlio vero (Giovanni, 19, 26-27). Una tardiva tradizione, non attestata prima di Teodoro il Lettore (secolo vVI, presenta Luca come pittore d'un ritratto di Maria, il quale dalle leggende posteriori fu largamente moltiplicato: ma il ritratto della madre di Gesù fu in realtà dipinto dal calamo, non dal pennello, di Luca nella sua descrizione dell'infanzia di Gesù, che si svolse sotto lo sguardo della madre sua e i cui vari episodi divennero più tardi temi classici dei pittori cristiani. E’ inoltre assai probabile che per il racconto dell'infanzia, il quale contiene fra altro carmi metrici, Luca si sia servito anche di documenti ebraici o aramaici; la sua stretta dipendenza da essi spiegherebbe adeguatamente la straordinaria frequenza di semitismi nel greco di questo racconto. Ma pure sull'indole e provenienza di questi documenti. nulla si può affermare di sicuro, oltre a ciò che Luca stesso dice vagamente nel prologo; né le varie congetture moderne possono supplire a questa mancanza di dati antichi.
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§ 140. Luca indirizza il suo vangelo a una determinata persona, Teofilo, a cui in seguito indirizzerà anche gli Atti; era un attestato di deferenza dedicare uno scritto ad un uomo insigne, e l'uso sarà seguito un trentennio più tardi in Roma stessa anche da Flavio Giuseppe, che dedicherà ad Epafrodito le sue Antichita giudaiche (1, 8) e il suo Contra Apionem. Il Teofilo di Luca è chiamato, che può equivalere al nostro “eccellentissimo” e designerebbe il grado insigne dell'uomo: ma altro non sappiamo di lui, nonostante le molte congetture antiche e moderne. Ad ogni modo, se lo scritto è dedicato a Teofilo, Luca scorge anche dietro a costui molti altri lettori ai quali egualmente s'indirizza. Il prologo a Teofilo, dando occasione a Luca d'esporre le circostanze, lo scopo e il metodo del suo scritto, è di sommo valore storico; si può ben chiamare il più importante documento che riguardi direttamente il periodo di composizione dei vangeli sinottici. E’ quindi opportuno riportarlo per intero in traduzione che sia fedele, per quanto è possibile, anche etimologicamente (Luca, 1, 1-4): Poiché molti misero mano a riordinare una narrazione circa i fatti compiutisi fra noi, secondo che tramandarono a noi coloro che dall'inizio furono testimoni oculari e inservienti della parola: parve bene anche a me, che sono riandato appresso dal principio (o anche da lungo tempo) a tutte le cose diligentemente, scrivere a te secondo consecuzione, eccellentissimo Teofilo, affinché tu riconosca la stabilita' dei discorsi circa i quali fosti catechizzato. Non torniamo sopra alcune notizie che già estraemmo da questo passo: fra cui, che già prima di Luca molti avevano scritto sui fatti di Gesù; che siffatti scritti dipendevano dalla trasmissione orale dei testimoni oculari e degli inservienti della parola, ossia dalla primitiva catechesi della Chiesa (§ 106 segg.). Qui, come fatti nuovi, rileviamo che Teofilo già era stato edotto in quella catechesi, e forse in maniera compiuta (come sembra indicare 1'aoristo fosti catechizzato): e perciò, probabilmente, già era battezzato. Inoltre Luca, per fornire a Teofilo una conferma ed una conoscenza più profonda dei discorsi in cui è stato catechizzato, gli offre il suo scritto, frutto di ricerche che sono state fatte diligentemente su tutte le cose trattate e che sono state condotte fin dal principio dei fatti (o almeno da lungo tempo). Infine la narrazione dei fatti sarà condotta secondo consecuzzone. I molti che hanno preceduto Luca non possono essere due soltanto, cioè Matteo e Marco noti a noi: il termine molti può far pensare, all'ingrosso, anche a una decina di scritti, benché in questo numero possano benissimo esser compresi anche i due noti a noi. Ma, anche fra questa abbondanza, Luca ha creduto di poter esser utile con un nuovo scritto: egli non è stato testimonio dei fatti, ma le diligenti e lunghe ricerche che ha condotte nell'unica miniera di notizie, cioè la trasmissione dei testimoni oculari e degli inservienti della parola, gli fanno sperare che il suo nuovo scritto gioverà ad altri per approfondire la stabihtà dei discorsi catechetici. Il tipo di catechesi seguito da Luca è, come già sappiamo, quello di Paolo. Perciò egli aggiungerà qualche cosa al quadro ordinario della catechesi di Pietro, che cominciava col battesimo di Gesù da parte di Giovanni il Battista; e poiché è riandato appresso dal principio agli avvenimenti, premetterà la narrazione dell'infanzia di Gesù, come già aveva fatto in misura minore anche Matteo. Tutta l'esposizione, poi, sarà secondo consecuzzone, comprendendo in questa parola - a quanto pare - sia la connessione cronologica dei singoli fatti tra loro e con altri fatti più eminenti nella storia profana, sia anche la connessione logica tra cause ed effetti e tra argomenti affini. Per quanto possiamo comprendere noi oggi, con la nostra mentalità e con le scarse informazioni che abbiamo, Luca si è attenuto effettivamente a questo suo programma.
§ 141. Egli solo, fra tutti gli evangelisti, ha cura di riconnettere la narrazione con le principali date della storia profana contemporanea (cfr. 2,1-2; 3, 1-2), inquadrando il fatto cristiano nella visione dell’umanità intera. In ciò egli si dimostra d'ampia visione, che acutamente percepisce come il cristianesimo apra una nuova epoca nelle vicende dell'umanità: nella stessa guisa, già due secoli prima, Polibio aveva fatto rilevare proprio al principio delle sue Storie come il dominio di Roma iniziasse un nuovo periodo nella storia della civiltà. Ma, insieme, Luca si dimostra nuovamente discepolo di quel Paolo, che nell'espansione della “buona novella” fra tutte le genti aveva scorto il mistero occultato ai secoli ed alle generazioni, ma che adesso e' stato svelato ai santi (Coloss., 1, 26). Quanto alla serie cronologica dei fatti in se stessi Luca segue di solito Marco, tanto da sembrare che il brevissimo scritto di Marco sia servito a Luca come trama generale: infatti, circa i tre quinti di Marco si ritrovano in Luca. Tuttavia, pur seguendo la trama di Marco, Luca vi opera talune trasposizioni ed omissioni, e soprattutto vi apporta ampie aggiunte: infatti, circa la metà di Luca è propria a questo vangelo, né si ritrova negli altri due Sinottici. In queste aggiunte sono inclusi sette miracoli e una ventina di parabole che non hanno riscontro negli altri vangeli, e soprattutto il racconto della nascita e infanzia di Gesù ch'è diverso da quello di Matteo. Evidentemente queste novità sono frutto delle diligenti ricerche a cui Luca allude nel prologo: ma donde ha egli ricavato tali notizie?
§ 142. Lo stesso prologo indica come fonte la tradizione, senza però specificare; non è difficile tuttavia scorgere, fra i testimoni oculari e gli inservienti della parola, in primo luogo il venerato maestro Paolo, e poi anche altre insigni persone che Luca, viaggiando con Paolo, può avere incontrato ad Antiochia, in Asia Minore, in Macedonia, a Gerusalemme, a Cesarea e a Roma: fra questi autorevoli informatori non è arrischiato annoverare gli apostoli Pietro e forse anche Giacomo (cfr. Atti, 21, 18), nonché l'”evangelista” Filippo presso cui in Cesarea dimorò Luca (cfr. Atti, 21, 8); non sono esclusi anche altri, circa i quali tuttavia sarebbe inutile perdersi in semplici congetture. Notevole è la menzione particolareggiata di donne: avevano seguito Gesù talune donne ch'erano state curate da spiriti maligni e infermità, Maria quella chiamata Magdalena, dalla quale erano usciti sette demoni, e Giovanna moglie di Chuza sovrintendente di Erode, e Susanna e molte altre, le quali ministravano ad essi dalle loro proprie sostanze (Luca, 8, 2-3; cfr. 24, 10). Né Giovanna nè Susanna sono nominate da altri evangelisti, benché fossero donne di alto grado sociale e facoltose; probabilmente Luca, menzionandole, vuole con discrezione indicare una fonte delle sue informazioni. Non meno discreta, ma assai più precisa, è l'allusione a un'altra donna d'incomparabile dignità e importanza, cioè alla stessa madre di Gesù. Di parecchi fatti narrati da questo vangelo circa il concepimento, la nascita e l'infanzia di Gesù, soltanto sua madre Maria poteva essere testimone ed informatrice; ed ecco che Luca durante quella narrazione, per due volte, e a breve distanza, e quasi con gli stessi termini, ammonisce che Maria conservava tutte queste parole, convolgendole nel suo cuore (2, 19), e poco appresso che la madre di lui serbava tutte le parole nel suo cuore (2, 51). Questa insistenza di pensiero e di espressione è eloquente nella sua ponderata discrezione. Se Luca abbia conosciuto o no Maria personalmente, non risulta: ma anche nel caso che non le abbia parlato, precise informazioni fornite da lei gli possono essere peivenute attraverso l'apostolo Giovanni, il figlio adottivo assegnato a Maria da Gesù morente e nella cui casa ella dimorò dopo la morte del figlio vero (Giovanni, 19, 26-27). Una tardiva tradizione, non attestata prima di Teodoro il Lettore (secolo vVI, presenta Luca come pittore d'un ritratto di Maria, il quale dalle leggende posteriori fu largamente moltiplicato: ma il ritratto della madre di Gesù fu in realtà dipinto dal calamo, non dal pennello, di Luca nella sua descrizione dell'infanzia di Gesù, che si svolse sotto lo sguardo della madre sua e i cui vari episodi divennero più tardi temi classici dei pittori cristiani. E’ inoltre assai probabile che per il racconto dell'infanzia, il quale contiene fra altro carmi metrici, Luca si sia servito anche di documenti ebraici o aramaici; la sua stretta dipendenza da essi spiegherebbe adeguatamente la straordinaria frequenza di semitismi nel greco di questo racconto. Ma pure sull'indole e provenienza di questi documenti. nulla si può affermare di sicuro, oltre a ciò che Luca stesso dice vagamente nel prologo; né le varie congetture moderne possono supplire a questa mancanza di dati antichi.
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957 - Commento al Vangelo di oggi 13/5/2011
+ Dal Vangelo secondo Giovanni (6,52-59)
In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
La settimana scorsa ho pubblicato un messaggio molto particolare di Medjugorje, in cui la Madonna tra l’altro dice: “Anche chi ha fatto molto male durante la vita terrena può andare diritto in Cielo se alla fine della vita si pente sinceramente dei suoi peccati, si confessa e si comunica” (14 luglio 1982). Ho ricevuto diversi messaggi di affezionati lettori, che chiedevano maggiori spiegazioni, dopo avere trovato quasi incomprensibile il perdono che ricevono anche i più accaniti peccatori.
Rispondo a tutti in questo commento.
La Madonna nel messaggio ha espresso la Misericordia di Dio, la disponibilità del Padre ad abbracciare anche coloro che si sono macchiati di peccati disonorevoli, ma occorrono determinate condizioni, principalmente un vero pentimento interiore e poi manifestato nella Confessione. La richiesta di perdono al Padre e la volontà di riparare. Il desiderio di cominciare una vita nuova con un cuore nuovo. Cibarsi dell’Eucaristia nella Messa, fare l’adorazione e pregare molto. Così si diventa un buon cristiano.
Se da parte di Dio c’è piena Misericordia, i peccatori hanno la forza di convertirsi?
I grandi peccatori difficilmente riescono a compiere una conversione sicuramente impegnativa e difficile, perché mancano le forze spirituali, il male prevale di gran lunga nella sfera della persona. L’anima è insudiciata di peccati ed immoralità, non riflette la bellezza e la purezza di Dio. È ridotta ad uno stato simile all’animale perché vive d’istinto e soddisfa ogni piacere senza riuscire a controllarsi.
