Ecco le parole di Ivan:
Questo è davvero stato un giorno importante sia per me che per la mia vita. Davvero questo è stato un incontro particolare con la Madonna. Oggi sono 30 anni da quando la Madonna è con me e da quando io sono nella sua scuola: nella scuola della pace, dell’amore, nella scuola della preghiera. Per questo davvero questo incontro ha un grande significato per me e per la mia vita ed è particolare.
Anche stasera la Madonna è venuta a noi davvero molto molto gioiosa e felice, è venuta come vestita con un vestito dorato ed è venuta con tre angeli. All’inizio ha salutato tutti noi col suo materno saluto: “Sia lodato Gesù, cari figli miei!”. Poi la Madonna ha detto:
“Cari figli, anche oggi mi rallegro con voi, anche oggi nella gioia vi invito: accogliete i miei messaggi e vivete i miei messaggi. Che i miei messaggi diventino vita! Incastonateli nelle vostre vite, che questo sia il nutrimento nel vostro cammino di vita. Sappiate, cari figli, che sono con voi quando attraversate i momenti più difficili, che vi incoraggio e consolo, che intercedo presso mio Figlio per tutti voi. Perciò, cari figli, perseverate nella preghiera e non temete! Seguitemi senza paura. Grazie, cari figli, anche oggi per avermi nuovamente accolto e aver accolto i miei messaggi e perché vivrete i miei messaggi”.
Poi la Madonna ha pregato un tempo prolungato su tutti noi qui con le mani distese, ha benedetto tutti noi con la sua benedizione materna e ha benedetto tutto quello che avete portato perché fosse benedetto.
Poi ha pregato su voi malati presenti con le mani distese. Ho raccomandato anche tutti voi: tutti i vostri bisogni, le vostre intenzioni, le vostre famiglie ed in modo particolare ho raccomandato i malati e tutto ciò che voi portate nei vostri cuori.
Sicuramente la Madonna conosce nel modo migliore i nostri cuori , cosa vogliamo dirle. Poi è seguita una conversazione tra a me e la Madonna che resta solo tra di noi. Dopo questa conversazione, la Madonna ha continuato a pregare su tutti noi qui ed in questa preghiera se n’è andata nel segno della luce e della croce col saluto: “Andate in pace, cari figli miei, figlioli miei!”.
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Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto
CIAO A TE !!
Nulla è più urgente nel mondo d'oggi di proclamare Cristo alle genti. Chiunque tu sia, puoi, se vuoi, lasciare un tuo contributo, piccolo o grande che sia, per dire, comunicare, annunciare la persona di Gesù Cristo, unico nostro salvatore. Uno speciale benvenuto a LADYBUG che si è aggiunta di recente ai sostenitori ! *************************************************** Questo blog è sotto la protezione di N.S. Gesù Cristo e della SS Vergine Maria, Sua Madre ed ha come unica ragione di esistere di fornire un contributo, sia pure piccolo ed umile, alla crescita della loro Gloria. ***************************************************
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sabato 25 giugno 2011
venerdì 24 giugno 2011
995 - Commento al Vangelo di oggi 24/6/2011
+ Dal Vangelo secondo Luca (1,57-66.80)
Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
C’è un’affermazione di Gesù su Giovanni Battista abbastanza eloquente, un’attestazione di stima e piena fiducia. D’altronde era stato Dio a sceglierlo come Precursore, a santificarlo nel grembo della madre Elisabetta, quando la Madonna, sua cugina, si recò a casa sua perché aveva saputo dallo Spirito che era incinta. Non appena la Madre di Dio salutò la cugina Elisabetta, il suo bambino sussultò nel grembo, fu santificato per svolgere al meglio l’importante missione che Lo attendeva.
Oggi è il compleanno di Giovanni Battista, è l’unico Santo di cui festeggiamo anche la nascita (oltre la Madonna), appunto un Santo molto speciale, un uomo penitente e contemplativo che sceglie il deserto per lunghi anni di silenzio e digiuni o mangiando locuste e miele selvatico.
Sua madre non poteva avere figli, la nascita di Giovanni è già miracolosa per questo. Lui e Gesù, cugini e figli di donne, impossibilitate per la natura ad avere figli: una sterile e l’altra Vergine!
L’affermazione di Gesù su Giovanni Battista la pronuncia dopo avere dato importanti insegnamenti ai soli Apostoli, che leggiamo nel capitolo 10 di San Matteo. Subito dopo partirono per insegnare e predicare nelle loro città. Frattanto Giovanni era ancora in carcere a causa della sua predicazione, e i suoi discepoli cominciavano ad inquietarsi sulla venuta del Messia. Così li manda a chiedere garanzie a Gesù: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3).
“Gesù rispose: Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me” (Mt 11,5-6).
Questa risposta conferma a Giovanni che non aveva atteso invano il Messia. I suoi discepoli se ne andarono, e Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te. In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,7-12).
L’affermazione di Gesù che vi annunciavo è contenuta in questo discorso elogiativo al Precursore: “In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel Regno dei Cieli è più grande di Lui” (Mt 11,11).
Gesù definisce la grandezza e la missione di Giovanni Battista, incaricato dallo Spirito Santo a preparare l’umanità alla venuta del Messia e a condurla alle soglie del Vangelo.
È Precursore, perché prepara, precede uno più grande di Lui. Sarà Lui a indicare “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Toccherà a Lui impartire un battesimo di penitenza che preparava alla conversione, per poi arrivare al vero Battesimo nello Spirito Santo, istituito da Gesù.
Giovanni Battista è stato grande perché si è annientato dinanzi la venuta di Gesù, era premuroso nel cercare di scomparire per lasciare tutta la scena al Signore. La sua umiltà si può paragonare a un albero con radici profondissime che non si vedono all’esterno. Per questo Gesù Lo indica come il più grande tra i nati di donna. L’indicazione riguarda il periodo dell’Antico Testamento fino alla venuta di Gesù, perché proprio la figura del Battista pone termine all’antica Alleanza tra Dio e il popolo eletto.
Un Profeta di questa levatura è la separazione tra le due Alleanze, e la nuova sarà compiuta da Gesù con un nuovo popolo, quello cristiano. Giovanni partecipa perché annuncia l’arrivo di Colui che è molto più grande di Lui. “Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me”.
Giovanni sa che il Messia esisteva come Dio ben prima di Lui, per questo afferma: “Era prima di me”. Sa che il suo mandato sarebbe terminato con la presenza del Signore e con vera umiltà si scherniva quando Lo scambiavano per il Messia: “Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a Lui. Egli deve crescere e io invece diminuire”.
La figura di Giovanni Battista è una roccia, non teme nessuno e predica apertamente tutta la verità, perché così voleva Dio. Gesù successivamente condannerà gli ipocriti: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume” (Mt 23,27).
Non ha paura di gridare i peccati della società di quel tempo, lo fa perché compie la volontà di Dio, non ha agito da sprovveduto e con spirito ribelle. Dio Lo ha chiamato a predicare la verità a quel popolo, per preparare la venuta del Figlio eterno.
La Chiesa oggi ha bisogno di tanti Giovanni Battista, è urgente predicare la Verità del Vangelo così come l’ha trasmessa Gesù Cristo, far conoscere le strutture di peccato, quelle condizioni di vita che conducono all’abbraccio mortale con ogni forma di perversione. E poi rimane difficilissimo liberarsene. Solo la Grazia di Dio potrà dare la forza.
Giovanni Battista è Santo perché ha una forte capacità di sintesi, ci insegna con poche parole a cercare quello che veramente vale nella vita.
Ogni cristiano deve sentirsi coinvolto nell’opera di evangelizzazione della società, con le sue capacità e i suoi tempi. Dobbiamo trasmettere la nostra Fede agli altri e questo la irrobustirà, perché la Fede è un dono da trasmettere. Più la doni agli altri e più ti aumenta.Con la preghiera, la testimonianza sincera ed autentica, la parola giusta e fedele al Vangelo, si potranno toccare molti cuori e condurli a Gesù. Vediamo un po’ ovunque molte edificanti conversioni. Giovanni Battista ci infonde speranza per il futuro, ci invita ad avere fiducia di Gesù perché insieme a Lui il nostro avvenire sarà migliore. Lui lo ha vissuto pienamente, arrivando a donare la sua vita per testimoniare la verità.
Il nome Giovanni è significativo: Dio fa Grazia. Ognuno di noi è frutto della Grazia. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi pregherò con la preghiera del Magnificat e mi soffermerò soprattutto, a meditare la frase “ha guardato l’umiltà della sua serva”.
Pensiero
L’umiltà è come la catena del Rosario: se la catena si rompe, i granelli se ne vanno. Se cessa l’umiltà, tutte le virtù spariscono. (Don E. Poppe)
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Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
C’è un’affermazione di Gesù su Giovanni Battista abbastanza eloquente, un’attestazione di stima e piena fiducia. D’altronde era stato Dio a sceglierlo come Precursore, a santificarlo nel grembo della madre Elisabetta, quando la Madonna, sua cugina, si recò a casa sua perché aveva saputo dallo Spirito che era incinta. Non appena la Madre di Dio salutò la cugina Elisabetta, il suo bambino sussultò nel grembo, fu santificato per svolgere al meglio l’importante missione che Lo attendeva.
Oggi è il compleanno di Giovanni Battista, è l’unico Santo di cui festeggiamo anche la nascita (oltre la Madonna), appunto un Santo molto speciale, un uomo penitente e contemplativo che sceglie il deserto per lunghi anni di silenzio e digiuni o mangiando locuste e miele selvatico.
Sua madre non poteva avere figli, la nascita di Giovanni è già miracolosa per questo. Lui e Gesù, cugini e figli di donne, impossibilitate per la natura ad avere figli: una sterile e l’altra Vergine!
L’affermazione di Gesù su Giovanni Battista la pronuncia dopo avere dato importanti insegnamenti ai soli Apostoli, che leggiamo nel capitolo 10 di San Matteo. Subito dopo partirono per insegnare e predicare nelle loro città. Frattanto Giovanni era ancora in carcere a causa della sua predicazione, e i suoi discepoli cominciavano ad inquietarsi sulla venuta del Messia. Così li manda a chiedere garanzie a Gesù: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3).
“Gesù rispose: Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me” (Mt 11,5-6).
Questa risposta conferma a Giovanni che non aveva atteso invano il Messia. I suoi discepoli se ne andarono, e Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te. In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,7-12).
L’affermazione di Gesù che vi annunciavo è contenuta in questo discorso elogiativo al Precursore: “In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel Regno dei Cieli è più grande di Lui” (Mt 11,11).
Gesù definisce la grandezza e la missione di Giovanni Battista, incaricato dallo Spirito Santo a preparare l’umanità alla venuta del Messia e a condurla alle soglie del Vangelo.
È Precursore, perché prepara, precede uno più grande di Lui. Sarà Lui a indicare “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Toccherà a Lui impartire un battesimo di penitenza che preparava alla conversione, per poi arrivare al vero Battesimo nello Spirito Santo, istituito da Gesù.
Giovanni Battista è stato grande perché si è annientato dinanzi la venuta di Gesù, era premuroso nel cercare di scomparire per lasciare tutta la scena al Signore. La sua umiltà si può paragonare a un albero con radici profondissime che non si vedono all’esterno. Per questo Gesù Lo indica come il più grande tra i nati di donna. L’indicazione riguarda il periodo dell’Antico Testamento fino alla venuta di Gesù, perché proprio la figura del Battista pone termine all’antica Alleanza tra Dio e il popolo eletto.
Un Profeta di questa levatura è la separazione tra le due Alleanze, e la nuova sarà compiuta da Gesù con un nuovo popolo, quello cristiano. Giovanni partecipa perché annuncia l’arrivo di Colui che è molto più grande di Lui. “Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me”.
Giovanni sa che il Messia esisteva come Dio ben prima di Lui, per questo afferma: “Era prima di me”. Sa che il suo mandato sarebbe terminato con la presenza del Signore e con vera umiltà si scherniva quando Lo scambiavano per il Messia: “Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a Lui. Egli deve crescere e io invece diminuire”.
La figura di Giovanni Battista è una roccia, non teme nessuno e predica apertamente tutta la verità, perché così voleva Dio. Gesù successivamente condannerà gli ipocriti: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume” (Mt 23,27).
Non ha paura di gridare i peccati della società di quel tempo, lo fa perché compie la volontà di Dio, non ha agito da sprovveduto e con spirito ribelle. Dio Lo ha chiamato a predicare la verità a quel popolo, per preparare la venuta del Figlio eterno.
La Chiesa oggi ha bisogno di tanti Giovanni Battista, è urgente predicare la Verità del Vangelo così come l’ha trasmessa Gesù Cristo, far conoscere le strutture di peccato, quelle condizioni di vita che conducono all’abbraccio mortale con ogni forma di perversione. E poi rimane difficilissimo liberarsene. Solo la Grazia di Dio potrà dare la forza.
Giovanni Battista è Santo perché ha una forte capacità di sintesi, ci insegna con poche parole a cercare quello che veramente vale nella vita.
Ogni cristiano deve sentirsi coinvolto nell’opera di evangelizzazione della società, con le sue capacità e i suoi tempi. Dobbiamo trasmettere la nostra Fede agli altri e questo la irrobustirà, perché la Fede è un dono da trasmettere. Più la doni agli altri e più ti aumenta.Con la preghiera, la testimonianza sincera ed autentica, la parola giusta e fedele al Vangelo, si potranno toccare molti cuori e condurli a Gesù. Vediamo un po’ ovunque molte edificanti conversioni. Giovanni Battista ci infonde speranza per il futuro, ci invita ad avere fiducia di Gesù perché insieme a Lui il nostro avvenire sarà migliore. Lui lo ha vissuto pienamente, arrivando a donare la sua vita per testimoniare la verità.
Il nome Giovanni è significativo: Dio fa Grazia. Ognuno di noi è frutto della Grazia. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi pregherò con la preghiera del Magnificat e mi soffermerò soprattutto, a meditare la frase “ha guardato l’umiltà della sua serva”.
