+ Dal Vangelo secondo Matteo (6,7-15) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Alla richiesta dei discepoli Gesù risponde con la preghiera biblica più importante, la preghiera che condensa tutto ciò che ha ritenuto importante.
Gesù insegna a pregare con le parole del Padre Nostro.
Le frasi contenute esprimono la lode e la richiesta a Dio, benefattore dell’umanità e di ognuno di noi. Il Padre nostro è la preghiera della Chiesa, che raduna il popolo invitandolo a ringraziare il Padre che ha mandato il Figlio con l’opera dello Spirito Santo.
Voglio trascrivere diverse citazioni di Santi in riferimento al Padre Nostro, espressioni di autentico amore verso Dio, una manifestazione di Fede molto forte.
Scrive San Giovanni Crisostomo: “La preghiera e il colloquio con Dio è il bene sommo, perché è unione con lui. La preghiera è il linguaggio della nostra fede”.
Tertulliano ha scritto: “L’orazione del Signore (il Padre nostro) è veramente la sintesi di tutto il Vangelo”.
E Sant’Agostino: “Tutte le parole che noi diciamo pregando non esprimono altro se non quanto è racchiuso in questa preghiera insegnataci dal Signore, se la recitiamo bene e convenientemente”.
Mentre San Tommaso d’Aquino: “La preghiera del Padre nostro è perfettissima... Nella preghiera del Signore non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell’ordine in cui devono essere desiderate: cosicché questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma anche tutti i nostri affetti. Gesù ci insegna la vita nuova con le sue parole e ci educa a chiederla con la preghiera. Dalla rettitudine della nostra preghiera dipende la rettitudine della nostra vita. Gesù ha proibito una preghiera fatta soltanto di parole (Mt 6,7), ma ci ha insegnato una preghiera fatta anche di parole”.
Continua Sant’Agostino: “La vera preghiera non è nella voce, ma nel cuore. Non sono le nostre parole, ma i nostri desideri a dar forza alle nostre suppliche. Se invochiamo con la bocca la vita eterna, senza desiderarla dal profondo del cuore, il nostro grido è un silenzio. Se senza parlare, noi la desideriamo dal profondo del cuore, il nostro silenzio è un grido. Il Padre nostro è questo silenzio diventato il grido di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Le prime comunità cristiane pregano la Preghiera del Signore tre volte al giorno (Didaché 8,3) in sostituzione delle diciotto benedizioni della preghiera ebraica. Il Padre nostro è una preghiera essenzialmente comunitaria”.
San Giovanni Crisostomo afferma: «Il Signore ci insegna a pregare insieme per tutti i nostri fratelli. Infatti egli non dice Padre "mio" che sei nei cieli, ma Padre "nostro", affinché la nostra preghiera salga, da un cuore solo, per tutto il Corpo della Chiesa. Dal quarto secolo la preghiera di Gesù è collocata nel cuore della celebrazione della Cena del Signore (nella Messa). Essa è preceduta da queste parole: Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire... Senza questo precetto esplicito del Signore nessuno avrebbe mai avuto l’ardimento di chiamare Dio: Padre nostro. Senza Cristo non avremmo mai saputo d’essere realmente figli di Dio e partecipi della natura divina e, dunque, non avremmo mai saputo quanto Dio ci ama».
Scrive san Tommaso d’Aquino: “L’amore ha impedito a Dio di restare solo. Noi possiamo invocare Dio come Padre perché ci è rivelato dal Figlio suo fatto Uomo e perché il suo Spirito ce lo fa conoscere”.
Scrive Tertulliano: “L’espressione Dio-Padre non era mai stata rivelata a nessuno. Quando lo stesso Mosè chiese a Dio chi fosse, si sentì rispondere un altro nome. A noi questo nome è stato rivelato nel Figlio: questo nome, infatti, implica il nuovo nome del Padre. Attraverso la Preghiera del Signore, noi siamo rivelati a noi stessi, mentre ci viene rivelato il Padre”.
Sant’Ambrogio precisa: “O uomo, tu non osavi levare il tuo volto verso il cielo, rivolgevi i tuoi occhi verso la terra, e, ad un tratto, hai ricevuto la Grazia di Cristo: ti sono stati rimessi tutti i tuoi peccati. Da servo malvagio sei diventato un figlio buono... Leva, dunque, i tuoi occhi al Padre... che ti ha redento per mezzo del Figlio e di’: Padre nostro!... La preghiera del Padre nostro deve sviluppare in noi il desiderio e la volontà di somigliargli”.
Scrive San Cipriano: “Bisogna che quando chiamiamo Dio, Padre nostro, ci ricordiamo del dovere di comportarci come figli di Dio”.
San Giovanni Crisostomo: “Non potete chiamare vostro Padre il Dio di ogni bontà, se conservate un cuore crudele e disumano; in tal caso, infatti, non avete più in voi l’impronta della bontà del Padre celeste”.
San Gregorio di Nissa: “È necessario contemplare incessantemente la bellezza del Padre e impregnarne l’anima. Per recitare convenientemente il Padre nostro dobbiamo avere un cuore umile e confidente che ci fa diventare come bambini (Mt 18,3) perché il Padre si rivela solo ai piccoli (Mt 11,25). Chi recita il Padre nostro tratta con Dio come con il proprio Padre, in una tenerezza specialissima di pietà (San Giovanni Cassiano)”.
Sant’Agostino scrive: “Padre nostro: questo nome suscita in noi, contemporaneamente, l’amore, il fervore nella preghiera... e anche la speranza di ottenere ciò che stiamo per chiedere... Che cosa infatti può Dio negare alla preghiera dei suoi figli, dal momento che ha loro concesso, prima di tutto, di essere suoi figli? L’espressione che sei nei cieli non indica un luogo, ma la maestà di Dio e la sua presenza nel cuore dei credenti”.
“Ben a ragione queste parole: Padre nostro che sei nei cieli, si intendono riferite al cuore dei giusti, dove Dio abita come nel suo tempio. Pertanto colui che prega desidererà che in lui prenda dimora colui che invoca.
Gesù ci ricorda: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di utilizzare questi mezzi, secondo la possibilità: Vangelo, Eucaristia, accettazione serena della croce, per fare l’esperienza di Gesù.
Pensiero
L’amore và oltre il dolore e copre una moltitudine di colpe. (San Pier Crisologo)
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Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto
CIAO A TE !!
Nulla è più urgente nel mondo d'oggi di proclamare Cristo alle genti. Chiunque tu sia, puoi, se vuoi, lasciare un tuo contributo, piccolo o grande che sia, per dire, comunicare, annunciare la persona di Gesù Cristo, unico nostro salvatore. Uno speciale benvenuto a LADYBUG che si è aggiunta di recente ai sostenitori ! *************************************************** Questo blog è sotto la protezione di N.S. Gesù Cristo e della SS Vergine Maria, Sua Madre ed ha come unica ragione di esistere di fornire un contributo, sia pure piccolo ed umile, alla crescita della loro Gloria. ***************************************************
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giovedì 16 giugno 2011
mercoledì 15 giugno 2011
983 - Udienza del 15/6/2011 (il profeta Elia)
Cari fratelli e sorelle,nella storia religiosa dell’antico Israele, grande rilevanza hanno avuto i profeti con il loro insegnamento e la loro predicazione. Tra di essi, emerge la figura di Elia, suscitato da Dio per portare il popolo alla conversione. Il suo nome significa «il Signore è il mio Dio» ed è in accordo con questo nome che si snoda la sua vita, tutta consacrata a provocare nel popolo il riconoscimento del Signore come unico Dio. Di Elia il Siracide dice: «E sorse Elia profeta, come un fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola» (Sir 48,1). Con questa fiamma Israele ritrova il suo cammino verso Dio. Nel suo ministero, Elia prega: invoca il Signore perché riporti alla vita il figlio di una vedova che lo aveva ospitato (cfr 1Re 17,17-24), grida a Dio la sua stanchezza e la sua angoscia mentre fugge nel deserto ricercato a morte dalla regina Gezabele (cfr 1Re 19,1-4), ma è soprattutto sul monte Carmelo che si mostra in tutta la sua potenza di intercessore quando, davanti a tutto Israele, prega il Signore perché si manifesti e converta il cuore del popolo.
È l’episodio narrato nel capitolo 18 del Primo Libro dei Re, su cui oggi ci soffermiamo.
Ci troviamo nel regno del Nord, nel IX secolo a.C., al tempo del re Acab, in un momento in cui in Israele si era creata una situazione di aperto sincretismo. Accanto al Signore, il popolo adorava Baal, l’idolo rassicurante da cui si credeva venisse il dono della pioggia e a cui perciò si attribuiva il potere di dare fertilità ai campi e vita agli uomini e al bestiame. Pur pretendendo di seguire il Signore, Dio invisibile e misterioso, il popolo cercava sicurezza anche in un dio comprensibile e prevedibile, da cui pensava di poter ottenere fecondità e prosperità in cambio di sacrifici. Israele stava cedendo alla seduzione dell’idolatria, la continua tentazione del credente, illudendosi di poter «servire a due padroni» (cfr Mt 6,24; Lc 16,13), e di facilitare i cammini impervi della fede nell’Onnipotente riponendo la propria fiducia anche in un dio impotente fatto dagli uomini.
È proprio per smascherare la stoltezza ingannevole di tale atteggiamento che Elia fa radunare il popolo di Israele sul monte Carmelo e lo pone davanti alla necessità di operare una scelta: «Se il Signore è Dio, seguiteLo. Se invece lo è Baal, seguite lui» (1Re 18, 21). E il profeta, portatore dell’amore di Dio, non lascia sola la sua gente davanti a questa scelta, ma la aiuta indicando il segno che rivelerà la verità: sia lui che i profeti di Baal prepareranno un sacrificio e pregheranno, e il vero Dio si manifesterà rispondendo con il fuoco che consumerà l’offerta. Comincia così il confronto tra il profeta Elia e i seguaci di Baal, che in realtà è tra il Signore di Israele, Dio di salvezza e di vita, e l’idolo muto e senza consistenza, che nulla può fare, né in bene né in male (cfr Ger 10,5). E inizia anche il confronto tra due modi completamente diversi di rivolgersi a Dio e di pregare.
I profeti di Baal, infatti, gridano, si agitano, danzano saltando, entrano in uno stato di esaltazione arrivando a farsi incisioni sul corpo, «con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue» (1Re 18,28). Essi fanno ricorso a loro stessi per interpellare il loro dio, facendo affidamento sulle proprie capacità per provocarne la risposta. Si rivela così la realtà ingannatoria dell’idolo: esso è pensato dall’uomo come qualcosa di cui si può disporre, che si può gestire con le proprie forze, a cui si può accedere a partire da se stessi e dalla propria forza vitale.
L’adorazione dell’idolo invece di aprire il cuore umano all’Alterità, ad una relazione liberante che permetta di uscire dallo spazio angusto del proprio egoismo per accedere a dimensioni di amore e di dono reciproco, chiude la persona nel cerchio esclusivo e disperante della ricerca di sé.
E l’inganno è tale che, adorando l’idolo, l’uomo si ritrova costretto ad azioni estreme, nell’illusorio tentativo di sottometterlo alla propria volontà. Perciò i profeti di Baal arrivano fino a farsi del male, a infliggersi ferite sul corpo, in un gesto drammaticamente ironico: per avere una risposta, un segno di vita dal loro dio, essi si ricoprono di sangue, ricoprendosi simbolicamente di morte.
Ben altro atteggiamento di preghiera è invece quello di Elia. Egli chiede al popolo di avvicinarsi, coinvolgendolo così nella sua azione e nella sua supplica. Lo scopo della sfida da lui rivolta ai profeti di Baal era di riportare a Dio il popolo che si era smarrito seguendo gli idoli; perciò egli vuole che Israele si unisca a lui, diventando partecipe e protagonista della sua preghiera e di quanto sta avvenendo. Poi il profeta erige un altare, utilizzando, come recita il testo, «dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei figli di Giacobbe, al quale era stata rivolta questa parola del Signore: “Israele sarà il tuo nome”» (v. 31). Quelle pietre rappresentano tutto Israele e sono la memoria tangibile della storia di elezione, di predilezione e di salvezza di cui il popolo è stato oggetto. Il gesto liturgico di Elia ha una portata decisiva; l’altare è luogo sacro che indica la presenza del Signore, ma quelle pietre che lo compongono rappresentano il popolo, che ora, per la mediazione del profeta, è simbolicamente posto davanti a Dio, diventa “altare”, luogo di offerta e di sacrificio.
Ma è necessario che il simbolo diventi realtà, che Israele riconosca il vero Dio e ritrovi la propria identità di popolo del Signore. Perciò Elia chiede a Dio di manifestarsi, e quelle dodici pietre che dovevano ricordare a Israele la sua verità servono anche a ricordare al Signore la sua fedeltà, a cui il profeta si appella nella preghiera. Le parole della sua invocazione sono dense di significato e di fede: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose sulla tua parola. Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!» (vv. 36-37; cfr Gen 32, 36-37). Elia si rivolge al Signore chiamandolo Dio dei Padri, facendo così implicita memoria delle promesse divine e della storia di elezione e di alleanza che ha indissolubilmente unito il Signore al suo popolo. Il coinvolgimento di Dio nella storia degli uomini è tale che ormai il suo Nome è inseparabilmente connesso a quello dei Patriarchi e il profeta pronuncia quel Nome santo perché Dio ricordi e si mostri fedele, ma anche perché Israele si senta chiamato per nome e ritrovi la sua fedeltà. Il titolo divino pronunciato da Elia appare infatti un po’ sorprendente. Invece di usare la formula abituale, “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, egli utilizza un appellativo meno comune: «Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele». La sostituzione del nome “Giacobbe” con “Israele” evoca la lotta di Giacobbe al guado dello Yabboq con il cambio del nome a cui il narratore fa esplicito riferimento (cfr Gen 32,31) e di cui ho parlato in una delle scorse catechesi. Tale sostituzione acquista un significato pregnante all’interno dell’invocazione di Elia. Il profeta sta pregando per il popolo del regno del Nord, che si chiamava appunto Israele, distinto da Giuda, che indicava il regno del Sud. E ora, questo popolo, che sembra aver dimenticato la propria origine e il proprio rapporto privilegiato con il Signore, si sente chiamare per nome mentre viene pronunciato il Nome di Dio, Dio del Patriarca e Dio del popolo: «Signore, Dio […] d’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele».
Il popolo per cui Elia prega è rimesso davanti alla propria verità, e il profeta chiede che anche la verità del Signore si manifesti e che Egli intervenga per convertire Israele, distogliendolo dall’inganno dell’idolatria e portandolo così alla salvezza. La sua richiesta è che il popolo finalmente sappia, conosca in pienezza chi davvero è il suo Dio, e faccia la scelta decisiva di seguire Lui solo, il vero Dio. Perché solo così Dio è riconosciuto per ciò che è, Assoluto e Trascendente, senza la possibilità di mettergli accanto altri dèi, che Lo negherebbero come assoluto, relativizzandoLo. È questa la fede che fa di Israele il popolo di Dio; è la fede proclamata nel ben noto testo dello Shema‘ Israel: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze» (Dt 6,4-5). All’assoluto di Dio, il credente deve rispondere con un amore assoluto, totale, che impegni tutta la sua vita, le sue forze, il suo cuore. Ed è proprio per il cuore del suo popolo che il profeta con la sua preghiera sta implorando conversione: «questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!» (1Re 18,37). Elia, con la sua intercessione, chiede a Dio ciò che Dio stesso desidera fare, manifestarsi in tutta la sua misericordia, fedele alla propria realtà di Signore della vita che perdona, converte, trasforma.