Nessuno lascia la vita frivola e festaiola se non arrivano sofferenze e malattie, fallimenti e dolori. Nessuno rientra in sé mentre trascorre giornate di piaceri e di provocazioni.
È vero che tutto è possibile a Gesù, ma è impossibile al peccatore senza gli aiuti.
Le grandi conversioni avvengono dove c’è una preghiera forte e piena di Fede da parte di familiari o altre persone. Gesù non può dare nulla al peccatore perché non chiede nulla e sperpera i doni di Dio. I peccatori non meritano nulla, nonostante questo, Dio sempre invia buone ispirazioni a loro per farli riflettere sulla vita breve dinanzi all’eternità del Paradiso.
Il peccatore da sé non riesce mai a convertirsi, la mediazione di molte persone fa ottenere le Grazie. Quindi, le grandi conversioni possono avvenire, sono avvenute e molte ce ne saranno, questo deve rallegrarci, non possiamo avere fastidio per quanti riescono a salvare l’anima. E salvarsi non comporta la piena felicità immediata, molti devono passare per il Purgatorio, luogo di purificazione prima dell’ingresso in Paradiso.
La Madonna continua a chiedere preghiere e penitenze per la conversione dei peccatori.
Oggi è l’anniversario della prima apparizione a Fatima, un giorno di festa per i devoti della Madonna. Trascorriamolo in compagnia della Beata Vergine, dedichiamo a Lei un po’ di tempo, meditando su questa apparizione e sulla richiesta incessante di recitare il Santo Rosario ogni giorno.
Tutti noi in comunione spirituale recitiamo ogni giorno il Rosario alle 16 e alle 21, le Grazie sono già arrivate abbondanti a molti nostri parrocchiani, perché la Madonna è sempre fedele alle sue promesse. Continuiamo a recitare il Rosario secondo le intenzioni della Madre di Dio.
Ella provvederà ad ogni nostra necessità.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mi chiederò ogni giorno se c’è qualcosa a cui sono attaccato in maniera eccessiva, chiedendo a Gesù il coraggio di staccarmene con un gesto deciso, pur se doloroso.
Pensiero
Conviene combattere quanto si può le ansietà e le inquietudini, perché non vi è cosa che più impedisca il progresso nella bontà. (San Francesco di Sales)
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In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
La settimana scorsa ho pubblicato un messaggio molto particolare di Medjugorje, in cui la Madonna tra l’altro dice: “Anche chi ha fatto molto male durante la vita terrena può andare diritto in Cielo se alla fine della vita si pente sinceramente dei suoi peccati, si confessa e si comunica” (14 luglio 1982). Ho ricevuto diversi messaggi di affezionati lettori, che chiedevano maggiori spiegazioni, dopo avere trovato quasi incomprensibile il perdono che ricevono anche i più accaniti peccatori.
Rispondo a tutti in questo commento.
La Madonna nel messaggio ha espresso la Misericordia di Dio, la disponibilità del Padre ad abbracciare anche coloro che si sono macchiati di peccati disonorevoli, ma occorrono determinate condizioni, principalmente un vero pentimento interiore e poi manifestato nella Confessione. La richiesta di perdono al Padre e la volontà di riparare. Il desiderio di cominciare una vita nuova con un cuore nuovo. Cibarsi dell’Eucaristia nella Messa, fare l’adorazione e pregare molto. Così si diventa un buon cristiano.
Se da parte di Dio c’è piena Misericordia, i peccatori hanno la forza di convertirsi?
I grandi peccatori difficilmente riescono a compiere una conversione sicuramente impegnativa e difficile, perché mancano le forze spirituali, il male prevale di gran lunga nella sfera della persona. L’anima è insudiciata di peccati ed immoralità, non riflette la bellezza e la purezza di Dio. È ridotta ad uno stato simile all’animale perché vive d’istinto e soddisfa ogni piacere senza riuscire a controllarsi.
Nessuno lascia la vita frivola e festaiola se non arrivano sofferenze e malattie, fallimenti e dolori. Nessuno rientra in sé mentre trascorre giornate di piaceri e di provocazioni.
È vero che tutto è possibile a Gesù, ma è impossibile al peccatore senza gli aiuti.
Le grandi conversioni avvengono dove c’è una preghiera forte e piena di Fede da parte di familiari o altre persone. Gesù non può dare nulla al peccatore perché non chiede nulla e sperpera i doni di Dio. I peccatori non meritano nulla, nonostante questo, Dio sempre invia buone ispirazioni a loro per farli riflettere sulla vita breve dinanzi all’eternità del Paradiso.
Il peccatore da sé non riesce mai a convertirsi, la mediazione di molte persone fa ottenere le Grazie. Quindi, le grandi conversioni possono avvenire, sono avvenute e molte ce ne saranno, questo deve rallegrarci, non possiamo avere fastidio per quanti riescono a salvare l’anima. E salvarsi non comporta la piena felicità immediata, molti devono passare per il Purgatorio, luogo di purificazione prima dell’ingresso in Paradiso.
La Madonna continua a chiedere preghiere e penitenze per la conversione dei peccatori.
Oggi è l’anniversario della prima apparizione a Fatima, un giorno di festa per i devoti della Madonna. Trascorriamolo in compagnia della Beata Vergine, dedichiamo a Lei un po’ di tempo, meditando su questa apparizione e sulla richiesta incessante di recitare il Santo Rosario ogni giorno.
Tutti noi in comunione spirituale recitiamo ogni giorno il Rosario alle 16 e alle 21, le Grazie sono già arrivate abbondanti a molti nostri parrocchiani, perché la Madonna è sempre fedele alle sue promesse. Continuiamo a recitare il Rosario secondo le intenzioni della Madre di Dio.
Ella provvederà ad ogni nostra necessità.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mi chiederò ogni giorno se c’è qualcosa a cui sono attaccato in maniera eccessiva, chiedendo a Gesù il coraggio di staccarmene con un gesto deciso, pur se doloroso.
Pensiero
Conviene combattere quanto si può le ansietà e le inquietudini, perché non vi è cosa che più impedisca il progresso nella bontà. (San Francesco di Sales)
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957 - Commento al Vangelo di oggi 12/5/2011
+ Dal Vangelo secondo Giovanni (6,44-51)
In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il 6° capitolo di San Giovanni è certamente difficile da comprendere anche per molti cristiani, figuriamoci per gli scettici. Gesù afferma agli ebrei che fa mangiare la sua Carne a tutti. Immaginate la sorpresa di quel popolo educato a un solo Dio, invisibile, immateriale.
Forse Gesù non comprendeva l’incapacità di assimilazione del popolo?
Lo capiva eccome, ma non poteva fare a meno di parlare in quel modo, era la sua dottrina, la sua Parola infallibile. Ma non si limitava ad insegnare la dottrina difficile agli ebrei, faceva precedere molti miracoli, che servivano proprio ad aprire gli occhi, a comprendere che quei miracoli poteva compierli solamente Dio, di conseguenza egli veniva da Dio.
Tutto inutile, non riuscivano ad accogliere l’Uomo di Nazareth neanche come un grande Profeta. Anche se con un po’ di disponibilità si comprende la totale confusione degli ebrei, c’è da osservare che Gesù affermava di essere “il pane vivo, disceso dal cielo”.
Non succede tutti i giorni sentire questa affermazione da una persona, e se non si vuole considerare folle perché compie magari grandi miracoli, si rimane disorientati e turbati.
Se poi questa persona ci dice pure che mangiando la sua carne, o il suo pane identificato con se stesso, ci permette di ottenere la vita eterna, quantomeno ci guardiamo in faccia da cui spunta un grosso punto interrogativo. Come può darci la sua carne da mangiare?
Chiaramente dopo duemila anni abbiamo le risposte, ma se ci fossimo trovati al posto degli ebrei mentre ascoltavano l’insegnamento contenuto nel 6° capitolo, forse saremmo scappati velocemente. Sono parole complicate, non si possono comprendere se non c’è l’intervento del Padre che ci invia lo Spirito divino.
Questo spiega il comportamento superficiale di molti cattolici a Messa, ma anche dei celebranti distratti dalle cose del mondo e non hanno più la forza di esprimere durante la funzione un po’ di devozione per il Sacrificio eucaristico.
Se non si è chiamati dal Padre, inutile è la finzione dei cristiani calcolatori.
Il Padre chiama tutti alla salvezza eterna, a tutti dona Amore e Misericordia, rimane però indispensabile incontrare Dio per agire da veri cristiani, non si può pensare di esserlo senza avere prima stabilito un contatto spirituale, magari con il pentimento dei peccati, i Sacramenti, la preghiera umile e devota.
Gesù afferma: “Solo colui che viene da Dio ha visto il Padre”. La comunione che deve nascere con Gesù, deve contenere quelle caratteristiche di purità e semplicità, molto preziose davanti a Dio, e l’incontro non avviene esclusivamente con Gesù, ma con Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo.
Mangiare l’Eucaristia, vero Corpo di Gesù, ci fa conseguire la vita eterna.
Chi non ha bisogno di Grazie, anche miracoli? Andate davanti al Tabernacolo a parlare con Gesù! Egli vi aspetta per aiutarvi anche in quelle cose che ritenete difficile. Nulla è impossibile a Dio.
Avvicinatevi ogni giorno all’Eucaristia, anche con una visita in Chiesa, se volete Grazie.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mi chiederò ogni giorno se c’è qualcosa a cui sono attaccato in maniera eccessiva, chiedendo a Gesù il coraggio di staccarmene con un gesto deciso, pur se doloroso.
Pensiero
Conviene combattere quanto si può le ansietà e le inquietudini, perché non vi è cosa che più impedisca il progresso nella bontà. (San Francesco di Sales)
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In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il 6° capitolo di San Giovanni è certamente difficile da comprendere anche per molti cristiani, figuriamoci per gli scettici. Gesù afferma agli ebrei che fa mangiare la sua Carne a tutti. Immaginate la sorpresa di quel popolo educato a un solo Dio, invisibile, immateriale.
Forse Gesù non comprendeva l’incapacità di assimilazione del popolo?
Lo capiva eccome, ma non poteva fare a meno di parlare in quel modo, era la sua dottrina, la sua Parola infallibile. Ma non si limitava ad insegnare la dottrina difficile agli ebrei, faceva precedere molti miracoli, che servivano proprio ad aprire gli occhi, a comprendere che quei miracoli poteva compierli solamente Dio, di conseguenza egli veniva da Dio.
Tutto inutile, non riuscivano ad accogliere l’Uomo di Nazareth neanche come un grande Profeta. Anche se con un po’ di disponibilità si comprende la totale confusione degli ebrei, c’è da osservare che Gesù affermava di essere “il pane vivo, disceso dal cielo”.
Non succede tutti i giorni sentire questa affermazione da una persona, e se non si vuole considerare folle perché compie magari grandi miracoli, si rimane disorientati e turbati.
Se poi questa persona ci dice pure che mangiando la sua carne, o il suo pane identificato con se stesso, ci permette di ottenere la vita eterna, quantomeno ci guardiamo in faccia da cui spunta un grosso punto interrogativo. Come può darci la sua carne da mangiare?
Chiaramente dopo duemila anni abbiamo le risposte, ma se ci fossimo trovati al posto degli ebrei mentre ascoltavano l’insegnamento contenuto nel 6° capitolo, forse saremmo scappati velocemente. Sono parole complicate, non si possono comprendere se non c’è l’intervento del Padre che ci invia lo Spirito divino.
Questo spiega il comportamento superficiale di molti cattolici a Messa, ma anche dei celebranti distratti dalle cose del mondo e non hanno più la forza di esprimere durante la funzione un po’ di devozione per il Sacrificio eucaristico.
Se non si è chiamati dal Padre, inutile è la finzione dei cristiani calcolatori.
