Il Signore ti benedica,ti custodisca e ti mostri il Suo volto misericordioso!

Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto

CIAO A TE !!

Nulla è più urgente nel mondo d'oggi di proclamare Cristo alle genti. Chiunque tu sia, puoi, se vuoi, lasciare un tuo contributo, piccolo o grande che sia, per dire, comunicare, annunciare la persona di Gesù Cristo, unico nostro salvatore. Uno speciale benvenuto a LADYBUG che si è aggiunta di recente ai sostenitori ! *************************************************** Questo blog è sotto la protezione di N.S. Gesù Cristo e della SS Vergine Maria, Sua Madre ed ha come unica ragione di esistere di fornire un contributo, sia pure piccolo ed umile, alla crescita della loro Gloria. ***************************************************



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sabato 4 agosto 2012

1709 - Commento al Vangelo del 4/8/2012


Dal Vangelo secondo Matteo (14,1-12)
In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!». Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta. Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre. I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù. 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Oggi si festeggia San Giovanni Maria Vianney, più conosciuto come Santo Curato d’Ars, un uomo diventato Sacerdote per la tenacia del suo maestro spirituale, l’abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione. Nessuno credeva nelle capacità spirituali del giovane Giovanni Maria Vianney, egli non amava gli studi e non riusciva ad assimilare alcuna nozione in seminario. Fu il suo parroco sopra citato ad avviarlo al seminario, lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi, lo seguì e convinse il Vescovo.
Nacque l’8 maggio 1786 a Dardilly (Francia), di famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell’agosto 1815, ad essere ordinato Sacerdote.
Si trattò di un vero miracolo il raggiungimento per lui del sacerdozio, anche se era molto spirituale e dedicato solamente alle cose di Dio, non aveva le basi teologiche ben strutturate. Però era volontà di Dio la sua ordinazione sacerdotale e così avvenne, ma il Vescovo non poteva mandarlo come parroco in una parrocchia, così lo nominò vicario dell’abbé Balley, suo Padre spirituale e sostegno durante il seminario.
Alla morte di Balley, non fu promosso parroco, il Vescovo non lo considerava adeguato, così penso di mandarlo ad Ars-en-Dombes, un borgo con meno di trecento abitanti. Da molti anni quel paese non aveva avuto parroci, era abbandonato a se stesso, quindi secondo il Vescovo lì non avrebbe commesso grossi danni… Bastava celebrare la Santa Messa e poi era libero… nessuno sarebbe andato a confessarsi da un Sacerdote incolto.
Questo era il ragionamento del Vescovo, evidentemente non si era confrontato con Gesù Eucaristia…
Dopo i primi anni di attività pastorale ignorata da tutti i paesani ma un’attività che vedeva il Curato d’Ars fare penitenze giorno e notte e rimanere davanti all’Eucaristia in adorazione, lentamente i paesani quasi atei cominciarono ad avvicinarlo, fino ad andare tutti quanti la domenica a Messa. Si diffuse la voce che il Curato d’Ars era un uomo di Dio e cominciarono ad arrivare persone da tutta la Francia e dall’estero, anche perché Gesù aveva arricchito il Sacerdote di carismi particolari.
Confessava quasi tutto il giorno, leggeva nelle coscienze, scrutava i cuori, profetizzava ed otteneva grandi miracoli per i suoi devoti.
I suoi interessi erano l’Eucaristia e la Madonna, con queste due devozioni aiutò milioni di anime. La sua vita di preghiera fu straordinaria, era interessato solo al Vangelo di Gesù e alla salvezza delle anime. Restava molte notti davanti al Tabernacolo, aveva un’autentica intimità con Gesù, si abbandonava totalmente alla sua volontà.
Nelle sue prediche semplici ma profonde, ripeteva: “Egli è lì”, guardando il Tabernacolo. È stato un Sacerdote dell’Eucaristia, celebrata ed adorata, a tutti diceva: “Non c’è niente di più grande…”. La Chiesa lo indica come Patrono dei parroci, e se molti parroci seguissero qualcosa della spiritualità del Santo, trasfigurerebbero se stessi e le parrocchie.
Oggi il Vangelo ci parla di un’altra festa, pagana e sanguinaria. Descrive l’orribile delitto di San Giovanni Battista, la sua testa fu decapitata per una decisione presa durante un banchetto indecente sia per l’impurità che dominava mente, cuori e corpi, sia per la decisione di uccidere un Santo perché aveva solamente detto a Erode Antipa di commettere adulterio con la moglie di suo fratello.
Durante il banchetto era sicuramente alticcio, poi il balletto della licenziosa Salomè lo ha appannato e fatto commettere un delitto. Consideriamo i banchetti licenziosi di oggi in cui per la troppa voracità e golosità si annebbia sempre l’intelletto dei partecipanti lussuriosi. Consideriamo i balletti nelle discoteche in cui droghe ed alcool girano a fiumi, facendo perdere la testa a quasi tutti i partecipanti, i quali ritornano a casa senza testa, proprio come avvenne a San Giovanni Battista dopo che gli fu mozzata a causa della malizia della svergognata Erodiade.
Erode non voleva la morte del Santo, ma il contesto in cui si venne a trovare con Salomè che lo provocava, oltre al grande consumo di vino e la conseguente perdita dei freni inibitori che hanno la capacità di frenare l'istinto di distruzione, furono la causa di scelte irresponsabili e sanguinarie.
Così si riducono tutti quei giovani che si lasciano andare ad ogni depravazione e vivono più come bestie che esseri umani. Senza il controllo della volontà ogni giovane e ogni adulto sono come canne al vento, seguono la spinta del vento del momento e si dirigono là dove il corpo viene umiliato peggio delle bestie e perdono la testa. Perdono la propria dignità, non conoscono il significato del pudore o moralità, considerano il corpo come un abietto mezzo per raggiungere ogni appagamento e in ogni forma.
La festa di Erode si trasformò in omicidio, come nelle discoteche si trasforma il ballo in scandalosa impurità per il sesso libero con tutti quelli disponibili… Soprattutto molti giovani senza alcuna educazione religiosa e i giovani che hanno dimenticato Gesù anche per colpa dei genitori e dei formatori, vogliono fermamente commettere ogni giorno trasgressioni, non ne possono fare a meno, sono oramai preda di uno spirito impuro che li obbliga a vivere come mostri.
Nonostante il mondo sia diventato regno della lussuria e dell’immoralità, la Madonna nel messaggio del 2 agosto ha detto: Cari figli, sono con voi e non mi arrendo. Desidero farvi conoscere mio Figlio. Desideroi miei figli con me nella vita eterna”. Più sotto trovate il messaggio completo, ma chiediamoci pure se questi messaggi li meditiamo attentamente e li viviamo oppure quasi li trascuriamo come se non avessero alcuna importanza!