Ed è ciò che avviene: «Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: “Il Signore è Dio, il Signore è Dio”» (vv. 38-39). Il fuoco, questo elemento insieme necessario e terribile, legato alle manifestazioni divine del roveto ardente e del Sinai, ora serve a segnalare l’amore di Dio che risponde alla preghiera e si rivela al suo popolo. Baal, il dio muto e impotente, non aveva risposto alle invocazioni dei suoi profeti; il Signore invece risponde, e in modo inequivocabile, non solo bruciando l’olocausto, ma persino prosciugando tutta l’acqua che era stata versata intorno all’altare. Israele non può più avere dubbi; la misericordia divina è venuta incontro alla sua debolezza, ai suoi dubbi, alla sua mancanza di fede. Ora, Baal, l’idolo vano, è vinto, e il popolo, che sembrava perduto, ha ritrovato la strada della verità e ha ritrovato se stesso.
Cari fratelli e sorelle, che cosa dice a noi questa storia del passato? Qual è il presente di questa storia? Innanzitutto è in questione la priorità del primo comandamento: adorare solo Dio. Dove scompare Dio, l'uomo cade nella schiavitù di idolatrie, come hanno mostrato, nel nostro tempo, i regimi totalitari e come mostrano anche diverse forme del nichilismo, che rendono l'uomo dipendente da idoli, da idolatrie; lo schiavizzano. Secondo. Lo scopo primario della preghiera è la conversione: il fuoco di Dio che trasforma il nostro cuore e ci fa capaci di vedere Dio e così di vivere secondo Dio e di vivere per l'altro. E il terzo punto. I Padri ci dicono che anche questa storia di un profeta è profetica, se - dicono – è ombra del futuro, del futuro Cristo; è un passo nel cammino verso Cristo. E ci dicono che qui vediamo il vero fuoco di Dio: l'amore che guida il Signore fino alla croce, fino al dono totale di sé. La vera adorazione di Dio, allora, è dare se stesso a Dio e agli uomini, la vera adorazione è l'amore. E la vera adorazione di Dio non distrugge, ma rinnova, trasforma. Certo, il fuoco di Dio, il fuoco dell'amore brucia, trasforma, purifica, ma proprio così non distrugge, bensì crea la verità del nostro essere, ricrea il nostro cuore. E così, realmente vivi per la grazia del fuoco dello Spirito Santo, dell'amore di Dio, siamo adoratori in spirito e in verità. Grazie.
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È l’episodio narrato nel capitolo 18 del Primo Libro dei Re, su cui oggi ci soffermiamo.
Ci troviamo nel regno del Nord, nel IX secolo a.C., al tempo del re Acab, in un momento in cui in Israele si era creata una situazione di aperto sincretismo. Accanto al Signore, il popolo adorava Baal, l’idolo rassicurante da cui si credeva venisse il dono della pioggia e a cui perciò si attribuiva il potere di dare fertilità ai campi e vita agli uomini e al bestiame. Pur pretendendo di seguire il Signore, Dio invisibile e misterioso, il popolo cercava sicurezza anche in un dio comprensibile e prevedibile, da cui pensava di poter ottenere fecondità e prosperità in cambio di sacrifici. Israele stava cedendo alla seduzione dell’idolatria, la continua tentazione del credente, illudendosi di poter «servire a due padroni» (cfr Mt 6,24; Lc 16,13), e di facilitare i cammini impervi della fede nell’Onnipotente riponendo la propria fiducia anche in un dio impotente fatto dagli uomini.
È proprio per smascherare la stoltezza ingannevole di tale atteggiamento che Elia fa radunare il popolo di Israele sul monte Carmelo e lo pone davanti alla necessità di operare una scelta: «Se il Signore è Dio, seguiteLo. Se invece lo è Baal, seguite lui» (1Re 18, 21). E il profeta, portatore dell’amore di Dio, non lascia sola la sua gente davanti a questa scelta, ma la aiuta indicando il segno che rivelerà la verità: sia lui che i profeti di Baal prepareranno un sacrificio e pregheranno, e il vero Dio si manifesterà rispondendo con il fuoco che consumerà l’offerta. Comincia così il confronto tra il profeta Elia e i seguaci di Baal, che in realtà è tra il Signore di Israele, Dio di salvezza e di vita, e l’idolo muto e senza consistenza, che nulla può fare, né in bene né in male (cfr Ger 10,5). E inizia anche il confronto tra due modi completamente diversi di rivolgersi a Dio e di pregare.
I profeti di Baal, infatti, gridano, si agitano, danzano saltando, entrano in uno stato di esaltazione arrivando a farsi incisioni sul corpo, «con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue» (1Re 18,28). Essi fanno ricorso a loro stessi per interpellare il loro dio, facendo affidamento sulle proprie capacità per provocarne la risposta. Si rivela così la realtà ingannatoria dell’idolo: esso è pensato dall’uomo come qualcosa di cui si può disporre, che si può gestire con le proprie forze, a cui si può accedere a partire da se stessi e dalla propria forza vitale.
L’adorazione dell’idolo invece di aprire il cuore umano all’Alterità, ad una relazione liberante che permetta di uscire dallo spazio angusto del proprio egoismo per accedere a dimensioni di amore e di dono reciproco, chiude la persona nel cerchio esclusivo e disperante della ricerca di sé.
E l’inganno è tale che, adorando l’idolo, l’uomo si ritrova costretto ad azioni estreme, nell’illusorio tentativo di sottometterlo alla propria volontà. Perciò i profeti di Baal arrivano fino a farsi del male, a infliggersi ferite sul corpo, in un gesto drammaticamente ironico: per avere una risposta, un segno di vita dal loro dio, essi si ricoprono di sangue, ricoprendosi simbolicamente di morte.
Ben altro atteggiamento di preghiera è invece quello di Elia. Egli chiede al popolo di avvicinarsi, coinvolgendolo così nella sua azione e nella sua supplica. Lo scopo della sfida da lui rivolta ai profeti di Baal era di riportare a Dio il popolo che si era smarrito seguendo gli idoli; perciò egli vuole che Israele si unisca a lui, diventando partecipe e protagonista della sua preghiera e di quanto sta avvenendo. Poi il profeta erige un altare, utilizzando, come recita il testo, «dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei figli di Giacobbe, al quale era stata rivolta questa parola del Signore: “Israele sarà il tuo nome”» (v. 31). Quelle pietre rappresentano tutto Israele e sono la memoria tangibile della storia di elezione, di predilezione e di salvezza di cui il popolo è stato oggetto. Il gesto liturgico di Elia ha una portata decisiva; l’altare è luogo sacro che indica la presenza del Signore, ma quelle pietre che lo compongono rappresentano il popolo, che ora, per la mediazione del profeta, è simbolicamente posto davanti a Dio, diventa “altare”, luogo di offerta e di sacrificio.
Ma è necessario che il simbolo diventi realtà, che Israele riconosca il vero Dio e ritrovi la propria identità di popolo del Signore. Perciò Elia chiede a Dio di manifestarsi, e quelle dodici pietre che dovevano ricordare a Israele la sua verità servono anche a ricordare al Signore la sua fedeltà, a cui il profeta si appella nella preghiera. Le parole della sua invocazione sono dense di significato e di fede: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose sulla tua parola. Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!» (vv. 36-37; cfr Gen 32, 36-37). Elia si rivolge al Signore chiamandolo Dio dei Padri, facendo così implicita memoria delle promesse divine e della storia di elezione e di alleanza che ha indissolubilmente unito il Signore al suo popolo. Il coinvolgimento di Dio nella storia degli uomini è tale che ormai il suo Nome è inseparabilmente connesso a quello dei Patriarchi e il profeta pronuncia quel Nome santo perché Dio ricordi e si mostri fedele, ma anche perché Israele si senta chiamato per nome e ritrovi la sua fedeltà. Il titolo divino pronunciato da Elia appare infatti un po’ sorprendente. Invece di usare la formula abituale, “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, egli utilizza un appellativo meno comune: «Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele». La sostituzione del nome “Giacobbe” con “Israele” evoca la lotta di Giacobbe al guado dello Yabboq con il cambio del nome a cui il narratore fa esplicito riferimento (cfr Gen 32,31) e di cui ho parlato in una delle scorse catechesi. Tale sostituzione acquista un significato pregnante all’interno dell’invocazione di Elia. Il profeta sta pregando per il popolo del regno del Nord, che si chiamava appunto Israele, distinto da Giuda, che indicava il regno del Sud. E ora, questo popolo, che sembra aver dimenticato la propria origine e il proprio rapporto privilegiato con il Signore, si sente chiamare per nome mentre viene pronunciato il Nome di Dio, Dio del Patriarca e Dio del popolo: «Signore, Dio […] d’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele».
Il popolo per cui Elia prega è rimesso davanti alla propria verità, e il profeta chiede che anche la verità del Signore si manifesti e che Egli intervenga per convertire Israele, distogliendolo dall’inganno dell’idolatria e portandolo così alla salvezza. La sua richiesta è che il popolo finalmente sappia, conosca in pienezza chi davvero è il suo Dio, e faccia la scelta decisiva di seguire Lui solo, il vero Dio. Perché solo così Dio è riconosciuto per ciò che è, Assoluto e Trascendente, senza la possibilità di mettergli accanto altri dèi, che Lo negherebbero come assoluto, relativizzandoLo. È questa la fede che fa di Israele il popolo di Dio; è la fede proclamata nel ben noto testo dello Shema‘ Israel: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze» (Dt 6,4-5). All’assoluto di Dio, il credente deve rispondere con un amore assoluto, totale, che impegni tutta la sua vita, le sue forze, il suo cuore. Ed è proprio per il cuore del suo popolo che il profeta con la sua preghiera sta implorando conversione: «questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!» (1Re 18,37). Elia, con la sua intercessione, chiede a Dio ciò che Dio stesso desidera fare, manifestarsi in tutta la sua misericordia, fedele alla propria realtà di Signore della vita che perdona, converte, trasforma.
Ed è ciò che avviene: «Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: “Il Signore è Dio, il Signore è Dio”» (vv. 38-39). Il fuoco, questo elemento insieme necessario e terribile, legato alle manifestazioni divine del roveto ardente e del Sinai, ora serve a segnalare l’amore di Dio che risponde alla preghiera e si rivela al suo popolo. Baal, il dio muto e impotente, non aveva risposto alle invocazioni dei suoi profeti; il Signore invece risponde, e in modo inequivocabile, non solo bruciando l’olocausto, ma persino prosciugando tutta l’acqua che era stata versata intorno all’altare. Israele non può più avere dubbi; la misericordia divina è venuta incontro alla sua debolezza, ai suoi dubbi, alla sua mancanza di fede. Ora, Baal, l’idolo vano, è vinto, e il popolo, che sembrava perduto, ha ritrovato la strada della verità e ha ritrovato se stesso.
Cari fratelli e sorelle, che cosa dice a noi questa storia del passato? Qual è il presente di questa storia? Innanzitutto è in questione la priorità del primo comandamento: adorare solo Dio. Dove scompare Dio, l'uomo cade nella schiavitù di idolatrie, come hanno mostrato, nel nostro tempo, i regimi totalitari e come mostrano anche diverse forme del nichilismo, che rendono l'uomo dipendente da idoli, da idolatrie; lo schiavizzano. Secondo. Lo scopo primario della preghiera è la conversione: il fuoco di Dio che trasforma il nostro cuore e ci fa capaci di vedere Dio e così di vivere secondo Dio e di vivere per l'altro. E il terzo punto. I Padri ci dicono che anche questa storia di un profeta è profetica, se - dicono – è ombra del futuro, del futuro Cristo; è un passo nel cammino verso Cristo. E ci dicono che qui vediamo il vero fuoco di Dio: l'amore che guida il Signore fino alla croce, fino al dono totale di sé. La vera adorazione di Dio, allora, è dare se stesso a Dio e agli uomini, la vera adorazione è l'amore. E la vera adorazione di Dio non distrugge, ma rinnova, trasforma. Certo, il fuoco di Dio, il fuoco dell'amore brucia, trasforma, purifica, ma proprio così non distrugge, bensì crea la verità del nostro essere, ricrea il nostro cuore. E così, realmente vivi per la grazia del fuoco dello Spirito Santo, dell'amore di Dio, siamo adoratori in spirito e in verità. Grazie.
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982 - Commento al Vangelo di oggi 15/6/2011
+ Dal Vangelo secondo Matteo (6,1-6.16-18)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Della Parola di oggi c’è da considerare attentamente questa frase: “Hanno già ricevuto la loro ricompensa”. Gesù indica quelli che agiscono nel Nome di Dio ma per propri interessi, individua quei cattolici che non custodiscono una retta intenzione: pensano una cosa e ne compiono un’altra, pensano una cosa e ne dicono un’altra.
La ricompensa che cercano non è quella di Gesù, si accontentano delle cose umane.
È una pagina intensa, un Vangelo sufficiente a convertire tutti. Il richiamo principale riguarda l’ostentazione, esibire una Fede sterile, senza virtù, è una scelta insignificante. Mostrare solo con le parole a familiari o conoscenti, che siamo cattolici, è una consolazione minima, che svanisce in un attimo.
Gli altri vogliono vedere in noi le virtù cristiane.
È inutile pavoneggiarci quando facciamo buone opere, non è qualcosa di straordinario, perché siamo chiamati a praticarle sempre, nella vita ordinaria. Solo gli ipocriti fanno conoscere quello che fanno nella preghiera, cercano consolazioni dagli umani. Chi ama Gesù non ha più bisogno degli elogi ed incensamenti degli altri.
In molti gruppi di preghiera avvengono queste gare a chi è più vicino a Gesù… Non aggiungerei altro, è triste conoscere le faide che avvengono a causa dell’invidia e dei primi posti da occupare. Questi credenti non hanno ancora incontrato Gesù, eppure, addirittura distribuiscono l’Eucaristia per riconosciuti meriti, o hanno incarichi di responsabilità che danno la sensazione di riconoscimenti per la loro perfezione.
Non condanno nessuno, è un discorso generale che riguarda anche persone in buonafede, che non ostentano nulla ma si trovano ad occupare posti di rilievo per scelte del parroco. La crisi di Fede non è certamente da addebitare a questi laici che distribuiscono l’Eucaristia o ad altri che aiutano i parroci. Sono semmai le vittime dell’effetto valanga che parte dall’alto. Una valanga inizia sempre in alto. Non si è mai visto una valanga che parte dal basso verso l’alto.
Oggi Gesù ci indica una forma di preghiera intima e personale, da realizzare in qualsiasi luogo. È una preghiera odiata dai modernisti, e questo indica che è la migliore preghiera. Ma ci basta la parola di Gesù. Nel raccoglimento e nel silenzio scaturisce la preghiera devota, amorosa, fiduciosa, umile.
Nel baccano e nell’esaltazione non c’è mai preghiera, solo idolatria di sé.
Il Padre ascolta anche i nostri sospiri, nel raccoglimento preghiamo bene e con amore.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di utilizzare questi mezzi, secondo la possibilità: Vangelo, Eucaristia, accettazione serena della croce, per fare l’esperienza di Gesù.