Il Padre chiama tutti alla salvezza eterna, a tutti dona Amore e Misericordia, rimane però indispensabile incontrare Dio per agire da veri cristiani, non si può pensare di esserlo senza avere prima stabilito un contatto spirituale, magari con il pentimento dei peccati, i Sacramenti, la preghiera umile e devota.
Gesù afferma: “Solo colui che viene da Dio ha visto il Padre”. La comunione che deve nascere con Gesù, deve contenere quelle caratteristiche di purità e semplicità, molto preziose davanti a Dio, e l’incontro non avviene esclusivamente con Gesù, ma con Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo.
Mangiare l’Eucaristia, vero Corpo di Gesù, ci fa conseguire la vita eterna.
Chi non ha bisogno di Grazie, anche miracoli? Andate davanti al Tabernacolo a parlare con Gesù! Egli vi aspetta per aiutarvi anche in quelle cose che ritenete difficile. Nulla è impossibile a Dio.
Avvicinatevi ogni giorno all’Eucaristia, anche con una visita in Chiesa, se volete Grazie.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mi chiederò ogni giorno se c’è qualcosa a cui sono attaccato in maniera eccessiva, chiedendo a Gesù il coraggio di staccarmene con un gesto deciso, pur se doloroso.
Pensiero
Conviene combattere quanto si può le ansietà e le inquietudini, perché non vi è cosa che più impedisca il progresso nella bontà. (San Francesco di Sales)
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mercoledì 11 maggio 2011
956 - Udienza del 11/5/2011 (preghiera e senso religioso)
Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei continuare a riflettere su come la preghiera e il senso religioso facciano parte dell’uomo lungo tutta la sua storia.
Noi viviamo in un’epoca in cui sono evidenti i segni del secolarismo. Dio sembra sparito dall’orizzonte di varie persone o diventato una realtà verso la quale si rimane indifferenti. Vediamo, però, allo stesso tempo, molti segni che ci indicano un risveglio del senso religioso, una riscoperta dell’importanza di Dio per la vita dell’uomo, un’esigenza di spiritualità, di superare una visione puramente orizzontale, materiale della vita umana. Guardando alla storia recente, è fallita la previsione di chi, dall’epoca dell’Illuminismo, preannunciava la scomparsa delle religioni ed esaltava una ragione assoluta, staccata dalla fede, una ragione che avrebbe scacciato le tenebre dei dogmatismi religiosi e avrebbe dissolto il “mondo del sacro”, restituendo all’uomo la sua libertà, la sua dignità e la sua autonomia da Dio. L’esperienza del secolo scorso, con le due tragiche Guerre mondiali ha messo in crisi quel progresso che la ragione autonoma, l’uomo senza Dio sembrava poter garantire.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “Mediante la creazione Dio chiama ogni essere dal nulla all’esistenza. … Anche dopo aver perduto la somiglianza con Dio a causa del peccato, l’uomo rimane ad immagine del suo Creatore. Egli conserva il desiderio di colui che lo chiama all’esistenza. Tutte le religioni testimoniano questa essenziale ricerca da parte degli uomini” (n. 2566). Potremmo dire - come ho mostrato nella scorsa catechesi - che non c’è stata alcuna grande civiltà, dai tempi più lontani fino ai nostri giorni, che non sia stata religiosa.
L’uomo è per sua natura religioso, è homo religiosus come è homo sapiens e homo faber: “il desiderio di Dio – afferma ancora il Catechismo – è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio” (n. 27).
L’immagine del Creatore è impressa nel suo essere ed egli sente il bisogno di trovare una luce per dare risposta alle domande che riguardano il senso profondo della realtà; risposta che egli non può trovare in se stesso, nel progresso, nella scienza empirica.
L’homo religiosus non emerge solo dai mondi antichi, egli attraversa tutta la storia dell’umanità. A questo proposito, il ricco terreno dell’esperienza umana ha visto sorgere svariate forme di religiosità, nel tentativo di rispondere al desiderio di pienezza e di felicità, al bisogno di salvezza, alla ricerca di senso. L’uomo “digitale” come quello delle caverne, cerca nell’esperienza religiosa le vie per superare la sua finitezza e per assicurare la sua precaria avventura terrena. Del resto, la vita senza un orizzonte trascendente non avrebbe un senso compiuto e la felicità, alla quale tendiamo tutti, è proiettata spontaneamente verso il futuro, in un domani ancora da compiersi.
Il Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione Nostra aetate, lo ha sottolineato sinteticamente: “Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo: la natura dell'uomo [- chi sono io? -], il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l'origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo” (n. 1). L’uomo sa che non può rispondere da solo al proprio bisogno fondamentale di capire. Per quanto si sia illuso e si illuda tuttora di essere autosufficiente, egli fa l’esperienza di non bastare a se stesso. Ha bisogno di aprirsi ad altro, a qualcosa o a qualcuno, che possa donargli ciò che gli manca, deve uscire da se stesso verso Colui che sia in grado di colmare l’ampiezza e la profondità del suo desiderio.
L’uomo porta in sé una sete di infinito, una nostalgia di eternità, una ricerca di bellezza, un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che lo spingono verso l’Assoluto; l’uomo porta in sé il desiderio di Dio.
E l’uomo sa, in qualche modo, di potersi rivolgere a Dio, sa di poterlo pregare. San Tommaso d’Aquino, uno dei più grandi teologi della storia, definisce la preghiera “espressione del desiderio che l’uomo ha di Dio”.
Questa attrazione verso Dio, che Dio stesso ha posto nell’uomo, è l’anima della preghiera, che si riveste poi di tante forme e modalità secondo la storia, il tempo, il momento, la grazia e persino il peccato di ciascun orante. La storia dell’uomo ha conosciuto, in effetti, svariate forme di preghiera, perché egli ha sviluppato diverse modalità d’apertura verso l’Altro e verso l’Oltre, tanto che possiamo riconoscere la preghiera come un’esperienza presente in ogni religione e cultura.
Infatti, cari fratelli e sorelle, come abbiamo visto mercoledì scorso, la preghiera non è legata ad un particolare contesto, ma si trova inscritta nel cuore di ogni persona e di ogni civiltà. Naturalmente, quando parliamo della preghiera come esperienza dell’uomo in quanto tale, dell’homo orans, è necessario tenere presente che essa è un atteggiamento interiore, prima che una serie di pratiche e formule, un modo di essere di fronte a Dio prima che il compiere atti di culto o il pronunciare parole.
La preghiera ha il suo centro e affonda le sue radici nel più profondo della persona; perciò non è facilmente decifrabile e, per lo stesso motivo, può essere soggetta a fraintendimenti e a mistificazioni. Anche in questo senso possiamo intendere l’espressione: pregare è difficile. Infatti, la preghiera è il luogo per eccellenza della gratuità, della tensione verso l’Invisibile, l’Inatteso e l’Ineffabile. Perciò, l’esperienza della preghiera è per tutti una sfida, una “grazia” da invocare, un dono di Colui al quale ci rivolgiamo.
Nella preghiera, in ogni epoca della storia, l’uomo considera se stesso e la sua situazione di fronte a Dio, a partire da Dio e in ordine a Dio, e sperimenta di essere creatura bisognosa di aiuto, incapace di procurarsi da sé il compimento della propria esistenza e della propria speranza. Il filosofo Ludwig Wittgenstein ricordava che “pregare significa sentire che il senso del mondo è fuori del mondo”. Nella dinamica di questo rapporto con chi dà senso all’esistenza, con Dio, la preghiera ha una delle sue tipiche espressioni nel gesto di mettersi in ginocchio. E’ un gesto che porta in sé una radicale ambivalenza: infatti, posso essere costretto a mettermi in ginocchio – condizione di indigenza e di schiavitù -, ma posso anche inginocchiarmi spontaneamente, dichiarando il mio limite e, dunque, il mio avere bisogno di un Altro. A lui dichiaro di essere debole, bisognoso, “peccatore”. Nell’esperienza della preghiera la creatura umana esprime tutta la consapevolezza di sé, tutto ciò che riesce a cogliere della propria esistenza e, contemporaneamente, rivolge tutta se stessa verso l’Essere di fronte al quale sta, orienta la propria anima a quel Mistero da cui si attende il compimento dei desideri più profondi e l’aiuto per superare l’indigenza della propria vita. In questo guardare ad un Altro, in questo dirigersi “oltre” sta l’essenza della preghiera, come esperienza di una realtà che supera il sensibile e il contingente.
Tuttavia solo nel Dio che si rivela trova pieno compimento il cercare dell’uomo. La preghiera che è apertura ed elevazione del cuore a Dio, diviene così rapporto personale con Lui. E anche se l’uomo dimentica il suo Creatore, il Dio vivo e vero non cessa di chiamare per primo l’uomo al misterioso incontro della preghiera. Come afferma il Catechismo: “Questo passo d’amore del Dio fedele viene sempre per primo nella preghiera; il passo dell’uomo è sempre una risposta. A mano a mano che Dio si rivela e rivela l’uomo a se stesso, la preghiera appare come un appello reciproco, un evento di alleanza. Attraverso parole e atti, questo evento impegna il cuore. Si svela lungo tutta la storia della salvezza” (n. 2567).
Cari fratelli e sorelle, impariamo a sostare maggiormente davanti a Dio, a Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, impariamo a riconoscere nel silenzio, nell’intimo di noi stessi, la sua voce che ci chiama e ci riconduce alla profondità della nostra esistenza, alla fonte della vita, alla sorgente della salvezza, per farci andare oltre il limite della nostra vita e aprirci alla misura di Dio, al rapporto con Lui, che è Infinito Amore. Grazie.
Saluto i fedeli della Diocesi di Gubbio, accompagnati dal loro Pastore Mons. Mario Ceccobelli e qui convenuti durante l’anno giubilare del patrono Sant’Ubaldo; a ciascuno auguro un generoso impegno di testimonianza cristiana per contribuire a diffondere il Vangelo in ogni ambito della società.
Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli, esortando tutti ad intensificare la pia pratica del santo Rosario, specialmente in questo mese di maggio dedicato alla Madre di Dio. Invito voi, cari giovani, a valorizzare questa tradizionale preghiera mariana, che aiuta a meglio comprendere e assimilare i momenti centrali della salvezza operata da Cristo. Esorto voi, cari malati, a rivolgervi con fiducia alla Madonna mediante questo pio esercizio, affidando a Lei tutte le vostre necessità. Auguro a voi, cari sposi novelli, di fare della recita del Rosario in famiglia un momento di crescita spirituale sotto lo sguardo della Vergine Maria.
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oggi vorrei continuare a riflettere su come la preghiera e il senso religioso facciano parte dell’uomo lungo tutta la sua storia.
Noi viviamo in un’epoca in cui sono evidenti i segni del secolarismo. Dio sembra sparito dall’orizzonte di varie persone o diventato una realtà verso la quale si rimane indifferenti. Vediamo, però, allo stesso tempo, molti segni che ci indicano un risveglio del senso religioso, una riscoperta dell’importanza di Dio per la vita dell’uomo, un’esigenza di spiritualità, di superare una visione puramente orizzontale, materiale della vita umana. Guardando alla storia recente, è fallita la previsione di chi, dall’epoca dell’Illuminismo, preannunciava la scomparsa delle religioni ed esaltava una ragione assoluta, staccata dalla fede, una ragione che avrebbe scacciato le tenebre dei dogmatismi religiosi e avrebbe dissolto il “mondo del sacro”, restituendo all’uomo la sua libertà, la sua dignità e la sua autonomia da Dio. L’esperienza del secolo scorso, con le due tragiche Guerre mondiali ha messo in crisi quel progresso che la ragione autonoma, l’uomo senza Dio sembrava poter garantire.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “Mediante la creazione Dio chiama ogni essere dal nulla all’esistenza. … Anche dopo aver perduto la somiglianza con Dio a causa del peccato, l’uomo rimane ad immagine del suo Creatore. Egli conserva il desiderio di colui che lo chiama all’esistenza. Tutte le religioni testimoniano questa essenziale ricerca da parte degli uomini” (n. 2566). Potremmo dire - come ho mostrato nella scorsa catechesi - che non c’è stata alcuna grande civiltà, dai tempi più lontani fino ai nostri giorni, che non sia stata religiosa.