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1708 - San Giovanni Maria Vianney


Giovanni Maria (Jean-Marie, in francese) Vianney, quarto di sei figli, nacque a Dardilly l’8 maggio 1786, da Mathieu e da Marie Béluse. La sua era una famiglia contadina di discrete condizioni, con una solida tradizione cristiana, prodiga nelle opere di carità.
I suoi studi sono stati un disastro, e non solo per la Rivoluzione francese...: è lui che non ce la fa col latino, non sa argomentare né predicare... Per farlo sacerdote c'è voluta la tenacia dell'abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: gli ha fatto scuola in canonica, l'ha avviato al seminario, lo ha riaccolto quando è stato sospeso dagli studi e, dopo un altro periodo di preparazione,  lo fa ordinare sacerdote a Grenoble il 13 agosto 1815, a 29 anni, mentre gli inglesi portano Napoleone prigioniero a Sant'Elena.
Giovanni Maria Vianney, appena prete, torna a Ecully come vicario dell'abbé Balley. Vi rimase per poco più di due anni, fino alla morte del suo protettore, avvenuta il 16 dicembre 1817. Allora lo mandano vicino a Bourg-en-Bresse, ad Ars, un borgo con meno di trecento abitanti, che diventerà parrocchia soltanto nel 1821: poca gente, frastornata da 25 anni di sconquassi.
Il curato d'Ars è tra questa gente, con un suo rigorismo male accetto, con la sua impreparazione, tormentato dal sentirsi incapace. Aria di fallimento, angoscia, voglia di andarsene...ma dopo alcuni anni ad Ars viene gente da ogni parte : quasi dei pellegrinaggi. Vengono per lui, conosciuto in altre parrocchie dove va ad aiutare o a supplire parroci, specie nelle confessioni. Le confessioni: ecco perché vengono. Questo curato deriso da altri preti, e anche denunciato al vescovo per le “stranezze” e i “disordini”, è costretto a stare in confessionale sempre più a lungo (10 e più ore al giorno).
E ormai ascolta anche il professionista di città, il funzionario, la gente autorevole, chiamata ad Ars dai suoi straordinari talenti nell'orientare e confortare, attirata dalle ragioni che sa offrire alla speranza, dai mutamenti che il suo parlare tutto minuscolo sa innescare. Qui si potrebbe parlare di successo, di rivincita del curato d'Ars, e di una sua trionfale realizzazione. Invece continua a credersi indegno e incapace, tenta due volte la fuga e poi deve tornare ad Ars, perché lo aspettano in chiesa, venuti anche da lontano.
Sempre la messa, sempre le confessioni, fino alla caldissima estate 1859, quando non può più andare nella chiesa piena di gente perché sta morendo. Paga il medico dicendogli di non venire più: ormai le cure sono inutili, ed infatti raggiunge il Padre il 4 agosto. 
Annunciata la sua morte, “treni e vetture private non bastano più”, scrive un testimone. Dopo le esequie il suo corpo rimane ancora esposto in chiesa per dieci giorni e dieci notti.
 