Pensiero
L’umiltà è come la catena del Rosario: se la catena si rompe, i granelli se ne vanno. Se cessa l’umiltà, tutte le virtù spariscono. (Don E. Poppe)
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riflessioni sul vangelo,
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giovedì 23 giugno 2011
994 - Commento al Vangelo di oggi 23/6/2011
+ Dal Vangelo secondo Matteo (7,21-29)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande». Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
In pochi giorni, da martedì a oggi, giovedì, abbiamo letto alcuni insegnamenti davvero importanti per la nostra vita. Voglio trascrivere alcune frasi di questi giorni per meditarli nel silenzio della contemplazione, magari si possono stampare le frasi e mettere il foglio sulla scrivania o accanto al letto, in modo da poterlo leggere spesso, anche ogni giorno.
I Santi sono diventati tali perché memorizzavano gli insegnamenti di Gesù e si sforzavano di attuare nella giornata, quei propositi scaturiti dalla meditazione. Non si improvvisa il cammino di conversione o di santità.
Vediamo i tre insegnamenti più interessanti da martedì a oggi: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!” (martedì).
“Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni” (mercoledì).
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei Cieli» (giovedì).
Non avvertiamo la sensazione che Gesù si stia rivolgendo ad ognuno di noi?
Possiamo immaginare con quale dolcezza e fermezza Gesù ha spiegato questi insegnamenti, quale premura e preoccupazione conservava nel Cuore, per tutti i peccatori. La nostra risposta deve essere operativa, dobbiamo manifestare a Gesù, Lui che ci vede sempre e ci conosce perfettamente, fino la più piccola fibra, che vogliamo diventare creature nuove, persone splendide dentro, rinnovati nel cuore e nelle opere.
Martedì ci ha detto che la porta per entrare nella sua Vita Divina è stretta, e rimane impossibile stabilire una profonda comunione con Lui se camminiamo sulla via larga.
Mercoledì ci ha insegnato che dalle nostre opere si riconosce la nostra anima. L’identità.
Giovedì, oggi, ci dice che non basta ripetere preghiere ed invocazioni estatiche, o fare ritiri ed incontri di preghiera, se non si compie la volontà di Dio. Nel mio libro “Sacerdote, chi sei Tu”, ho scritto che un Sacerdote può anche compiere il giro del mondo a piedi, predicando che Gesù è il Signore, ma se non è volontà di Dio, tutto è inutile. Forse Dio lo chiamava a servirlo in una parrocchia di un piccolo paese sconosciuto per renderlo umile…
Invece, un piccolo gesto compiuto secondo la volontà di Dio, è una grande cosa.
Ma l’uomo è debole, i suoi propositi spesso rimangono propositi, non riesce a realizzarli perché manca la forza spirituale. Questa capacità spirituale arriva dai Sacramenti e dalla preghiera, dalla richiesta umile a Gesù e alla Madonna di sostenere gli sforzi.
Tra l’uomo debole e l’uomo che parla con ipocrisia del Signore, che ostenta una Fede che non ha, certamente il primo quantomeno è sincero con se stesso. Infatti Gesù afferma che annunciare il suo Nome per strumentalizzarlo, non è una buona cosa. “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
È molto brutto predicare se stessi, voler essere protagonisti, succede anche ai laici.
Ma la Parola che oggi ci induce una forte riflessione, è soprattutto la casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia. Molte persone si smarriscono dinanzi una sofferenza, si disperano ed accusano Dio per le prove che manda, non vanno più a Messa e quasi perdono la Fede. Evidentemente la loro casa spirituale era costruita sulla sabbia, alla prima acqua è crollata.
Al contrario, quanti hanno costruito l’edificio spirituale sulla Parola di Gesù e osservano i Comandamenti, si sforzano di vincere i vizi e praticare le virtù, nonostante le cadute e le fermate, gioiscono quando la tempesta della sofferenza sbatte sulla loro casa senza procurare agitazioni e abbattimenti.
Si rimane vicini a Gesù quando costruiamo il presente e il futuro sulla sua Persona.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi pregherò con la preghiera del Magnificat e mi soffermerò soprattutto, a meditare la frase “ha guardato l’umiltà della sua serva”.
Pensiero
L’umiltà è come la catena del Rosario: se la catena si rompe, i granelli se ne vanno. Se cessa l’umiltà, tutte le virtù spariscono. (Don E. Poppe)
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande». Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
In pochi giorni, da martedì a oggi, giovedì, abbiamo letto alcuni insegnamenti davvero importanti per la nostra vita. Voglio trascrivere alcune frasi di questi giorni per meditarli nel silenzio della contemplazione, magari si possono stampare le frasi e mettere il foglio sulla scrivania o accanto al letto, in modo da poterlo leggere spesso, anche ogni giorno.
I Santi sono diventati tali perché memorizzavano gli insegnamenti di Gesù e si sforzavano di attuare nella giornata, quei propositi scaturiti dalla meditazione. Non si improvvisa il cammino di conversione o di santità.
Vediamo i tre insegnamenti più interessanti da martedì a oggi: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!” (martedì).
“Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni” (mercoledì).
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei Cieli» (giovedì).
Non avvertiamo la sensazione che Gesù si stia rivolgendo ad ognuno di noi?
Possiamo immaginare con quale dolcezza e fermezza Gesù ha spiegato questi insegnamenti, quale premura e preoccupazione conservava nel Cuore, per tutti i peccatori. La nostra risposta deve essere operativa, dobbiamo manifestare a Gesù, Lui che ci vede sempre e ci conosce perfettamente, fino la più piccola fibra, che vogliamo diventare creature nuove, persone splendide dentro, rinnovati nel cuore e nelle opere.
Martedì ci ha detto che la porta per entrare nella sua Vita Divina è stretta, e rimane impossibile stabilire una profonda comunione con Lui se camminiamo sulla via larga.
Mercoledì ci ha insegnato che dalle nostre opere si riconosce la nostra anima. L’identità.
Giovedì, oggi, ci dice che non basta ripetere preghiere ed invocazioni estatiche, o fare ritiri ed incontri di preghiera, se non si compie la volontà di Dio. Nel mio libro “Sacerdote, chi sei Tu”, ho scritto che un Sacerdote può anche compiere il giro del mondo a piedi, predicando che Gesù è il Signore, ma se non è volontà di Dio, tutto è inutile. Forse Dio lo chiamava a servirlo in una parrocchia di un piccolo paese sconosciuto per renderlo umile…
Invece, un piccolo gesto compiuto secondo la volontà di Dio, è una grande cosa.
Ma l’uomo è debole, i suoi propositi spesso rimangono propositi, non riesce a realizzarli perché manca la forza spirituale. Questa capacità spirituale arriva dai Sacramenti e dalla preghiera, dalla richiesta umile a Gesù e alla Madonna di sostenere gli sforzi.
Tra l’uomo debole e l’uomo che parla con ipocrisia del Signore, che ostenta una Fede che non ha, certamente il primo quantomeno è sincero con se stesso. Infatti Gesù afferma che annunciare il suo Nome per strumentalizzarlo, non è una buona cosa. “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
È molto brutto predicare se stessi, voler essere protagonisti, succede anche ai laici.
Ma la Parola che oggi ci induce una forte riflessione, è soprattutto la casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia. Molte persone si smarriscono dinanzi una sofferenza, si disperano ed accusano Dio per le prove che manda, non vanno più a Messa e quasi perdono la Fede. Evidentemente la loro casa spirituale era costruita sulla sabbia, alla prima acqua è crollata.
Al contrario, quanti hanno costruito l’edificio spirituale sulla Parola di Gesù e osservano i Comandamenti, si sforzano di vincere i vizi e praticare le virtù, nonostante le cadute e le fermate, gioiscono quando la tempesta della sofferenza sbatte sulla loro casa senza procurare agitazioni e abbattimenti.
Si rimane vicini a Gesù quando costruiamo il presente e il futuro sulla sua Persona.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi pregherò con la preghiera del Magnificat e mi soffermerò soprattutto, a meditare la frase “ha guardato l’umiltà della sua serva”.
Pensiero
L’umiltà è come la catena del Rosario: se la catena si rompe, i granelli se ne vanno. Se cessa l’umiltà, tutte le virtù spariscono. (Don E. Poppe)
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mercoledì 22 giugno 2011
993 - Udienza del 22/6/2011 (i salmi)
Cari fratelli e sorelle,
nelle precedenti catechesi, ci siamo soffermati su alcune figure dell’Antico Testamento particolarmente significative per la nostra riflessione sulla preghiera. Ho parlato su Abramo che intercede per le città straniere, su Giacobbe che nella lotta notturna riceve la benedizione, su Mosè che invoca il perdono per il suo popolo, e su Elia che prega per la conversione di Israele. Con la catechesi di oggi, vorrei iniziare un nuovo tratto del percorso: invece di commentare particolari episodi di personaggi in preghiera, entreremo nel “libro di preghiera” per eccellenza, il libro dei Salmi. Nelle prossime catechesi leggeremo e mediteremo alcuni tra i Salmi più belli e più cari alla tradizione orante della Chiesa. Oggi vorrei introdurli parlando del libro dei Salmi nel suo complesso.
Il Salterio si presenta come un “formulario” di preghiere, una raccolta di centocinquanta Salmi che la tradizione biblica dona al popolo dei credenti perché diventino la sua, la nostra preghiera, il nostro modo di rivolgersi a Dio e di relazionarsi con Lui. In questo libro, trova espressione tutta l’esperienza umana con le sue molteplici sfaccettature, e tutta la gamma dei sentimenti che accompagnano l’esistenza dell’uomo. Nei Salmi, si intrecciano e si esprimono gioia e sofferenza, desiderio di Dio e percezione della propria indegnità, felicità e senso di abbandono, fiducia in Dio e dolorosa solitudine, pienezza di vita e paura di morire. Tutta la realtà del credente confluisce in quelle preghiere, che il popolo di Israele prima e la Chiesa poi hanno assunto come mediazione privilegiata del rapporto con l’unico Dio e risposta adeguata al suo rivelarsi nella storia. In quanto preghiere, i Salmi sono manifestazioni dell’animo e della fede, in cui tutti si possono riconoscere e nei quali si comunica quell’esperienza di particolare vicinanza a Dio a cui ogni uomo è chiamato. Ed è tutta la complessità dell’esistere umano che si concentra nella complessità delle diverse forme letterarie dei vari Salmi: inni, lamentazioni, suppliche individuali e collettive, canti di ringraziamento, salmi penitenziali, salmi sapienziali, ed altri generi che si possono ritrovare in queste composizioni poetiche.
Nonostante questa molteplicità espressiva, possono essere identificati due grandi ambiti che sintetizzano la preghiera del Salterio: la supplica, connessa al lamento, e la lode, due dimensioni correlate e quasi inscindibili. Perché la supplica è animata dalla certezza che Dio risponderà, e questo apre alla lode e al rendimento di grazie; e la lode e il ringraziamento scaturiscono dall’esperienza di una salvezza ricevuta, che suppone un bisogno di aiuto che la supplica esprime.
Nella supplica, l’orante si lamenta e descrive la sua situazione di angoscia, di pericolo, di desolazione, oppure, come nei Salmi penitenziali, confessa la colpa, il peccato, chiedendo di essere perdonato. Egli espone al Signore il suo stato di bisogno nella fiducia di essere ascoltato, e questo implica un riconoscimento di Dio come buono, desideroso del bene e “amante della vita” (cfr Sap11,26), pronto ad aiutare, salvare, perdonare. Così, ad esempio, prega il Salmista nel Salmo 31: «In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso […] Scioglimi dal laccio che mi hanno teso, perché sei tu la mia difesa» (vv. 2.5). Già nel lamento, dunque, può emergere qualcosa della lode, che si preannuncia nella speranza dell’intervento divino e si fa poi esplicita quando la salvezza divina diventa realtà. In modo analogo, nei Salmi di ringraziamento e di lode, facendo memoria del dono ricevuto o contemplando la grandezza della misericordia di Dio, si riconosce anche la propria piccolezza e la necessità di essere salvati, che è alla base della supplica. Si confessa così a Dio la propria condizione creaturale inevitabilmente segnata dalla morte, eppure portatrice di un desiderio radicale di vita. Perciò il Salmista esclama, nel Salmo 86: «Ti loderò, Signore, mio Dio, con tutto il cuore e darò gloria al tuo nome per sempre, perché grande con me è la tua misericordia: hai liberato la mia vita dal profondo degli inferi» (vv. 12-13). In tal modo, nella preghiera dei Salmi, supplica e lode si intrecciano e si fondono in un unico canto che celebra la grazia eterna del Signore che si china sulla nostra fragilità.
Proprio per permettere al popolo dei credenti di unirsi a questo canto, il libro del Salterio è stato donato a Israele e alla Chiesa. I Salmi, infatti, insegnano a pregare. In essi, la Parola di Dio diventa parola di preghiera - e sono le parole del Salmista ispirato - che diventa anche parola dell’orante che prega i Salmi. È questa la bellezza e la particolarità di questo libro biblico: le preghiere in esso contenute, a differenza di altre preghiere che troviamo nella Sacra Scrittura, non sono inserite in una trama narrativa che ne specifica il senso e la funzione. I Salmi sono dati al credente proprio come testo di preghiera, che ha come unico fine quello di diventare la preghiera di chi li assume e con essi si rivolge a Dio. Poiché sono Parola di Dio, chi prega i Salmi parla a Dio con le parole stesse che Dio ci ha donato, si rivolge a Lui con le parole che Egli stesso ci dona. Così, pregando i Salmi si impara a pregare. Sono una scuola della preghiera.
Qualcosa di analogo avviene quando il bambino inizia a parlare, impara cioè ad esprimere le proprie sensazioni, emozioni, necessità con parole che non gli appartengono in modo innato, ma che egli apprende dai suoi genitori e da coloro che vivono intorno a lui. Ciò che il bambino vuole esprimere è il suo proprio vissuto, ma il mezzo espressivo è di altri; ed egli piano piano se ne appropria, le parole ricevute dai genitori diventano le sue parole e attraverso quelle parole impara anche un modo di pensare e di sentire, accede ad un intero mondo di concetti, e in esso cresce, si relaziona con la realtà, con gli uomini e con Dio. La lingua dei suoi genitori è infine diventata la sua lingua, egli parla con parole ricevute da altri che sono ormai divenute le sue parole. Così avviene con la preghiera dei Salmi. Essi ci sono donati perché noi impariamo a rivolgerci a Dio, a comunicare con Lui, a parlarGli di noi con le sue parole, a trovare un linguaggio per l'incontro con Dio. E, attraverso quelle parole, sarà possibile anche conoscere ed accogliere i criteri del suo agire, avvicinarsi al mistero dei suoi pensieri e delle sue vie (cfr Is 55,8-9), così da crescere sempre più nella fede e nell’amore. Come le nostre parole non sono solo parole, ma ci insegnano un mondo reale e concettuale, così anche queste preghiere ci insegnano il cuore di Dio, per cui non solo possiamo parlare con Dio, ma possiamo imparare chi è Dio e, imparando come parlare con Lui, impariamo l'essere uomo, l'essere noi stessi.