L’uomo è per sua natura religioso, è homo religiosus come è homo sapiens e homo faber: “il desiderio di Dio – afferma ancora il Catechismo – è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio” (n. 27).
L’immagine del Creatore è impressa nel suo essere ed egli sente il bisogno di trovare una luce per dare risposta alle domande che riguardano il senso profondo della realtà; risposta che egli non può trovare in se stesso, nel progresso, nella scienza empirica.
L’homo religiosus non emerge solo dai mondi antichi, egli attraversa tutta la storia dell’umanità. A questo proposito, il ricco terreno dell’esperienza umana ha visto sorgere svariate forme di religiosità, nel tentativo di rispondere al desiderio di pienezza e di felicità, al bisogno di salvezza, alla ricerca di senso. L’uomo “digitale” come quello delle caverne, cerca nell’esperienza religiosa le vie per superare la sua finitezza e per assicurare la sua precaria avventura terrena. Del resto, la vita senza un orizzonte trascendente non avrebbe un senso compiuto e la felicità, alla quale tendiamo tutti, è proiettata spontaneamente verso il futuro, in un domani ancora da compiersi.
Il Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione Nostra aetate, lo ha sottolineato sinteticamente: “Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo: la natura dell'uomo [- chi sono io? -], il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l'origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo” (n. 1). L’uomo sa che non può rispondere da solo al proprio bisogno fondamentale di capire. Per quanto si sia illuso e si illuda tuttora di essere autosufficiente, egli fa l’esperienza di non bastare a se stesso. Ha bisogno di aprirsi ad altro, a qualcosa o a qualcuno, che possa donargli ciò che gli manca, deve uscire da se stesso verso Colui che sia in grado di colmare l’ampiezza e la profondità del suo desiderio.
L’uomo porta in sé una sete di infinito, una nostalgia di eternità, una ricerca di bellezza, un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che lo spingono verso l’Assoluto; l’uomo porta in sé il desiderio di Dio.
E l’uomo sa, in qualche modo, di potersi rivolgere a Dio, sa di poterlo pregare. San Tommaso d’Aquino, uno dei più grandi teologi della storia, definisce la preghiera “espressione del desiderio che l’uomo ha di Dio”.
Questa attrazione verso Dio, che Dio stesso ha posto nell’uomo, è l’anima della preghiera, che si riveste poi di tante forme e modalità secondo la storia, il tempo, il momento, la grazia e persino il peccato di ciascun orante. La storia dell’uomo ha conosciuto, in effetti, svariate forme di preghiera, perché egli ha sviluppato diverse modalità d’apertura verso l’Altro e verso l’Oltre, tanto che possiamo riconoscere la preghiera come un’esperienza presente in ogni religione e cultura.
Infatti, cari fratelli e sorelle, come abbiamo visto mercoledì scorso, la preghiera non è legata ad un particolare contesto, ma si trova inscritta nel cuore di ogni persona e di ogni civiltà. Naturalmente, quando parliamo della preghiera come esperienza dell’uomo in quanto tale, dell’homo orans, è necessario tenere presente che essa è un atteggiamento interiore, prima che una serie di pratiche e formule, un modo di essere di fronte a Dio prima che il compiere atti di culto o il pronunciare parole.
La preghiera ha il suo centro e affonda le sue radici nel più profondo della persona; perciò non è facilmente decifrabile e, per lo stesso motivo, può essere soggetta a fraintendimenti e a mistificazioni. Anche in questo senso possiamo intendere l’espressione: pregare è difficile. Infatti, la preghiera è il luogo per eccellenza della gratuità, della tensione verso l’Invisibile, l’Inatteso e l’Ineffabile. Perciò, l’esperienza della preghiera è per tutti una sfida, una “grazia” da invocare, un dono di Colui al quale ci rivolgiamo.
Nella preghiera, in ogni epoca della storia, l’uomo considera se stesso e la sua situazione di fronte a Dio, a partire da Dio e in ordine a Dio, e sperimenta di essere creatura bisognosa di aiuto, incapace di procurarsi da sé il compimento della propria esistenza e della propria speranza. Il filosofo Ludwig Wittgenstein ricordava che “pregare significa sentire che il senso del mondo è fuori del mondo”. Nella dinamica di questo rapporto con chi dà senso all’esistenza, con Dio, la preghiera ha una delle sue tipiche espressioni nel gesto di mettersi in ginocchio. E’ un gesto che porta in sé una radicale ambivalenza: infatti, posso essere costretto a mettermi in ginocchio – condizione di indigenza e di schiavitù -, ma posso anche inginocchiarmi spontaneamente, dichiarando il mio limite e, dunque, il mio avere bisogno di un Altro. A lui dichiaro di essere debole, bisognoso, “peccatore”. Nell’esperienza della preghiera la creatura umana esprime tutta la consapevolezza di sé, tutto ciò che riesce a cogliere della propria esistenza e, contemporaneamente, rivolge tutta se stessa verso l’Essere di fronte al quale sta, orienta la propria anima a quel Mistero da cui si attende il compimento dei desideri più profondi e l’aiuto per superare l’indigenza della propria vita. In questo guardare ad un Altro, in questo dirigersi “oltre” sta l’essenza della preghiera, come esperienza di una realtà che supera il sensibile e il contingente.
Tuttavia solo nel Dio che si rivela trova pieno compimento il cercare dell’uomo. La preghiera che è apertura ed elevazione del cuore a Dio, diviene così rapporto personale con Lui. E anche se l’uomo dimentica il suo Creatore, il Dio vivo e vero non cessa di chiamare per primo l’uomo al misterioso incontro della preghiera. Come afferma il Catechismo: “Questo passo d’amore del Dio fedele viene sempre per primo nella preghiera; il passo dell’uomo è sempre una risposta. A mano a mano che Dio si rivela e rivela l’uomo a se stesso, la preghiera appare come un appello reciproco, un evento di alleanza. Attraverso parole e atti, questo evento impegna il cuore. Si svela lungo tutta la storia della salvezza” (n. 2567).
Cari fratelli e sorelle, impariamo a sostare maggiormente davanti a Dio, a Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, impariamo a riconoscere nel silenzio, nell’intimo di noi stessi, la sua voce che ci chiama e ci riconduce alla profondità della nostra esistenza, alla fonte della vita, alla sorgente della salvezza, per farci andare oltre il limite della nostra vita e aprirci alla misura di Dio, al rapporto con Lui, che è Infinito Amore. Grazie.
[saluti in varie lingue]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i partecipanti al pellegrinaggio promosso dalla “Società Divine Vocazioni”, in occasione della beatificazione del fondatore don Giustino Russolillo e li invito, sull’esempio del nuovo Beato, a proseguire nell’impegno di conformazione a Cristo, tendendo alla misura alta della vita cristiana, la santità. Saluto i fedeli della Diocesi di Gubbio, accompagnati dal loro Pastore Mons. Mario Ceccobelli e qui convenuti durante l’anno giubilare del patrono Sant’Ubaldo; a ciascuno auguro un generoso impegno di testimonianza cristiana per contribuire a diffondere il Vangelo in ogni ambito della società.
Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli, esortando tutti ad intensificare la pia pratica del santo Rosario, specialmente in questo mese di maggio dedicato alla Madre di Dio. Invito voi, cari giovani, a valorizzare questa tradizionale preghiera mariana, che aiuta a meglio comprendere e assimilare i momenti centrali della salvezza operata da Cristo. Esorto voi, cari malati, a rivolgervi con fiducia alla Madonna mediante questo pio esercizio, affidando a Lei tutte le vostre necessità. Auguro a voi, cari sposi novelli, di fare della recita del Rosario in famiglia un momento di crescita spirituale sotto lo sguardo della Vergine Maria.
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955 - Commento al Vangelo di oggi 11/5/2011
+ Dal Vangelo secondo Giovanni (6,35-40)
In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Credere in Gesù impegna essenzialmente la sfera interiore, ma non da parte di tutti i credenti c’è la consapevolezza di seguire una Persona con un messaggio particolare. La maggior parte dei cristiani è convinta che Gesù sia solamente un simbolo, l’espressione dell’Amore di Dio e che ci insegna che dobbiamo amarci.
Tutto termina qui, non c’è alcuna vera partecipazione al Vangelo del Signore.
Successe anche agli Apostoli, seguivano Gesù ma non riuscivano a vivere l’insegnamento. Non si trattava di una mancanza di volontà, erano impediti soprattutto dalla confusione che si era venuta a creare con la predicazione di Gesù, diversa dalla dottrina ebraica.
Considerando tante risposte dei seguaci di Gesù, ne consegue che seguire il Signore ha numerose modalità. Cominciando da chi si considera credente senza pregare né frequentare i Sacramenti, si passa a chi frequenta la parrocchia per abitudine, chi è impegnato in parrocchia e questo gli basta, chi prega ma non conosce Gesù, o crede alle nuove eresie moderniste che svuotano il Vangelo, oppure comincia ad assaporare la Parola del Signore e comincia ad innamorarsi. Poi, c’è chi trova in Gesù il senso della sua vita e Lo mette al centro di ogni interesse.
È desolante ma oggi Gesù può solo dire a molti credenti: “Voi mi avete visto, eppure non credete”.
Noi amiamo Gesù, ma viviamo il suo Vangelo?
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mi chiederò ogni giorno se c’è qualcosa a cui sono attaccato in maniera eccessiva, chiedendo a Gesù il coraggio di staccarmene con un gesto deciso, pur se doloroso.
Pensiero
Conviene combattere quanto si può le ansietà e le inquietudini, perché non vi è cosa che più impedisca il progresso nella bontà. (San Francesco di Sales)
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In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Credere in Gesù impegna essenzialmente la sfera interiore, ma non da parte di tutti i credenti c’è la consapevolezza di seguire una Persona con un messaggio particolare. La maggior parte dei cristiani è convinta che Gesù sia solamente un simbolo, l’espressione dell’Amore di Dio e che ci insegna che dobbiamo amarci.
Tutto termina qui, non c’è alcuna vera partecipazione al Vangelo del Signore.
Successe anche agli Apostoli, seguivano Gesù ma non riuscivano a vivere l’insegnamento. Non si trattava di una mancanza di volontà, erano impediti soprattutto dalla confusione che si era venuta a creare con la predicazione di Gesù, diversa dalla dottrina ebraica.
Considerando tante risposte dei seguaci di Gesù, ne consegue che seguire il Signore ha numerose modalità. Cominciando da chi si considera credente senza pregare né frequentare i Sacramenti, si passa a chi frequenta la parrocchia per abitudine, chi è impegnato in parrocchia e questo gli basta, chi prega ma non conosce Gesù, o crede alle nuove eresie moderniste che svuotano il Vangelo, oppure comincia ad assaporare la Parola del Signore e comincia ad innamorarsi. Poi, c’è chi trova in Gesù il senso della sua vita e Lo mette al centro di ogni interesse.
È desolante ma oggi Gesù può solo dire a molti credenti: “Voi mi avete visto, eppure non credete”.
Noi amiamo Gesù, ma viviamo il suo Vangelo?
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mi chiederò ogni giorno se c’è qualcosa a cui sono attaccato in maniera eccessiva, chiedendo a Gesù il coraggio di staccarmene con un gesto deciso, pur se doloroso.
Pensiero
Conviene combattere quanto si può le ansietà e le inquietudini, perché non vi è cosa che più impedisca il progresso nella bontà. (San Francesco di Sales)
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martedì 10 maggio 2011
954 - Commento al Vangelo di oggi 10/5/2011
+ Dal Vangelo secondo Giovanni (6,30-35)
In quel tempo, la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Ieri Gesù ha detto che molti Lo cercavano per mangiare il pane e così sfamarsi. Mostrano di non interessarsi del Signore, vogliono i suoi segni. Questa ricerca serve per avere in cambio cose materiali. Se quel popolo cercava Gesù per ricevere il pane e sfamarsi, oggi la situazione è diversa.