S. Pio X (Giuseppe Sarto, 1903-1914) lo ha proclamato Beato l'8 gennaio 1905: è stato canonizzato il 31 maggio 1925 da Pp Pio XI (Ambrogio Damiano Achille Ratti, 1922-1939 ), che nel 1929 lo ha anche dichiarato Patrono dei parroci.
 
Nel centenario della morte, il 1 agosto 1959, il Beato Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli, 1958-1963) , gli dedicò una enciclica: “Sacerdotii Nostri Primordia” additandolo a modello dei sacerdoti : « Parlare di San Giovanni Maria Vianney è richiamare la figura di un sacerdote straordinariamente mortificato, che, per amore di Dio e per la conversione dei peccatori, si privava di nutrimento e di sonno, s'imponeva rudi discipline e praticava soprattutto la rinunzia di se stesso in grado eroico. Se è vero che non è generalmente richiesto ai fedeli di seguire questa via eccezionale, tuttavia la Divina Provvidenza ha disposto che nella Chiesa non mancassero mai pastori di anime che, mossi dallo Spirito Santo, non esitano ad incamminarsi per questo sentiero, poiché sono tali uomini specialmente che operano miracoli di conversioni... »
 
Il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), era un  grande ammiratore e devoto del santo curato d’Ars (cfr. Dono e mistero, LEV,  Città del Vaticano, 1996 - pag. 65-66).
In occasione del 150° anniversario della sua morte, è stato indetto, da Pp Benedetto XVI (Joseph Alois Ratzinger),  un “Anno Sacerdotale” dedicato alla sua figura di cui, qui di seguito, un estratto del discorso ai partecipanti alla plenaria della congregazione per il clero (sala del concistoro lunedì, 16 marzo 2009): « Proprio per favorire questa tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero, ho deciso di indire uno speciale “Anno Sacerdotale”, che andrà dal 19 giugno prossimo fino al 19 giugno 2010. Ricorre infatti il 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, vero esempio di Pastore a servizio del gregge di Cristo... »
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1707 - Vita di Gesù (paragrafi 460-461)


DALL'ULTIMA FESTA DELLA DEDICAZIONE FINO ALL'ULTIMO VIAGGIO LUNGO LA GIUDEA
Alla festa della Dedicazione