A tale proposito, appare significativo il titolo che la tradizione ebraica ha dato al Salterio. Esso si chiama tehillîm, un termine ebraico che vuol dire “lodi”, da quella radice verbale che ritroviamo nell’espressione “Halleluyah”, cioè, letteralmente: “lodate il Signore”. Questo libro di preghiere, dunque, anche se così multiforme e complesso, con i suoi diversi generi letterari e con la sua articolazione tra lode e supplica, è ultimamente un libro di lodi, che insegna a rendere grazie, a celebrare la grandezza del dono di Dio, a riconoscere la bellezza delle sue opere e a glorificare il suo Nome santo. È questa la risposta più adeguata davanti al manifestarsi del Signore e all’esperienza della sua bontà. Insegnandoci a pregare, i Salmi ci insegnano che anche nella desolazione,anche nel dolore, la presenza di Dio rimane, è fonte di meraviglia e di consolazione; si può piangere, supplicare, intercedere, lamentarsi, ma nella consapevolezza che stiamo camminando verso la luce, dove la lode potrà essere definitiva. Come ci insegna ilSalmo 36: «È in Te la sorgente della vita, alla tua luce vedremo la luce» (Sal 36,10).
Ma oltre a questo titolo generale del libro, la tradizione ebraica ha posto su molti Salmi dei titoli specifici, attribuendoli, in grande maggioranza, al re Davide. Figura dal notevole spessore umano e teologico, Davide è personaggio complesso, che ha attraversato le più svariate esperienze fondamentali del vivere. Giovane pastore del gregge paterno, passando per alterne e a volte drammatiche vicende, diventa re di Israele, pastore del popolo di Dio. Uomo di pace, ha combattuto molte guerre; instancabile e tenace ricercatore di Dio, ne ha tradito l’amore, e questo è caratteristico: sempre è rimasto cercatore di Dio, anche se molte volte ha gravemente peccato; umile penitente, ha accolto il perdono divino, anche la pena divina, e ha accettato un destino segnato dal dolore. Davide così è stato un re, con tutte le sue debolezze, «secondo il cuore di Dio» (cfr 1Sam 13,14), cioè un orante appassionato, un uomo che sapeva cosa vuol dire supplicare e lodare. Il collegamento dei Salmi con questo insigne re di Israele è dunque importante, perché egli è figura messianica, Unto del Signore, in cui è in qualche modo adombrato il mistero di Cristo.
Altrettanto importanti e significativi sono il modo e la frequenza con cui le parole dei Salmi vengono riprese dal Nuovo Testamento, assumendo e sottolineando quel valore profetico suggerito dal collegamento del Salterio con la figura messianica di Davide. Nel Signore Gesù, che nella sua vita terrena ha pregato con i Salmi, essi trovano il loro definitivo compimento e svelano il loro senso più pieno e profondo. Le preghiere del Salterio, con cui si parla a Dio, ci parlano di Lui, ci parlano del Figlio, immagine del Dio invisibile (Col 1,15), che ci rivela compiutamente il Volto del Padre. Il cristiano, dunque, pregando i Salmi, prega il Padre in Cristo e con Cristo, assumendo quei canti in una prospettiva nuova, che ha nel mistero pasquale la sua ultima chiave interpretativa. L’orizzonte dell’orante si apre così a realtà inaspettate, ogni Salmo acquista una luce nuova in Cristo e il Salterio può brillare in tutta la sua infinita ricchezza.
Fratelli e sorelle carissimi, prendiamo dunque in mano questo libro santo, lasciamoci insegnare da Dio a rivolgerci a Lui, facciamo del Salterio una guida che ci aiuti e ci accompagni quotidianamente nel cammino della preghiera. E chiediamo anche noi, come i discepoli di Gesù, «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1), aprendo il cuore ad accogliere la preghiera del Maestro, in cui tutte le preghiere giungono a compimento. Così, resi figli nel Figlio, potremo parlare a Dio chiamandoLo “Padre Nostro”. Grazie
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nelle precedenti catechesi, ci siamo soffermati su alcune figure dell’Antico Testamento particolarmente significative per la nostra riflessione sulla preghiera. Ho parlato su Abramo che intercede per le città straniere, su Giacobbe che nella lotta notturna riceve la benedizione, su Mosè che invoca il perdono per il suo popolo, e su Elia che prega per la conversione di Israele. Con la catechesi di oggi, vorrei iniziare un nuovo tratto del percorso: invece di commentare particolari episodi di personaggi in preghiera, entreremo nel “libro di preghiera” per eccellenza, il libro dei Salmi. Nelle prossime catechesi leggeremo e mediteremo alcuni tra i Salmi più belli e più cari alla tradizione orante della Chiesa. Oggi vorrei introdurli parlando del libro dei Salmi nel suo complesso.
Il Salterio si presenta come un “formulario” di preghiere, una raccolta di centocinquanta Salmi che la tradizione biblica dona al popolo dei credenti perché diventino la sua, la nostra preghiera, il nostro modo di rivolgersi a Dio e di relazionarsi con Lui. In questo libro, trova espressione tutta l’esperienza umana con le sue molteplici sfaccettature, e tutta la gamma dei sentimenti che accompagnano l’esistenza dell’uomo. Nei Salmi, si intrecciano e si esprimono gioia e sofferenza, desiderio di Dio e percezione della propria indegnità, felicità e senso di abbandono, fiducia in Dio e dolorosa solitudine, pienezza di vita e paura di morire. Tutta la realtà del credente confluisce in quelle preghiere, che il popolo di Israele prima e la Chiesa poi hanno assunto come mediazione privilegiata del rapporto con l’unico Dio e risposta adeguata al suo rivelarsi nella storia. In quanto preghiere, i Salmi sono manifestazioni dell’animo e della fede, in cui tutti si possono riconoscere e nei quali si comunica quell’esperienza di particolare vicinanza a Dio a cui ogni uomo è chiamato. Ed è tutta la complessità dell’esistere umano che si concentra nella complessità delle diverse forme letterarie dei vari Salmi: inni, lamentazioni, suppliche individuali e collettive, canti di ringraziamento, salmi penitenziali, salmi sapienziali, ed altri generi che si possono ritrovare in queste composizioni poetiche.
Nonostante questa molteplicità espressiva, possono essere identificati due grandi ambiti che sintetizzano la preghiera del Salterio: la supplica, connessa al lamento, e la lode, due dimensioni correlate e quasi inscindibili. Perché la supplica è animata dalla certezza che Dio risponderà, e questo apre alla lode e al rendimento di grazie; e la lode e il ringraziamento scaturiscono dall’esperienza di una salvezza ricevuta, che suppone un bisogno di aiuto che la supplica esprime.
Nella supplica, l’orante si lamenta e descrive la sua situazione di angoscia, di pericolo, di desolazione, oppure, come nei Salmi penitenziali, confessa la colpa, il peccato, chiedendo di essere perdonato. Egli espone al Signore il suo stato di bisogno nella fiducia di essere ascoltato, e questo implica un riconoscimento di Dio come buono, desideroso del bene e “amante della vita” (cfr Sap11,26), pronto ad aiutare, salvare, perdonare. Così, ad esempio, prega il Salmista nel Salmo 31: «In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso […] Scioglimi dal laccio che mi hanno teso, perché sei tu la mia difesa» (vv. 2.5). Già nel lamento, dunque, può emergere qualcosa della lode, che si preannuncia nella speranza dell’intervento divino e si fa poi esplicita quando la salvezza divina diventa realtà. In modo analogo, nei Salmi di ringraziamento e di lode, facendo memoria del dono ricevuto o contemplando la grandezza della misericordia di Dio, si riconosce anche la propria piccolezza e la necessità di essere salvati, che è alla base della supplica. Si confessa così a Dio la propria condizione creaturale inevitabilmente segnata dalla morte, eppure portatrice di un desiderio radicale di vita. Perciò il Salmista esclama, nel Salmo 86: «Ti loderò, Signore, mio Dio, con tutto il cuore e darò gloria al tuo nome per sempre, perché grande con me è la tua misericordia: hai liberato la mia vita dal profondo degli inferi» (vv. 12-13). In tal modo, nella preghiera dei Salmi, supplica e lode si intrecciano e si fondono in un unico canto che celebra la grazia eterna del Signore che si china sulla nostra fragilità.
Proprio per permettere al popolo dei credenti di unirsi a questo canto, il libro del Salterio è stato donato a Israele e alla Chiesa. I Salmi, infatti, insegnano a pregare. In essi, la Parola di Dio diventa parola di preghiera - e sono le parole del Salmista ispirato - che diventa anche parola dell’orante che prega i Salmi. È questa la bellezza e la particolarità di questo libro biblico: le preghiere in esso contenute, a differenza di altre preghiere che troviamo nella Sacra Scrittura, non sono inserite in una trama narrativa che ne specifica il senso e la funzione. I Salmi sono dati al credente proprio come testo di preghiera, che ha come unico fine quello di diventare la preghiera di chi li assume e con essi si rivolge a Dio. Poiché sono Parola di Dio, chi prega i Salmi parla a Dio con le parole stesse che Dio ci ha donato, si rivolge a Lui con le parole che Egli stesso ci dona. Così, pregando i Salmi si impara a pregare. Sono una scuola della preghiera.
Qualcosa di analogo avviene quando il bambino inizia a parlare, impara cioè ad esprimere le proprie sensazioni, emozioni, necessità con parole che non gli appartengono in modo innato, ma che egli apprende dai suoi genitori e da coloro che vivono intorno a lui. Ciò che il bambino vuole esprimere è il suo proprio vissuto, ma il mezzo espressivo è di altri; ed egli piano piano se ne appropria, le parole ricevute dai genitori diventano le sue parole e attraverso quelle parole impara anche un modo di pensare e di sentire, accede ad un intero mondo di concetti, e in esso cresce, si relaziona con la realtà, con gli uomini e con Dio. La lingua dei suoi genitori è infine diventata la sua lingua, egli parla con parole ricevute da altri che sono ormai divenute le sue parole. Così avviene con la preghiera dei Salmi. Essi ci sono donati perché noi impariamo a rivolgerci a Dio, a comunicare con Lui, a parlarGli di noi con le sue parole, a trovare un linguaggio per l'incontro con Dio. E, attraverso quelle parole, sarà possibile anche conoscere ed accogliere i criteri del suo agire, avvicinarsi al mistero dei suoi pensieri e delle sue vie (cfr Is 55,8-9), così da crescere sempre più nella fede e nell’amore. Come le nostre parole non sono solo parole, ma ci insegnano un mondo reale e concettuale, così anche queste preghiere ci insegnano il cuore di Dio, per cui non solo possiamo parlare con Dio, ma possiamo imparare chi è Dio e, imparando come parlare con Lui, impariamo l'essere uomo, l'essere noi stessi.
A tale proposito, appare significativo il titolo che la tradizione ebraica ha dato al Salterio. Esso si chiama tehillîm, un termine ebraico che vuol dire “lodi”, da quella radice verbale che ritroviamo nell’espressione “Halleluyah”, cioè, letteralmente: “lodate il Signore”. Questo libro di preghiere, dunque, anche se così multiforme e complesso, con i suoi diversi generi letterari e con la sua articolazione tra lode e supplica, è ultimamente un libro di lodi, che insegna a rendere grazie, a celebrare la grandezza del dono di Dio, a riconoscere la bellezza delle sue opere e a glorificare il suo Nome santo. È questa la risposta più adeguata davanti al manifestarsi del Signore e all’esperienza della sua bontà. Insegnandoci a pregare, i Salmi ci insegnano che anche nella desolazione,anche nel dolore, la presenza di Dio rimane, è fonte di meraviglia e di consolazione; si può piangere, supplicare, intercedere, lamentarsi, ma nella consapevolezza che stiamo camminando verso la luce, dove la lode potrà essere definitiva. Come ci insegna ilSalmo 36: «È in Te la sorgente della vita, alla tua luce vedremo la luce» (Sal 36,10).
Ma oltre a questo titolo generale del libro, la tradizione ebraica ha posto su molti Salmi dei titoli specifici, attribuendoli, in grande maggioranza, al re Davide. Figura dal notevole spessore umano e teologico, Davide è personaggio complesso, che ha attraversato le più svariate esperienze fondamentali del vivere. Giovane pastore del gregge paterno, passando per alterne e a volte drammatiche vicende, diventa re di Israele, pastore del popolo di Dio. Uomo di pace, ha combattuto molte guerre; instancabile e tenace ricercatore di Dio, ne ha tradito l’amore, e questo è caratteristico: sempre è rimasto cercatore di Dio, anche se molte volte ha gravemente peccato; umile penitente, ha accolto il perdono divino, anche la pena divina, e ha accettato un destino segnato dal dolore. Davide così è stato un re, con tutte le sue debolezze, «secondo il cuore di Dio» (cfr 1Sam 13,14), cioè un orante appassionato, un uomo che sapeva cosa vuol dire supplicare e lodare. Il collegamento dei Salmi con questo insigne re di Israele è dunque importante, perché egli è figura messianica, Unto del Signore, in cui è in qualche modo adombrato il mistero di Cristo.
Altrettanto importanti e significativi sono il modo e la frequenza con cui le parole dei Salmi vengono riprese dal Nuovo Testamento, assumendo e sottolineando quel valore profetico suggerito dal collegamento del Salterio con la figura messianica di Davide. Nel Signore Gesù, che nella sua vita terrena ha pregato con i Salmi, essi trovano il loro definitivo compimento e svelano il loro senso più pieno e profondo. Le preghiere del Salterio, con cui si parla a Dio, ci parlano di Lui, ci parlano del Figlio, immagine del Dio invisibile (Col 1,15), che ci rivela compiutamente il Volto del Padre. Il cristiano, dunque, pregando i Salmi, prega il Padre in Cristo e con Cristo, assumendo quei canti in una prospettiva nuova, che ha nel mistero pasquale la sua ultima chiave interpretativa. L’orizzonte dell’orante si apre così a realtà inaspettate, ogni Salmo acquista una luce nuova in Cristo e il Salterio può brillare in tutta la sua infinita ricchezza.