Non si cerca più Gesù, e quanti vivono lontani da Lui, inevitabilmente provano una fame inestinguibile per soddisfare l’ambizione. Vediamo milioni di cattivi esempi nella società, chi non è vicino a Gesù è affannosamente impegnato a soddisfare una fame di ricchezza, una sete di potere inesorabili, insopprimibili. Gianni Agnelli sul letto di morte chiedeva informazioni sull’oscillamento della Borsa e del Mercato economico. E non aveva più la forza di parlare.
Non solamente lui, ogni uomo senza Dio adora molti altri idoli.
Forse adesso succede a noi e non ce ne accorgiamo, non abbiamo una spiritualità forte e matura per accorgerci che certe dipendenze sono in realtà schiavitù, e si servono numerosi idoli senza averlo capito.
C’è una o più cose da cui non riuscite a distaccarvi e che non sono spirituali?
Non mi sorprende e non vi giudico, non vi condanno, perché Gesù è venuto a salvare coloro che vivono nella dissipazione e nella confusione. Gesù vi ama di più perché avete bisogno della sua salvezza, e non intendo tutti voi, ma quanti hanno iniziato da poco il cammino ed inevitabilmente incontrano diverse difficoltà.
Dovete porre la stessa domanda dei Giudei agli idoli che seguite: “Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi?”. Se rivolgete la domanda ai cantanti banali e vuoti, non sanno cosa dire, le cantantesse che cantano il sesso libero e l’omosessualità non hanno compreso nulla della vita, gli attori non riescono a capire sotto quale maschera vivono, quelli dello sport si sentono dio perché i tifosi li innalzano più in alto del vero Dio.
Gesù non fu creduto quando faceva miracoli e ripeteva ai presenti di verificare le sue opere. Oggi è ancora peggio, è assolutamente ignorato dal 70% dei cattolici praticanti, ed è una percentuale ridicola. Non considero oltre un miliardo di cattolici ma solo cento milioni che frequentano nel mondo.
Gli idoli dello sport, musica, televisione, spettacolo, ecc. non vi danno alcun segno di verità e di santità. Al contrario vi estrapolano quanto avete di buono e lo sostituiscono con il loro veleno trasgressivo, che illude di avere trovato la felicità, invece si tratta di alienazione, paranoia.
Sicuramente avete fatto l’esperienza dell’Amore che trasmette Gesù, della vera pace che dona.
Solo Gesù ci dona un Pane che soddisfa ogni esigenza spirituale, perché è Lui stesso quel Pane. Gesù Cristo si proclama “Pane vero” e “Pane di Dio” perché con la sua opera, con la sua venuta tra noi, ha sfamato definitivamente l'umanità, ha donato ad ognuno di noi la vita soprannaturale.
“In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il Pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il Pane dal cielo, quello vero; il Pane di Dio è Colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”.
Tutto il bene che abbiamo lo riceviamo da Gesù. Nessun idolo è capace di aiutarci.
L’idolo non può donarti quello che non ha!
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mi chiederò ogni giorno se c’è qualcosa a cui sono attaccato in maniera eccessiva, chiedendo a Gesù il coraggio di staccarmene con un gesto deciso, pur se doloroso.
Pensiero
Conviene combattere quanto si può le ansietà e le inquietudini, perché non vi è cosa che più impedisca il progresso nella bontà. (San Francesco di Sales)
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In quel tempo, la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Ieri Gesù ha detto che molti Lo cercavano per mangiare il pane e così sfamarsi. Mostrano di non interessarsi del Signore, vogliono i suoi segni. Questa ricerca serve per avere in cambio cose materiali. Se quel popolo cercava Gesù per ricevere il pane e sfamarsi, oggi la situazione è diversa.
Non si cerca più Gesù, e quanti vivono lontani da Lui, inevitabilmente provano una fame inestinguibile per soddisfare l’ambizione. Vediamo milioni di cattivi esempi nella società, chi non è vicino a Gesù è affannosamente impegnato a soddisfare una fame di ricchezza, una sete di potere inesorabili, insopprimibili. Gianni Agnelli sul letto di morte chiedeva informazioni sull’oscillamento della Borsa e del Mercato economico. E non aveva più la forza di parlare.
Non solamente lui, ogni uomo senza Dio adora molti altri idoli.
Forse adesso succede a noi e non ce ne accorgiamo, non abbiamo una spiritualità forte e matura per accorgerci che certe dipendenze sono in realtà schiavitù, e si servono numerosi idoli senza averlo capito.
C’è una o più cose da cui non riuscite a distaccarvi e che non sono spirituali?
Non mi sorprende e non vi giudico, non vi condanno, perché Gesù è venuto a salvare coloro che vivono nella dissipazione e nella confusione. Gesù vi ama di più perché avete bisogno della sua salvezza, e non intendo tutti voi, ma quanti hanno iniziato da poco il cammino ed inevitabilmente incontrano diverse difficoltà.
Dovete porre la stessa domanda dei Giudei agli idoli che seguite: “Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi?”. Se rivolgete la domanda ai cantanti banali e vuoti, non sanno cosa dire, le cantantesse che cantano il sesso libero e l’omosessualità non hanno compreso nulla della vita, gli attori non riescono a capire sotto quale maschera vivono, quelli dello sport si sentono dio perché i tifosi li innalzano più in alto del vero Dio.
Gesù non fu creduto quando faceva miracoli e ripeteva ai presenti di verificare le sue opere. Oggi è ancora peggio, è assolutamente ignorato dal 70% dei cattolici praticanti, ed è una percentuale ridicola. Non considero oltre un miliardo di cattolici ma solo cento milioni che frequentano nel mondo.
Gli idoli dello sport, musica, televisione, spettacolo, ecc. non vi danno alcun segno di verità e di santità. Al contrario vi estrapolano quanto avete di buono e lo sostituiscono con il loro veleno trasgressivo, che illude di avere trovato la felicità, invece si tratta di alienazione, paranoia.
Sicuramente avete fatto l’esperienza dell’Amore che trasmette Gesù, della vera pace che dona.
Solo Gesù ci dona un Pane che soddisfa ogni esigenza spirituale, perché è Lui stesso quel Pane. Gesù Cristo si proclama “Pane vero” e “Pane di Dio” perché con la sua opera, con la sua venuta tra noi, ha sfamato definitivamente l'umanità, ha donato ad ognuno di noi la vita soprannaturale.
“In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il Pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il Pane dal cielo, quello vero; il Pane di Dio è Colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”.
Tutto il bene che abbiamo lo riceviamo da Gesù. Nessun idolo è capace di aiutarci.
L’idolo non può donarti quello che non ha!
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mi chiederò ogni giorno se c’è qualcosa a cui sono attaccato in maniera eccessiva, chiedendo a Gesù il coraggio di staccarmene con un gesto deciso, pur se doloroso.
Pensiero
Conviene combattere quanto si può le ansietà e le inquietudini, perché non vi è cosa che più impedisca il progresso nella bontà. (San Francesco di Sales)
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lunedì 9 maggio 2011
953 - Vita di Gesù (paragrafi 135 - 138)
XVIII Luca
§ 135. Il terzo vangelo è attribuito a Luca: nome che forse è una abbrevazione di Lucano. Nel cristianesimo della prima generazione, Luca appare come un satellite dell'astro di Paolo, che lo chiama il caro medico (Coloss., 4, 14). Originario d'Antiochia, non giudeo ma ellenista di stirpe e d'educazione, Luca era entrato nel cristianesimo parecchio prima dell'anno 50, sebbene certamente non fosse stato discepolo di Gesù e non l'avesse mai veduto. Poco dopo il 50 egli è a fianco a Paolo nel suo secondo viaggio missionario (Atti, 16, 10 segg.), probabilmente anche per prestare la sua opera di medico a causa della recente malattia dell'apostolo (cfr. Galati, 4, 13, con Atti, 16, 6); da quel tempo Luca riappare in quasi tutte le peregrinazioni di Paolo come l'ombra di lui, salvo un distacco probabilmente lungo dopo la comune permanenza a Filippi (cfr. Atti, 16, 40, con 20, 5). Ricongiuntosi con Paolo di nuovo a Filippi durante il terzo viaggio dell'apostolo, verso il 57, lo accompagnò nel resto del viaggio fino a Gerusalemme (Atti, 21, 15). Durante il biennio passato da Paolo in prigione a Cesarea (anni 58-60), sembra che Luca non potesse restargli vicino; ma lo accompagnò amorevolmente nel suo viaggio a Roma, partecipando sulla stessa nave alle fortunose peripezie del passaggio (Atti, 27, 1 segg.). Nella prima prigionia dell'apostolo a Roma, Luca gli stava dappresso: più tardi, fedele fino alla morte, lo assisté anche nella seconda prigionia romana meritandosi da Paolo, in quella lettera ch'è quasi il testamento del declinante apostolo, la commovente attestazione: Il solo Luca e' con me (II Tim., 4, 11). Scrivendo ai Corinti, sul finire dell'anno 57, Paolo allude, senza nominarlo, ad un fratello la cui lode e' nel vangelo per tutte le chiese (II' Cor., 8, 18). Insieme con altri antichi, S. Girolamo stimò che questo innominato fratello sia appunto Luca, e soggiunge anche l'opinione di altri secondo i quali ogni volta che Paolo nelle sue lettere dice “secondo il mio vangelo”, alluda al volume di Luca. Se quest'ultima opinone è del tutto infondata, la prima non è molto attendibile qualora si riferisca al vangelo scritto da Luca, essendo sommamente improbabile che questo vangelo fosse già redatto quando Paolo scriveva la lettera in questione: tanto più che giammai altrove, nelle Lettere di Paolo, il termine “vangelo” designa un determinato scritto, ma solo l'annunzio della “buona novella” (§ 105 segg.). Al contrario, l'identificazione dell'ignoto fratello con Luca può avere un serio grado di probabilità, qualora nel “vangelo” attribuitogli si scorga, non già un determinato scritto, ma l'operosità di chi era “evangelista” nel senso primitivo che già vedemmo (§ 109), ossia propagatore orale della “buona novella”. In tal caso Luca, anche prima di ricorrere alla scrittura, avrebbe diffuso largamente nelle chiese dell'apostolato di Paolo una determinata catechesi orale; della quale, nel frattempo, lo stesso Luca riesaminava il contenuto diligentemente (cfr. Luca, 1, 3), per arricchirlo di altri elementi e disporlo in un conveniente “riordinamento” (cfr. in Luca, 1, 1), finché poi giudicò opportuno fissarlo in iscritto. Questa interpretazione appare tanto più verosimile, quanto più probabile risulta da recenti studi che Paolo stesso seguisse nel suo apostolato una determinata forma di catechesi, non soltanto orale, ma anche parzialmente scritta. Perciò il fedele Luca sarebbe giustamente il più insigne rappresentante, dopo Paolo, di questa catechesi, ossia sarebbe il fratello la cui lode é nella “buona novella” diffusa da Paolo in tutte le chiese da lui fondate.