§ 460. Nella precedente operosità di Gesù furono consumati circa due mesi e mezzo, cioè l'intervallo di tempo che separava la festa dei Tabernacoli (§ 416) da quella delle Encenie, ossia della Dedicazione del Tempio (§ 77). Poiché Giovanni (10, 22) dice esplicitamente che a quest'ultima festa Gesù intervenne, viene spontaneo identificare questo intervento con uno dei viaggi minori appena accennati da Luca (§ 415). Era dunque la fine di dicembre dell'anno 29; inter­rompendo la sua vaga peregrinazione lungo la Giudea, Gesù si recò nella capitale per continuare ivi il suo ministero durante quella na­zionalistica « festa dei lumi ». La sua presenza in città fu subito notata le recenti discussioni sulla sua missione e il suo aggirarsi nella circostante Giudea avevano reso il Rabbi galileo oggetto di particolare attenzione e sorveglianza da parte delle supreme autorità del giudaismo. Difatti un giorno del­l'ottava festiva, mentre Gesù si intratteneva nel Tempio e insegnava passeggiando nel “portico di Salomone” (§ 48) forse a causa della pioggia - il minuzioso Giovanni ricorda appunto che era inverno - gli vennero attorno i soliti avversari Giudei e gli dissero: Fino quando tieni sospeso l'animo nostro? Se tu sei il Cristo (Messia), dic­celo francamente! La forma di questa dichiarazione è non solo ami­chevole, ma quasi di raccomandazione e di preghiera: si direbbe che quegli interroganti aspettassero soltanto la franca dichiarazione che Gesù era l'aspettato Messia per darsi anima e corpo a lui. La so­stanza dell'interrogazione è invece un'insidia: gli avversari aspettano quella franca dichiarazione soltanto per ritorcerla in accusa contro Gesù e rovinarlo, come mostreranno poi i fatti. Il carattere subdolo dell'interrogazione è rivelato da Gesù, il quale risponde fornendo la sostanza della dichiarazione attesa, ma non nella forma desiderata, giacché dichiara chi egli sia, senza però offri­re appiglio all'insidia: Ve (lo) dissi e non credete: le opere che io faccio nel nome del Padre mio, queste attestano circa me; ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore. Le mie pecore odono la voce mia, e io le conosco e mi seguono; e io do ad esse vita eter­na, e non periranno in eterno e non le rapirà alcuno dalla mia mano. Ciò che il Padre mio mi ha dato è maggiore di tutte le cose, e nessuno può rapir(lo) dalla mano del Padre. (Ora), io e il Padre siamo una sola cosa (Giovanni, 10, 25-30). Gli interroganti avevano sperato che Gesù rispondesse esplicitamente “io sono il Mes­sia”; Gesù invece ha risposto in sostanza “Che io sia il Messia ar­gomentatelo dalle opere che io faccio”, evitando una dichiarazione precisa e netta, come già aveva fatto con gli stessi avversari alla fe­sta dei Tabernacoli (§ 422). Anche il motivo di questa maniera in­diretta di rispondere è il medesimo; considerando serenamente i mi­racoli di Gesù, tutti potevano concludere che era giunto... il regno d'iddio (§ 444) e che egli era il Messia, mentre questo appello ai miracoli non offriva appiglio a denunzie politiche e a violenze; se invece Gesù si fosse con termini espliciti dichiarato Messia davanti a quegli avversari, avrebbe fornito loro occasione di accusano pres­so le autorità romane come agitatore politico, o anche di trascendere ad atti di violenza immediata contro di lui.