Pensiero
L’amore và oltre il dolore e copre una moltitudine di colpe. (San Pier Crisologo)
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Della Parola di oggi c’è da considerare attentamente questa frase: “Hanno già ricevuto la loro ricompensa”. Gesù indica quelli che agiscono nel Nome di Dio ma per propri interessi, individua quei cattolici che non custodiscono una retta intenzione: pensano una cosa e ne compiono un’altra, pensano una cosa e ne dicono un’altra.
La ricompensa che cercano non è quella di Gesù, si accontentano delle cose umane.
È una pagina intensa, un Vangelo sufficiente a convertire tutti. Il richiamo principale riguarda l’ostentazione, esibire una Fede sterile, senza virtù, è una scelta insignificante. Mostrare solo con le parole a familiari o conoscenti, che siamo cattolici, è una consolazione minima, che svanisce in un attimo.
Gli altri vogliono vedere in noi le virtù cristiane.
È inutile pavoneggiarci quando facciamo buone opere, non è qualcosa di straordinario, perché siamo chiamati a praticarle sempre, nella vita ordinaria. Solo gli ipocriti fanno conoscere quello che fanno nella preghiera, cercano consolazioni dagli umani. Chi ama Gesù non ha più bisogno degli elogi ed incensamenti degli altri.
In molti gruppi di preghiera avvengono queste gare a chi è più vicino a Gesù… Non aggiungerei altro, è triste conoscere le faide che avvengono a causa dell’invidia e dei primi posti da occupare. Questi credenti non hanno ancora incontrato Gesù, eppure, addirittura distribuiscono l’Eucaristia per riconosciuti meriti, o hanno incarichi di responsabilità che danno la sensazione di riconoscimenti per la loro perfezione.
Non condanno nessuno, è un discorso generale che riguarda anche persone in buonafede, che non ostentano nulla ma si trovano ad occupare posti di rilievo per scelte del parroco. La crisi di Fede non è certamente da addebitare a questi laici che distribuiscono l’Eucaristia o ad altri che aiutano i parroci. Sono semmai le vittime dell’effetto valanga che parte dall’alto. Una valanga inizia sempre in alto. Non si è mai visto una valanga che parte dal basso verso l’alto.
Oggi Gesù ci indica una forma di preghiera intima e personale, da realizzare in qualsiasi luogo. È una preghiera odiata dai modernisti, e questo indica che è la migliore preghiera. Ma ci basta la parola di Gesù. Nel raccoglimento e nel silenzio scaturisce la preghiera devota, amorosa, fiduciosa, umile.
Nel baccano e nell’esaltazione non c’è mai preghiera, solo idolatria di sé.
Il Padre ascolta anche i nostri sospiri, nel raccoglimento preghiamo bene e con amore.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di utilizzare questi mezzi, secondo la possibilità: Vangelo, Eucaristia, accettazione serena della croce, per fare l’esperienza di Gesù.
Pensiero
L’amore và oltre il dolore e copre una moltitudine di colpe. (San Pier Crisologo)
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martedì 14 giugno 2011
981 - Commento al Vangelo di oggi 14/6/2011
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,43-48) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste".
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Se c’è una cosa che ripugna più di molte altre la nostra natura, è
l'amore ai nemici e ai persecutori. La natura ferita, rimasta orgogliosa e implacabile, non ha la capacità di fare del bene a chi ha procurato molto male. L’amore verso i nemici è impossibile donarlo se non c’è una forza soprannaturale: è "la Grazia" di Dio a sostenere la natura debole.
Oggi Gesù ci chiede uno sforzo straordinario, ancora più di porgere l’altra guancia, vestire l'ignudo con il proprio mantello, essere costretti a percorrere la stessa strada del nemico. Gesù ci chiede sforzi superiori. Ha fiducia in ciascuno di noi.
È il Comandamento dell’amore il punto centrale del Vangelo, l’amore gli uni per gli altri, la dimenticanza di se stessi per aprirci a chi non ci ama. Molto spesso ognuno di noi incontra nella vita, momenti di sofferenza che arrivano come una tegola in testa, improvvisamente. Arrivano anche da familiari, amici di cui ci si fidava, colleghi di lavoro che tradiscono per un piatto di lenticchie. E si rimane impreparati dinanzi a violenze morali profonde. La reazione più seguita è la rottura delle relazioni, anche per questo i divorzi aumentano, mancando la capacità di un confronto sincero e umile. Quando sentiamo una lancia che trapassa l’anima e vediamo che la mano da cui è partita, appartiene a chi non ci ama, in quel momento decidiamo per la vendetta. Il perdono viene sempre ignorato. Per perdonare occorre avere tornaconti consistenti. Ma quasi sempre si sceglie di non perdonare, di non amare chi ci mortifica, perseguita, calunnia.
È una reazione umana, comprensibile, ma non possiamo fermarci a questo livello.
È una forma di martirio, amare, perdonare, pregare per i nemici.
Nessuna religione al mondo insegna questo, perché non seguono il vero Dio, sono adoratori di false divinità. Anche gli ebrei si sono fermati al Dio dell’Antico testamento che insegnava la legge del taglione per salvaguardare la sussistenza del popolo ed allontanare quanti volevano distruggere il piano dell’Esodo biblico. Soprattutto, Dio si adeguava alla mentalità rurale del popolo e gli permetteva di reagire allo stesso modo. Poi, Gesù insegnò il perdono.
Tutta la vita del Signore è un lungo, lineare, coerente insegnamento sul perdono incondizionato.
Non c’è un solo motivo per non perdonare. Come cristiani siamo chiamati a manifestare in ogni circostanza, quanto fece Gesù sulla Croce.
Nel momento più doloroso della sua vita, dopo essere stato tradito, torturato, flagellato e schernito, Gesù amava sempre, addirittura chiese al Padre di perdonare i suoi uccisori
“perché non sanno quello che fanno”.
Un cuore non convertito non può comprendere questi insegnamenti di Gesù, li trova difficili e inopportuni. Noi non seguiamo le tendenze umane, guardiamo la Croce e perdoniamo coloro che non ci amano, preghiamo per essi e desideriamo tutto il bene possibile. La grandezza di un cattolico è quando prega per i suoi nemici. Noi ci mostriamo nemici di Gesù quando pecchiamo, ma Lui ci perdona sempre e ci ama così come siamo. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di utilizzare questi mezzi, secondo la possibilità: Vangelo, Eucaristia, accettazione serena della croce, per fare l’esperienza di Gesù.
Pensiero
L’amore và oltre il dolore e copre una moltitudine di colpe. (San Pier Crisologo)
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Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Se c’è una cosa che ripugna più di molte altre la nostra natura, è
l'amore ai nemici e ai persecutori. La natura ferita, rimasta orgogliosa e implacabile, non ha la capacità di fare del bene a chi ha procurato molto male. L’amore verso i nemici è impossibile donarlo se non c’è una forza soprannaturale: è "la Grazia" di Dio a sostenere la natura debole.
Oggi Gesù ci chiede uno sforzo straordinario, ancora più di porgere l’altra guancia, vestire l'ignudo con il proprio mantello, essere costretti a percorrere la stessa strada del nemico. Gesù ci chiede sforzi superiori. Ha fiducia in ciascuno di noi.
È il Comandamento dell’amore il punto centrale del Vangelo, l’amore gli uni per gli altri, la dimenticanza di se stessi per aprirci a chi non ci ama. Molto spesso ognuno di noi incontra nella vita, momenti di sofferenza che arrivano come una tegola in testa, improvvisamente. Arrivano anche da familiari, amici di cui ci si fidava, colleghi di lavoro che tradiscono per un piatto di lenticchie. E si rimane impreparati dinanzi a violenze morali profonde. La reazione più seguita è la rottura delle relazioni, anche per questo i divorzi aumentano, mancando la capacità di un confronto sincero e umile. Quando sentiamo una lancia che trapassa l’anima e vediamo che la mano da cui è partita, appartiene a chi non ci ama, in quel momento decidiamo per la vendetta. Il perdono viene sempre ignorato. Per perdonare occorre avere tornaconti consistenti. Ma quasi sempre si sceglie di non perdonare, di non amare chi ci mortifica, perseguita, calunnia.
È una reazione umana, comprensibile, ma non possiamo fermarci a questo livello.
È una forma di martirio, amare, perdonare, pregare per i nemici.
Nessuna religione al mondo insegna questo, perché non seguono il vero Dio, sono adoratori di false divinità. Anche gli ebrei si sono fermati al Dio dell’Antico testamento che insegnava la legge del taglione per salvaguardare la sussistenza del popolo ed allontanare quanti volevano distruggere il piano dell’Esodo biblico. Soprattutto, Dio si adeguava alla mentalità rurale del popolo e gli permetteva di reagire allo stesso modo. Poi, Gesù insegnò il perdono.
Tutta la vita del Signore è un lungo, lineare, coerente insegnamento sul perdono incondizionato.
Non c’è un solo motivo per non perdonare. Come cristiani siamo chiamati a manifestare in ogni circostanza, quanto fece Gesù sulla Croce.
Nel momento più doloroso della sua vita, dopo essere stato tradito, torturato, flagellato e schernito, Gesù amava sempre, addirittura chiese al Padre di perdonare i suoi uccisori
“perché non sanno quello che fanno”.
Un cuore non convertito non può comprendere questi insegnamenti di Gesù, li trova difficili e inopportuni. Noi non seguiamo le tendenze umane, guardiamo la Croce e perdoniamo coloro che non ci amano, preghiamo per essi e desideriamo tutto il bene possibile. La grandezza di un cattolico è quando prega per i suoi nemici. Noi ci mostriamo nemici di Gesù quando pecchiamo, ma Lui ci perdona sempre e ci ama così come siamo. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di utilizzare questi mezzi, secondo la possibilità: Vangelo, Eucaristia, accettazione serena della croce, per fare l’esperienza di Gesù.
Pensiero
L’amore và oltre il dolore e copre una moltitudine di colpe. (San Pier Crisologo)
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lunedì 13 giugno 2011
980 - Commento al Vangelo di oggi 13/6/2011
Dal Vangelo secondo Matteo(5,38-42)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio” e “dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Dinanzi un Vangelo così scioccante, passo prima a descrivere la figura di Sant’Antonio di Padova, di cui oggi è la festa. Un mistico francescano molto amato e poco conosciuto. La devozione popolare soprattutto si sofferma sulle preghiere da tributargli e meno sulla sua vita, sul messaggio particolare che ha lasciato, le virtù che ha praticato eroicamente.
Un grande taumaturgo, cioè un guaritore per Grazia di Dio, capace di sbalordire tutta la popolazione del suo tempo per i miracoli che otteneva da Dio. Non è automatico ricevere miracoli impossibili, e chi prega per gli altri, quindi il mediatore, deve avere qualità morali non comuni, deve dare in cambio dei miracoli qualcosa a Dio: la sua vita dedita al Vangelo, lunghe preghiere, penitenze, digiuni, virtù eroiche, adorazione eucaristica prolungata, grande devozione alla Madonna.
I miracoli si ottengono senz’altro, ma occorre dare in cambio a Gesù, amore e vita santa.
Tra i miracoli più meravigliosi ottenuti per le preghiere di Sant’Antonio di Padova, mi ricordo quello della Confessione. Un uomo era andato da lui, si inginocchiò ma non riusciva ad aprire la bocca per vergogna o emozione. Rimase in silenzio. Il Santo consigliò di ritornare l’indomani con un biglietto su cui aveva scritto i peccati per leggerli nella Confessione. L’uomo ritornò, cominciò la lettura dei peccati, ricevette l’assoluzione e fu invitato a guardare il foglio. Era diventato bianco. Tutti i peccati cancellati.
Come bianca era ritornata la sua anima dopo "la Confessione" la Confessione umile dei peccati. La sapienza dimorava in questo francescano, conosceva la Scrittura profondamente e ricordava tutte le citazioni. San Francesco si accorse di lui durante una predica, quando per mancanza del predicatore, il superiore del luogo fu costretto all’improvviso a trovare un sostituto e si ricordò di Frate Antonio, ignorato Frate del convento. La sua predica lasciò i presenti incantati, da quel giorno fu il predicatore più famoso e ricercato. Gesù ci concede doni e la sua Grazia in proporzione alla nostra vita spirituale. Sant’Antonio di Padova ha annunciato fedelmente il Vangelo, insieme ad una vita totalmente donata alla causa evangelica. La sua compassione è stata veramente eccellente, si commuoveva dinanzi le sofferenze e faceva di tutto per risollevare malati e poveri. E pensare che tutti i suoi progetti iniziali fallirono miseramente. Quando all’inizio della sua vita francescana scelse di diventare missionario e di partire per l’Africa, l’imbarcazione invece di raggiungere la destinazione approdò in Sicilia, e rimase in Italia. Fu costretto a ritornare ad Assisi e poi in Romagna. Ma non realizzò i suoi progetti, dopo accettò con docilità la volontà di Dio.
Quando morì tutti lo consideravano un grande Santo e dopo un solo anno fu canonizzato.
****
Veniamo al Vangelo di oggi. Come spiegare “porgi l’altra guancia?”.
Anche qui la confusione è molta, non si parla correttamente di questa parola e i parroci che la trattano con dovizia, aiutano enormemente i loro parrocchiani. Si chiedono se si deve lasciare chi non li ama, libero di fare del male, quindi, di picchiare moralmente e con persecuzioni. Si deve fare silenzio quando bisogna porgere la guancia? Non è così.
Chiarisco che c’è una distinzione tra un’offesa o una persecuzione e altri comportamenti che si possono configurare come reati e che richiedono un trattamento diverso, se l’altra persona per esempio minaccia o ricatta o fa mobbing. Non si può porgere l’altra guancia. Bisogna tutelarsi e chiedere aiuto, senza esprimere giudizi morali sugli altri. Invece, l’offesa o la persecuzione basata su parole di giudizi, si devono accettare e comportarci come fece Gesù, il quale perdonò in ogni circostanza ed amò i suoi nemici fino alla fine.
In questo caso, quando noi porgiamo l’altra guancia, diamo a chi non ci ama un’altra possibilità per cambiare comportamento, convertirsi nel caso, arrivare a comprendere che vive male per sé e per gli altri.
Se interveniamo subito, replicando con gli stessi metodi usati dagli altri, annulliamo ogni possibilità di riconciliazione. Il silenzio amoroso e il perdono del cuore, possono ottenere la loro conversione, perché accompagniamo la pazienza con le preghiere e la partecipazione alla Messa.
Bisogna offrire sempre una possibilità a chi non ci ama.
Questa è la scuola del Vangelo, dobbiamo reagire amando e perdonando.
Non c’è altro comportamento nel Vangelo. Come scritto sopra, se le reazioni sono pericolose bisogna proteggersi, rimanendo nell’atteggiamento dell’amore e pronti alla riconciliazione, se gli altri sono disponibili.
Il nostro modello in ogni circostanza è Gesù, mettiamo da parte l’orgoglio umano.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di utilizzare questi mezzi, secondo la possibilità: Vangelo, Eucaristia, accettazione serena della croce, per fare l’esperienza di Gesù.
Pensiero
L’amore và oltre il dolore e copre una moltitudine di colpe. (San Pier Crisologo)
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio” e “dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Dinanzi un Vangelo così scioccante, passo prima a descrivere la figura di Sant’Antonio di Padova, di cui oggi è la festa. Un mistico francescano molto amato e poco conosciuto. La devozione popolare soprattutto si sofferma sulle preghiere da tributargli e meno sulla sua vita, sul messaggio particolare che ha lasciato, le virtù che ha praticato eroicamente.