Fratelli e sorelle carissimi, prendiamo dunque in mano questo libro santo, lasciamoci insegnare da Dio a rivolgerci a Lui, facciamo del Salterio una guida che ci aiuti e ci accompagni quotidianamente nel cammino della preghiera. E chiediamo anche noi, come i discepoli di Gesù, «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1), aprendo il cuore ad accogliere la preghiera del Maestro, in cui tutte le preghiere giungono a compimento. Così, resi figli nel Figlio, potremo parlare a Dio chiamandoLo “Padre Nostro”. Grazie
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992 - Commento al Vangelo di oggi 22/6/2011
+ Dal Vangelo secondo Matteo (7,15-20)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Per ben due volte Gesù ripete questa frase: “Dai loro frutti li riconoscerete”. Sembra scontato come insegnamento, intanto viene dimenticato sistematicamente un po’ da tutti. È una regola semplice e allo stesso tempo efficace, ma capisco che anche nella verifica delle opere di quanti si dichiarano veggenti, c’è grande confusione.
I loro inganni vengono scambiati per virtù, ogni loro azione come l’opera dello Spirito di Dio.
È un bel rompicapo questo dilemma per molti credenti, si sentono spinti a seguire ogni annuncio di apparizione, anche se alcuni rimangono angosciati sulla veridicità del fenomeno. La presenza di innumerevoli fedeli è una credenziale importante, molti corrono quando sentono che è già frequentato dai credenti, come se tutti fossero già stati resi autentici da altri.
La confusione sulle presunte apparizioni causa molta dispersione e allontanamento.
Oggi i falsi profeti si aggirano un po’ ovunque per ricevere attestati di approvazione dai Sacerdoti, molto spesso anch’essi confusi sulla verità di un fenomeno. Se un Sacerdote per sbaglio segue un fenomeno falso, si tira dietro moltissimi fedeli. Succede di meno il contrario, quando un Sacerdote segue un fenomeno vero e dietro vanno pochi fedeli.
Oppure quando un luogo di apparizione falso ha l’approvazione del Vescovo locale e un’apparizione vera è lottata spietatamente dal Vescovo locale. Chi è il burattinaio che ispira buoni pensieri verso un fenomeno falso voluto da lui, mentre martella un povero Vescovo per distruggere un’apparizione autentica? È satana.
Basta vedere cosa ha fatto contro gli ultimi tre grandi luoghi di apparizioni della Madonna: Lourdes, Fatima e Medjugorje.
Lo stesso succede verso quei Sacerdoti mariani seriamente impegnati nel diffondere la vera dottrina cattolica. Sono tutti colpiti in ogni modo, quello che sta meglio viene colpito periodicamente con torture morali e persecuzioni indicibili. Sto parlando di chi sta meglio, pensate un po’ chi sta peggio…
Questa è la risposta di satana, egli vuole fermare, ridicolizzare, emarginare, infangare con ogni falsità, tutti i Sacerdoti che gli strappano anime e le conducono nel Cuore della Madonna.
E i laici che diventano veggenti? “Dai loro frutti li riconoscerete”. Non potete sbagliarvi nel valutare i presunti veggenti, dalle loro parole e dalle loro opere riconoscete se sono di Gesù o di satana. Chi sta con Gesù ama, perdona, non cerca visibilità, nasconde i doni di Dio, non cerca denaro per uso personale, non inventa alcuna nuova dottrina, ma rimane umile e obbediente al Magistero della Chiesa.
Invece chi segue satana è un ribelle, un comportamento commesso anche con i sorrisi ma si nasconde una ribellione al Vangelo e all’insegnamento della Chiesa. È la sua inquietudine a dire che non è sincero. Si traveste da pecora mentre sotto è un lupo. È la sua mascherata ricerca di sostituirsi a Gesù a dirci che è un falso. Ma come scoprire tutto questo? Ritorniamo al discorso dell’inizio.
La regola che vi indico per conoscere l’autenticità di un fenomeno soprannaturale, è semplice: se il fenomeno viene da satana c’è concordia, tutti approvano e il parroco è contento perché non viene disturbato dalle cattive tentazioni. Dove agisce la Madonna c’è lo scatenamento di satana, crea confusione e persecuzioni verso il veggente e le sue opere, se ci sono messaggi ispira il parroco e spesso il Vescovo a non accettarli perché falsi.
Casi come questi ne succedono molti, uno degli ultimi è Medjugorje. Tutti sono contrari.
Cosa deve fare oltre la Madonna per accreditare l’apparizione a Medjugorje?
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi pregherò con la preghiera del Magnificat e mi soffermerò soprattutto, a meditare la frase “ha guardato l’umiltà della sua serva”.
Pensiero
L’umiltà è come la catena del Rosario: se la catena si rompe, i granelli se ne vanno. Se cessa l’umiltà, tutte le virtù spariscono. (Don E. Poppe)
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Per ben due volte Gesù ripete questa frase: “Dai loro frutti li riconoscerete”. Sembra scontato come insegnamento, intanto viene dimenticato sistematicamente un po’ da tutti. È una regola semplice e allo stesso tempo efficace, ma capisco che anche nella verifica delle opere di quanti si dichiarano veggenti, c’è grande confusione.
I loro inganni vengono scambiati per virtù, ogni loro azione come l’opera dello Spirito di Dio.
È un bel rompicapo questo dilemma per molti credenti, si sentono spinti a seguire ogni annuncio di apparizione, anche se alcuni rimangono angosciati sulla veridicità del fenomeno. La presenza di innumerevoli fedeli è una credenziale importante, molti corrono quando sentono che è già frequentato dai credenti, come se tutti fossero già stati resi autentici da altri.
La confusione sulle presunte apparizioni causa molta dispersione e allontanamento.
Oggi i falsi profeti si aggirano un po’ ovunque per ricevere attestati di approvazione dai Sacerdoti, molto spesso anch’essi confusi sulla verità di un fenomeno. Se un Sacerdote per sbaglio segue un fenomeno falso, si tira dietro moltissimi fedeli. Succede di meno il contrario, quando un Sacerdote segue un fenomeno vero e dietro vanno pochi fedeli.
Oppure quando un luogo di apparizione falso ha l’approvazione del Vescovo locale e un’apparizione vera è lottata spietatamente dal Vescovo locale. Chi è il burattinaio che ispira buoni pensieri verso un fenomeno falso voluto da lui, mentre martella un povero Vescovo per distruggere un’apparizione autentica? È satana.
Basta vedere cosa ha fatto contro gli ultimi tre grandi luoghi di apparizioni della Madonna: Lourdes, Fatima e Medjugorje.
Lo stesso succede verso quei Sacerdoti mariani seriamente impegnati nel diffondere la vera dottrina cattolica. Sono tutti colpiti in ogni modo, quello che sta meglio viene colpito periodicamente con torture morali e persecuzioni indicibili. Sto parlando di chi sta meglio, pensate un po’ chi sta peggio…
Questa è la risposta di satana, egli vuole fermare, ridicolizzare, emarginare, infangare con ogni falsità, tutti i Sacerdoti che gli strappano anime e le conducono nel Cuore della Madonna.
E i laici che diventano veggenti? “Dai loro frutti li riconoscerete”. Non potete sbagliarvi nel valutare i presunti veggenti, dalle loro parole e dalle loro opere riconoscete se sono di Gesù o di satana. Chi sta con Gesù ama, perdona, non cerca visibilità, nasconde i doni di Dio, non cerca denaro per uso personale, non inventa alcuna nuova dottrina, ma rimane umile e obbediente al Magistero della Chiesa.
Invece chi segue satana è un ribelle, un comportamento commesso anche con i sorrisi ma si nasconde una ribellione al Vangelo e all’insegnamento della Chiesa. È la sua inquietudine a dire che non è sincero. Si traveste da pecora mentre sotto è un lupo. È la sua mascherata ricerca di sostituirsi a Gesù a dirci che è un falso. Ma come scoprire tutto questo? Ritorniamo al discorso dell’inizio.
La regola che vi indico per conoscere l’autenticità di un fenomeno soprannaturale, è semplice: se il fenomeno viene da satana c’è concordia, tutti approvano e il parroco è contento perché non viene disturbato dalle cattive tentazioni. Dove agisce la Madonna c’è lo scatenamento di satana, crea confusione e persecuzioni verso il veggente e le sue opere, se ci sono messaggi ispira il parroco e spesso il Vescovo a non accettarli perché falsi.
Casi come questi ne succedono molti, uno degli ultimi è Medjugorje. Tutti sono contrari.
Cosa deve fare oltre la Madonna per accreditare l’apparizione a Medjugorje?
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi pregherò con la preghiera del Magnificat e mi soffermerò soprattutto, a meditare la frase “ha guardato l’umiltà della sua serva”.
Pensiero
L’umiltà è come la catena del Rosario: se la catena si rompe, i granelli se ne vanno. Se cessa l’umiltà, tutte le virtù spariscono. (Don E. Poppe)
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martedì 21 giugno 2011
991 - Commento al Vangelo di oggi 21/6/2011
+ Dal Vangelo secondo Matteo (7,6.12-14)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Una Parola con tre insegnamenti precisi, anche se spesso molti hanno difficoltà a capire la vera identità dei loro interlocutori. Il dialogo in famiglia scorre con chiarezza, mentre nei luoghi di lavoro e in altri contesti non è facile arrivare a conoscere la sincerità degli interlocutori.
Dei tre insegnamenti, il primo è più complicato, Gesù ci comanda di non dare le perle ai porci. Egli non vuole offendere nessuno, usa queste categorie per distinguere i suoi insegnamenti (le perle) da quanti intenzionalmente invece vogliono distruggerli (anticlericali). Se la predicazione e l’annuncio della salvezza in Gesù Cristo, sono la missione dei testimoni della sua presenza, bisogna anche evitare di esporre il Vangelo al disonore. La missione di ogni cristiano deve assumere la caratteristica di fedeltà e di prudenza. Anche se prioritario, non è importante solamente l’annuncio della Parola, occorre anche verificare chi è l’interlocutore, perché se il suo cuore è chiuso ermeticamente a qualsiasi religiosità, è fiato sprecato rimanere a parlare.
Non è difficile capire quando l’interlocutore è spiritualmente impenetrabile.
Comprendo la sorpresa di qualcuno, penserà che il Vangelo è riservato solo agli eletti o che non è giusto parlare di Dio anche agli atei. Non possiamo modificare la Parola di Gesù, è Lui a dire di non dare le perle ai porci, ma c’è da fare una distinzione importante.
Ci sono atei disponibili al confronto e sinceramente pronti ad un’eventuale tocco della Grazia di Dio. Perché la conversione avviene quando la Grazia tocca la persona.
E ci sono invece atei ferocemente prevenuti contro Gesù, la Chiesa, la Madonna e ogni riferimento sacro. Dialogare con essi è inutile, diventano più accaniti e scontrosi, si irrigidiscono contro Gesù e in cuor loro Lo bestemmiano.
Esporre gli insegnamenti del Vangelo a persone che lo odiano, significa deprezzarlo, disonorare la Parola di Dio dinanzi a quanti Lo oltraggiano anche con i soli pensieri. Sono i nemici accaniti di Gesù, schierati in trincea come in una guerra contro Dio. La loro vita scorre tra odio e progetti malefici contro Dio e la sua Chiesa.
Sembra assurdo un comportamento del genere, invece sono molti gli inferociti nemici di Dio. Certo, molti sono astuti e non manifestano mai l’odio e la bestemmia contro Dio, tutti però manifestano occhi spenti, di ghiaccio, freddi. Occhi calcolatori, che manifestano una contorta mente. Considerando il loro stato negativo, è bene evitare qualsiasi discorso su Gesù. Si dovrà rimanere in silenzio sempre? No, innanzitutto si comincia a pregare per loro e si attende il momento favorevole, magari in un loro momento di difficoltà o di sofferenza. Gesù conosce perfettamente tutti i cuori, Lui ci fa comprendere quando è il momento di parlare, dobbiamo però chiederglielo nella preghiera, magari davanti l’Eucaristia. Chiediamo di aprire i cuori induriti, di fare ascoltare chi è sordo e tale vuole rimanere, di illuminare le coscienze oscurate dall’orgoglio e dall’egoismo.
Mentre il secondo insegnamento ci invita a corrispondere agli altri quello che desideriamo noi. “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. Quanto chiediamo per noi, dobbiamo donarlo agli altri, non possiamo pretendere diritti e dimenticare i doveri. Se chiediamo amore, rispetto, verità, dobbiamo donare lo stesso e anche più. Poi, Gesù ci indica che la porta del Paradiso è molto stretta, si richiede una riduzione di quei vizi che rendono la persona “abbondante”. Attraversare questa porta non è affatto scontato, occorrono le condizioni spirituali. Occorre innanzitutto il desiderio della salvezza, e non è la celebrazione o la partecipazione alla Santa Messa a garantire rettamente questo desiderio.
Si tratta di trovare la strada della vera vita, della corrispondenza alla Grazia di Dio, di vivere le promesse battesimali. La nostra vita cristiana deve seguire le orme del Maestro, diventa indispensabile conoscere bene la Persona di Gesù, perché è Lui la Porta su cui entrare, e la Via è il Vangelo.
Oggi circola anche una falsa dottrina protestante che si è affermata in molti cuori e in molte parrocchie. Il pensiero che ha invaso mente e cuore di moltissimi è la convinzione del Paradiso aperto a tutti, non occorre alcuna opera buona per salvarsi, ignorando la rivelazione di Gesù e la lunga storia del Cristianesimo. Chi afferma questo non è in buonafede, manipola il Vangelo e non lo serve. Se fosse vero questo, non servirebbe a nulla l’osservanza dei Comandamenti e delle Beatitudini, sarebbero superflui i Sacramenti, a nulla varrebbero le preghiere e le buone opere. L’uomo senza Dio si illude di manipolare il Vangelo, proclamando una salvezza indipendentemente dalla Fede e dalle buone opere, ma Gesù lo ha detto chiaramente, la sua Verità è inequivocabile. Chi si mette fuori dal Vangelo non può salvarsi, non cammina nella Verità.