§ 136. Comunque si giudichi questa ipotesi, a Luca è attribuito sia il terzo vangelo, che mostra spiccata affinità con gli scritti di Paolo, sia il libro degli Atti di (meglio che degli) Apostoli, che tratta in gran parte delle vicende di Paolo e contiene ampi tratti in cui il narratore parla in prima persona plurale, svelandosi perciò anch'egli presente alle vicende narrate. Tale attribuzione a Luca, confermata dall'identità di autore che risulta dai prologhi dei due scritti (cfr. Luca, 1, 1-4, con Atti, 1, 1-2), non solo è concorde presso gli antichi scrittori, ma trova consenzienti - cosa piuttosto rara - anche la massima parte dei più autorevoli studiosi moderni. Le testimonianze, tuttavia, sono posteriori a quelle riguardo a Matteo e a Marco, giacché non risalgono più in su della seconda metà inoltrata del secolo Il. Il cosiddetto Frammento Muratoriano, cioè un catalogo dei libri sacri ammessi dalla chiesa di Roma che fu composto verso l'anno 180 e scoperto da L. A. Muratori nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, cosi si esprime nel suo orrido latino (qua e là corretto): Tertium evangelii librum secundum Lucam. Lucas iste medicus, post ascensum Christi cum eum Paulus quasi ut iuris studiosum secum adsumpsisset nomine suo cx opinione conscripsit; Dominum tamen nec ipse vidit in carne, et ideo prout asse qui potuit, ita et a nativitate Johannis incepit dicere. - Verso lo stesso tempo, Ireneo afferma: Anche Luca, seguace di Paolo, compose in un libro il vangelo predicato da quello. Alla fine del secolo II risalgono anche i vari Prologhi, greci o latini, premessi al terzo vangelo, che vanno sempre più accrescendosi di notizie con lo scendere lungo i secoli, pur concordando nella sostanza; di questa può essere un saggio il prologo detto Monarchiano, che dice: Luca Siro, di nazione Antiocheno, medico di professione, discepolo degli Apostoli, piu' tardi fu seguace di Paolo fino alla confessione (martirio) di lui servendo Dio senza delitto. Poiché, non avendo avuto moglie mai né figli, di anni 74 (altri 84) morì in Bitinia (altri Beozia) pieno di Spirito santo. Costui, essendo già stati scritti i vangeli di Matteo in Giudea e di Marco in Italia, per impulso dello Spirito santo nelle parti di Acaia scrisse questo vangelo, mostrando anch'egli a principio che dapprima erano stati scritti gli altri; ecc. Le successive testimonianze non fanno che confermare questi punti principali (Tertulliano, Adv. Marcio n., jv, 5; Clemente Aless., Stromata, I, 21, 145; Origene, in Matt., toin. I, in Migne, Patr. Gr., 13, 830; ecc.): merita tuttavia di essere citato Eusebio, a guisa di ricapitolatore della tradizione: Luca, ch'era per discendenza di Antiochia e per arte medico, restò congiunto il piu' a lungo con Paolo, ma anche con gli altri apostoli trattò non incidentalmente Della scienza di guarire le anime ch'e gli aveva appresa da costoro, ci lasciò la prova in due libri divinamente ispirati: (in primo luogo) il Vangelo, che egli attesta di aver composto secondo le cose che gli tramandarono coloro che dall'inizio furono testimoni oculari e inservienti della parola, ed alle quali tutte egli dice pure di essere riandato appresso dal principio (cfr. Luca, 1, 1-4); e (in secondo luogo) gli Atti degli Apostoli, che egli coordinò per informazione non già di udito ma di veduta. Ha il suo peso anche la notizia dataci da Ireneo e da Tertulliano, secondo cui l'eretico Marcione, verso l'anno 140, accettava dei vangeli canonici solo quello di Luca, sebbene lo mutilasse adattandolo alle sue dottrine.
§ 137. Le qualità di Luca, ellenista, medico, discepolo di Paolo, si riscontrano abbastanza chiare nel suo vangelo. Il letterato ellenista appare fin dalle prime linee del suo primo scritto le quali, in contrasto con l'uso seguito in tutti gli altri libri del Nuovo Testamento ma conforme all'uso ellenistico, contengono un elaborato prologo questo, inoltre, mostra sorprendenti rassomiglianze di espressioni e di ripartizioni col prologo che al suo libro Sulla materia medica premetteva quel Pedanio Dioscuride che era non solo collega per professione e contemporaneo per età con Luca, ma essendo nativo della regione di Tarso, era anche conterraneo di Paolo. Il greco di Luca, poi, non è certo quello classico dell'Attica, tuttavia mostra una raffinatezza non comune per uno scrittore ellenistico: il lessico è ricco e spesso letterario, la frase di solito tornita e dignitosa, cosicché i moderni filologi, proclamando il suo stile superiore a quello degli altri vangeli, concordano in sostanza con S. Girolamo per il quale Luca inter omnes evangelistas greci eruditissimus fuit, quippe ut medicus. Non mancano tuttavia i semitismi di costruzione e anche di lessico; i quali sono numerosi specialmente nei due primi capitoli che contengono la narrazione dell'infanzia di Gesù, mostrandosi cosi ivi una più stretta dipendenza del narratore da documenti semitici relativi a quell'argomento. Che lo scrittore del terzo vangelo sia stato un medico, non si potrebbe certamente provare dal semplice esame del suo scritto: tuttavia parecchi sono i tratti che servono da ottima conferma alla primitiva tradizione che lo presenta qual medico. Pazienti ricerche moderne hanno segnalato numerosi termini tecnici impiegati da Luca che hanno riscontro negli scritti di Ippocrate, Dioscuride, Galeno e altri medici greci; è vero che siffatti termini possono riscontrarsi anche presso scrittori profani che affettino occasionalmente conoscenza di materie mediche (ad esempio, presso Luciano), ma il caso di Luca è diverso, giacché egli non aveva motivi particolari per introdurre quella terminologia tecnica nelle narrazioni comuni agli altri Sinottici, salvo la ragione d'essere egli stesso medico. Si può anche scoprire che una specie di “occhio clinico” guida il narratore in talune sue descrizioni, specialmente se si confrontino con quelle parallele di Marco: la semeiotica è curata in modo particolare nei racconti della suocera di Pietro malata (4, 38-39), dell'indemoniato dei Geraseni (8, 27 segg.), della donna con profluvio di sangue (8, 43 segg.), del giovanetto indemoniato (9, 38 segg.), della donna ricurva (13, li segg.). Il solo Luca narra il sudore di sangue sofferto da Gesù nel Gethsemani (22, 44). Nel caso poi della donna con profluvio di sangue è palese in Luca una benigna preoccupazione pro domo sua in favore della classe dei medici; infatti Marco (5, 25-26) rudemente annunzia che la donna era malata da dodici anni e molto aveva sofferto da parte di molti medici, e dopo aver consumato tutte le sue sostanze non aveva tratto alcun giovamento, ma piuttosto era andata peggio: Luca al contrario (8, 43, testo greco) omette siffatte notizie, che non potevano esser gradite dai suoi colleghi di professione, e si limita a dire che la donna era malata da dodici anni, né era stata potuta curare da alcuno.
§ 138. Infine il calamo di Luca, più che quello degli altri evangelisti, si diletta a delineare Gesù come supremo medico, sia dei corpi sia delle anime. Luca solo lo fa chiamare dai suoi compaesani medico (4, 23) in atto di sfida: ma poco appresso. quasi in risposta alla sfida, ricorda che una potenza emanava da lui e medicava tutti (6,19; cfr. 5, 17). Spiritualmente, poi, il Gesù tratteggiato da Luca è il misericordioso curatore dell'umanità languente, il pio confortatore degli afflitti, il mansueto che perdona ai più traviati: onde con ogni appropriatezza storica Dante Alighieri definisce Luca, pur senza nominarlo, come lo scriba mansuetudinis Christi (De monarchia, I, 16). Non meno chiaramente appare nello scritto di Luca il discepolo di Paolo. Una specie di parentela spirituale riannoda il suo scritto con le Lettere di Paolo: molti vocaboli, circa un centinaio, si ritrovano soltanto presso Luca e presso Paolo in tutto il Nuovo Testamento; non rare sono anche frasi tipiche, particolari ai due autori. Ma, più che dalla veste letteraria, la parentela è dimostrata dal pensiero, che insiste sui grandi principii della catechesi di Paolo, quali l'universalità della salvezza operata da Gesù, la “bontà e filantropia”(Tito, 3, 4) di lui, il pregio dell'umiltà e della povertà, la potenza della preghiera, il gaudio di spirito proprio ai fedeli, e altri. Certamente questi principii non sono espressi letteralmente conforme a parole di Paolo, giacché Luca non era riguardo a costui quell'e interprete che Marco era stato riguardo a Pietro; essi sono tuttavia i luminosi fari che dirigono la navigazione di Luca, secondo l'immagine usata già da Tertulliano che vide Luca e illuminato » da Paolo.
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§ 135. Il terzo vangelo è attribuito a Luca: nome che forse è una abbrevazione di Lucano. Nel cristianesimo della prima generazione, Luca appare come un satellite dell'astro di Paolo, che lo chiama il caro medico (Coloss., 4, 14). Originario d'Antiochia, non giudeo ma ellenista di stirpe e d'educazione, Luca era entrato nel cristianesimo parecchio prima dell'anno 50, sebbene certamente non fosse stato discepolo di Gesù e non l'avesse mai veduto. Poco dopo il 50 egli è a fianco a Paolo nel suo secondo viaggio missionario (Atti, 16, 10 segg.), probabilmente anche per prestare la sua opera di medico a causa della recente malattia dell'apostolo (cfr. Galati, 4, 13, con Atti, 16, 6); da quel tempo Luca riappare in quasi tutte le peregrinazioni di Paolo come l'ombra di lui, salvo un distacco probabilmente lungo dopo la comune permanenza a Filippi (cfr. Atti, 16, 40, con 20, 5). Ricongiuntosi con Paolo di nuovo a Filippi durante il terzo viaggio dell'apostolo, verso il 57, lo accompagnò nel resto del viaggio fino a Gerusalemme (Atti, 21, 15). Durante il biennio passato da Paolo in prigione a Cesarea (anni 58-60), sembra che Luca non potesse restargli vicino; ma lo accompagnò amorevolmente nel suo viaggio a Roma, partecipando sulla stessa nave alle fortunose peripezie del passaggio (Atti, 27, 1 segg.). Nella prima prigionia dell'apostolo a Roma, Luca gli stava dappresso: più tardi, fedele fino alla morte, lo assisté anche nella seconda prigionia romana meritandosi da Paolo, in quella lettera ch'è quasi il testamento del declinante apostolo, la commovente attestazione: Il solo Luca e' con me (II Tim., 4, 11). Scrivendo ai Corinti, sul finire dell'anno 57, Paolo allude, senza nominarlo, ad un fratello la cui lode e' nel vangelo per tutte le chiese (II' Cor., 8, 18). Insieme con altri antichi, S. Girolamo stimò che questo innominato fratello sia appunto Luca, e soggiunge anche l'opinione di altri secondo i quali ogni volta che Paolo nelle sue lettere dice “secondo il mio vangelo”, alluda al volume di Luca. Se quest'ultima opinone è del tutto infondata, la prima non è molto attendibile qualora si riferisca al vangelo scritto da Luca, essendo sommamente improbabile che questo vangelo fosse già redatto quando Paolo scriveva la lettera in questione: tanto più che giammai altrove, nelle Lettere di Paolo, il termine “vangelo” designa un determinato scritto, ma solo l'annunzio della “buona novella” (§ 105 segg.). Al contrario, l'identificazione dell'ignoto fratello con Luca può avere un serio grado di probabilità, qualora nel “vangelo” attribuitogli si scorga, non già un determinato scritto, ma l'operosità di chi era “evangelista” nel senso primitivo che già vedemmo (§ 109), ossia propagatore orale della “buona novella”. In tal caso Luca, anche prima di ricorrere alla scrittura, avrebbe diffuso largamente nelle chiese dell'apostolato di Paolo una determinata catechesi orale; della quale, nel frattempo, lo stesso Luca riesaminava il contenuto diligentemente (cfr. Luca, 1, 3), per arricchirlo di altri elementi e disporlo in un conveniente “riordinamento” (cfr. in Luca, 1, 1), finché poi giudicò opportuno fissarlo in iscritto. Questa interpretazione appare tanto più verosimile, quanto più probabile risulta da recenti studi che Paolo stesso seguisse nel suo apostolato una determinata forma di catechesi, non soltanto orale, ma anche parzialmente scritta. Perciò il fedele Luca sarebbe giustamente il più insigne rappresentante, dopo Paolo, di questa catechesi, ossia sarebbe il fratello la cui lode é nella “buona novella” diffusa da Paolo in tutte le chiese da lui fondate.