§ 461. Infatti, appena udite le ultime parole di Gesù, i Giudei pre­sero di nuovo le pietre per lapidarlo; l'evangelista con l'avverbio di nuovo vuoI ricordare l'analogo tentativo fatto ai Tabernacoli pochi mesi prima. In quell'occasione Gesù si era proclamato anteriore ad Abramo (§ 423), si era descritto come buon pastore di affezionate pe­core (§ 432 segg.), ed aveva anche risaputo del tentativo fatto dai Farisei di “rapire dalla sua mano” una di quelle pecore, cioè il cieco nato scacciato dagli inquisitori, ed espulso conseguentemente dalla sinagoga (§ 430). Qui Gesù va assai più oltre: in linea prelimi­nare afferma che gli avversari non credono in lui perché non sono del numero delle sue pecore, e che queste non possono essere rapite via dalla mano di lui come neppure dalla mano del Padre; infine, rivela la ragione fondamentale di tutto ciò, la quale è che Gesù e il Padre sono una sola cosa. Dunque Gesù, pur non proclamandosi esplicitamente Messia, si proclama addirittura Dio? Cosi interpretarono le sue parole i Giudei con logica inappuntabile, e lo dichiararono apertamente. Vedendoli infatti raccogliere le pie­tre, Gesù domandò loro: “Molte opere buone vi mostrai (fatte per autorità ricevuta) dal Padre; per quale opera fra esse mi lapidate?”. Gli risposero i Giudei:”Per opera buona non ti lapidiamo, ma per bestemmia, e perché, essendo tu uomo, fai te stesso Dio!”. Il furo­re per la lapidazione è momentaneamente calmato: in Oriente sui mercati e nei fondachi, nei luoghi pubblici e nei privati, gli animi si accendono ad un tratto per un nonnulla: si grida, si gesticola, tea­ tralrnente, senza conseguenze tragiche. Così avvenne quella volta, e i minacciosi ascoltarono le spiegazioni di Gesù, che disse: Eppure nella vostra Legge sta scritto quel passo: “Io dissi - Siete Dei –“ (cfr. Salmo 82, 6 ebr.). Se dunque Dio stesso, rivolgendosi agli uo­mini li chiama Dei, e fa ciò nella sacra Scrittura la cui testimonianza è irrefragabile; perché accusate di bestemmia me per aver detto che sono figlio di Dio, se il Padre stesso mi ha santificato e inviato nel mondo? Ad ogni modo, guardate le mie opere: se non faccio le opere del Padre mio, non mi credete; ma se le faccio, lasciatevi con­vincere da esse, e allora conoscerete che in me (e') il Padre e io (so­no) nel Padre (Giovanni, 10, 34-38). Nel passo della Scrittura addotto a prova, il termine Dei è usato in senso improprio, perché si riferisce ai giudici umani, che rappresen­tano l'autorità di Dio nei tribunali. La prova tuttavia era efficace come argomento ad hominem, per ridurre al silenzio gli avversari di Gesù rispettosi della sacra Scrittura: se la Scrittura stessa chia­mava Dei gli uomini, i Giudei non potevano accusarlo di bestem­mia avendo egli maggior ragione per attribuirsi quel termine. Anche qui Gesù non scese a particolari, che avrebbero gettato altra esca sul fuoco; tuttavia, riferendosi alla frase incriminata secondo cui egli e il Padre erano una cosa sola, precisò dichiarando in me (e') il Padre e io (sono) nel Padre. Lungi dall'essere un'attenuazione, questa spiegazione era una conferma della frase. Anche questa volta i Giu­dei capirono perfettamente, e il fuoco che era appena sopito divampò nuovamente: Cercavano pertanto di nuovo di afferrario; ma (egli) uscì fuori dalle loro mani. Quei Giudei erano molto intelligenti: capirono subito e perfettamente ciò che gli Ariani, tre secoli più tardi, non vollero capire, cioè che dalle parole di Gesù risulta indubbiamente che egli si è dichia­rato eguale in tutto al Padre. I critici radicali odierni sono intelli­genti quanto quegli antichi Giudei, e forse anche più: capiscono anch'essi perfettamente che dalle parole di Gesù risulta una dichiarazione di eguaglianza al Padre, ma parecchi di essi - tanto per non essere da meno degli antichi Ariani - assicurano che Gesù non pronunziò mai quelle parole, le quali sarebbero un'esposizione teorica del dogma cristiano dovuta all'autore del IV vangelo. Le prove “storiche” di questa spiegazione sono tutte nell'assicurazione di chi la propone, e nella solita “impossibilità” che Gesù abbia pronun­ziato quelle parole. Ritorna insomma l'identico procedimento già seguito a proposito dell'episodio di Cesarea di Filippo (§ 398): giac­ché in sostanza quella critica demolitrice, se è povera e nuda di ar­gomenti storici, è anche monotona e uniforme nei suoi procedimenti dialettici.
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venerdì 3 agosto 2012

1706 - Commento al Vangelo del 3/8/2012


+ Dal Vangelo secondo Matteo (13,54-58)
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Da giovedì 26 luglio 2012 abbiamo iniziato a meditare il capitolo 13 di San Matteo, oggi lo completiamo con la spiegazione di alcuni passaggi importanti e che spesso trovano impreparati i credenti dell’ultima ora o quanti non riescono a trovano il tempo per nutrire le loro anime con la preghiera giornaliera e la lettura spirituale.
Prima di completare il capitolo, voglio ritornare indietro per riprendere il commento che fa Gesù stesso della parabola del seminatore. Abbiamo visto in questi giorni le continue parabole in riferimento al Regno dei Cieli, e nei Vangeli che si sono susseguiti Egli ha detto che si “può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo”; “a un granellino di senapa”; “al lievito”; “a un tesoro nascosto in un campo”; “a un mercante che va in cerca di perle preziose”; “è simile anche a una rete gettata nel mare”.
Oggi dobbiamo comprendere bene la spiegazione della parabola del seminatore, che abbiamo incontrata venerdì 27 luglio:

«Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada.
Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno.
Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto.
Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Ognuno di noi si può ritrovare in una di queste quattro categorie, dubito però che possa farlo chi non si conosce interiormente a causa della poca spiritualità e poca capacità meditativa, ma se invoca umilmente lo Spirito Santo tutto è possibile. Questa spiegazione di Gesù la ritengo determinante sia per i principianti che per i perfetti, ed intendo quella perfezione cristiana possibile da raggiungere in questa vita ma non è quella gloriosa che si avrà solamente in Paradiso.
Vi ho già spiegato che gli stati spirituali del cammino spirituale sono tre: (principianti, proficienti e perfetti) o le tre vie (purgativa, illuminativa e unitiva), devo però precisare che le anime mistiche che si abbandonano completamente in Dio e sono da Lui direttamente guidate anche con l’aiuto di un Padre spirituale, non seguono rigorosamente queste tappe. Si consideri pure che ogni anima che inizia un cammino spirituale serio ed impegnato deve vivere le tre tappe in ogni stato spirituale.
Ritornando alla parabola che può cambiare saggiamente la nostra preghiera e il comportamento in ogni circostanza della vita, ripresento le quattro reazioni del credente quando ascolta la Parola di Dio:

1) ascolta la parola del Regno e non la comprende;
2) l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante;
3) ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza la soffocano;
4) ascolta la Parola e la comprende.

Il capitolo 13 viene completato oggi con la presenza di Gesù a Nazaret, tra i suoi parenti e conoscenti, ma vi andò più per compiacere la Madonna che per parlare a quanti già rifiutavano la sua predicazione esposta in altre città ed avevano sentito che il “Figlio del falegname” compiva addirittura miracoli. Quasi tutti i nazaretani in cuor loro rifiutavano Gesù perché Lo conoscevano come insignificante, di poco conto, silenzioso anche se buono, ma senza cultura perché non aveva studiato come gli altri bambini.
Gesù già conosceva i cuori induriti dei suoi compaesani, e “a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”.
La storia antica e soprattutto le rivelazioni a Maria Valtorta ci dicono che la Madonna era considerata dai nazaretani come una Donna ingenua, perché non faceva parte del gruppetto delle malelingue, non disturbava nessuna persona con cattiverie o giudizi temerari, era silenziosa e pregava ininterrottamente, era buonissima ed umilissima, inoltre non aveva fatto studiare il suo unico Figlio come invece studiavano tutti gli altri bambini.
Se i nazaretani avevano queste convinzioni sballate e false su Maria Vergine, figuratevi come giudicavano Gesù. E le parole del Signore nella sinagoga di Nazaret non hanno convinto coloro che avevano già determinato un giudizio irreversibile sul Figlio di Maria: non può essere il Messia perché noi Lo conosciamo come uno inoffensivo, mansueto, obbediente, disciplinato silenzioso, pacifico. Altro che Profeta che deve liberare Israele dal potere dei Romani…
I nazaretani non avevano alcuna capacità di rientrare in sé e porsi domande sulla loro condizione spirituale, avevano deciso che Gesù non poteva essere un Profeta né un Santo. La stessa identica sorte è sempre toccata a tutti i Santi canonizzati e posti sugli altari come modelli di vita cristiana eroica, essi sono stati considerati come illusi e nullità, dalle persone accecate dalla superbia e dominate dallo spirito di satana.
Il Santo più fortunato è stato colpito da centinaia di diffamazioni, persecuzioni e violenze morali. Uno di questi è Padre Pio.
Ma questo può avvenire anche a tutti i credenti umili e spirituali, ovviamente in una misura leggera e proporzionata alla loro Fede ed impegno cristiano. Anche ad ognuno di voi i cattivi possono ripetere le parole irridenti che i nazaretani dicevano verso Gesù, e quando sentite che qualcuno vi ha preso di mira per la vostra Fede coerente e profonda, ringraziate Gesù, è la prova che state proseguendo bene e che i diavoli non sopportano la vostra preghiera.
Certo, le offese rivolte a Gesù dai suoi compaesani sono state umilianti e distruttive secondo i loro falsi ragionamenti, essi non avevano la capacità di vedere oltre il sensibile, di percepire Dio in un Uomo, addirittura avevano dinanzi Dio incarnato. Ed è facile anche per voi cadere nelle trappole di satana, facendovi seguire le false apparizioni e rifiutare quelle vere. Facendovi andare ad incontri di preghiera apparentemente buoni per i canti melodici ma non liturgici e non graditi a Gesù, mentre in questi incontri è diffusa la mentalità protestante e opposta alla sana dottrina della Chiesa Cattolica.
Voglio riportare i giudizi temerari e maliziosi fatti dai nazaretani su Gesù per dare un’ultima spiegazione: “Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?”.
Facendo uno studio e una comparazione tra i Vangeli e riportando versetti in cui i nomi citati sopra sono associati a donne considerate loro madri, si evince facilmente che Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda non potevano essere assolutamente fratelli di Gesù, ma semplicemente cugini, anche perché si usava chiamare fratelli e sorelle i parenti più prossimi. La lingua ebraica, poverissima di vocaboli esprimenti i vari gradi di parentela, non ha un termine corrispondete alla parola cugino.
Ma dove sta l’ulteriore malizia dei nazaretani? Con le domande che si ponevano, volevano disprezzare radicalmente Gesù e sua madre, oltre che i parenti: è mai possibile che da tali persone arrivi qualcosa di buono? Non era riconoscimento ma incredulità, ritenevano impossibile che Gesù si innalzasse a tali elevatezze spirituali e che sua Madre fosse la Donna della Genesi, che avrebbe schiacciato la testa a tutti i diavoli e terrorizzato l’inferno per la sua smisurata santità dovuta alla Maternità Divina.
I nazaretani avevano davanti Dio incarnato e la Donna della Genesi, ma rimasero accecati. Anche noi possiamo cadere in questa trappola fatta di superbia e falsità, quindi non giudichiamo mai chi non conosciamo bene, non si conoscono le sue vere intenzioni. È meglio non giudicare mai negativamente.