Un grande taumaturgo, cioè un guaritore per Grazia di Dio, capace di sbalordire tutta la popolazione del suo tempo per i miracoli che otteneva da Dio. Non è automatico ricevere miracoli impossibili, e chi prega per gli altri, quindi il mediatore, deve avere qualità morali non comuni, deve dare in cambio dei miracoli qualcosa a Dio: la sua vita dedita al Vangelo, lunghe preghiere, penitenze, digiuni, virtù eroiche, adorazione eucaristica prolungata, grande devozione alla Madonna.
I miracoli si ottengono senz’altro, ma occorre dare in cambio a Gesù, amore e vita santa.
Tra i miracoli più meravigliosi ottenuti per le preghiere di Sant’Antonio di Padova, mi ricordo quello della Confessione. Un uomo era andato da lui, si inginocchiò ma non riusciva ad aprire la bocca per vergogna o emozione. Rimase in silenzio. Il Santo consigliò di ritornare l’indomani con un biglietto su cui aveva scritto i peccati per leggerli nella Confessione. L’uomo ritornò, cominciò la lettura dei peccati, ricevette l’assoluzione e fu invitato a guardare il foglio. Era diventato bianco. Tutti i peccati cancellati.
Come bianca era ritornata la sua anima dopo "la Confessione" la Confessione umile dei peccati. La sapienza dimorava in questo francescano, conosceva la Scrittura profondamente e ricordava tutte le citazioni. San Francesco si accorse di lui durante una predica, quando per mancanza del predicatore, il superiore del luogo fu costretto all’improvviso a trovare un sostituto e si ricordò di Frate Antonio, ignorato Frate del convento. La sua predica lasciò i presenti incantati, da quel giorno fu il predicatore più famoso e ricercato. Gesù ci concede doni e la sua Grazia in proporzione alla nostra vita spirituale. Sant’Antonio di Padova ha annunciato fedelmente il Vangelo, insieme ad una vita totalmente donata alla causa evangelica. La sua compassione è stata veramente eccellente, si commuoveva dinanzi le sofferenze e faceva di tutto per risollevare malati e poveri. E pensare che tutti i suoi progetti iniziali fallirono miseramente. Quando all’inizio della sua vita francescana scelse di diventare missionario e di partire per l’Africa, l’imbarcazione invece di raggiungere la destinazione approdò in Sicilia, e rimase in Italia. Fu costretto a ritornare ad Assisi e poi in Romagna. Ma non realizzò i suoi progetti, dopo accettò con docilità la volontà di Dio.
Quando morì tutti lo consideravano un grande Santo e dopo un solo anno fu canonizzato.
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Veniamo al Vangelo di oggi. Come spiegare “porgi l’altra guancia?”.
Anche qui la confusione è molta, non si parla correttamente di questa parola e i parroci che la trattano con dovizia, aiutano enormemente i loro parrocchiani. Si chiedono se si deve lasciare chi non li ama, libero di fare del male, quindi, di picchiare moralmente e con persecuzioni. Si deve fare silenzio quando bisogna porgere la guancia? Non è così.
Chiarisco che c’è una distinzione tra un’offesa o una persecuzione e altri comportamenti che si possono configurare come reati e che richiedono un trattamento diverso, se l’altra persona per esempio minaccia o ricatta o fa mobbing. Non si può porgere l’altra guancia. Bisogna tutelarsi e chiedere aiuto, senza esprimere giudizi morali sugli altri. Invece, l’offesa o la persecuzione basata su parole di giudizi, si devono accettare e comportarci come fece Gesù, il quale perdonò in ogni circostanza ed amò i suoi nemici fino alla fine.
In questo caso, quando noi porgiamo l’altra guancia, diamo a chi non ci ama un’altra possibilità per cambiare comportamento, convertirsi nel caso, arrivare a comprendere che vive male per sé e per gli altri.
Se interveniamo subito, replicando con gli stessi metodi usati dagli altri, annulliamo ogni possibilità di riconciliazione. Il silenzio amoroso e il perdono del cuore, possono ottenere la loro conversione, perché accompagniamo la pazienza con le preghiere e la partecipazione alla Messa.
Bisogna offrire sempre una possibilità a chi non ci ama.
Questa è la scuola del Vangelo, dobbiamo reagire amando e perdonando.
Non c’è altro comportamento nel Vangelo. Come scritto sopra, se le reazioni sono pericolose bisogna proteggersi, rimanendo nell’atteggiamento dell’amore e pronti alla riconciliazione, se gli altri sono disponibili.
Il nostro modello in ogni circostanza è Gesù, mettiamo da parte l’orgoglio umano.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di utilizzare questi mezzi, secondo la possibilità: Vangelo, Eucaristia, accettazione serena della croce, per fare l’esperienza di Gesù.
Pensiero
L’amore và oltre il dolore e copre una moltitudine di colpe. (San Pier Crisologo)
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mercoledì 8 giugno 2011
979 - Udienza del 8/6/2011 (Viaggio in Croazia)
Cari fratelli e sorelle!
Oggi vorrei parlarvi della Visita pastorale in Croazia, che ho compiuto sabato e domenica scorsi. Un viaggio apostolico breve, svoltosi interamente nella capitale Zagabria, eppure ricco di incontri e soprattutto di intenso spirito di fede, dal momento che i Croati sono un popolo profondamente cattolico. Rinnovo il mio più vivo ringraziamento al Cardinale Bozanić, Arcivescovo di Zagabria, a Mons. Srakić, Presidente della Conferenza Episcopale, e agli altri Vescovi della Croazia, come pure al Presidente della Repubblica, per la calorosa accoglienza che mi hanno riservato. La mia riconoscenza va a tutte le Autorità civili e a quanti hanno collaborato in diversi modi a tale evento, in modo speciale alle persone che hanno offerto per questa intenzione preghiere e sacrifici.
“Insieme in Cristo”: questo è stato il motto della mia visita. Esso esprime innanzitutto l’esperienza di ritrovarsi tutti uniti nel nome di Cristo, l’esperienza dell’essere Chiesa, manifestata dal radunarsi del Popolo di Dio intorno al Successore di Pietro. Ma “Insieme in Cristo” aveva, in questo caso, un particolare riferimento alla famiglia: infatti, l’occasione principale della mia Visita era la Iª Giornata Nazionale delle famiglie cattoliche croate, culminata nella Concelebrazione eucaristica di domenica mattina, che ha visto la partecipazione, nell’area dell’Ippodromo di Zagabria, di un grande moltitudine di fedeli. E’ stato per me molto importante confermare nella fede soprattutto le famiglie, che il Concilio Vaticano II ha chiamato “chiese domestiche” (cfr Lumen gentium, 11). Il beato Giovanni Paolo II, il quale ha visitato ben tre volte la Croazia, ha dato grande risalto al ruolo della famiglia nella Chiesa; così, con questo viaggio, ho voluto dare continuità a questo aspetto del suo Magistero. Nell’Europa di oggi, le Nazioni di solida tradizione cristiana hanno una speciale responsabilità nel difendere e promuovere il valore della famiglia fondata sul matrimonio, che rimane comunque decisiva sia nel campo educativo sia in quello sociale. Questo messaggio aveva dunque una particolare rilevanza per la Croazia, che, ricca del suo patrimonio spirituale, etico e culturale, si appresta ad entrare nell’Unione Europea.
La Santa Messa è stata celebrata nel peculiare clima spirituale della novena di Pentecoste. Come in un grande “cenacolo” a cielo aperto, le famiglie croate si sono radunate in preghiera, invocando insieme il dono dello Spirito Santo. Questo mi ha dato modo di sottolineare il dono e l’impegno della comunione nella Chiesa, come pure di incoraggiare i coniugi nella loro missione. Ai nostri giorni, mentre purtroppo si constata il moltiplicarsi delle separazioni e dei divorzi, la fedeltà dei coniugi è diventata di per se stessa una testimonianza significativa dell’amore di Cristo, che permette di vivere il Matrimonio per quello che è, cioè l’unione di un uomo e di una donna che, con la grazia di Cristo, si amano e si aiutano per tutta la vita, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. La prima educazione alla fede consiste proprio nella testimonianza di questa fedeltà al patto coniugale: da essa i figli apprendono senza parole che Dio è amore fedele, paziente, rispettoso e generoso.
La fede nel Dio che è Amore si trasmette prima di tutto con la testimonianza di una fedeltà all’amore coniugale, che si traduce naturalmente in amore per i figli, frutto di questa unione. Ma questa fedeltà non è possibile senza la grazia di Dio, senza il sostegno della fede e dello Spirito Santo. Ecco perché la Vergine Maria non cessa di intercedere presso il suo Figlio affinché – come alle nozze di Cana – rinnovi continuamente ai coniugi il dono del “vino buono”, cioè della sua Grazia, che permette di vivere in “una sola carne” nelle diverse età e situazioni della vita.
In questo contesto di grande attenzione alla famiglia, si è collocata molto bene la Veglia con i giovani, avvenuta la sera di sabato nella Piazza Jelačić, cuore della città di Zagabria. Là ho potuto incontrare la nuova generazione croata, e ho percepito tutta la forza della sua fede giovane, animata da un grande slancio verso la vita e il suo significato, verso il bene, verso la libertà, vale a dire verso Dio. E’ stato bello e commovente sentire questi giovani cantare con gioia ed entusiasmo, e poi, nel momento dell’ascolto e della preghiera, raccogliersi in profondo silenzio! A loro ho ripetuto la domanda che Gesù fece ai suoi primi discepoli: “Che cosa cercate?” (Gv 1,38), ma ho detto loro che Dio li cerca prima e più di quanto essi stessi cerchino Lui. E’ questa la gioia della fede: scoprire che Dio ci ama per primo! E’ una scoperta che ci mantiene sempre discepoli, e quindi sempre giovani nello spirito! Questo mistero, durante la Veglia, è stato vissuto nella preghiera di adorazione eucaristica: nel silenzio, il nostro essere “insieme in Cristo” ha trovato la sua pienezza. Così il mio invito a seguire Gesù è stato un’eco della Parola che Lui stesso rivolgeva al cuore dei giovani.
Un altro momento che possiamo dire di “cenacolo” è stata la Celebrazione dei Vespri nella Cattedrale, con i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i giovani in formazione nei Seminari e nei Noviziati. Anche qui, in modo particolare, abbiamo sperimentato il nostro essere “famiglia” come comunità ecclesiale. Nella Cattedrale di Zagabria si trova la monumentale tomba del beato Cardinale Alojzije Stepinac, Vescovo e Martire. Egli, in nome di Cristo, si oppose con coraggio prima ai soprusi del nazismo e del fascismo e, dopo, a quelli del regime comunista. Fu imprigionato e confinato nel villaggio natio. Creato Cardinale dal Papa Pio XII, morì nel 1960 per una malattia contratta in carcere. Alla luce della sua testimonianza, ho incoraggiato i Vescovi e i presbiteri nel loro ministero, esortandoli alla comunione e allo slancio apostolico; ho riproposto ai consacrati la bellezza e la radicalità della loro forma di vita; ho invitato i seminaristi, i novizi e le novizie a seguire con gioia Cristo che li ha chiamati per nome. Questo momento di preghiera, arricchito dalla presenza di tanti fratelli e sorelle che hanno dedicato la vita al Signore, è stato per me di grande conforto, e prego perché le famiglie croate siano sempre terreno fertile per la nascita di numerose e sante vocazioni al servizio del Regno di Dio.
Molto significativo è stato anche l’incontro con esponenti della società civile, del mondo politico, accademico, culturale ed imprenditoriale, con il Corpo Diplomatico e con i Leaders religiosi, radunati nel Teatro Nazionale di Zagabria. In quel contesto, ho avuto la gioia di rendere omaggio alla grande tradizione culturale croata, inseparabile dalla sua storia di fede e dalla presenza viva della Chiesa, promotrice lungo i secoli di molteplici istituzioni e soprattutto formatrice di illustri ricercatori della verità e del bene comune. Tra questi ho ricordato in particolare il gesuita Padre Ruđer Bošković, grande scienziato di cui ricorre quest’anno il terzo centenario della nascita. Ancora una volta è apparsa evidente a tutti noi la più profonda vocazione dell’Europa, che è quella di custodire e rinnovare un umanesimo che ha radici cristiane e che si può definire “cattolico”, cioè universale ed integrale. Un umanesimo che pone al centro la coscienza dell’uomo, la sua apertura trascendente e al tempo stesso la sua realtà storica, capace di ispirare progetti politici diversificati ma convergenti alla costruzione di una democrazia sostanziale, fondata sui valori etici radicati nella stessa natura umana. Guardare all’Europa dal punto di vista di una Nazione di antica e solida tradizione cristiana, che della civiltà europea è parte integrante, mentre si appresta ad entrare nell’Unione politica, ha fatto sentire nuovamente l’urgenza della sfida che interpella oggi i popoli di questo Continente: quella, cioè – di non avere paura di Dio, del Dio di Gesù Cristo, che è Amore e Verità, e non toglie nulla alla libertà ma la restituisce a se stessa e le dona l’orizzonte di una speranza affidabile.
Cari amici, ogni volta che il Successore di Pietro compie un viaggio apostolico, tutto il corpo ecclesiale partecipa in qualche modo del dinamismo di comunione e di missione proprio del suo ministero. Ringrazio tutti coloro che mi hanno accompagnato e sostenuto con la preghiera, ottenendo che la mia visita pastorale si svolgesse ottimamente. Ora, mentre ringraziamo il Signore per questo grande dono, chiediamo a Lui, per intercessione della Vergine Maria, Regina dei Croati, che quanto ho potuto seminare porti frutti abbondanti, per le famiglie croate, per l’intera Nazione e per tutta l’Europa.
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Oggi vorrei parlarvi della Visita pastorale in Croazia, che ho compiuto sabato e domenica scorsi. Un viaggio apostolico breve, svoltosi interamente nella capitale Zagabria, eppure ricco di incontri e soprattutto di intenso spirito di fede, dal momento che i Croati sono un popolo profondamente cattolico. Rinnovo il mio più vivo ringraziamento al Cardinale Bozanić, Arcivescovo di Zagabria, a Mons. Srakić, Presidente della Conferenza Episcopale, e agli altri Vescovi della Croazia, come pure al Presidente della Repubblica, per la calorosa accoglienza che mi hanno riservato. La mia riconoscenza va a tutte le Autorità civili e a quanti hanno collaborato in diversi modi a tale evento, in modo speciale alle persone che hanno offerto per questa intenzione preghiere e sacrifici.