§ 136. Comunque si giudichi questa ipotesi, a Luca è attribuito sia il terzo vangelo, che mostra spiccata affinità con gli scritti di Paolo, sia il libro degli Atti di (meglio che degli) Apostoli, che tratta in gran parte delle vicende di Paolo e contiene ampi tratti in cui il narratore parla in prima persona plurale, svelandosi perciò anch'egli presente alle vicende narrate. Tale attribuzione a Luca, confermata dall'identità di autore che risulta dai prologhi dei due scritti (cfr. Luca, 1, 1-4, con Atti, 1, 1-2), non solo è concorde presso gli antichi scrittori, ma trova consenzienti - cosa piuttosto rara - anche la massima parte dei più autorevoli studiosi moderni. Le testimonianze, tuttavia, sono posteriori a quelle riguardo a Matteo e a Marco, giacché non risalgono più in su della seconda metà inoltrata del secolo Il. Il cosiddetto Frammento Muratoriano, cioè un catalogo dei libri sacri ammessi dalla chiesa di Roma che fu composto verso l'anno 180 e scoperto da L. A. Muratori nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, cosi si esprime nel suo orrido latino (qua e là corretto): Tertium evangelii librum secundum Lucam. Lucas iste medicus, post ascensum Christi cum eum Paulus quasi ut iuris studiosum secum adsumpsisset nomine suo cx opinione conscripsit; Dominum tamen nec ipse vidit in carne, et ideo prout asse qui potuit, ita et a nativitate Johannis incepit dicere. - Verso lo stesso tempo, Ireneo afferma: Anche Luca, seguace di Paolo, compose in un libro il vangelo predicato da quello. Alla fine del secolo II risalgono anche i vari Prologhi, greci o latini, premessi al terzo vangelo, che vanno sempre più accrescendosi di notizie con lo scendere lungo i secoli, pur concordando nella sostanza; di questa può essere un saggio il prologo detto Monarchiano, che dice: Luca Siro, di nazione Antiocheno, medico di professione, discepolo degli Apostoli, piu' tardi fu seguace di Paolo fino alla confessione (martirio) di lui servendo Dio senza delitto. Poiché, non avendo avuto moglie mai né figli, di anni 74 (altri 84) morì in Bitinia (altri Beozia) pieno di Spirito santo. Costui, essendo già stati scritti i vangeli di Matteo in Giudea e di Marco in Italia, per impulso dello Spirito santo nelle parti di Acaia scrisse questo vangelo, mostrando anch'egli a principio che dapprima erano stati scritti gli altri; ecc. Le successive testimonianze non fanno che confermare questi punti principali (Tertulliano, Adv. Marcio n., jv, 5; Clemente Aless., Stromata, I, 21, 145; Origene, in Matt., toin. I, in Migne, Patr. Gr., 13, 830; ecc.): merita tuttavia di essere citato Eusebio, a guisa di ricapitolatore della tradizione: Luca, ch'era per discendenza di Antiochia e per arte medico, restò congiunto il piu' a lungo con Paolo, ma anche con gli altri apostoli trattò non incidentalmente Della scienza di guarire le anime ch'e gli aveva appresa da costoro, ci lasciò la prova in due libri divinamente ispirati: (in primo luogo) il Vangelo, che egli attesta di aver composto secondo le cose che gli tramandarono coloro che dall'inizio furono testimoni oculari e inservienti della parola, ed alle quali tutte egli dice pure di essere riandato appresso dal principio (cfr. Luca, 1, 1-4); e (in secondo luogo) gli Atti degli Apostoli, che egli coordinò per informazione non già di udito ma di veduta. Ha il suo peso anche la notizia dataci da Ireneo e da Tertulliano, secondo cui l'eretico Marcione, verso l'anno 140, accettava dei vangeli canonici solo quello di Luca, sebbene lo mutilasse adattandolo alle sue dottrine.
§ 137. Le qualità di Luca, ellenista, medico, discepolo di Paolo, si riscontrano abbastanza chiare nel suo vangelo. Il letterato ellenista appare fin dalle prime linee del suo primo scritto le quali, in contrasto con l'uso seguito in tutti gli altri libri del Nuovo Testamento ma conforme all'uso ellenistico, contengono un elaborato prologo questo, inoltre, mostra sorprendenti rassomiglianze di espressioni e di ripartizioni col prologo che al suo libro Sulla materia medica premetteva quel Pedanio Dioscuride che era non solo collega per professione e contemporaneo per età con Luca, ma essendo nativo della regione di Tarso, era anche conterraneo di Paolo. Il greco di Luca, poi, non è certo quello classico dell'Attica, tuttavia mostra una raffinatezza non comune per uno scrittore ellenistico: il lessico è ricco e spesso letterario, la frase di solito tornita e dignitosa, cosicché i moderni filologi, proclamando il suo stile superiore a quello degli altri vangeli, concordano in sostanza con S. Girolamo per il quale Luca inter omnes evangelistas greci eruditissimus fuit, quippe ut medicus. Non mancano tuttavia i semitismi di costruzione e anche di lessico; i quali sono numerosi specialmente nei due primi capitoli che contengono la narrazione dell'infanzia di Gesù, mostrandosi cosi ivi una più stretta dipendenza del narratore da documenti semitici relativi a quell'argomento. Che lo scrittore del terzo vangelo sia stato un medico, non si potrebbe certamente provare dal semplice esame del suo scritto: tuttavia parecchi sono i tratti che servono da ottima conferma alla primitiva tradizione che lo presenta qual medico. Pazienti ricerche moderne hanno segnalato numerosi termini tecnici impiegati da Luca che hanno riscontro negli scritti di Ippocrate, Dioscuride, Galeno e altri medici greci; è vero che siffatti termini possono riscontrarsi anche presso scrittori profani che affettino occasionalmente conoscenza di materie mediche (ad esempio, presso Luciano), ma il caso di Luca è diverso, giacché egli non aveva motivi particolari per introdurre quella terminologia tecnica nelle narrazioni comuni agli altri Sinottici, salvo la ragione d'essere egli stesso medico. Si può anche scoprire che una specie di “occhio clinico” guida il narratore in talune sue descrizioni, specialmente se si confrontino con quelle parallele di Marco: la semeiotica è curata in modo particolare nei racconti della suocera di Pietro malata (4, 38-39), dell'indemoniato dei Geraseni (8, 27 segg.), della donna con profluvio di sangue (8, 43 segg.), del giovanetto indemoniato (9, 38 segg.), della donna ricurva (13, li segg.). Il solo Luca narra il sudore di sangue sofferto da Gesù nel Gethsemani (22, 44). Nel caso poi della donna con profluvio di sangue è palese in Luca una benigna preoccupazione pro domo sua in favore della classe dei medici; infatti Marco (5, 25-26) rudemente annunzia che la donna era malata da dodici anni e molto aveva sofferto da parte di molti medici, e dopo aver consumato tutte le sue sostanze non aveva tratto alcun giovamento, ma piuttosto era andata peggio: Luca al contrario (8, 43, testo greco) omette siffatte notizie, che non potevano esser gradite dai suoi colleghi di professione, e si limita a dire che la donna era malata da dodici anni, né era stata potuta curare da alcuno.
§ 138. Infine il calamo di Luca, più che quello degli altri evangelisti, si diletta a delineare Gesù come supremo medico, sia dei corpi sia delle anime. Luca solo lo fa chiamare dai suoi compaesani medico (4, 23) in atto di sfida: ma poco appresso. quasi in risposta alla sfida, ricorda che una potenza emanava da lui e medicava tutti (6,19; cfr. 5, 17). Spiritualmente, poi, il Gesù tratteggiato da Luca è il misericordioso curatore dell'umanità languente, il pio confortatore degli afflitti, il mansueto che perdona ai più traviati: onde con ogni appropriatezza storica Dante Alighieri definisce Luca, pur senza nominarlo, come lo scriba mansuetudinis Christi (De monarchia, I, 16). Non meno chiaramente appare nello scritto di Luca il discepolo di Paolo. Una specie di parentela spirituale riannoda il suo scritto con le Lettere di Paolo: molti vocaboli, circa un centinaio, si ritrovano soltanto presso Luca e presso Paolo in tutto il Nuovo Testamento; non rare sono anche frasi tipiche, particolari ai due autori. Ma, più che dalla veste letteraria, la parentela è dimostrata dal pensiero, che insiste sui grandi principii della catechesi di Paolo, quali l'universalità della salvezza operata da Gesù, la “bontà e filantropia”(Tito, 3, 4) di lui, il pregio dell'umiltà e della povertà, la potenza della preghiera, il gaudio di spirito proprio ai fedeli, e altri. Certamente questi principii non sono espressi letteralmente conforme a parole di Paolo, giacché Luca non era riguardo a costui quell'e interprete che Marco era stato riguardo a Pietro; essi sono tuttavia i luminosi fari che dirigono la navigazione di Luca, secondo l'immagine usata già da Tertulliano che vide Luca e illuminato » da Paolo.
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952 - Commento al Vangelo di oggi 9/5/2011
+ Dal Vangelo secondo Giovanni (6,22-29)
Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
È veramente preoccupante l’agitazione di molti uomini verso il cibo che più adorano. Ci8 sono diversi tipi di cibo, c’è quello dell’anima e quello del corpo, anche l’orgoglio si sfama di un cibo che si chiama presunzione, vanità. Ognuno cerca il suo cibo, c’è chi corre dietro il cibo che sfama la bramosia della ricchezza e del potere, e spesso quasi non si cura di nutrirsi. Molto spesso l’uomo diventa indifferente al nutrimento corporale pur di realizzare i suoi progetti.
Non rimane digiuno, mangia in modo disordinato perché la grande fame è rivolta altrove.
Per molti il cibo per sostentarsi diventa l’unico motivo della loro vita, diventano dipendenti da certi gusti particolari e non ne possono più fare a meno. Chi si sazia con cibi prelibati e fa gioire la gola, può accontentare anche il cuore?
Il problema non è tanto il cibo, ma la disposizione interiore della persona. Se il cibo è letteralmente adorato, se si vive per soddisfare giornalmente il palato, non ci può essere spazio per Gesù, non si cerca e non si segue.
Non c’è la forza spirituale per staccarsi dalla schiavitù di un determinato cibo.
Gesù lo dice alla folla, essa Lo cercava non per la sua Persona, voleva nuovamente mangiare bene e saziarsi. Voleva nuovamente il cibo che non dura, quel cibo che ingolfa l’apparato digerente, congestiona l’intelletto ed ostruisce la visione della realtà.
Il digiuno richiesto dalla Madonna a Medjugorje, oltre a purificare la persona ed ottenere Grazie particolari, la irrobustisce con la presenza dello Spirito Santo e diventa capace di superare la dipendenza di determinati cibi. Non si tratta di eliminarli, ma di mangiarli senza ingordigia, golosità.
La forza di volontà guida la persona a superare imbarazzanti ingozzate di cibo.
Un uomo diceva che non poteva fare a meno ogni giorno degli spaghetti. Con qualsiasi condimento, ma solo spaghetti. Gli fu detto: “E se non produrranno più gli spaghetti?”. Rispose prontamente: “Sarà la mia fine”. Certe parole bisogna pure contestualizzarli e verificare la saggezza della persona. Affermare questo è la manifestazione di trovarsi sotto il livello dell’inizio del cammino spirituale.
Il cibo che ci dona Gesù è il suo Corpo, Lo mangiano nella Messa e ci trasmette la sua santità. Per questo ha istituito l’Eucaristia, per restare insieme a noi, per nutrire la nostra vita spirituale. Senza Eucaristia non c’è mai vita spirituale.
Noi cerchiamo il cibo che ci dà Gesù, l’unico che sfama e ci aiuta a vincere le nostre debolezze.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mi chiederò ogni giorno se c’è qualcosa a cui sono attaccato in maniera eccessiva, chiedendo a Gesù il coraggio di staccarmene con un gesto deciso, pur se doloroso.