È vero che Gesù richiede un impegno, ma ci dona abbondante Grazia per raggiungere la meta. Se troviamo impegnativo il cammino, c’è la Madonna ad aiutarci e a sostenere la nostra vita spirituale. Rivolgiamoci a Lei ogni giorno, consacriamoci al suo Cuore Immacolato, recitiamo il Rosario, potentissima arma che vince e ci ottiene Grazie. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi pregherò con la preghiera del Magnificat e mi soffermerò soprattutto, a meditare la frase “ha guardato l’umiltà della sua serva”.
Pensiero
L’umiltà è come la catena del Rosario: se la catena si rompe, i granelli se ne vanno. Se cessa l’umiltà, tutte le virtù spariscono. (Don E. Poppe)
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Una Parola con tre insegnamenti precisi, anche se spesso molti hanno difficoltà a capire la vera identità dei loro interlocutori. Il dialogo in famiglia scorre con chiarezza, mentre nei luoghi di lavoro e in altri contesti non è facile arrivare a conoscere la sincerità degli interlocutori.
Dei tre insegnamenti, il primo è più complicato, Gesù ci comanda di non dare le perle ai porci. Egli non vuole offendere nessuno, usa queste categorie per distinguere i suoi insegnamenti (le perle) da quanti intenzionalmente invece vogliono distruggerli (anticlericali). Se la predicazione e l’annuncio della salvezza in Gesù Cristo, sono la missione dei testimoni della sua presenza, bisogna anche evitare di esporre il Vangelo al disonore. La missione di ogni cristiano deve assumere la caratteristica di fedeltà e di prudenza. Anche se prioritario, non è importante solamente l’annuncio della Parola, occorre anche verificare chi è l’interlocutore, perché se il suo cuore è chiuso ermeticamente a qualsiasi religiosità, è fiato sprecato rimanere a parlare.
Non è difficile capire quando l’interlocutore è spiritualmente impenetrabile.
Comprendo la sorpresa di qualcuno, penserà che il Vangelo è riservato solo agli eletti o che non è giusto parlare di Dio anche agli atei. Non possiamo modificare la Parola di Gesù, è Lui a dire di non dare le perle ai porci, ma c’è da fare una distinzione importante.
Ci sono atei disponibili al confronto e sinceramente pronti ad un’eventuale tocco della Grazia di Dio. Perché la conversione avviene quando la Grazia tocca la persona.
E ci sono invece atei ferocemente prevenuti contro Gesù, la Chiesa, la Madonna e ogni riferimento sacro. Dialogare con essi è inutile, diventano più accaniti e scontrosi, si irrigidiscono contro Gesù e in cuor loro Lo bestemmiano.
Esporre gli insegnamenti del Vangelo a persone che lo odiano, significa deprezzarlo, disonorare la Parola di Dio dinanzi a quanti Lo oltraggiano anche con i soli pensieri. Sono i nemici accaniti di Gesù, schierati in trincea come in una guerra contro Dio. La loro vita scorre tra odio e progetti malefici contro Dio e la sua Chiesa.
Sembra assurdo un comportamento del genere, invece sono molti gli inferociti nemici di Dio. Certo, molti sono astuti e non manifestano mai l’odio e la bestemmia contro Dio, tutti però manifestano occhi spenti, di ghiaccio, freddi. Occhi calcolatori, che manifestano una contorta mente. Considerando il loro stato negativo, è bene evitare qualsiasi discorso su Gesù. Si dovrà rimanere in silenzio sempre? No, innanzitutto si comincia a pregare per loro e si attende il momento favorevole, magari in un loro momento di difficoltà o di sofferenza. Gesù conosce perfettamente tutti i cuori, Lui ci fa comprendere quando è il momento di parlare, dobbiamo però chiederglielo nella preghiera, magari davanti l’Eucaristia. Chiediamo di aprire i cuori induriti, di fare ascoltare chi è sordo e tale vuole rimanere, di illuminare le coscienze oscurate dall’orgoglio e dall’egoismo.
Mentre il secondo insegnamento ci invita a corrispondere agli altri quello che desideriamo noi. “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. Quanto chiediamo per noi, dobbiamo donarlo agli altri, non possiamo pretendere diritti e dimenticare i doveri. Se chiediamo amore, rispetto, verità, dobbiamo donare lo stesso e anche più. Poi, Gesù ci indica che la porta del Paradiso è molto stretta, si richiede una riduzione di quei vizi che rendono la persona “abbondante”. Attraversare questa porta non è affatto scontato, occorrono le condizioni spirituali. Occorre innanzitutto il desiderio della salvezza, e non è la celebrazione o la partecipazione alla Santa Messa a garantire rettamente questo desiderio.
Si tratta di trovare la strada della vera vita, della corrispondenza alla Grazia di Dio, di vivere le promesse battesimali. La nostra vita cristiana deve seguire le orme del Maestro, diventa indispensabile conoscere bene la Persona di Gesù, perché è Lui la Porta su cui entrare, e la Via è il Vangelo.
Oggi circola anche una falsa dottrina protestante che si è affermata in molti cuori e in molte parrocchie. Il pensiero che ha invaso mente e cuore di moltissimi è la convinzione del Paradiso aperto a tutti, non occorre alcuna opera buona per salvarsi, ignorando la rivelazione di Gesù e la lunga storia del Cristianesimo. Chi afferma questo non è in buonafede, manipola il Vangelo e non lo serve. Se fosse vero questo, non servirebbe a nulla l’osservanza dei Comandamenti e delle Beatitudini, sarebbero superflui i Sacramenti, a nulla varrebbero le preghiere e le buone opere. L’uomo senza Dio si illude di manipolare il Vangelo, proclamando una salvezza indipendentemente dalla Fede e dalle buone opere, ma Gesù lo ha detto chiaramente, la sua Verità è inequivocabile. Chi si mette fuori dal Vangelo non può salvarsi, non cammina nella Verità.
È vero che Gesù richiede un impegno, ma ci dona abbondante Grazia per raggiungere la meta. Se troviamo impegnativo il cammino, c’è la Madonna ad aiutarci e a sostenere la nostra vita spirituale. Rivolgiamoci a Lei ogni giorno, consacriamoci al suo Cuore Immacolato, recitiamo il Rosario, potentissima arma che vince e ci ottiene Grazie. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi pregherò con la preghiera del Magnificat e mi soffermerò soprattutto, a meditare la frase “ha guardato l’umiltà della sua serva”.
Pensiero
L’umiltà è come la catena del Rosario: se la catena si rompe, i granelli se ne vanno. Se cessa l’umiltà, tutte le virtù spariscono. (Don E. Poppe)
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lunedì 20 giugno 2011
990 - Vita di Gesù (paragrafi 150 - 154)
§ 150. Le testimonianze storiche ci hanno già detto che dei Sinottici è cronologicamente primo lo scritto semitico di Matteo, corrispondente sostanzialmente al nostro Matteo greco, e che il secondo è Marco e il terzo Luca. Ma vedemmo anche che questi tre scritti hanno una preistoria, rappresentata da quel venticinquennio circa in cui dominava la catechesi orale, e che di quella catechesi i tre scritti sono sotto diversi aspetti uno specchio (§ 110). Rilevammo anche che l'ultimo dei Sinottici ha trovato prima di sé molti altri scritti sullo stesso argomento, dei quali anch'esso si è servito, pur volendo aggiungere alcunche al contenuto di quelli (§ 140): c'erano infatti tuttora altre notizie extravagantes, giacché qualche decennio dopo che erano apparsi i tre Sinottici e i molti scritti anonimi, fu composto il vangelo di Giovanni, che dà moltissime informazioni nuove. Ora da questo mare, per noi cosi poco esplorato, come mai è avvenuto che i tre Sinottici abbiano estratto quasi sempre le me desime perle, e non altre, allineandole per di più in una serie quasi sempre uguale? Jn altre parole, donde la concordia dei tre scritti? Presso i Semiti aveva parte principalissima nell'insegnamento, specialmente religioso, la memoria, alla quale unicamente restò affidato per molto tempo un ampio materiale didattico che solo più tardi fu messo in iscritto: fra molti esempi che si potrebbero recare, basti qui ricordarne uno non ebraico, ma classico nel campo semitico e posteriore all'epoca dei vangeli, cioè il Corano; il quale non fu messo in scritto da Maometto, ma restò per circa una generazione affidato unicamente alla memoria dei suoi discepoli, pur conservandosi con fedeltà verbale. Si è quindi pensato che qualcosa di simile sia avvenuto per i Sinottici: essi dipenderebbero tutti e tre da un corpo d'insegnamenti orali fissati alla lettera, ossia dalla catechesi apostolica, che sarebbe stata messa in iscritto più o meno ampiamente da ognuno di essi sempre con fedeltà verbale, in maniera analoga a quanto avvenne per il Talmud (§§ 87, 106). Senonché, pur essendo innegabile l'importanza della memoria sia presso i Semiti in genere sia nella primitiva catechesi cristiana, la suddetta spiegazione appare troppo elementare e meccanica. Secondo essa bisognerebbe supporre - si permetta il ricorso ad un paragone moderno - un'ampia serie di immateriali dischi fonogralici corrispondenti ciascuno a un tratto speciale della catechesi, e che sarebbero stati fatti funzionare di volta in volta sempre con precisione meccanica. E chi avrebbe preparato questa impalpabile discoteca? Certamente il collegio degli Apostoli. E in quale lingua? Certamente in aramaico, allora corrente in Palestina. Ma è dimostrato tutto ciò?
§ 151. Checché sia della possibilità astratta, se ci volgiamo ai fatti concreti, cioè ai documenti, apprendiamo che una raccolta di tal genere fu bensì preparata dal collegio degli Apostoli, ma essa non consiste in una discoteca immateriale, bensì in una scrittura reale, cioè nello scritto di Matteo (§ 117). Questo documento ufficiale non assorbì certamente tutta la catechesi orale, la quale continuò a vivere con largo e fondamentale impiego della memoria; ma nessuna prova abbiamo per asserire che la catechesi orale avesse una forma cosi precisa verbalmente, cosi stereotipata, com'è la forma di una scrittura: anzi siamo indotti a pensare proprio il contrario da quelle libertà avvenute nella traduzione dal testo semitico di Matteo, e da quelle divergenze verbali dei vangeli greci, che già rilevammo (§§ 121-122). Se dunque i Sinottici sono concordi perché dipendono da una forma di catechesi fissata a parola, tale fissazione non deve essere stata orale bensi scritta. A questa conclusione conducono anche i rilievi letterari fatti confrontando il testo dei Sinottici (§ 146). Senza dubbio la primissima catechesi orale degli Apostoli fu in lingua aramaica: ma allora come mai almeno Marco e Luca, che hanno scritto originariamente in greco, tradurrebbero da quel fluttuante patrimonio verbale con tanta concordia di vocaboli, di espressioni, di costruzioni grammaticali, anche in cose minutissime? E come mai, al contrario, discordano inaspettatamente in cose di particolare importanza, quali le parole dell'Eucaristia e quelle della tavoletta di condanna apposta sulla croce di Gesù (§ 122)? Dunque, almeno questi due Sinottici presuppongono un testo scritto, da essi in parte impiegato e in parte abbandonato; e questo testo scritto, nuovamente, non può essere altro che quello di Matteo, nella sua originale interezza oppure in estratti e rifacimenti di vario genere.
§ 152. Messi al sicuro questi punti che risultano dagli antichi documenti, vediamo come essi possano inquadrarsi nelle altre notizie che la tradizione già ci ha dato riguardo all'origine di Marco e di Luca. Il testo semitico di Matteo circolava già con somma autorità, per la sua origine apostolica e per il suo carattere ufficiale, ma anche con una possibilità d'impiego diretto sempre più scarsa, man mano che la “buona novella” s'estendeva fra popolazioni che non intendevano lingue semitiche. Tuttavia quel testo poteva sempre essere impiegato da molti “evangelisti” orali che lo intendevano, e ad ogni modo sorsero ben presto quelle sue traduzioni totali o parziali a cui allude Papia (§ 119). Questo attaccamento alla composizione di Matteo appare naturalissimo a motivo del credito che la circondava: essa nel campo della “buona novella” scritta rappresentò quasi una praeoccupatio, che non poté esser trascurata dagli scrittori successivi. Prescindendo pertanto dai molti che scrissero prima di Luca, sui quali possiamo far solo congetture, sappiamo che Marco scrisse secondo la catechesi di Pietro, e Luca secondo quella di Paolo. Che valore ha questa doppia notizia antica in relazione con il documento semitico di Matteo? I due ultimi Sinottici hanno Gli studiosi moderni, in massima parte, rispondono negativamente. Coloro per cui il Matteo semitico equivale ai Logia di Papia ma non al Matteo greco, ritengono che Marco non ha conosciuto i Logia, mentre Luca li ha conosciuti; quanto alle relazioni fra Marco e Luca c’è un generico consenso nell'affermare che il primo è stato impiegato dal secondo. Ma chi giudica storicamente infondata una sostanziale differenza tra il Matteo semitico (ossia i Logia) e il Matteo greco, può ancora distinguere tra l'originale semitico e la sua traduzione greca, a cagione di quelle modificazioni operatevi dal traduttore alle quali già accennammo (§ 120 segg.); è infatti sempre possibile che, se l'originale semitico è stato in qualsiasi maniera impiegato da Marco e Luca, questi due alla loro volta siano stati impiegati dal nostro traduttore greco di quell'originale. Gli studiosi moderni hanno raccolto le prove più sottili e sfuggevoli per dimostrare le rispettive tesi. Con lavori pazientissimi, degni della piu' sincera ammirazione, essi hanno rilevato che, se Marco avesse conosciuto Matteo, non avrebbe sconvolto il “ccordinamento” caratteristico di lui, né tralasciato tali o tali narrazioni, o sentenze, o parole; cosi pure, se Luca avesse conosciuto Matteo, non avrebbe narrato con tante divergenze da costui la storia dell'infanzia, e quella della resurrezione, e la genealogia di Gesù, e le beatitudini, né avrebbe preferito la serie di fatti seguita da Marco: e tante altre sagacissime ragioni, ritrovate nel confronto dei testi.