“Insieme in Cristo”: questo è stato il motto della mia visita. Esso esprime innanzitutto l’esperienza di ritrovarsi tutti uniti nel nome di Cristo, l’esperienza dell’essere Chiesa, manifestata dal radunarsi del Popolo di Dio intorno al Successore di Pietro. Ma “Insieme in Cristo” aveva, in questo caso, un particolare riferimento alla famiglia: infatti, l’occasione principale della mia Visita era la Iª Giornata Nazionale delle famiglie cattoliche croate, culminata nella Concelebrazione eucaristica di domenica mattina, che ha visto la partecipazione, nell’area dell’Ippodromo di Zagabria, di un grande moltitudine di fedeli. E’ stato per me molto importante confermare nella fede soprattutto le famiglie, che il Concilio Vaticano II ha chiamato “chiese domestiche” (cfr Lumen gentium, 11). Il beato Giovanni Paolo II, il quale ha visitato ben tre volte la Croazia, ha dato grande risalto al ruolo della famiglia nella Chiesa; così, con questo viaggio, ho voluto dare continuità a questo aspetto del suo Magistero. Nell’Europa di oggi, le Nazioni di solida tradizione cristiana hanno una speciale responsabilità nel difendere e promuovere il valore della famiglia fondata sul matrimonio, che rimane comunque decisiva sia nel campo educativo sia in quello sociale. Questo messaggio aveva dunque una particolare rilevanza per la Croazia, che, ricca del suo patrimonio spirituale, etico e culturale, si appresta ad entrare nell’Unione Europea.
La Santa Messa è stata celebrata nel peculiare clima spirituale della novena di Pentecoste. Come in un grande “cenacolo” a cielo aperto, le famiglie croate si sono radunate in preghiera, invocando insieme il dono dello Spirito Santo. Questo mi ha dato modo di sottolineare il dono e l’impegno della comunione nella Chiesa, come pure di incoraggiare i coniugi nella loro missione. Ai nostri giorni, mentre purtroppo si constata il moltiplicarsi delle separazioni e dei divorzi, la fedeltà dei coniugi è diventata di per se stessa una testimonianza significativa dell’amore di Cristo, che permette di vivere il Matrimonio per quello che è, cioè l’unione di un uomo e di una donna che, con la grazia di Cristo, si amano e si aiutano per tutta la vita, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. La prima educazione alla fede consiste proprio nella testimonianza di questa fedeltà al patto coniugale: da essa i figli apprendono senza parole che Dio è amore fedele, paziente, rispettoso e generoso.
La fede nel Dio che è Amore si trasmette prima di tutto con la testimonianza di una fedeltà all’amore coniugale, che si traduce naturalmente in amore per i figli, frutto di questa unione. Ma questa fedeltà non è possibile senza la grazia di Dio, senza il sostegno della fede e dello Spirito Santo. Ecco perché la Vergine Maria non cessa di intercedere presso il suo Figlio affinché – come alle nozze di Cana – rinnovi continuamente ai coniugi il dono del “vino buono”, cioè della sua Grazia, che permette di vivere in “una sola carne” nelle diverse età e situazioni della vita.
In questo contesto di grande attenzione alla famiglia, si è collocata molto bene la Veglia con i giovani, avvenuta la sera di sabato nella Piazza Jelačić, cuore della città di Zagabria. Là ho potuto incontrare la nuova generazione croata, e ho percepito tutta la forza della sua fede giovane, animata da un grande slancio verso la vita e il suo significato, verso il bene, verso la libertà, vale a dire verso Dio. E’ stato bello e commovente sentire questi giovani cantare con gioia ed entusiasmo, e poi, nel momento dell’ascolto e della preghiera, raccogliersi in profondo silenzio! A loro ho ripetuto la domanda che Gesù fece ai suoi primi discepoli: “Che cosa cercate?” (Gv 1,38), ma ho detto loro che Dio li cerca prima e più di quanto essi stessi cerchino Lui. E’ questa la gioia della fede: scoprire che Dio ci ama per primo! E’ una scoperta che ci mantiene sempre discepoli, e quindi sempre giovani nello spirito! Questo mistero, durante la Veglia, è stato vissuto nella preghiera di adorazione eucaristica: nel silenzio, il nostro essere “insieme in Cristo” ha trovato la sua pienezza. Così il mio invito a seguire Gesù è stato un’eco della Parola che Lui stesso rivolgeva al cuore dei giovani.
Un altro momento che possiamo dire di “cenacolo” è stata la Celebrazione dei Vespri nella Cattedrale, con i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i giovani in formazione nei Seminari e nei Noviziati. Anche qui, in modo particolare, abbiamo sperimentato il nostro essere “famiglia” come comunità ecclesiale. Nella Cattedrale di Zagabria si trova la monumentale tomba del beato Cardinale Alojzije Stepinac, Vescovo e Martire. Egli, in nome di Cristo, si oppose con coraggio prima ai soprusi del nazismo e del fascismo e, dopo, a quelli del regime comunista. Fu imprigionato e confinato nel villaggio natio. Creato Cardinale dal Papa Pio XII, morì nel 1960 per una malattia contratta in carcere. Alla luce della sua testimonianza, ho incoraggiato i Vescovi e i presbiteri nel loro ministero, esortandoli alla comunione e allo slancio apostolico; ho riproposto ai consacrati la bellezza e la radicalità della loro forma di vita; ho invitato i seminaristi, i novizi e le novizie a seguire con gioia Cristo che li ha chiamati per nome. Questo momento di preghiera, arricchito dalla presenza di tanti fratelli e sorelle che hanno dedicato la vita al Signore, è stato per me di grande conforto, e prego perché le famiglie croate siano sempre terreno fertile per la nascita di numerose e sante vocazioni al servizio del Regno di Dio.
Molto significativo è stato anche l’incontro con esponenti della società civile, del mondo politico, accademico, culturale ed imprenditoriale, con il Corpo Diplomatico e con i Leaders religiosi, radunati nel Teatro Nazionale di Zagabria. In quel contesto, ho avuto la gioia di rendere omaggio alla grande tradizione culturale croata, inseparabile dalla sua storia di fede e dalla presenza viva della Chiesa, promotrice lungo i secoli di molteplici istituzioni e soprattutto formatrice di illustri ricercatori della verità e del bene comune. Tra questi ho ricordato in particolare il gesuita Padre Ruđer Bošković, grande scienziato di cui ricorre quest’anno il terzo centenario della nascita. Ancora una volta è apparsa evidente a tutti noi la più profonda vocazione dell’Europa, che è quella di custodire e rinnovare un umanesimo che ha radici cristiane e che si può definire “cattolico”, cioè universale ed integrale. Un umanesimo che pone al centro la coscienza dell’uomo, la sua apertura trascendente e al tempo stesso la sua realtà storica, capace di ispirare progetti politici diversificati ma convergenti alla costruzione di una democrazia sostanziale, fondata sui valori etici radicati nella stessa natura umana. Guardare all’Europa dal punto di vista di una Nazione di antica e solida tradizione cristiana, che della civiltà europea è parte integrante, mentre si appresta ad entrare nell’Unione politica, ha fatto sentire nuovamente l’urgenza della sfida che interpella oggi i popoli di questo Continente: quella, cioè – di non avere paura di Dio, del Dio di Gesù Cristo, che è Amore e Verità, e non toglie nulla alla libertà ma la restituisce a se stessa e le dona l’orizzonte di una speranza affidabile.
Cari amici, ogni volta che il Successore di Pietro compie un viaggio apostolico, tutto il corpo ecclesiale partecipa in qualche modo del dinamismo di comunione e di missione proprio del suo ministero. Ringrazio tutti coloro che mi hanno accompagnato e sostenuto con la preghiera, ottenendo che la mia visita pastorale si svolgesse ottimamente. Ora, mentre ringraziamo il Signore per questo grande dono, chiediamo a Lui, per intercessione della Vergine Maria, Regina dei Croati, che quanto ho potuto seminare porti frutti abbondanti, per le famiglie croate, per l’intera Nazione e per tutta l’Europa.
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domenica 5 giugno 2011
978 - Commento al Vangelo di oggi 5/6/2011
+ Dal Vangelo secondo Matteo (28,16-20)
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Durante la giornata riesco a trovare un po’ di tempo per leggere alcuni articoli più interessanti dei quotidiani o per seguire il telegiornale. Non posso dedicare molto tempo, l’apostolato esige grande disponibilità sia per incontrare i fedeli (Confessione e guida spirituale), sia per preparare gli scritti, per rispondere alle lettere e alle e-mails.
E all’apostolato non si può dedicare più tempo della preghiera, è impensabile pregare poco e fare molto apostolato. Gesù neanche è contento, non possiamo portare agli altri il nulla accumulato, solo i Sacramenti e la preghiera ci possono riempire di Grazia.
Ho fatto questo giro per arrivare a dirvi che sui quotidiani si leggono articoli incredibili, ed è la manifestazione che si sta veramente perdendo la testa, a causa della totale mancanza di Dio, dei valori cristiani, della carità umana. Non mi ricordo in passato di avere letto così tanti fatti di cronaca incredibili e sconcertanti. Ne potrei elencare una decina avvenuti ieri, ma quello che mi sembra la sommità dell’insensatezza, riguarda l’autografo richiesto a Michele Misseri da una coppia di Napoli. Hanno compiuto358 chilometri all’andata e 358 al ritorno, per chiedere l’autografo ad un uomo che ha scelto di diventare mostro della farsa. Sta trasformando la sua innocenza in un teatrino ridicolo, come affermano i magistrati. Non sa più cosa dire per difendere le donne di casa, ma è diventato una barzelletta. Come si può chiedere un autografo a Michele Misseri? Poi, ci sono gli ebrei ultraosservanti: una corte rabbinica di Gerusalemme ha stabilito che un cane venga lapidato a morte. Il motivo Il motivo è ridicolo: sospettano che l’«immonda bestia» sia la reincarnazione d’un famoso avvocato, un laico impenitente. La reincarnazione usata dai rabbini è un’altra barzelletta. Ma se si considerano gli unici osservanti della Legge biblica antica, come possono credere alla reincarnazione? Un’altra notizia incredibile è la festa del Cardinale Tettamanzi per la vittoria di Giuliano Pisapia a Milano. Questo nuovo sindaco è senz’altro una degna persona, il problema non è la sua persona, sta nella sua ideologia estremista: è un comunista che avversa il Cristianesimo. Se Pisapia non fosse estremista, nessuno dovrebbe lamentarsi perché ha vinto legittimamente le elezioni. Se non avesse questo vivo fuoco che lo spinge nel creare una moschea in ogni quartiere di Milano per i musulmani, la libertà ai rom di riempire la città senza essere controllati, la premura nel favorire i matrimoni gay e ogni forma di immoralità, tutti dovremmo evitare qualsiasi esternazione. Pisapia ha tutto il diritto di governare e potrà farlo anche bene, mi dispiacciono fortemente le sue posizioni, penalizzerà pesantemente la comunità cattolica, ma al Cardinale Tettamanzi questo non importa. Non è sconcertante? Ci sono i referendum. Non voglio condizionare nessuno, ma la verità devo affermarla. Come sappiamo il PD e tutta la sinistra è contraria, però, appena alcuni anni fa il segretario Bersani era favorevole al nucleare e all’acqua da fare gestire ai privati. Oggi si batte con le tesi opposte. A quale Bersani bisogna credere? Mi sconcerta la politica fatta alla faccia dei cittadini, quando non si persegue il bene comune ma gli interessi personali. Questo riguarda tutti i politici. Sarebbe onesto, ripeto si tratterebbe di onestà intellettuale, se Bersani dicesse che con il referendum vuole annullare il legittimo impedimento di Berlusconi, e che l’acqua ai privati o il nucleare non gli interessa affatto. Sarebbe una vera manifestazione di lealtà, ma quando ascolteremo dai politici questa lealtà? Quindi, tutte le e-mails che girano sul web, sono tutte ipocrite, mettono grande paura sul nucleare e la privatizzazione dell’acqua per portare i cittadini a votare e superare il 50% del quorum. È un’azione poco onesta, portata avanti anche da persone cattoliche che non agiscono con lucidità. Invece si richiede lealtà, bisogna dire che si vuole danneggiare Berlusconi e politicamente è un diritto degli avversari. Attuano il gioco ingannevole di creare uno stato di tensione, terrorizzando con il nucleare, ma si tratta di pura falsità. Sarebbe ora che chi parla di nucleare cominciasse a studiare il problema con serietà. Il grande scienziato Veronesi è favorevole, così la scienziata accanita avversaria di Berlusconi, ma la sinistra li ignora, perché deve portare avanti la strumentalizzazione del referendum contro Berlusconi. Ognuno di voi scelga cosa fare liberamente, secondo coscienza, ma ragioniamoci un attimo: Bersani e tutto il PD quando erano al governo nel 2008 facevano comizi a favore del nucleare e della privatizzazione dell’acqua (ci sono video su YouTube), oggi sono contrari al nucleare e alla privatizzazione dell’acqua. Non c’è qualcosa che non và? Sono contro l’ambiente o contro Berlusconi? Non sarebbe preferibile andare alle elezioni e chi vince governa, destra o sinistra, invece di ingannare gli italiani e penalizzarli pesantemente? La cosa curiosa, ridicola, clamorosa, è che dicono a tutti di andare a votare sì, senza spiegare i motivi, perché sanno bene di andare contro gli interessi degli italiani. Sapete quante centrali nucleari abbiamo proprio ai confini dell’Italia? Non per questo io sono favorevole alle centrali, mi rimetto ai pareri degli scienziati onesti, quelli che parlano per il bene degli italiani. Il più grande inganno riguarda l’acqua. È un bene comune e tale rimarrebbe anche se andasse sotto la gestione dei privati, i quali dovrebbero investire miliardi di euro perché quel bene non vada sprecato. Per riportare al rispetto dell’ambiente il nostro sistema idrico, servono investimenti pari a 60 miliardi di euro. Senza questi investimenti la maggior parte dell’acqua continuerà a sprecarsi nelle tubazioni evanescenti, bucate e vecchie, e non ci saranno i depuratori, necessari per l’uso dell’acqua. È falso quanto si afferma sull’acqua e sul nucleare, perché se andasse ai privati la gestione dell’acqua, ne avremmo un guadagno enorme e rimarrebbe sempre un bene comune. È falso dire che sarebbero i privati i nuovi padroni dell’acqua. Il nucleare ci permetterebbe di risparmiare miliardi di euro l’anno, oggi siamo costretti a comprare dalla Francia l’energia elettrica. Questi miliardi di euro potrebbero riversarli sulle pensioni minime, sarebbe un grande aiuto per i meno abbienti. Anche per aumentare gli stipendi degli italiani. Per abbassare le tasse. Però, saranno i referendum a stabilire la volontà degli italiani, e il risultato come sempre và accolto serenamente. Io non andrò a votare per i referendum, e non per difendere Berlusconi, che considero indebolito moralmente per i comportamenti licenziosi con le donne. Il suo partito dovrà necessariamente avere altre guide, con altri giovani elementi. Ed è bene non credere alle grosse stupidate di qualche cantante che difende l’ambiente secondo la sua convenienza, quando per costruirsi una immensa villa ha sbancato una collina ed utilizzato strutture di enorme impatto ambientale. Sono molti quelli che predicano agli altri di non fare quello che loro hanno già commesso. Che grande ipocrisia!