Pensiero
Conviene combattere quanto si può le ansietà e le inquietudini, perché non vi è cosa che più impedisca il progresso nella bontà. (San Francesco di Sales)
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Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
È veramente preoccupante l’agitazione di molti uomini verso il cibo che più adorano. Ci8 sono diversi tipi di cibo, c’è quello dell’anima e quello del corpo, anche l’orgoglio si sfama di un cibo che si chiama presunzione, vanità. Ognuno cerca il suo cibo, c’è chi corre dietro il cibo che sfama la bramosia della ricchezza e del potere, e spesso quasi non si cura di nutrirsi. Molto spesso l’uomo diventa indifferente al nutrimento corporale pur di realizzare i suoi progetti.
Non rimane digiuno, mangia in modo disordinato perché la grande fame è rivolta altrove.
Per molti il cibo per sostentarsi diventa l’unico motivo della loro vita, diventano dipendenti da certi gusti particolari e non ne possono più fare a meno. Chi si sazia con cibi prelibati e fa gioire la gola, può accontentare anche il cuore?
Il problema non è tanto il cibo, ma la disposizione interiore della persona. Se il cibo è letteralmente adorato, se si vive per soddisfare giornalmente il palato, non ci può essere spazio per Gesù, non si cerca e non si segue.
Non c’è la forza spirituale per staccarsi dalla schiavitù di un determinato cibo.
Gesù lo dice alla folla, essa Lo cercava non per la sua Persona, voleva nuovamente mangiare bene e saziarsi. Voleva nuovamente il cibo che non dura, quel cibo che ingolfa l’apparato digerente, congestiona l’intelletto ed ostruisce la visione della realtà.
Il digiuno richiesto dalla Madonna a Medjugorje, oltre a purificare la persona ed ottenere Grazie particolari, la irrobustisce con la presenza dello Spirito Santo e diventa capace di superare la dipendenza di determinati cibi. Non si tratta di eliminarli, ma di mangiarli senza ingordigia, golosità.
La forza di volontà guida la persona a superare imbarazzanti ingozzate di cibo.
Un uomo diceva che non poteva fare a meno ogni giorno degli spaghetti. Con qualsiasi condimento, ma solo spaghetti. Gli fu detto: “E se non produrranno più gli spaghetti?”. Rispose prontamente: “Sarà la mia fine”. Certe parole bisogna pure contestualizzarli e verificare la saggezza della persona. Affermare questo è la manifestazione di trovarsi sotto il livello dell’inizio del cammino spirituale.
Il cibo che ci dona Gesù è il suo Corpo, Lo mangiano nella Messa e ci trasmette la sua santità. Per questo ha istituito l’Eucaristia, per restare insieme a noi, per nutrire la nostra vita spirituale. Senza Eucaristia non c’è mai vita spirituale.
Noi cerchiamo il cibo che ci dà Gesù, l’unico che sfama e ci aiuta a vincere le nostre debolezze.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Mi chiederò ogni giorno se c’è qualcosa a cui sono attaccato in maniera eccessiva, chiedendo a Gesù il coraggio di staccarmene con un gesto deciso, pur se doloroso.
Pensiero
Conviene combattere quanto si può le ansietà e le inquietudini, perché non vi è cosa che più impedisca il progresso nella bontà. (San Francesco di Sales)
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domenica 8 maggio 2011
950 - Commento al Vangelo di oggi 8/5/2011
+ Dal Vangelo secondo Luca (24,13-35)
Ed ecco, in quello stesso giorno due dei erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
È proprio vero che al peggio non c’è mai fine, c’è l’imbarazzo della scelta dalle notizie che arrivano un po’ da tutto il mondo. Questa la scrivo per descrivere la follia dei genitori che vogliono trasformare i loro bambini in star del calcio o dello spettacolo. Questo fatto avvenuto in Inghilterra che trascrivo da un quotidiano è sintomatico: «Iniezioni di botulino sulle labbra e sopracciglia tatuate. La donna ha acquistato l'occorrente su internet e si è trasformata nel Frankenstein di sua figlia Bree di soli sette anni, raccontandolo al Sun: “Sfonderà grazie alle sue super-labbra e alla sua pelle morbida e senza rughe”. La bimba se la prende con le sue compagne di scuola: Sono solo stupide e gelose».
La società continua a cambiare in peggio, non si arresta lo sfacelo morale, e l’uomo con le sue forze è assolutamente incapace di ritornare ad una vita umile ed essenziale.
Dove è assente la Grazia di Dio che spiritualizza la persona, c’è sete di denaro e di trasgressioni, sfrenata ambizione di superare gli altri in qualcosa e chi non ci riesce personalmente lo pretende dal proprio figlio. Così nelle partitelle tra bambini, i genitori si prendono a cazzotti dopo accuse reciproche e parolacce, inoltre ripetono quella famosa accusa all’arbitro, anche se non è sposato.
I genitori inappagati pretendono dai figli quanto non hanno fatto loro o non sono riusciti a compiere. Principalmente, soddisfano ai figli tutti i desideri, pensando che quando erano bambini loro ne erano stati privati: “Mio figlio deve possedere tutto ciò che vuole…”. E non ci sono commenti su questa frase. Si ingannano che i regali riescano a supplire al loro ruolo e responsabilità. Quasi tutti i genitori che approvvigionano i figli di qualsiasi cosa, lo fanno anche per zittire la loro coscienza, convinti che tutti i regali e tutti i permessi concessi, siano equivalenti all’educazione da trasmettere.
I giovani non hanno una buona formazione umana. Mancano del requisito essenziale.
I giovani di oggi saranno la classe dirigente di domani.
Con tutto il rispetto e l’amore che porto verso i genitori inguaiati in queste situazioni e verso i giovani che non hanno ricevuto amore né attenzioni dai genitori, come potrà cambiare questa società? Ogni giorno c’è un avanzamento verso il precipizio, e senza Gesù sarà inevitabile perdersi nella confusione e cadere in continui errori.
Prendiamo i due discepoli di Emmaus. Compiono un itinerario di allontanamento a causa della delusione, quindi, si allontanano dal Crocifisso e dalla Croce perché avevano visto Gesù inchiodato inerme. Il loro allontanamento sarebbe stato definitivo se non fosse intervenuto proprio Gesù, Egli si fa riconoscere ed essi ritornano gioiosi nello stesso luogo abbandonato con molta tristezza.
Gli uomini oggi pensano ad altro e non a Gesù, molti si allontanano da Lui per avvicinarsi agli idoli e il proprio corpo può diventare un idolo, e così altri si illudono di avere trovato nei piaceri mondani, l’elisir della vita e la quintessenza della felicità mentre tutto crolla non appena arriva una sofferenza.
I due discepoli di Emmaus hanno lasciato Gerusalemme perché delusi dalle loro costruzioni mentali, non hanno visto nella realtà quanto avevano pensato: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”. Noi, un pronome personale usato per esprimere che le loro convinzioni le consideravano superiori a tutto.
E mentre speravano… si allontanarono da Gesù e da Gerusalemme…
Come crollano tutti i sapienti del mondo che si illudono di avere compreso tutto.
E se Gesù non fosse intervenuto nelle loro fantasticherie, questi due discepoli non avrebbero più pregato il Signore. Ci vuole poco per trovare Gesù, altrettanto poco per perderlo.
Ma Gesù arriva quando i due discepoli non immaginano assolutamente la sua visita, arriva quando non Lo aspettano, ma il Signore non abbandona nessuno. Più che farsi riconoscere, cita le Scritture per suscitare la loro Fede. Allo spezzare del pane comprendono che Gesù ha citato le Scritture parlando di sé. E attraverso la Parola divina si trova Gesù.
E nella Santa Messa si partecipa al Sacrificio della Croce.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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Ed ecco, in quello stesso giorno due dei erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
È proprio vero che al peggio non c’è mai fine, c’è l’imbarazzo della scelta dalle notizie che arrivano un po’ da tutto il mondo. Questa la scrivo per descrivere la follia dei genitori che vogliono trasformare i loro bambini in star del calcio o dello spettacolo. Questo fatto avvenuto in Inghilterra che trascrivo da un quotidiano è sintomatico: «Iniezioni di botulino sulle labbra e sopracciglia tatuate. La donna ha acquistato l'occorrente su internet e si è trasformata nel Frankenstein di sua figlia Bree di soli sette anni, raccontandolo al Sun: “Sfonderà grazie alle sue super-labbra e alla sua pelle morbida e senza rughe”. La bimba se la prende con le sue compagne di scuola: Sono solo stupide e gelose».
La società continua a cambiare in peggio, non si arresta lo sfacelo morale, e l’uomo con le sue forze è assolutamente incapace di ritornare ad una vita umile ed essenziale.
Dove è assente la Grazia di Dio che spiritualizza la persona, c’è sete di denaro e di trasgressioni, sfrenata ambizione di superare gli altri in qualcosa e chi non ci riesce personalmente lo pretende dal proprio figlio. Così nelle partitelle tra bambini, i genitori si prendono a cazzotti dopo accuse reciproche e parolacce, inoltre ripetono quella famosa accusa all’arbitro, anche se non è sposato.
I genitori inappagati pretendono dai figli quanto non hanno fatto loro o non sono riusciti a compiere. Principalmente, soddisfano ai figli tutti i desideri, pensando che quando erano bambini loro ne erano stati privati: “Mio figlio deve possedere tutto ciò che vuole…”. E non ci sono commenti su questa frase. Si ingannano che i regali riescano a supplire al loro ruolo e responsabilità. Quasi tutti i genitori che approvvigionano i figli di qualsiasi cosa, lo fanno anche per zittire la loro coscienza, convinti che tutti i regali e tutti i permessi concessi, siano equivalenti all’educazione da trasmettere.
I giovani non hanno una buona formazione umana. Mancano del requisito essenziale.
I giovani di oggi saranno la classe dirigente di domani.
Con tutto il rispetto e l’amore che porto verso i genitori inguaiati in queste situazioni e verso i giovani che non hanno ricevuto amore né attenzioni dai genitori, come potrà cambiare questa società? Ogni giorno c’è un avanzamento verso il precipizio, e senza Gesù sarà inevitabile perdersi nella confusione e cadere in continui errori.
Prendiamo i due discepoli di Emmaus. Compiono un itinerario di allontanamento a causa della delusione, quindi, si allontanano dal Crocifisso e dalla Croce perché avevano visto Gesù inchiodato inerme. Il loro allontanamento sarebbe stato definitivo se non fosse intervenuto proprio Gesù, Egli si fa riconoscere ed essi ritornano gioiosi nello stesso luogo abbandonato con molta tristezza.
Gli uomini oggi pensano ad altro e non a Gesù, molti si allontanano da Lui per avvicinarsi agli idoli e il proprio corpo può diventare un idolo, e così altri si illudono di avere trovato nei piaceri mondani, l’elisir della vita e la quintessenza della felicità mentre tutto crolla non appena arriva una sofferenza.
I due discepoli di Emmaus hanno lasciato Gerusalemme perché delusi dalle loro costruzioni mentali, non hanno visto nella realtà quanto avevano pensato: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”. Noi, un pronome personale usato per esprimere che le loro convinzioni le consideravano superiori a tutto.
E mentre speravano… si allontanarono da Gesù e da Gerusalemme…
Come crollano tutti i sapienti del mondo che si illudono di avere compreso tutto.
E se Gesù non fosse intervenuto nelle loro fantasticherie, questi due discepoli non avrebbero più pregato il Signore. Ci vuole poco per trovare Gesù, altrettanto poco per perderlo.
Ma Gesù arriva quando i due discepoli non immaginano assolutamente la sua visita, arriva quando non Lo aspettano, ma il Signore non abbandona nessuno. Più che farsi riconoscere, cita le Scritture per suscitare la loro Fede. Allo spezzare del pane comprendono che Gesù ha citato le Scritture parlando di sé. E attraverso la Parola divina si trova Gesù.
E nella Santa Messa si partecipa al Sacrificio della Croce.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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