§ 153. Ma, disgraziatamente, questi testi sono pochi, tre soltanto; noi invece sappiamo che anticamente essi erano molti, e ciò anche prima di Luca, ossia quando i nostri testi erano due soltanto (§ 140): anzi neppure due completamente, perché il nostro Matteo non rappresenta con assoluta fedeltà verbale il Matteo semitico. Ecco la grande lacuna di cui non bisogna dimenticarsi in questi confronti dei Sinottici, la lacuna dei molti che noi più non abbiamo. Se poi si ha presente che questi molti, come già congetturammo, dipendevano in gran parte dal Matteo semitico; che essi, pur essendo di varia ampiezza, potevano benissimo aver aggiunto talune notizie non contenute nel Matteo semitico; che, contemporaneamente a questa nuova “buona novella” scritta continuava a risonare l'antica orale degli “evangelisti” la quale riecheggiava sostanzialmente il contenuto di quella: si comprenderà bene quanto più complicato sia il problema delle dipendenze letterarie dei nostri Sinottici, e quanto le conclusioni tratte dai confronti dei testi odierni possano esser insufficienti per insufficienza degli stessi testi, ossia per la mancanza dei testi antichi.
§ 154. Riassumendo, si può tracciare la seguente genealogia dei nostri Sinottici, la quale tiene conto dei dati di fatto messi in luce dalle investigazioni letterarie moderne, mentre non perde di vista le attestazioni precise dell'antichità. Primo di tutti fu il Matteo semitico, che conteneva sia discorsi sia fatti di Gesu'; esso fu anche la sorgente principale, se non unica, dei molti fiumicelli e rigagnoli che scorrevano ai tempi di Luca. Marco fu indotto a scrivere in Roma, per il motivo e nelle circostanze che già sappiamo. Scrivendo, egli riprodusse la catechesi orale di Pietro; la quale non era però né remota né estranea allo scritto di Matteo, bensì costituiva gran parte del suo fondo. Perciò Marco, mettendo mano al suo lavoro, trovò che la sua impresa sarebbe stata, non solo agevolata, ma anche indirettamente garantita, se avesse preso come punto di riferimento lo scritto che in qualche modo poteva riportarsi a Pietro stesso, cioè il documento di Matteo. Ma sotto quale forma questo documento pervenne nelle mani di Marco? Nel suo testo originale intero, oppure in un estratto parziale? Oppure anche in una di quelle traduzioni di cui parla Papia? E se pervenne tradotto, qual era la sua indole e ampiezza? e quale la sua rassomiglianza all'odierno Matteo greco? Ecco altrettante domande a cui non siamo in grado di rispondere. Supposto però che questo documento non meglio definibile sia stato a disposizione di Marco, il suo lavoro personale si spiega agevolmente come una fusione delle due fonti, quella della sua memoria e quella del documento che aveva sott'occhi quando la stessa notizia veniva concordemente dalle due parti, egli seguiva genericamente il documento; quando c'era divergenza, egli metteva in iscritto la catechesi di Pietro conservata nella sua memoria. Questa spiegazione sembra dar ragione sia della concordia discors fra i due primi Sinottici, sia della costante attestazione dell'antichità secondo cui Marco è “interprete” di Pietro. Il caso di Luca è piu' complicato, non solo perché prima di lui esistevano Matteo, Marco e i molti da lui investigati diligentemente, ma anche perché egli riecheggia la catechesi di Paolo: quindi le sue dipendenze si moltiplicano, e per noi d'oggi si perdono in una nebbia d'ignoranza. Si è Luca servito del Matteo semitico? Si dice che l'esame dei testi odierni non possa dimostrarlo con certezza; ma senza volersi addentrare in tale questione, Luca per lo meno deve essersi servito di qualche documento che era come un largo estratto del Matteo semitico, forse anche tradotto in greco, e che entrava certamente nel numero dei molti: le numerosissime identità o analogie fra i nostri Luca e Matteo non lasciano alcun dubbio su questo punto. E anche generalmente ammesso, come già vedemmo, che Luca si sia servito di Marco, specialmente nell'ordinamento cronologico dei fatti. Se quindi si accetta l'ipotesi di un'origine romana del vangelo di Luca, possiamo concludere che egli si servisse di Marco come di trama generica per il proprio scritto; ma su questa trama egli lavorò lungamente e l'ampliò fino a raddoppiarla, con l'aggiungervi quei moltissimi fili ch'era andato raccogliendo diligentemente sia dai molti scritti precedenti, sia dalla tradizione orale e specialmente dal suo maestro Paolo. Terzo per forma, non per contenuto, viene il nostro Matteo greco, che è una versione sostanzialmente identica al Matteo semitico: ma la sua forma letteraria greca risente di Marco e di Luca, per le ragioni e nella misura già viste. In quella genealogia dei Sinottici, la loro concordia è data dal fondo comune a tutti e tre, che è o direttamente o indirettamente lo scritto originale di Matteo, cioè la catechesi degli Apostoli e specialmente di Pietro; la loro concordia diventa discors, quando i singoli autori secondo le mire personali o abbreviano, o spostano, oppure anche aggiungono altri elementi, i quali in massima parte provengono egualmente dalla catechesi apostolica, sebbene per altre vie.
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§ 151. Checché sia della possibilità astratta, se ci volgiamo ai fatti concreti, cioè ai documenti, apprendiamo che una raccolta di tal genere fu bensì preparata dal collegio degli Apostoli, ma essa non consiste in una discoteca immateriale, bensì in una scrittura reale, cioè nello scritto di Matteo (§ 117). Questo documento ufficiale non assorbì certamente tutta la catechesi orale, la quale continuò a vivere con largo e fondamentale impiego della memoria; ma nessuna prova abbiamo per asserire che la catechesi orale avesse una forma cosi precisa verbalmente, cosi stereotipata, com'è la forma di una scrittura: anzi siamo indotti a pensare proprio il contrario da quelle libertà avvenute nella traduzione dal testo semitico di Matteo, e da quelle divergenze verbali dei vangeli greci, che già rilevammo (§§ 121-122). Se dunque i Sinottici sono concordi perché dipendono da una forma di catechesi fissata a parola, tale fissazione non deve essere stata orale bensi scritta. A questa conclusione conducono anche i rilievi letterari fatti confrontando il testo dei Sinottici (§ 146). Senza dubbio la primissima catechesi orale degli Apostoli fu in lingua aramaica: ma allora come mai almeno Marco e Luca, che hanno scritto originariamente in greco, tradurrebbero da quel fluttuante patrimonio verbale con tanta concordia di vocaboli, di espressioni, di costruzioni grammaticali, anche in cose minutissime? E come mai, al contrario, discordano inaspettatamente in cose di particolare importanza, quali le parole dell'Eucaristia e quelle della tavoletta di condanna apposta sulla croce di Gesù (§ 122)? Dunque, almeno questi due Sinottici presuppongono un testo scritto, da essi in parte impiegato e in parte abbandonato; e questo testo scritto, nuovamente, non può essere altro che quello di Matteo, nella sua originale interezza oppure in estratti e rifacimenti di vario genere.
§ 152. Messi al sicuro questi punti che risultano dagli antichi documenti, vediamo come essi possano inquadrarsi nelle altre notizie che la tradizione già ci ha dato riguardo all'origine di Marco e di Luca. Il testo semitico di Matteo circolava già con somma autorità, per la sua origine apostolica e per il suo carattere ufficiale, ma anche con una possibilità d'impiego diretto sempre più scarsa, man mano che la “buona novella” s'estendeva fra popolazioni che non intendevano lingue semitiche. Tuttavia quel testo poteva sempre essere impiegato da molti “evangelisti” orali che lo intendevano, e ad ogni modo sorsero ben presto quelle sue traduzioni totali o parziali a cui allude Papia (§ 119). Questo attaccamento alla composizione di Matteo appare naturalissimo a motivo del credito che la circondava: essa nel campo della “buona novella” scritta rappresentò quasi una praeoccupatio, che non poté esser trascurata dagli scrittori successivi. Prescindendo pertanto dai molti che scrissero prima di Luca, sui quali possiamo far solo congetture, sappiamo che Marco scrisse secondo la catechesi di Pietro, e Luca secondo quella di Paolo. Che valore ha questa doppia notizia antica in relazione con il documento semitico di Matteo? I due ultimi Sinottici hanno Gli studiosi moderni, in massima parte, rispondono negativamente. Coloro per cui il Matteo semitico equivale ai Logia di Papia ma non al Matteo greco, ritengono che Marco non ha conosciuto i Logia, mentre Luca li ha conosciuti; quanto alle relazioni fra Marco e Luca c’è un generico consenso nell'affermare che il primo è stato impiegato dal secondo. Ma chi giudica storicamente infondata una sostanziale differenza tra il Matteo semitico (ossia i Logia) e il Matteo greco, può ancora distinguere tra l'originale semitico e la sua traduzione greca, a cagione di quelle modificazioni operatevi dal traduttore alle quali già accennammo (§ 120 segg.); è infatti sempre possibile che, se l'originale semitico è stato in qualsiasi maniera impiegato da Marco e Luca, questi due alla loro volta siano stati impiegati dal nostro traduttore greco di quell'originale. Gli studiosi moderni hanno raccolto le prove più sottili e sfuggevoli per dimostrare le rispettive tesi. Con lavori pazientissimi, degni della piu' sincera ammirazione, essi hanno rilevato che, se Marco avesse conosciuto Matteo, non avrebbe sconvolto il “ccordinamento” caratteristico di lui, né tralasciato tali o tali narrazioni, o sentenze, o parole; cosi pure, se Luca avesse conosciuto Matteo, non avrebbe narrato con tante divergenze da costui la storia dell'infanzia, e quella della resurrezione, e la genealogia di Gesù, e le beatitudini, né avrebbe preferito la serie di fatti seguita da Marco: e tante altre sagacissime ragioni, ritrovate nel confronto dei testi.
§ 153. Ma, disgraziatamente, questi testi sono pochi, tre soltanto; noi invece sappiamo che anticamente essi erano molti, e ciò anche prima di Luca, ossia quando i nostri testi erano due soltanto (§ 140): anzi neppure due completamente, perché il nostro Matteo non rappresenta con assoluta fedeltà verbale il Matteo semitico. Ecco la grande lacuna di cui non bisogna dimenticarsi in questi confronti dei Sinottici, la lacuna dei molti che noi più non abbiamo. Se poi si ha presente che questi molti, come già congetturammo, dipendevano in gran parte dal Matteo semitico; che essi, pur essendo di varia ampiezza, potevano benissimo aver aggiunto talune notizie non contenute nel Matteo semitico; che, contemporaneamente a questa nuova “buona novella” scritta continuava a risonare l'antica
§ 154. Riassumendo, si può tracciare la seguente genealogia dei nostri Sinottici, la quale tiene conto dei dati di fatto messi in luce dalle investigazioni letterarie moderne, mentre non perde di vista le attestazioni precise dell'antichità. Primo di tutti fu il Matteo semitico, che conteneva sia discorsi sia fatti di Gesu'; esso fu anche la sorgente principale, se non unica, dei molti fiumicelli e rigagnoli che scorrevano ai tempi di Luca. Marco fu indotto a scrivere in Roma, per il motivo e nelle circostanze che già sappiamo. Scrivendo, egli riprodusse la catechesi orale di Pietro; la quale non era però né remota né estranea allo scritto di Matteo, bensì costituiva gran parte del suo fondo. Perciò Marco, mettendo mano al suo lavoro, trovò che la sua impresa sarebbe stata, non solo agevolata, ma anche indirettamente garantita, se avesse preso come punto di riferimento lo scritto che in qualche modo poteva riportarsi a Pietro stesso, cioè il documento di Matteo. Ma sotto quale forma questo documento pervenne nelle mani di Marco? Nel suo testo originale intero, oppure in un estratto parziale? Oppure anche in una di quelle traduzioni di cui parla Papia? E se pervenne tradotto, qual era la sua indole e ampiezza? e quale la sua rassomiglianza all'odierno Matteo greco? Ecco altrettante domande a cui non siamo in grado di rispondere. Supposto però che questo documento non meglio definibile sia stato a disposizione di Marco, il suo lavoro personale si spiega agevolmente come una fusione delle due fonti, quella della sua memoria e quella del documento che aveva sott'occhi quando la stessa notizia veniva concordemente dalle due parti, egli seguiva genericamente il documento; quando c'era divergenza, egli metteva in iscritto la catechesi di Pietro conservata nella sua memoria. Questa spiegazione sembra dar ragione sia della concordia discors fra i due primi Sinottici, sia della costante attestazione dell'antichità secondo cui Marco è “interprete” di Pietro. Il caso di Luca è piu' complicato, non solo perché prima di lui esistevano Matteo, Marco e i molti da lui investigati diligentemente, ma anche perché egli riecheggia la catechesi di Paolo: quindi le sue dipendenze si moltiplicano, e per noi d'oggi si perdono in una nebbia d'ignoranza. Si è Luca servito del Matteo semitico? Si dice che l'esame dei testi odierni non possa dimostrarlo con certezza; ma senza volersi addentrare in tale questione, Luca per lo meno deve essersi servito di qualche documento che era come un largo estratto del Matteo semitico, forse anche tradotto in greco, e che entrava certamente nel numero dei molti: le numerosissime identità o analogie fra i nostri Luca e Matteo non lasciano alcun dubbio su questo punto. E anche generalmente ammesso, come già vedemmo, che Luca si sia servito di Marco, specialmente nell'ordinamento cronologico dei fatti. Se quindi si accetta l'ipotesi di un'origine romana del vangelo di Luca, possiamo concludere che egli si servisse di Marco come di trama generica per il proprio scritto; ma su questa trama egli lavorò lungamente e l'ampliò fino a raddoppiarla, con l'aggiungervi quei moltissimi fili ch'era andato raccogliendo diligentemente sia dai molti scritti precedenti, sia dalla tradizione orale e specialmente dal suo maestro Paolo. Terzo per forma, non per contenuto, viene il nostro Matteo greco, che è una versione sostanzialmente identica al Matteo semitico: ma la sua forma letteraria greca risente di Marco e di Luca, per le ragioni e nella misura già viste. In quella genealogia dei Sinottici, la loro concordia è data dal fondo comune a tutti e tre, che è o direttamente o indirettamente lo scritto originale di Matteo, cioè la catechesi degli Apostoli e specialmente di Pietro; la loro concordia diventa discors, quando i singoli autori secondo le mire personali o abbreviano, o spostano, oppure anche aggiungono altri elementi, i quali in massima parte provengono egualmente dalla catechesi apostolica, sebbene per altre vie.