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Veniamo all’Ascensione di Gesù. San Matteo scrive che i discepoli andarono nel luogo che aveva indicato Gesù, un atteggiamento docile e obbediente, proprio di chi non vuole più seguire la sua volontà. Ma i discepoli non erano ancora pienamente convinti delle straordinarie avventure vissute in poco meno di quaranta giorni. Anche se l’amore per Gesù era stato grande, ancora non comprendevano la possibilità della presenza della Divinità in Gesù, come poteva essere Figlio di Dio, se conoscevano Yahvè unico Dio? Interrogativi oscuri, indecifrabili per loro, mentre oggi le risposte le conosciamo bene.Arrivati nel luogo indicato, videro Gesù e si prostrarono, ma in cuor loro il dubbio era ancora dominante. Bisognerà aspettarela Pentecoste per la loro definitiva rinascita, nel Cenacolo saranno trasfigurati dalla potenza dello Spirito Santo. Gesù subito afferma che a Lui è stato dato ogni potere in Cielo e in terra. Sono le prime parole dell’ultima apparizione da Risorto. Ha letto nei loro cuori quel dubbio tremendo che Lo faceva soffrire molto, con pazienza ripete che Lui ha lo stesso potere di Dio. Un potere che non tiene per sé, lo trasmette a coloro che aveva ordinato nell’Ultima Cena: i nuovi Sacerdoti. “Andate dunque”, queste le parole che contengono il mandato di compiere le sue stesse opere, di agire con la forza della sua Divinità. I poteri sacerdotali che trasmette riguardano la facoltà di perdonare, di fare rinascere a vita nuova con il Battesimo. Gesù li manda a tutti i popoli ad insegnare la sua dottrina, e la Chiesa sarà fedele al Signore se continuerà la sua missione, se continuerà le opere di Gesù.Con l’Ascensione il Signore ci dice che tutti siamo chiamati alla vita eterna, arriverà per tutti il momento del distacco, ognuno lascerà in questa vita il ricordo delle sue opere: buone o cattive. Noi abbiamo la possibilità di lasciare benedizioni, di donare amore e perdono a tutti, di agire con umiltà e carità. Gesù ci vuole donare il Paradiso, il vero premio che spetta ai vincitori. Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Durante la giornata riesco a trovare un po’ di tempo per leggere alcuni articoli più interessanti dei quotidiani o per seguire il telegiornale. Non posso dedicare molto tempo, l’apostolato esige grande disponibilità sia per incontrare i fedeli (Confessione e guida spirituale), sia per preparare gli scritti, per rispondere alle lettere e alle e-mails.
E all’apostolato non si può dedicare più tempo della preghiera, è impensabile pregare poco e fare molto apostolato. Gesù neanche è contento, non possiamo portare agli altri il nulla accumulato, solo i Sacramenti e la preghiera ci possono riempire di Grazia.
Ho fatto questo giro per arrivare a dirvi che sui quotidiani si leggono articoli incredibili, ed è la manifestazione che si sta veramente perdendo la testa, a causa della totale mancanza di Dio, dei valori cristiani, della carità umana. Non mi ricordo in passato di avere letto così tanti fatti di cronaca incredibili e sconcertanti. Ne potrei elencare una decina avvenuti ieri, ma quello che mi sembra la sommità dell’insensatezza, riguarda l’autografo richiesto a Michele Misseri da una coppia di Napoli. Hanno compiuto
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Veniamo all’Ascensione di Gesù. San Matteo scrive che i discepoli andarono nel luogo che aveva indicato Gesù, un atteggiamento docile e obbediente, proprio di chi non vuole più seguire la sua volontà. Ma i discepoli non erano ancora pienamente convinti delle straordinarie avventure vissute in poco meno di quaranta giorni. Anche se l’amore per Gesù era stato grande, ancora non comprendevano la possibilità della presenza della Divinità in Gesù, come poteva essere Figlio di Dio, se conoscevano Yahvè unico Dio? Interrogativi oscuri, indecifrabili per loro, mentre oggi le risposte le conosciamo bene.Arrivati nel luogo indicato, videro Gesù e si prostrarono, ma in cuor loro il dubbio era ancora dominante. Bisognerà aspettare
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riflessioni sul vangelo,
Vangelo domenicale
giovedì 2 giugno 2011
977 - Messaggio di Medjugorje del 2/6/2011 (Mirjana)
Cari figli, mentre vi invito alla preghiera per coloro che non hanno conosciuto l’amore di Dio, se guardaste nei vostri cuori capireste che parlo di molti di voi.
Con cuore aperto domandatevi sinceramente se desiderate il Dio Vivente o volete metterlo da parte e vivere secondo il vostro volere.
Guardatevi intorno, figli miei, e osservate dove va il mondo che pensa di fare tutto senza il Padre e che vaga nella tenebra della prova. Io vi offro la luce della Verità e lo Spirito Santo.
Sono con voi secondo il piano di Dio per aiutarvi affinché nei vostri cuori vinca mio Figlio, la Sua Croce e Risurrezione.
Come Madre desidero e prego per la vostra unione con mio Figlio e con la sua opera.
Io sono qui, decidetevi! Vi ringrazio!
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Con cuore aperto domandatevi sinceramente se desiderate il Dio Vivente o volete metterlo da parte e vivere secondo il vostro volere.
Guardatevi intorno, figli miei, e osservate dove va il mondo che pensa di fare tutto senza il Padre e che vaga nella tenebra della prova. Io vi offro la luce della Verità e lo Spirito Santo.
Sono con voi secondo il piano di Dio per aiutarvi affinché nei vostri cuori vinca mio Figlio, la Sua Croce e Risurrezione.
Come Madre desidero e prego per la vostra unione con mio Figlio e con la sua opera.
Io sono qui, decidetevi! Vi ringrazio!
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976 - Commento al Vangelo di oggi 2/6/2011
+ Dal Vangelo secondo Giovanni (16,16-20)
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete?”. In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
L’intervista inviata riguardante la musica sacra, inevitabilmente troverà nostri parrocchiani un po’ dispiaciuti, abituati come sono a sentire le chitarrate in Chiesa, quel rumore assordante e fastidioso che si impone e sovrasta lo stesso Sacrificio del Calvario che si rinnova in ogni Santa Messa.
Sapete chi sono quelli che predicano baldoria ed esultanza durante la Cena, come la chiamano loro? I protestanti o evangelici. La loro mentalità non solamente è entrata dentro la Chiesa, si è imposta con forza. Loro non credono nella Messa, è uno dei punti fondamentali della riforma di Lutero. Liberi di credere o meno, ma lasciateci partecipare al Sacrificio Eucaristico secondo la volontà di Dio.
Da duemila anni la Chiesa celebra la Messa, come ha insegnato Gesù: “Fate questo in memoria di Me”. Precisando che quel pane che aveva nelle mani, non era più pane anche se manteneva le apparenze, la transustanziazione lo aveva trasformato nel suo Corpo. “Questo è il mio Corpo, offerto in sacrifico per voi”. Più chiaro di così Gesù non poteva parlare.
E se la Messa è il Sacrificio Eucaristico, la rinnovazione della morte di Gesù in modo incruento, mistico, senza il versamento del Sangue, chi partecipa e crede veramente, non può gridare, o cantare canzonette pagane, chitarrare come se si trovasse al mare, assistere con indifferenza ad uno spettacolo divertente.
È una scusa puerile dire che i giovani così partecipano, perché quei giovani uscendo dalla Chiesa si comportano come gli altri giovani. Non è servito a nulla lasciarli divertire e cantare in modo sconcio. La verità è un’altra, mancando i modi spirituali per attirare i giovani, per mezzo di preghiere, adorazione eucaristica, catechesi sul Vangelo, l’unico modo è quello di farli divertire, permettendo di fare quello che piace. È la perdita della Fede…
È vero che non tutti i giovani sono così, ma la stragrande maggioranza sì.
Non è sufficiente dare questa libertà ai giovani per attirarli, innanzitutto bisogna dare loro buoni esempi, devono vedere il parroco che prega in ginocchio davanti al Tabernacolo, che evangelizza con la sua vita pura, casta, onesta. Già questo è il più grande insegnamento. Vedendo il parroco convinto della sua Fede, i giovani gli vanno dietro, perché vogliono scoprire quel Tesoro che ha scoperto il parroco.
Si sentono attirati dalla Grazia di Dio.
E diventa facile spiegare che la Messa non è una festa paesana, con la sacra della salsiccia, è il memoriale, ricordo e presenza di Gesù nell’attesa del suo ritorno.
La celebrazione eucaristica ha quattro significati principali: Sacrificio, memoriale, convito, ringraziamento per i doni ricevuti da Dio.
I giovani che vogliono cantare, si inseriscono nel coro, si possono formare più cori secondo l’età, possono imparare l’organo o l’armonium, strumenti che senza alcun dubbio favoriscono la preghiera e l’adorazione di Gesù quando rimane misticamente in Croce dopo la consacrazione.
La chitarra si può suonare in altre circostanze, non durante la Messa.
Non demonizzo la chitarra, ma non è liturgica, non può assolutamente stare in un contesto di sacralità e di solennità. È uno strumento profano, da utilizzare nei momenti di fraternità, divertimento, gite, o nell’oratorio, in altri ambienti della parrocchia, fuori dalla Messa.
La chitarra non favorisce il raccoglimento nel momento più importante della nostra vita
Chi non ha compreso il valore della Messa, parla senza conoscenze teologiche e trova giustificazioni che non c’entrano affatto con il sacro. Chi dice che cantare è l’espressione dell’amore a Gesù, deve anche capire che la Messa è qualcos’altro rispetto agli incontri di preghiera. In questi incontri puoi usare la chitarra e certamente è un modo per coinvolgere tutti i presenti. La Messa richiede raccoglimento.
Gesù muore misticamente in Croce, e se tu ti trovassi sul Calvario accanto alla Madonna distrutta dal dolore e ai discepoli senza più lacrime, forse ti presenti con la chitarra al collo e cominci a schiamazzare? L’altare diventa il Calvario e Gesù dopo la consacrazione rimane misticamente in Croce.
Comprendo che la maggioranza dei cattolici ha sentito catechesi sulla Messa completamente false, per esempio, che è il momento della gioia e bisogna festeggiare con il Signore. Se leggete il nuovo catechismo della Chiesa, comprendete un po’ il vero significato della Messa cattolica. Sono i protestanti a volere la baldoria con canti melodici e sdolcinati, che distraggono completano dal Sacrificio.
Il punto è questo: se la Messa è il Sacrifico di Gesù, schiamazzare o strillare sono irriverenze verso Gesù, con tutto il rispetto per chi suona la chitarra e probabilmente lo fa anche con amore. Ma la Messa è la preghiera infinita, l’azione più sacra della Chiesa e del mondo. Non si può paganizzare questo sublime momento.
Padre Pio celebrava per ore e non si muoveva una foglia…
Dove c’è vero amore verso Gesù, si cerca il massimo raccoglimento.
Tempo fa un lettore mi inviò un link di un video durante un incontro di preghiera, l’adorazione eucaristica, la catechesi di una donna evangelica, e tutto sembrava quel contesto, tranne cattolico. Avvenuto in provincia di Novara, sono convinto che il parroco e tutti i partecipanti sono più protestanti che cattolici. Non immaginate le irriverenze verso il Santissimo esposto, le risate e le battute indecorose attorno all’altare. E suonate di chitarre…
Ditemi se Gesù può rimanere contento di questi incontri.
Quindi, chi crede veramente, vuole partecipare al Sacrificio di Gesù nel massimo raccoglimento. E più si è vicini a Gesù, più Grazie si ricevono. Chi non comprende questo aspetto, non ha la capacità di meditare. Ma per quale motivo si và a Messa, per adorare Gesù o per i canti pagani? I canti stile canzonette non si possono eseguire in altri momenti? È proprio necessario durante la Messa?
Non è la chitarra a favorire l’incontro con Gesù, né le canzonette che distraggono.
I canti che si eseguono con l’organo sono bellissimi, non necessariamente si utilizzano quelli gregoriani. E i canti sacri spingono alla preghiera, aiutano il raccoglimento e la vera partecipazione al Sacrificio Eucaristico. Non andiamo forse a Messa per adorare e ringraziare il Signore?
Pretendono la chitarra i giovani che hanno seguito catechesi moderniste a loro insaputa. O hanno ascoltato insegnamenti protestanti dentro la Chiesa Cattolica. Ovviamente non possono capire questo mio scritto, o lo comprendono solo per Grazia di Gesù.
Io voglio bene anche quelli che suonano la chitarra. Il mio è insegnamento spirituale conforme alla sana Tradizione della Chiesa, non condanno nessuno.
C’è chi và Messa e rischia di perdere la Fede!
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di essere discepolo che segue il Maestro dove Egli vuole, e che aiuta gli altri ad incontrarlo.
Pensiero
Dio preferisce da te il minimo grado di purezza di coscienza che non tutte le opere che potessi fare. (San Giovanni della Croce)
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In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete?”. In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
L’intervista inviata riguardante la musica sacra, inevitabilmente troverà nostri parrocchiani un po’ dispiaciuti, abituati come sono a sentire le chitarrate in Chiesa, quel rumore assordante e fastidioso che si impone e sovrasta lo stesso Sacrificio del Calvario che si rinnova in ogni Santa Messa.
Sapete chi sono quelli che predicano baldoria ed esultanza durante la Cena, come la chiamano loro? I protestanti o evangelici. La loro mentalità non solamente è entrata dentro la Chiesa, si è imposta con forza. Loro non credono nella Messa, è uno dei punti fondamentali della riforma di Lutero. Liberi di credere o meno, ma lasciateci partecipare al Sacrificio Eucaristico secondo la volontà di Dio.
Da duemila anni la Chiesa celebra la Messa, come ha insegnato Gesù: “Fate questo in memoria di Me”. Precisando che quel pane che aveva nelle mani, non era più pane anche se manteneva le apparenze, la transustanziazione lo aveva trasformato nel suo Corpo. “Questo è il mio Corpo, offerto in sacrifico per voi”. Più chiaro di così Gesù non poteva parlare.
E se la Messa è il Sacrificio Eucaristico, la rinnovazione della morte di Gesù in modo incruento, mistico, senza il versamento del Sangue, chi partecipa e crede veramente, non può gridare, o cantare canzonette pagane, chitarrare come se si trovasse al mare, assistere con indifferenza ad uno spettacolo divertente.
È una scusa puerile dire che i giovani così partecipano, perché quei giovani uscendo dalla Chiesa si comportano come gli altri giovani. Non è servito a nulla lasciarli divertire e cantare in modo sconcio. La verità è un’altra, mancando i modi spirituali per attirare i giovani, per mezzo di preghiere, adorazione eucaristica, catechesi sul Vangelo, l’unico modo è quello di farli divertire, permettendo di fare quello che piace. È la perdita della Fede…
È vero che non tutti i giovani sono così, ma la stragrande maggioranza sì.
Non è sufficiente dare questa libertà ai giovani per attirarli, innanzitutto bisogna dare loro buoni esempi, devono vedere il parroco che prega in ginocchio davanti al Tabernacolo, che evangelizza con la sua vita pura, casta, onesta. Già questo è il più grande insegnamento. Vedendo il parroco convinto della sua Fede, i giovani gli vanno dietro, perché vogliono scoprire quel Tesoro che ha scoperto il parroco.
Si sentono attirati dalla Grazia di Dio.
E diventa facile spiegare che la Messa non è una festa paesana, con la sacra della salsiccia, è il memoriale, ricordo e presenza di Gesù nell’attesa del suo ritorno.
La celebrazione eucaristica ha quattro significati principali: Sacrificio, memoriale, convito, ringraziamento per i doni ricevuti da Dio.
I giovani che vogliono cantare, si inseriscono nel coro, si possono formare più cori secondo l’età, possono imparare l’organo o l’armonium, strumenti che senza alcun dubbio favoriscono la preghiera e l’adorazione di Gesù quando rimane misticamente in Croce dopo la consacrazione.
La chitarra si può suonare in altre circostanze, non durante la Messa.