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1705 - Sant'Aspreno, primo Vescovo di Napoli


Moltissimi napoletani, presi dalla grande devozione per il patrono principale della città, S. Gennaro, e dal suo periodico spettacolare miracolo della liquefazione del sangue (3 volte l’anno : 1) ottava del primo sabato di maggio; 2) ottava del 19 settembre; 3) 16 dicembre) hanno dimenticato o addirittura ignorano che il primo vescovo della nascente comunità cristiana di Napoli fu S. Aspreno, mentre S. Gennaro fu vescovo di Benevento e morto martire a Pozzuoli.
Aspreno sarebbe vissuto tra il I e il II sec. d.C.. Secondo il Calendario Marmoreo Napoletano, un'antica stele sulla quale ci sono i nomi dei vescovi di Napoli sino al IX secolo, la sua guida pastorale sarebbe stata di circa 23 anni.
La sua vita si sarebbe svolta sotto gli imperatori Traiano e Adriano. Fu particolarmente ricolmo d'amore verso i poveri e si dimostrò sempre disponibile verso qualsiasi persona al di là del ceto e della condizione sociale; il suo speciale carisma fece accrescere la comunità cristiana  napoletana.
Della sua vita non si sa niente di certo ma un’antichissima leggenda, ripresa poi da testi successivi con rimaneggiamenti, narra che S. Pietro, fondata la Chiesa d’Antiochia, dirigendosi verso Roma con alcuni discepoli, passò per Napoli dove avrebbe guarito da un male una vecchia la quale si sarebbe convertita e sarebbe poi divenuta S. Candida la Vecchia.
Candida avrebbe portato da Pietro proprio Aspreno, anch'egli infermo. La leggenda narra che, a guarigione avvenuta, Aspreno si convertì e quando Pietro dovette lasciare Napoli per Roma consacrò l'uomo vescovo poiché nel frattempo la comunità cristiana era divenuta ampia e necessitava di un pastore.
Il vescovo Aspreno avrebbe fatto costruire la chiesa di Santa Maria del Principio, dove poi sarebbe sorta la Basilica di Santa Restituta e quindi il Duomo di Napoli.
La leggenda attribuisce ad Aspreno anche la fondazione della Basilica di San Pietro ad Aram, prima chiesa napoletana dove è ancora presente l'altare su cui Pietro avrebbe celebrato la mensa eucaristica.
Il santo vescovo morì ricco di meriti, e vari miracoli furono ottenuti per sua intercessione. Fu sepolto, secondo la tradizione, nell'oratorio della chiesa di Santa Maria del Principio.
Alcuni studi più recenti accertarono che fu posto nelle catacombe di S. Gennaro, nella cui basilichetta superiore vi erano le immagini, non ben conservate, dei primi 14 vescovi napoletani;  il vescovo Giovanni lo Scriba (842-849) fece trasportare i resti nella basilica Stefania, dedicando ad ognuno una tumulazione con immagine e S. Aspreno sotto l’altare della cappella a lui dedicata.
 