989 - Commento al Vangelo di oggi 20/6/2011
+ Dal Vangelo secondo Matteo (7,1-5)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il giudizio è uno dei peccati più frequentati dai credenti, una costante dovuta alla fragilità di accompagnare ai fatti constatati, anche le qualità morali. Vedere uno che si droga in strada e raccontarlo ad altri non è un giudizio, perché è un fatto provato. Se si accompagna una valutazione all’operato di una persona, è un giudizio sulle sue qualità, si esprime un giudizio senza conoscere l’intenzione e lo svolgimento di un fatto.
Invece indicare una persona come drogata senza avere alcuna prova, è un giudizio temerario, grave, quasi sempre corrisponde al peccato mortale. Tutti i giudizi espressi senza alcuna prova morale, sono gravi, danneggiano la reputazione di una persona.
È una lotta giornaliera contro quei pensieri che arrivano alla mente per esprimere un giudizio sull’operato di uno, o su un altro che valutiamo anche senza conoscerlo. Applicare una valutazione è sempre un giudizio. Se ne parli bene senza ruffianeria, non è mai un errore, il problema si pone quando si passa a giudicare o valutare ciò che non si conosce perfettamente.
L’errore commesso da una persona non significa che è sicuramente disonesta o intende truffare gli altri, sono valutazioni insensate, superflue, espresse senza alcuna prova provata.
Occorre sospendere qualsiasi giudizio sulle persone e pensare sempre bene di tutti.
È la debolezza umana a volere esprimere giudizi sugli altri, una natura non mortificata, ancora incapace di elevarsi verso l’alto con l’aiuto dello Spirito di Dio. Dove c’è una buona spiritualità si riesce a superare questo comportamento fondato sull’opinione, manifestato senza alcuna certezza e pronunciato senza riflettere attentamente.
Il cammino spirituale eleva la natura ancora corrotta, rende la persona forte nelle avversità e nelle circostanze in cui si parla senza il controllo delle parole. I Sacramenti e la preghiera del Rosario sono i mezzi migliori per raddrizzare l’inclinazione al male.
Senza la Grazia di Dio e una spiritualità immatura, si guarda sempre la pagliuzza nell’occhio altrui e non si riesce a vedere la propria trave. È la trave ad impedire di vedere bene. La pagliuzza degli altri si scambia per una trave, mentre la propria trave si considera una pagliuzza.
La maturità spirituale ci conduce ad evitare giudizi e a conoscere bene chi siamo.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi pregherò con la preghiera del Magnificat e mi soffermerò soprattutto, a meditare la frase “ha guardato l’umiltà della sua Serva”.
Pensiero
L’umiltà è come la catena del Rosario: se la catena si rompe, i granelli se ne vanno. Se cessa l’umiltà, tutte le virtù spariscono. (Don E. Poppe)
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il giudizio è uno dei peccati più frequentati dai credenti, una costante dovuta alla fragilità di accompagnare ai fatti constatati, anche le qualità morali. Vedere uno che si droga in strada e raccontarlo ad altri non è un giudizio, perché è un fatto provato. Se si accompagna una valutazione all’operato di una persona, è un giudizio sulle sue qualità, si esprime un giudizio senza conoscere l’intenzione e lo svolgimento di un fatto.
Invece indicare una persona come drogata senza avere alcuna prova, è un giudizio temerario, grave, quasi sempre corrisponde al peccato mortale. Tutti i giudizi espressi senza alcuna prova morale, sono gravi, danneggiano la reputazione di una persona.
È una lotta giornaliera contro quei pensieri che arrivano alla mente per esprimere un giudizio sull’operato di uno, o su un altro che valutiamo anche senza conoscerlo. Applicare una valutazione è sempre un giudizio. Se ne parli bene senza ruffianeria, non è mai un errore, il problema si pone quando si passa a giudicare o valutare ciò che non si conosce perfettamente.
L’errore commesso da una persona non significa che è sicuramente disonesta o intende truffare gli altri, sono valutazioni insensate, superflue, espresse senza alcuna prova provata.
Occorre sospendere qualsiasi giudizio sulle persone e pensare sempre bene di tutti.
È la debolezza umana a volere esprimere giudizi sugli altri, una natura non mortificata, ancora incapace di elevarsi verso l’alto con l’aiuto dello Spirito di Dio. Dove c’è una buona spiritualità si riesce a superare questo comportamento fondato sull’opinione, manifestato senza alcuna certezza e pronunciato senza riflettere attentamente.
Il cammino spirituale eleva la natura ancora corrotta, rende la persona forte nelle avversità e nelle circostanze in cui si parla senza il controllo delle parole. I Sacramenti e la preghiera del Rosario sono i mezzi migliori per raddrizzare l’inclinazione al male.
Senza la Grazia di Dio e una spiritualità immatura, si guarda sempre la pagliuzza nell’occhio altrui e non si riesce a vedere la propria trave. È la trave ad impedire di vedere bene. La pagliuzza degli altri si scambia per una trave, mentre la propria trave si considera una pagliuzza.
La maturità spirituale ci conduce ad evitare giudizi e a conoscere bene chi siamo.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi pregherò con la preghiera del Magnificat e mi soffermerò soprattutto, a meditare la frase “ha guardato l’umiltà della sua Serva”.
Pensiero
L’umiltà è come la catena del Rosario: se la catena si rompe, i granelli se ne vanno. Se cessa l’umiltà, tutte le virtù spariscono. (Don E. Poppe)
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domenica 19 giugno 2011
988 - Commento al Vangelo di oggi 19/6/2011
+ Dal Vangelo secondo Giovanni (3,16-18) In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il mistero della Trinità è la rivelazione centrale della vita della Chiesa. Il punto di partenza di ogni verità rivelata è la Trinità, non si può mai prescindere dall’unico Dio in tre Persone Divine. E pur essendo tre, hanno lo stesso Amore, una sola volontà, una sola misericordia e giustizia.
Tutta l’azione vitale della Chiesa inizia e culmina nella Trinità, in ogni preghiera si recita il Gloria al Padre, soprattutto nella Santa Messa si inizia con il segno della Trinità e al termine il Sacerdote dà la benedizione nel nome della Trinità.
Ogni credente ha ricevuto dopo pochi giorni la nascita, il Battesimo nel nome della Trinità: “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. È accompagnato nella Prima Comunione e poi nella Cresima, sempre dalla tre Persone Divine.
Anche se ogni singola Persona ha una sua peculiarità nell’azione ad extra, all’esterno dell’ineffabile mistero trinitario, le tre Persone sono sempre presenti anche quando si prega una sola Persona. È impossibile che pregando Gesù non si dia gloria anche al Padre e al Loro Spirito. Anche se il cuore spinge spesso a rivolgere le preghiere solo a Gesù, noi preghiamo contemporaneamente l’intera Trinità.
L’azione ad extra del Padre riguarda la creazione; quella del Figlio, il Verbo che si incarna in Gesù, la redenzione del genere umano; mentre allo Spirito viene indicato il ruolo di santificatore. È lo Spirito ad aiutare i credenti a trasformarsi in Gesù, e la Madonna è la Maestra di vita spirituale perché è ricolma di Spirito Santo, essendo la sua dilettissima Sposa.
Non ci sono religioni al mondo che adorano un Dio in tre Persone, rivelazione che Jahvè non poteva manifestare all’antico popolo di Israele per non confonderlo con le popolazione limitrofe che adoravano molti divinità, quindi tre Persone Divine si prestavano facilmente ad assimilarli agli altri.
Invece, Javhè o YHWH, Elohim, Adonai, Abba, indicava un solo Dio, manifestatosi con la liberazione del popolo eletto dalla schiavitù egiziana e poi condotto nella Terra promessa. Israele aveva conosciuto Dio come Salvatore, li aveva liberati con un’azione potente, da qui avevano compreso che Lui era l’Autore del creato.
La pedagogia di Dio è sempre molto attenta, non anticipa né ritarda di un millesimo la sua azione, solo con la presenza di Gesù è possibile conoscere le tre Persone Divine, perché una si manifesta, parla, insegna, compie miracoli impossibili.
La storia di Gesù rivela che Dio è comunione, non è solo, e non ha bisogno delle preghiere dell’uomo o di altro per sussistere. Dio esiste dall’eternità, è increato, immenso, onnipotente. È vero che ci si smarrisce quando si pensa al suo essere eterno, senza inizio, nessuno era presente prima di Lui, anche perché Lui c’è da sempre. Che mistero!
In molte circostanze Gesù rivela la Santissima Trinità, ne rileggiamo due: «Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una Voce dal cielo che disse: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”» (Mt 3,16-17).
“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19).
Ciò che emerge da questo insegnamento è una grande certezza: Dio è Amore.
Dio salva, aiuta, guarisce, libera dai mali, protegge nei pericoli, soprattutto, Dio crea. Tutti noi siamo stati creati, non dimentichiamolo mai. La vera comunione con la Trinità si instaura quando cominciamo a vivere come suoi figli, creature create da Lui, cuori pieni di riconoscenza e di adorazione verso l’Amore eterno, che si incarna per rivelare i segreti di Dio.
Mi piace molto questa espressione di Sant’Agostino nel suo “De Trinitate”: “Il Padre è donazione infinita senza riserve, il Figlio è accoglienza attiva, lo Spirito è perfetta unità di colui che dona e di colui che accoglie. Sono tre: l'Amante, l'Amato, l'Amore”.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il mistero della Trinità è la rivelazione centrale della vita della Chiesa. Il punto di partenza di ogni verità rivelata è la Trinità, non si può mai prescindere dall’unico Dio in tre Persone Divine. E pur essendo tre, hanno lo stesso Amore, una sola volontà, una sola misericordia e giustizia.
Tutta l’azione vitale della Chiesa inizia e culmina nella Trinità, in ogni preghiera si recita il Gloria al Padre, soprattutto nella Santa Messa si inizia con il segno della Trinità e al termine il Sacerdote dà la benedizione nel nome della Trinità.
Ogni credente ha ricevuto dopo pochi giorni la nascita, il Battesimo nel nome della Trinità: “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. È accompagnato nella Prima Comunione e poi nella Cresima, sempre dalla tre Persone Divine.
Anche se ogni singola Persona ha una sua peculiarità nell’azione ad extra, all’esterno dell’ineffabile mistero trinitario, le tre Persone sono sempre presenti anche quando si prega una sola Persona. È impossibile che pregando Gesù non si dia gloria anche al Padre e al Loro Spirito. Anche se il cuore spinge spesso a rivolgere le preghiere solo a Gesù, noi preghiamo contemporaneamente l’intera Trinità.
L’azione ad extra del Padre riguarda la creazione; quella del Figlio, il Verbo che si incarna in Gesù, la redenzione del genere umano; mentre allo Spirito viene indicato il ruolo di santificatore. È lo Spirito ad aiutare i credenti a trasformarsi in Gesù, e la Madonna è la Maestra di vita spirituale perché è ricolma di Spirito Santo, essendo la sua dilettissima Sposa.
Non ci sono religioni al mondo che adorano un Dio in tre Persone, rivelazione che Jahvè non poteva manifestare all’antico popolo di Israele per non confonderlo con le popolazione limitrofe che adoravano molti divinità, quindi tre Persone Divine si prestavano facilmente ad assimilarli agli altri.
Invece, Javhè o YHWH, Elohim, Adonai, Abba, indicava un solo Dio, manifestatosi con la liberazione del popolo eletto dalla schiavitù egiziana e poi condotto nella Terra promessa. Israele aveva conosciuto Dio come Salvatore, li aveva liberati con un’azione potente, da qui avevano compreso che Lui era l’Autore del creato.
La pedagogia di Dio è sempre molto attenta, non anticipa né ritarda di un millesimo la sua azione, solo con la presenza di Gesù è possibile conoscere le tre Persone Divine, perché una si manifesta, parla, insegna, compie miracoli impossibili.
La storia di Gesù rivela che Dio è comunione, non è solo, e non ha bisogno delle preghiere dell’uomo o di altro per sussistere. Dio esiste dall’eternità, è increato, immenso, onnipotente. È vero che ci si smarrisce quando si pensa al suo essere eterno, senza inizio, nessuno era presente prima di Lui, anche perché Lui c’è da sempre. Che mistero!
In molte circostanze Gesù rivela la Santissima Trinità, ne rileggiamo due: «Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una Voce dal cielo che disse: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”» (Mt 3,16-17).
“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19).
Ciò che emerge da questo insegnamento è una grande certezza: Dio è Amore.
Dio salva, aiuta, guarisce, libera dai mali, protegge nei pericoli, soprattutto, Dio crea. Tutti noi siamo stati creati, non dimentichiamolo mai. La vera comunione con la Trinità si instaura quando cominciamo a vivere come suoi figli, creature create da Lui, cuori pieni di riconoscenza e di adorazione verso l’Amore eterno, che si incarna per rivelare i segreti di Dio.
Mi piace molto questa espressione di Sant’Agostino nel suo “De Trinitate”: “Il Padre è donazione infinita senza riserve, il Figlio è accoglienza attiva, lo Spirito è perfetta unità di colui che dona e di colui che accoglie. Sono tre: l'Amante, l'Amato, l'Amore”.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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sabato 18 giugno 2011
987 - Messaggio di Medjugorje ad Ivan del 17 giugno 2011
986 - Commento al Vangelo di oggi 18/6/2011
+ Dal Vangelo secondo Matteo (6,24-34) In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Chi conosce poco se stesso, non riesce a distinguere chi è il vero padrone della sua vita. Alle volte occorre verificare se c’è un solo padrone o più padroni. Tutti abbiamo un padrone che è forte e irriducibile, ci tiene assoggettati all’istinto di cui è maestro.
L’orgoglio quando non è controllato, è un vero padrone prepotente.
Quando è dominatore, fa scaturire altri vizi e atteggiamenti negativi. Attenzione però, l’orgoglio è forte quando noi siamo deboli, nel senso che non preghiamo bene e non viviamo il Vangelo.
Spesso ci si illude di avere capito tutto, o di seguire Gesù con grande amore, oppure si giustificano i comportamenti peccaminosi, illudendosi che Gesù capirà…
È una interpretazione sbagliata dell’Amore di Gesù, si modifica il Vangelo secondo la convenienza della circostanza. Gesù è universalmente riconosciuto dalle persone obiettive, come misericordioso, sempre pronto a perdonare anche i peccati più efferati, ma occorre il pentimento del peccatore.