Non demonizzo la chitarra, ma non è liturgica, non può assolutamente stare in un contesto di sacralità e di solennità. È uno strumento profano, da utilizzare nei momenti di fraternità, divertimento, gite, o nell’oratorio, in altri ambienti della parrocchia, fuori dalla Messa.
La chitarra non favorisce il raccoglimento nel momento più importante della nostra vita
Chi non ha compreso il valore della Messa, parla senza conoscenze teologiche e trova giustificazioni che non c’entrano affatto con il sacro. Chi dice che cantare è l’espressione dell’amore a Gesù, deve anche capire che la Messa è qualcos’altro rispetto agli incontri di preghiera. In questi incontri puoi usare la chitarra e certamente è un modo per coinvolgere tutti i presenti. La Messa richiede raccoglimento.
Gesù muore misticamente in Croce, e se tu ti trovassi sul Calvario accanto alla Madonna distrutta dal dolore e ai discepoli senza più lacrime, forse ti presenti con la chitarra al collo e cominci a schiamazzare? L’altare diventa il Calvario e Gesù dopo la consacrazione rimane misticamente in Croce.
Comprendo che la maggioranza dei cattolici ha sentito catechesi sulla Messa completamente false, per esempio, che è il momento della gioia e bisogna festeggiare con il Signore. Se leggete il nuovo catechismo della Chiesa, comprendete un po’ il vero significato della Messa cattolica. Sono i protestanti a volere la baldoria con canti melodici e sdolcinati, che distraggono completano dal Sacrificio.
Il punto è questo: se la Messa è il Sacrifico di Gesù, schiamazzare o strillare sono irriverenze verso Gesù, con tutto il rispetto per chi suona la chitarra e probabilmente lo fa anche con amore. Ma la Messa è la preghiera infinita, l’azione più sacra della Chiesa e del mondo. Non si può paganizzare questo sublime momento.
Padre Pio celebrava per ore e non si muoveva una foglia…
Dove c’è vero amore verso Gesù, si cerca il massimo raccoglimento.
Tempo fa un lettore mi inviò un link di un video durante un incontro di preghiera, l’adorazione eucaristica, la catechesi di una donna evangelica, e tutto sembrava quel contesto, tranne cattolico. Avvenuto in provincia di Novara, sono convinto che il parroco e tutti i partecipanti sono più protestanti che cattolici. Non immaginate le irriverenze verso il Santissimo esposto, le risate e le battute indecorose attorno all’altare. E suonate di chitarre…
Ditemi se Gesù può rimanere contento di questi incontri.
Quindi, chi crede veramente, vuole partecipare al Sacrificio di Gesù nel massimo raccoglimento. E più si è vicini a Gesù, più Grazie si ricevono. Chi non comprende questo aspetto, non ha la capacità di meditare. Ma per quale motivo si và a Messa, per adorare Gesù o per i canti pagani? I canti stile canzonette non si possono eseguire in altri momenti? È proprio necessario durante la Messa?
Non è la chitarra a favorire l’incontro con Gesù, né le canzonette che distraggono.
I canti che si eseguono con l’organo sono bellissimi, non necessariamente si utilizzano quelli gregoriani. E i canti sacri spingono alla preghiera, aiutano il raccoglimento e la vera partecipazione al Sacrificio Eucaristico. Non andiamo forse a Messa per adorare e ringraziare il Signore?
Pretendono la chitarra i giovani che hanno seguito catechesi moderniste a loro insaputa. O hanno ascoltato insegnamenti protestanti dentro la Chiesa Cattolica. Ovviamente non possono capire questo mio scritto, o lo comprendono solo per Grazia di Gesù.
Io voglio bene anche quelli che suonano la chitarra. Il mio è insegnamento spirituale conforme alla sana Tradizione della Chiesa, non condanno nessuno.
C’è chi và Messa e rischia di perdere la Fede!
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di essere discepolo che segue il Maestro dove Egli vuole, e che aiuta gli altri ad incontrarlo.
Pensiero
Dio preferisce da te il minimo grado di purezza di coscienza che non tutte le opere che potessi fare. (San Giovanni della Croce)
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mercoledì 1 giugno 2011
975 - Udienza del 1/6/2011 (Mosè uomo di preghiera)
Cari fratelli e sorelle, leggendo l’Antico Testamento, una figura risalta tra le altre: quella di Mosè, proprio come uomo di preghiera. Mosè, il grande profeta e condottiero del tempo dell’Esodo, ha svolto la sua funzione di mediatore tra Dio e Israele facendosi portatore, presso il popolo, delle parole e dei comandi divini, conducendolo verso la libertà della Terra Promessa, insegnando agli Israeliti a vivere nell’obbedienza e nella fiducia verso Dio durante la lunga permanenza nel deserto, ma anche, e direi soprattutto, pregando. Egli prega per il Faraone quando Dio, con le piaghe, tentava di convertire il cuore degli Egiziani (cfr Es 8–10); chiede al Signore la guarigione della sorella Maria colpita dalla lebbra (cfr Nm 12,9-13), intercede per il popolo che si era ribellato, impaurito dal resoconto degli esploratori (cfr Nm 14,1-19), prega quando il fuoco stava per divorare l’accampamento (cfr Nm 11,1-2) e quando serpenti velenosi facevano strage (cfr Nm 21,4-9); si rivolge al Signore e reagisce protestando quando il peso della sua missione si era fatto troppo pesante (cfr Nm 11,10-15); vede Dio e parla con Lui «faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico» (cfr Es24,9-17; 33,7-23; 34,1-10.28-35).
Anche quando il popolo, al Sinai, chiede ad Aronne di fare il vitello d’oro, Mosè prega, esplicando in modo emblematico la propria funzione di intercessore. L’episodio è narrato nel capitolo 32 del Libro dell’Esodo ed ha un racconto parallelo in Deuteronomio al capitolo 9. È su questo episodio che vorrei soffermarmi nella catechesi di oggi, e in particolare sulla preghiera di Mosè che troviamo nella narrazione dell’Esodo. Il popolo di Israele si trovava ai piedi del Sinai mentre Mosè, sul monte, attendeva il dono delle tavole della Legge, digiunando per quaranta giorni e quaranta notti (cfr Es 24,18; Dt 9,9). Il numero quaranta ha valore simbolico e significa la totalità dell’esperienza, mentre con il digiuno si indica che la vita viene da Dio, è Lui che la sostiene. L’atto del mangiare, infatti, implica l’assunzione del nutrimento che ci sostiene; perciò digiunare, rinunciando al cibo, acquista, in questo caso, un significato religioso: è un modo per indicare che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore (cf Dt 8,3). Digiunando, Mosè mostra di attendere il dono della Legge divina come fonte di vita: essa svela la volontà di Dio e nutre il cuore dell’uomo, facendolo entrare in un’alleanza con l’Altissimo, che è fonte della vita, è la vita stessa.
Ma mentre il Signore, sul monte, dona a Mosè la Legge, ai piedi del monte il popolo la trasgredisce. Incapaci di resistere all’attesa e all’assenza del mediatore, gli Israeliti chiedono ad Aronne: «Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto» (Es 32,1). Stanco di un cammino con un Dio invisibile, ora che anche Mosè, il mediatore, è sparito, il popolo chiede una presenza tangibile, toccabile, del Signore, e trova nel vitello di metallo fuso fatto da Aronne, un dio reso accessibile, manovrabile, alla portata dell’uomo.
È questa una tentazione costante nel cammino di fede: eludere il mistero divino costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi, ai propri progetti. Quanto avviene al Sinai mostra tutta la stoltezza e l’illusoria vanità di questa pretesa perché, come ironicamente afferma il Salmo106, «scambiarono la loro gloria con la figura di un toro che mangia erba» (Sal 106,20). Perciò il Signore reagisce e ordina a Mosè di scendere dal monte, rivelandogli quanto il popolo stava facendo e terminando con queste parole: «Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione» (Es 32,10). Come con Abramo a proposito di Sodoma e Gomorra, anche ora Dio svela a Mosè che cosa intende fare, quasi non volesse agire senza il suo consenso (cfr Am 3,7). Dice: «lascia che si accenda la mia ira». In realtà, questo «lascia che si accenda la mia ira» è detto proprio perché Mosè intervenga e Gli chieda di non farlo, rivelando così che il desiderio di Dio è sempre di salvezza. Come per le due città dei tempi di Abramo, la punizione e la distruzione, in cui si esprime l’ira di Dio come rifiuto del male, indicano la gravità del peccato commesso; allo stesso tempo, la richiesta dell’intercessore intende manifestare la volontà di perdono del Signore. Questa è la salvezza di Dio, che implica misericordia, ma insieme anche denuncia della verità del peccato, del male che esiste, così che il peccatore, riconosciuto e rifiutato il proprio male, possa lasciarsi perdonare e trasformare da Dio. La preghiera di intercessione rende così operante, dentro la realtà corrotta dell’uomo peccatore, la misericordia divina, che trova voce nella supplica dell’orante e si fa presente attraverso di lui lì dove c’è bisogno di salvezza.
La supplica di Mosè è tutta incentrata sulla fedeltà e la grazia del Signore. Egli si riferisce dapprima alla storia di redenzione che Dio ha iniziato con l’uscita d’Israele dall’Egitto, per poi fare memoria dell’antica promessa data ai Padri. Il Signore ha operato salvezza liberando il suo popolo dalla schiavitù egiziana; perché allora – chiede Mosè – «gli Egiziani dovranno dire: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla faccia della terra”?» (Es 32,12). L’opera di salvezza iniziata deve essere completata; se Dio facesse perire il suo popolo, ciò potrebbe essere interpretato come il segno di un’incapacità divina di portare a compimento il progetto di salvezza. Dio non può permettere questo: Egli è il Signore buono che salva, il garante della vita, è il Dio di misericordia e perdono, di liberazione dal peccato che uccide. E così Mosè fa appello a Dio, alla vita interiore di Dio contro la sentenza esteriore. Ma allora, argomenta Mosè con il Signore, se i suoi eletti periscono, anche se sono colpevoli, Egli potrebbe apparire incapace di vincere il peccato. E questo non si può accettare. Mosè ha fatto esperienza concreta del Dio di salvezza, è stato inviato come mediatore della liberazione divina e ora, con la sua preghiera, si fa interprete di una doppia inquietudine, preoccupato per la sorte del suo popolo, ma insieme anche preoccupato per l’onore che si deve al Signore, per la verità del suo nome. L’intercessore infatti vuole che il popolo di Israele sia salvo, perché è il gregge che gli è stato affidato, ma anche perché in quella salvezza si manifesti la vera realtà di Dio. Amore dei fratelli e amore di Dio si compenetrano nella preghiera di intercessione, sono inscindibili. Mosè, l’intercessore, è l’uomo teso tra due amori, che nella preghiera si sovrappongono in un unico desiderio di bene.
Poi, Mosè si appella alla fedeltà di Dio, rammentandogli le sue promesse: «Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”» (Es 32,13). Mosè fa memoria della storia fondatrice delle origini, dei Padri del popolo e della loro elezione, totalmente gratuita, in cui Dio solo aveva avuto l’iniziativa. Non a motivo dei loro meriti, essi avevano ricevuto la promessa, ma per la libera scelta di Dio e del suo amore (cfr Dt 10,15). E ora, Mosè chiede che il Signore continui nella fedeltà la sua storia di elezione e di salvezza, perdonando il suo popolo. L’intercessore non accampa scuse per il peccato della sua gente, non elenca presunti meriti né del popolo né suoi, ma si appella alla gratuità di Dio: un Dio libero, totalmente amore, che non cessa di cercare chi si è allontanato, che resta sempre fedele a se stesso e offre al peccatore la possibilità di tornare a Lui e di diventare, con il perdono, giusto e capace di fedeltà.
Mosè chiede a Dio di mostrarsi più forte anche del peccato e della morte, e con la sua preghiera provoca questo rivelarsi divino. Mediatore di vita, l’intercessore solidarizza con il popolo; desideroso solo della salvezza che Dio stesso desidera, egli rinuncia alla prospettiva di diventare un nuovo popolo gradito al Signore. La frase che Dio gli aveva rivolto, «di te invece farò una grande nazione», non è neppure presa in considerazione dall’“amico” di Dio, che invece è pronto ad assumere su di sé non solo la colpa della sua gente, ma tutte le sue conseguenze. Quando, dopo la distruzione del vitello d’oro, tornerà sul monte per chiedere di nuovo la salvezza per Israele, dirà al Signore: «E ora, se tu perdonassi il loro peccato! Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto» (v. 32). Con la preghiera, desiderando il desiderio di Dio, l’intercessore entra sempre più profondamente nella conoscenza del Signore e della sua misericordia e diventa capace di un amore che giunge fino al dono totale di sé. In Mosè, che sta sulla cima del monte faccia a faccia con Dio e si fa intercessore per il suo popolo e offre se stesso - «cancellami» -, i Padri della Chiesa hanno visto una prefigurazione di Cristo, che sull'alta cima della croce realmente sta davanti a Dio, non solo come amico ma come Figlio. E non solo si offre - «cancellami» -, ma con il suo cuore trafitto si fa cancellare, diventa, come dice san Paolo stesso, peccato, porta su di sé i nostri peccati per rendere salvi noi; la sua intercessione è non solo solidarietà, ma identificazione con noi: porta tutti noi nel suo corpo. E così tutta la sua esistenza di uomo e di Figlio è grido al cuore di Dio, è perdono, ma perdono che trasforma e rinnova.
Penso che dobbiamo meditare questa realtà. Cristo sta davanti al volto di Dio e prega per me. La sua preghiera sulla Croce è contemporanea a tutti gli uomini, contemporanea a me: Egli prega per me, ha sofferto e soffre per me, si è identificato con me prendendo il nostro corpo e l'anima umana. E ci invita a entrare in questa sua identità, facendoci un corpo, uno spirito con Lui, perché dall'alta cima della Croce Egli ha portato non nuove leggi, tavole di pietra, ma ha portato se stesso, il suo corpo e il suo sangue, come nuova alleanza. Così ci fa consanguinei con Lui, un corpo con Lui, identificati con Lui. Ci invita a entrare in questa identificazione, a essere uniti con Lui nel nostro desiderio di essere un corpo, uno spirito con Lui. Preghiamo il Signore perché questa identificazione ci trasformi, ci rinnovi, perché il perdono è rinnovamento, è trasformazione.
Vorrei concludere questa catechesi con le parole dell’apostolo Paolo ai cristiani di Roma: «Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? […] né morte né vita, né angeli né principati […] né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,33-35.38.39).
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Anche quando il popolo, al Sinai, chiede ad Aronne di fare il vitello d’oro, Mosè prega, esplicando in modo emblematico la propria funzione di intercessore. L’episodio è narrato nel capitolo 32 del Libro dell’Esodo ed ha un racconto parallelo in Deuteronomio al capitolo 9. È su questo episodio che vorrei soffermarmi nella catechesi di oggi, e in particolare sulla preghiera di Mosè che troviamo nella narrazione dell’Esodo. Il popolo di Israele si trovava ai piedi del Sinai mentre Mosè, sul monte, attendeva il dono delle tavole della Legge, digiunando per quaranta giorni e quaranta notti (cfr Es 24,18; Dt 9,9). Il numero quaranta ha valore simbolico e significa la totalità dell’esperienza, mentre con il digiuno si indica che la vita viene da Dio, è Lui che la sostiene. L’atto del mangiare, infatti, implica l’assunzione del nutrimento che ci sostiene; perciò digiunare, rinunciando al cibo, acquista, in questo caso, un significato religioso: è un modo per indicare che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore (cf Dt 8,3). Digiunando, Mosè mostra di attendere il dono della Legge divina come fonte di vita: essa svela la volontà di Dio e nutre il cuore dell’uomo, facendolo entrare in un’alleanza con l’Altissimo, che è fonte della vita, è la vita stessa.