I fedeli che sbagliano, sono quasi sempre guidati da insegnamenti modernisti di cui non conoscono la pericolosità, si fidano di coloro che li hanno pronunciati. Per esempio, ieri ho letto una intervista a un gesuita, Padre Lamanna, difensore accanito degli immigrati che richiedono asilo politico. Tutti noi vogliamo che gli immigrati abbiano le stesse nostre possibilità e vivano bene nei luoghi idonei al loro futuro, invece la mia sorpresa è stata forte riflettendo sugli insegnamenti modernisti, eretici, diffusi proprio da innumerevoli gesuiti nel mondo.
Come si spiega che si battono per l’accoglienza in Italia di tutti gli immigrati e poi calpestano il Vangelo di Gesù? C’è qualcosa che non torna!
Inoltre, perché i gesuiti non si muovono nell’accogliere migliaia di immigrati nei loro centri, considerando che le loro ricchezze sono consistenti?
Dopo avere letto quella notizia sul web, di seguito c’era un link per ascoltare l’apertura modernista di padre Alberto Maggi, un biblista più evangelico che cattolico. Queste le sue parole: “Lo dicono i gesuiti, c’è un’evoluzione nella dottrina della Chiesa, e la Chiesa non ha una dottrina ferma, immutabile nei tempi, si è sempre cambiato. La persona normale è la capacità di crescere e di donarsi all’altro. Chi non si dona all’altro non è normale”.
Sono parole assolutamente fuorvianti e contrarie alla sana dottrina della Chiesa, ma sono molti quelli che vogliono ascoltare queste parole. In esse è espressa la libertà sessuale (Chi non si dona all’altro non è normale), il cambiamento della dottrina secondo i tempi, l’accettazione di ogni perversione.
Questi teologi, quale padrone servono?
“Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.
Non potete servire la Verità e contemporaneamente l’inganno.
Poi, Gesù ci invita a non preoccuparci per il domani, a non pensare a progetti lontani quando siamo in mezzo alla tempesta. Egli sa. Noi osserviamo il suo Vangelo e preghiamo con fiducia, sicuri che il Signore si prenderà sempre cura dei nostri problemi e allevierà le sofferenze.
Di tutto possiamo dubitare, tranne della promessa di Gesù.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di utilizzare questi mezzi, secondo la possibilità: Vangelo, Eucaristia, accettazione serena della croce, per fare l’esperienza di Gesù.
Pensiero
L’amore và oltre il dolore e copre una moltitudine di colpe. (San Pier Crisologo)
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Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Chi conosce poco se stesso, non riesce a distinguere chi è il vero padrone della sua vita. Alle volte occorre verificare se c’è un solo padrone o più padroni. Tutti abbiamo un padrone che è forte e irriducibile, ci tiene assoggettati all’istinto di cui è maestro.
L’orgoglio quando non è controllato, è un vero padrone prepotente.
Quando è dominatore, fa scaturire altri vizi e atteggiamenti negativi. Attenzione però, l’orgoglio è forte quando noi siamo deboli, nel senso che non preghiamo bene e non viviamo il Vangelo.
Spesso ci si illude di avere capito tutto, o di seguire Gesù con grande amore, oppure si giustificano i comportamenti peccaminosi, illudendosi che Gesù capirà…
È una interpretazione sbagliata dell’Amore di Gesù, si modifica il Vangelo secondo la convenienza della circostanza. Gesù è universalmente riconosciuto dalle persone obiettive, come misericordioso, sempre pronto a perdonare anche i peccati più efferati, ma occorre il pentimento del peccatore.
I fedeli che sbagliano, sono quasi sempre guidati da insegnamenti modernisti di cui non conoscono la pericolosità, si fidano di coloro che li hanno pronunciati. Per esempio, ieri ho letto una intervista a un gesuita, Padre Lamanna, difensore accanito degli immigrati che richiedono asilo politico. Tutti noi vogliamo che gli immigrati abbiano le stesse nostre possibilità e vivano bene nei luoghi idonei al loro futuro, invece la mia sorpresa è stata forte riflettendo sugli insegnamenti modernisti, eretici, diffusi proprio da innumerevoli gesuiti nel mondo.
Come si spiega che si battono per l’accoglienza in Italia di tutti gli immigrati e poi calpestano il Vangelo di Gesù? C’è qualcosa che non torna!
Inoltre, perché i gesuiti non si muovono nell’accogliere migliaia di immigrati nei loro centri, considerando che le loro ricchezze sono consistenti?
Dopo avere letto quella notizia sul web, di seguito c’era un link per ascoltare l’apertura modernista di padre Alberto Maggi, un biblista più evangelico che cattolico. Queste le sue parole: “Lo dicono i gesuiti, c’è un’evoluzione nella dottrina della Chiesa, e la Chiesa non ha una dottrina ferma, immutabile nei tempi, si è sempre cambiato. La persona normale è la capacità di crescere e di donarsi all’altro. Chi non si dona all’altro non è normale”.
Sono parole assolutamente fuorvianti e contrarie alla sana dottrina della Chiesa, ma sono molti quelli che vogliono ascoltare queste parole. In esse è espressa la libertà sessuale (Chi non si dona all’altro non è normale), il cambiamento della dottrina secondo i tempi, l’accettazione di ogni perversione.
Questi teologi, quale padrone servono?
“Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.
Non potete servire la Verità e contemporaneamente l’inganno.
Poi, Gesù ci invita a non preoccuparci per il domani, a non pensare a progetti lontani quando siamo in mezzo alla tempesta. Egli sa. Noi osserviamo il suo Vangelo e preghiamo con fiducia, sicuri che il Signore si prenderà sempre cura dei nostri problemi e allevierà le sofferenze.
Di tutto possiamo dubitare, tranne della promessa di Gesù.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di utilizzare questi mezzi, secondo la possibilità: Vangelo, Eucaristia, accettazione serena della croce, per fare l’esperienza di Gesù.
Pensiero
L’amore và oltre il dolore e copre una moltitudine di colpe. (San Pier Crisologo)
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venerdì 17 giugno 2011
985 - Commento al Vangelo di oggi 17/6/2011
+ Dal Vangelo secondo Matteo (6,19-23) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Le più grosse preoccupazioni degli uomini riguardano i beni che posseggono, o comunque quelli che vorrebbero possedere. Una creatura nasce e già comincia ad afferrare tutto quello che trova a tiro, e ancora non capisce nulla, figuratevi quando comincerà a capire come cercherà di ottenere tutto quello che sarà possibile.
È la sua natura corrotta a spingerla a desiderare di possedere sempre più beni, solo la Grazia di Dio può calmare questa sete insaziabile. Non bisogna condannare nessuno di quanti corrono disperatamente dietro la materia, sono poveretti che non conoscono Gesù, hanno bisogno delle nostre preghiere più che di condanne. È sbagliata la loro ricerca materiale.
I benestanti o le famiglie con doppio stipendio possono permettersi uno stile di vita più comodo, mentre dove c’è il monoreddito, si tira la cinghia molto spesso. Anche i figli subiscono l’influsso del benessere o meno, dipende dai genitori un’educazione saggia, saper educare i figli a cercare quello che è utile e a non soddisfare i capricci inutili.
Tutti noi abbiamo un tesoro, chi più chi meno, chi nulla. Materialmente non posseggo nulla, quello che mi era stato donato l’ho speso per diffondere libri e riviste, quindi, donati alla causa del Vangelo. Materialmente non ho nulla e sono molto felice, meno posseggo e più mi sento libero di amare Gesù. In cambio il Signore mi dona il suo Amore e questo ripaga tutto. Mi considero benedetto per il sacerdozio e questa gioia nel non possedere, mi fa sentire più vicino al Vangelo.
Mentre dove c’è ricerca di benessere, non c’è amore né gioia, c’è guerra senza pace.
Ho scritto numerose volte che il denaro soprattutto per voi è indispensabile e che bisogna guadagnare almeno quello che è sufficiente per sostenere una vita dignitosa. Guadagnare molti soldi onestamente non è peccato. Il male è la sete del denaro, la ricerca costante di fare soldi anche con mezzi illeciti. Chi vive per il denaro è schiavo delle catene dell’avidità.
Rimanere avvinghiato ai beni terreni, conduce ad adorare quei beni, si scambiano per una divinità da cui rimane impossibile staccarsi. Il tesoro della vita sono quei beni, si vive e si sogna in dipendenza di essi, il cuore li medita con affettività.
In questi cuori non c’è più spazio per l’Amore di Dio, lo Spirito Divino.
Non riescono più a cercare le cose di lassù, non ne hanno interesse e non sono capaci di farlo: sono troppo legati alle cose terrene. Questo produce turbamento, confusione, cattiveria.
Gesù in tutto il Vangelo ci invita a elevarci dalle cose terrene, a cercare la vita soprannaturale che apre a quella eterna. “Non accumulate per voi tesori sulla terra”, è l’invito a non diventare dipendenti dal denaro, altrimenti lo sforzo maggiore diventa la conta periodica dei beni racimolati.
Non accumulare non significa che non occorre risparmiare, anzi è una qualità, riguarda invece l’asfissiante ricerca di abbondante denaro da mettere da parte, in banca o altrove.
Dove finisce questo denaro? Quanto tempo rimane inattivo? Chi lo utilizzerà?
Leggiamo una parabola di Gesù.
«La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio.
Poi disse ai discepoli: “Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito. Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete!
Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto? Guardate i gigli, come crescono: non filano, non tessono: eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
Se dunque Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede? Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l'animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta”» (Lc 12,16-31).
Nel Vangelo di oggi Gesù parla prima del denaro poi degli occhi. Sono legati dalla purità, l’uomo che vive distaccato dal denaro ha l’occhio puro, buono, pieno di luce. In caso contrario, l’occhio è malato, senza luce, oscuro. L’occhio non vede più il bene e non riesce a compierlo, vede solo i beni accumulati. E piange…
L’uomo egoista non pensa a Gesù, si accontenta di quisquilie e tralascia la vita eterna.
Chiediamo umilmente la guarigione del cuore e degli occhi, spenti e smarriti.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di utilizzare questi mezzi, secondo la possibilità: Vangelo, Eucaristia, accettazione serena della croce, per fare l’esperienza di Gesù.
Pensiero
L’amore và oltre il dolore e copre una moltitudine di colpe. (San Pier Crisologo)
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Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Le più grosse preoccupazioni degli uomini riguardano i beni che posseggono, o comunque quelli che vorrebbero possedere. Una creatura nasce e già comincia ad afferrare tutto quello che trova a tiro, e ancora non capisce nulla, figuratevi quando comincerà a capire come cercherà di ottenere tutto quello che sarà possibile.
È la sua natura corrotta a spingerla a desiderare di possedere sempre più beni, solo la Grazia di Dio può calmare questa sete insaziabile. Non bisogna condannare nessuno di quanti corrono disperatamente dietro la materia, sono poveretti che non conoscono Gesù, hanno bisogno delle nostre preghiere più che di condanne. È sbagliata la loro ricerca materiale.
I benestanti o le famiglie con doppio stipendio possono permettersi uno stile di vita più comodo, mentre dove c’è il monoreddito, si tira la cinghia molto spesso. Anche i figli subiscono l’influsso del benessere o meno, dipende dai genitori un’educazione saggia, saper educare i figli a cercare quello che è utile e a non soddisfare i capricci inutili.
Tutti noi abbiamo un tesoro, chi più chi meno, chi nulla. Materialmente non posseggo nulla, quello che mi era stato donato l’ho speso per diffondere libri e riviste, quindi, donati alla causa del Vangelo. Materialmente non ho nulla e sono molto felice, meno posseggo e più mi sento libero di amare Gesù. In cambio il Signore mi dona il suo Amore e questo ripaga tutto. Mi considero benedetto per il sacerdozio e questa gioia nel non possedere, mi fa sentire più vicino al Vangelo.
Mentre dove c’è ricerca di benessere, non c’è amore né gioia, c’è guerra senza pace.
Ho scritto numerose volte che il denaro soprattutto per voi è indispensabile e che bisogna guadagnare almeno quello che è sufficiente per sostenere una vita dignitosa. Guadagnare molti soldi onestamente non è peccato. Il male è la sete del denaro, la ricerca costante di fare soldi anche con mezzi illeciti. Chi vive per il denaro è schiavo delle catene dell’avidità.
Rimanere avvinghiato ai beni terreni, conduce ad adorare quei beni, si scambiano per una divinità da cui rimane impossibile staccarsi. Il tesoro della vita sono quei beni, si vive e si sogna in dipendenza di essi, il cuore li medita con affettività.
In questi cuori non c’è più spazio per l’Amore di Dio, lo Spirito Divino.
Non riescono più a cercare le cose di lassù, non ne hanno interesse e non sono capaci di farlo: sono troppo legati alle cose terrene. Questo produce turbamento, confusione, cattiveria.
Gesù in tutto il Vangelo ci invita a elevarci dalle cose terrene, a cercare la vita soprannaturale che apre a quella eterna. “Non accumulate per voi tesori sulla terra”, è l’invito a non diventare dipendenti dal denaro, altrimenti lo sforzo maggiore diventa la conta periodica dei beni racimolati.
Non accumulare non significa che non occorre risparmiare, anzi è una qualità, riguarda invece l’asfissiante ricerca di abbondante denaro da mettere da parte, in banca o altrove.
Dove finisce questo denaro? Quanto tempo rimane inattivo? Chi lo utilizzerà?
Leggiamo una parabola di Gesù.
«La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio.
Poi disse ai discepoli: “Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito. Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete!
Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto? Guardate i gigli, come crescono: non filano, non tessono: eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
Se dunque Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede? Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l'animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta”» (Lc 12,16-31).
Nel Vangelo di oggi Gesù parla prima del denaro poi degli occhi. Sono legati dalla purità, l’uomo che vive distaccato dal denaro ha l’occhio puro, buono, pieno di luce. In caso contrario, l’occhio è malato, senza luce, oscuro. L’occhio non vede più il bene e non riesce a compierlo, vede solo i beni accumulati. E piange…
L’uomo egoista non pensa a Gesù, si accontenta di quisquilie e tralascia la vita eterna.
Chiediamo umilmente la guarigione del cuore e degli occhi, spenti e smarriti.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di utilizzare questi mezzi, secondo la possibilità: Vangelo, Eucaristia, accettazione serena della croce, per fare l’esperienza di Gesù.
Pensiero
L’amore và oltre il dolore e copre una moltitudine di colpe. (San Pier Crisologo)
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