Ma mentre il Signore, sul monte, dona a Mosè la Legge, ai piedi del monte il popolo la trasgredisce. Incapaci di resistere all’attesa e all’assenza del mediatore, gli Israeliti chiedono ad Aronne: «Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto» (Es 32,1). Stanco di un cammino con un Dio invisibile, ora che anche Mosè, il mediatore, è sparito, il popolo chiede una presenza tangibile, toccabile, del Signore, e trova nel vitello di metallo fuso fatto da Aronne, un dio reso accessibile, manovrabile, alla portata dell’uomo.
È questa una tentazione costante nel cammino di fede: eludere il mistero divino costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi, ai propri progetti. Quanto avviene al Sinai mostra tutta la stoltezza e l’illusoria vanità di questa pretesa perché, come ironicamente afferma il Salmo106, «scambiarono la loro gloria con la figura di un toro che mangia erba» (Sal 106,20). Perciò il Signore reagisce e ordina a Mosè di scendere dal monte, rivelandogli quanto il popolo stava facendo e terminando con queste parole: «Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione» (Es 32,10). Come con Abramo a proposito di Sodoma e Gomorra, anche ora Dio svela a Mosè che cosa intende fare, quasi non volesse agire senza il suo consenso (cfr Am 3,7). Dice: «lascia che si accenda la mia ira». In realtà, questo «lascia che si accenda la mia ira» è detto proprio perché Mosè intervenga e Gli chieda di non farlo, rivelando così che il desiderio di Dio è sempre di salvezza. Come per le due città dei tempi di Abramo, la punizione e la distruzione, in cui si esprime l’ira di Dio come rifiuto del male, indicano la gravità del peccato commesso; allo stesso tempo, la richiesta dell’intercessore intende manifestare la volontà di perdono del Signore. Questa è la salvezza di Dio, che implica misericordia, ma insieme anche denuncia della verità del peccato, del male che esiste, così che il peccatore, riconosciuto e rifiutato il proprio male, possa lasciarsi perdonare e trasformare da Dio. La preghiera di intercessione rende così operante, dentro la realtà corrotta dell’uomo peccatore, la misericordia divina, che trova voce nella supplica dell’orante e si fa presente attraverso di lui lì dove c’è bisogno di salvezza.
La supplica di Mosè è tutta incentrata sulla fedeltà e la grazia del Signore. Egli si riferisce dapprima alla storia di redenzione che Dio ha iniziato con l’uscita d’Israele dall’Egitto, per poi fare memoria dell’antica promessa data ai Padri. Il Signore ha operato salvezza liberando il suo popolo dalla schiavitù egiziana; perché allora – chiede Mosè – «gli Egiziani dovranno dire: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla faccia della terra”?» (Es 32,12). L’opera di salvezza iniziata deve essere completata; se Dio facesse perire il suo popolo, ciò potrebbe essere interpretato come il segno di un’incapacità divina di portare a compimento il progetto di salvezza. Dio non può permettere questo: Egli è il Signore buono che salva, il garante della vita, è il Dio di misericordia e perdono, di liberazione dal peccato che uccide. E così Mosè fa appello a Dio, alla vita interiore di Dio contro la sentenza esteriore. Ma allora, argomenta Mosè con il Signore, se i suoi eletti periscono, anche se sono colpevoli, Egli potrebbe apparire incapace di vincere il peccato. E questo non si può accettare. Mosè ha fatto esperienza concreta del Dio di salvezza, è stato inviato come mediatore della liberazione divina e ora, con la sua preghiera, si fa interprete di una doppia inquietudine, preoccupato per la sorte del suo popolo, ma insieme anche preoccupato per l’onore che si deve al Signore, per la verità del suo nome. L’intercessore infatti vuole che il popolo di Israele sia salvo, perché è il gregge che gli è stato affidato, ma anche perché in quella salvezza si manifesti la vera realtà di Dio. Amore dei fratelli e amore di Dio si compenetrano nella preghiera di intercessione, sono inscindibili. Mosè, l’intercessore, è l’uomo teso tra due amori, che nella preghiera si sovrappongono in un unico desiderio di bene.
Poi, Mosè si appella alla fedeltà di Dio, rammentandogli le sue promesse: «Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”» (Es 32,13). Mosè fa memoria della storia fondatrice delle origini, dei Padri del popolo e della loro elezione, totalmente gratuita, in cui Dio solo aveva avuto l’iniziativa. Non a motivo dei loro meriti, essi avevano ricevuto la promessa, ma per la libera scelta di Dio e del suo amore (cfr Dt 10,15). E ora, Mosè chiede che il Signore continui nella fedeltà la sua storia di elezione e di salvezza, perdonando il suo popolo. L’intercessore non accampa scuse per il peccato della sua gente, non elenca presunti meriti né del popolo né suoi, ma si appella alla gratuità di Dio: un Dio libero, totalmente amore, che non cessa di cercare chi si è allontanato, che resta sempre fedele a se stesso e offre al peccatore la possibilità di tornare a Lui e di diventare, con il perdono, giusto e capace di fedeltà.
Mosè chiede a Dio di mostrarsi più forte anche del peccato e della morte, e con la sua preghiera provoca questo rivelarsi divino. Mediatore di vita, l’intercessore solidarizza con il popolo; desideroso solo della salvezza che Dio stesso desidera, egli rinuncia alla prospettiva di diventare un nuovo popolo gradito al Signore. La frase che Dio gli aveva rivolto, «di te invece farò una grande nazione», non è neppure presa in considerazione dall’“amico” di Dio, che invece è pronto ad assumere su di sé non solo la colpa della sua gente, ma tutte le sue conseguenze. Quando, dopo la distruzione del vitello d’oro, tornerà sul monte per chiedere di nuovo la salvezza per Israele, dirà al Signore: «E ora, se tu perdonassi il loro peccato! Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto» (v. 32). Con la preghiera, desiderando il desiderio di Dio, l’intercessore entra sempre più profondamente nella conoscenza del Signore e della sua misericordia e diventa capace di un amore che giunge fino al dono totale di sé. In Mosè, che sta sulla cima del monte faccia a faccia con Dio e si fa intercessore per il suo popolo e offre se stesso - «cancellami» -, i Padri della Chiesa hanno visto una prefigurazione di Cristo, che sull'alta cima della croce realmente sta davanti a Dio, non solo come amico ma come Figlio. E non solo si offre - «cancellami» -, ma con il suo cuore trafitto si fa cancellare, diventa, come dice san Paolo stesso, peccato, porta su di sé i nostri peccati per rendere salvi noi; la sua intercessione è non solo solidarietà, ma identificazione con noi: porta tutti noi nel suo corpo. E così tutta la sua esistenza di uomo e di Figlio è grido al cuore di Dio, è perdono, ma perdono che trasforma e rinnova.
Penso che dobbiamo meditare questa realtà. Cristo sta davanti al volto di Dio e prega per me. La sua preghiera sulla Croce è contemporanea a tutti gli uomini, contemporanea a me: Egli prega per me, ha sofferto e soffre per me, si è identificato con me prendendo il nostro corpo e l'anima umana. E ci invita a entrare in questa sua identità, facendoci un corpo, uno spirito con Lui, perché dall'alta cima della Croce Egli ha portato non nuove leggi, tavole di pietra, ma ha portato se stesso, il suo corpo e il suo sangue, come nuova alleanza. Così ci fa consanguinei con Lui, un corpo con Lui, identificati con Lui. Ci invita a entrare in questa identificazione, a essere uniti con Lui nel nostro desiderio di essere un corpo, uno spirito con Lui. Preghiamo il Signore perché questa identificazione ci trasformi, ci rinnovi, perché il perdono è rinnovamento, è trasformazione.
Vorrei concludere questa catechesi con le parole dell’apostolo Paolo ai cristiani di Roma: «Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? […] né morte né vita, né angeli né principati […] né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,33-35.38.39).
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974 - Commento al Vangelo di oggi 1/6/2011
+ Dal Vangelo secondo Giovanni (16,12-15)
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Gesù parla dello Spirito di Verità, per distinguerlo dallo spirito ingannatore di satana e dallo spirito umano, il quale molto spesso segue non la verità ma ciò che piace. Lo spirito umano è in relazione alla spiritualità della persona: lo spirito umano di Padre Pio era immerso nella Grazia di Dio, e le sue intuizioni erano pressoché perfette.
Inizialmente dobbiamo porci la domanda sulla verità: cos’è la verità?
Precisamente la Verità (maiuscola) è Gesù Cristo, e coloro che sono in comunione con Lui, posseggono la Verità, che conduce a conoscere obiettivamente ciò che esiste e il senso della vita. Invece quanti sono distanti dal Signore, sono pure distaccati dalla Verità e non riescono a conoscere e a spiegare la realtà, non la conoscono perché l’intelletto è privato della vista spirituale.
Dio si può conoscere solamente se si possiede lo Spirito di Dio.
Anche le cose di Dio si possono conoscere solo con la Luce di Dio.
Gli Apostoli sono entrati nella Luce di Dio nella Pentecoste, prima non riuscivano a stabilizzarsi nella Volontà di Dio, erano molto umani ed insicuri. Pur essendo rimasti per ben tre anni con Gesù ed avere condiviso alternati momenti di gioie e dolori, non erano riusciti ad abbandonarsi pienamente alla Volontà di Dio. Fu necessario l’intervento dello Spirito Santo per trasfigurarli, ma fu possibile questo per la loro disponibilità a lasciarsi plasmare.
Prima della Pentecoste, quindi, durante la predicazione, Gesù disse agli Apostoli molte cose, spiegò tutto quello che era opportuno conoscere, ma non li vedeva capaci di portare il peso di insegnamenti profondi.
Dopo l’Ultima Cena nel Cenacolo, Gesù dice questa frase: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Eppure, Lui sarebbe morto l’indomani, li stava per lasciare, chi avrebbe insegnato tutto il resto? Nessun uomo, solo il suo Spirito poteva continuare la missione rivelatrice.
Lo Spirito Divino è diventato il nostro Maestro di santificazione, chi non trova Lui rimane confuso e disperato dietro la materia. Gesù lo ha precisato: “Quando verrà Lui, lo Spirito della Verità, vi guiderà a tutta la Verità”. Quando verrà… e se non arriva? La colpa sarà nostra, noi mettiamo impedimenti. La chiusura della porta dell’anima dipende da una condotta di vita sbagliata, un agire orgoglioso che disturba la presenza dello Spirito, si aggravano le condizioni per non farlo arrivare nell’anima.
E come agisce chi non ha lo Spirito Santo, illudendosi di esserne pieno?
Lo Spirito di Verità và nelle persone che liberano il cuore dalla corruzione mondana, si purificano con una preghiera umile e una vita di rinunce, si predispongono ad accogliere il Consolatore. E quando arriva lo Spirito Divino, “dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future”. La persona che viene visitata, pronuncia profezie senza capire perché o a cosa si riferiscono, è lo Spirito Santo ad annunciare le cose future.
Siamo chiamati ad una conversione umile, a disporre l’anima per la discesa dello Spirito Santo. Il Consolatore visita e dimora dove trova accoglienza e sincerità.
Dove dimora perennemente lo Spirito di Dio, c’è una creatura nuova e piena di Luce.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di essere discepolo che segue il Maestro dove Egli vuole, e che aiuta gli altri ad incontrarlo.
Pensiero
Dio preferisce da te il minimo grado di purezza di coscienza che non tutte le opere che potessi fare. (San Giovanni della Croce)
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In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Gesù parla dello Spirito di Verità, per distinguerlo dallo spirito ingannatore di satana e dallo spirito umano, il quale molto spesso segue non la verità ma ciò che piace. Lo spirito umano è in relazione alla spiritualità della persona: lo spirito umano di Padre Pio era immerso nella Grazia di Dio, e le sue intuizioni erano pressoché perfette.
Inizialmente dobbiamo porci la domanda sulla verità: cos’è la verità?
Precisamente la Verità (maiuscola) è Gesù Cristo, e coloro che sono in comunione con Lui, posseggono la Verità, che conduce a conoscere obiettivamente ciò che esiste e il senso della vita. Invece quanti sono distanti dal Signore, sono pure distaccati dalla Verità e non riescono a conoscere e a spiegare la realtà, non la conoscono perché l’intelletto è privato della vista spirituale.
Dio si può conoscere solamente se si possiede lo Spirito di Dio.
Anche le cose di Dio si possono conoscere solo con la Luce di Dio.
Gli Apostoli sono entrati nella Luce di Dio nella Pentecoste, prima non riuscivano a stabilizzarsi nella Volontà di Dio, erano molto umani ed insicuri. Pur essendo rimasti per ben tre anni con Gesù ed avere condiviso alternati momenti di gioie e dolori, non erano riusciti ad abbandonarsi pienamente alla Volontà di Dio. Fu necessario l’intervento dello Spirito Santo per trasfigurarli, ma fu possibile questo per la loro disponibilità a lasciarsi plasmare.
Prima della Pentecoste, quindi, durante la predicazione, Gesù disse agli Apostoli molte cose, spiegò tutto quello che era opportuno conoscere, ma non li vedeva capaci di portare il peso di insegnamenti profondi.
Dopo l’Ultima Cena nel Cenacolo, Gesù dice questa frase: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Eppure, Lui sarebbe morto l’indomani, li stava per lasciare, chi avrebbe insegnato tutto il resto? Nessun uomo, solo il suo Spirito poteva continuare la missione rivelatrice.
Lo Spirito Divino è diventato il nostro Maestro di santificazione, chi non trova Lui rimane confuso e disperato dietro la materia. Gesù lo ha precisato: “Quando verrà Lui, lo Spirito della Verità, vi guiderà a tutta la Verità”. Quando verrà… e se non arriva? La colpa sarà nostra, noi mettiamo impedimenti. La chiusura della porta dell’anima dipende da una condotta di vita sbagliata, un agire orgoglioso che disturba la presenza dello Spirito, si aggravano le condizioni per non farlo arrivare nell’anima.
E come agisce chi non ha lo Spirito Santo, illudendosi di esserne pieno?
Lo Spirito di Verità và nelle persone che liberano il cuore dalla corruzione mondana, si purificano con una preghiera umile e una vita di rinunce, si predispongono ad accogliere il Consolatore. E quando arriva lo Spirito Divino, “dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future”. La persona che viene visitata, pronuncia profezie senza capire perché o a cosa si riferiscono, è lo Spirito Santo ad annunciare le cose future.
Siamo chiamati ad una conversione umile, a disporre l’anima per la discesa dello Spirito Santo. Il Consolatore visita e dimora dove trova accoglienza e sincerità.
Dove dimora perennemente lo Spirito di Dio, c’è una creatura nuova e piena di Luce.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di essere discepolo che segue il Maestro dove Egli vuole, e che aiuta gli altri ad incontrarlo.
Pensiero
Dio preferisce da te il minimo grado di purezza di coscienza che non tutte le opere che potessi fare. (San Giovanni della Croce)
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