Nella Cappella del tesoro di S. Gennaro, che si trova nel Duomo, vi è, insieme a quello di Gennaro e degli altri 50 santi protettori di Napoli, il suo busto d'argento e si ritiene che nel tesoro ci sia il bastone con cui l'apostolo Pietro lo guarì dalla malattia.
Nella Chiesa di Sant’Aspreno al Porto, a lui dedicata, si trova il suo Pastorale. Una seconda chiesa, a Napoli, si chiama Sant’Aspreno ai Crociferi; inoltre una cappella gli è dedicata nell’antichissima basilica di Santa Restituta che comunica con il Duomo di Napoli.
 
Sant’Aspreno fu il primo patrono di Napoli ma, dal 1673, è passato in seconda posizione dietro S. Gennaro.
È particolarmente invocato per curare l’emicrania; la sua festa liturgica viene ricordata nel Martirologio Romano e nel Calendario Marmoreo al 3 agosto.
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giovedì 2 agosto 2012

1704 - Commento al Vangelo del 2/8/2012


+ Dal Vangelo secondo Matteo (13,47-53)
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Ancora, il Regno dei Cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli Angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del Regno dei Cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Terminate queste parabole, Gesù partì di là. 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Nella richiesta di San Francesco a Gesù c’era il grande desiderio della salvezza di tutte le anime, per questo chiese l’indulgenza della Porziuncola, la piccola Chiesa, voleva essere una “rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci”. Le continue preghiere e penitenze del Santo d’Assisi erano rivolte alla salvezza delle anime, che è sempre una costante in tutti coloro che seguono con assoluta fedeltà il Signore.
«La Porziuncola fu la terza Chiesa riparata da San Francesco dopo la sua vocazione: mentre egli pregava di fronte al Crocifisso di San Damiano sentì una voce che diceva: “Và e ripara la mia Chiesa che come vedi và in rovina…”.
La Porziuncola divenne per San Francesco luogo particolare e vi sostava molto spesso in preghiera; qui capì che doveva vivere “secondo il Santo Vangelo”. Proprio dalla Porziuncola San Francesco inviò i primi frati ad annunciare la pace. Il 2 agosto del 1216 con la presenza di sette Vescovi umbri il piccolo edificio fu consacrato e vi fu proclamato il “Perdono d’Assisi”.
Nella Porziuncola inoltre, Santa Chiara rinunciò al mondo e abbracciò sorella povertà e qui San Francesco morì la sera del 3 ottobre 1226».
Visitare almeno una volta la Basilica di Santa Maria degli Angeli nella parte bassa di Assisi, è un momento spirituale intenso, almeno se si rimane un po’ a riflettere su quanto avvenne nella piccola Chiesa che si trova all’interno della Basilica, la chiesetta della Porziuncola che conserva ancora le caratteristiche del tempo di San Francesco. La piccola Chiesa di soli 4 metri per 7 conserva tutt’ora le strutture trecentesche, compreso il tetto con la copertura in marmi bianco e rosa.
Ma il suo stile antico che emana povertà decorosa e prestigiosa, la rendono misticamente attraente, non solamente per i bellissimi affreschi esterni e l’interno che emana un incanto spirituale davvero fortissimo, è la piccola Chiesa a dare l’impressione anche guardandola da lontano, di essere un luogo di santità.
Sull’arco del portale d’ingresso, sulla fascia d’oro che incornicia l’affresco della facciata, sono scritte le parole: “La tua richiesta Francesco accolgo”, pronunciate da Gesù in risposta alla richiesta del Santo: “… che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa Chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”.
A sottolineare l’ingresso nel luogo dell’indulgenza altre due brevi iscrizioni, una incisa sulla soglia: Hic locus sanctus est (questo luogo è santo) e l'altra scritta alla base dell’altare dell’affresco sopra la porta: Haec est porta vitae aeternae (questa è la porta della vita eterna).
La chiesetta della Porziuncola San Francesco l’ha vista come “una rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesci”, come il luogo della conversione di tutti i peccatori, questo sentiva nel suo cuore ardente di amore per Gesù Crocifisso e la Madonna.
Come la rete gettata nel mare indicata da Gesù che raccoglie ogni genere di pesci, anche alla Porziuncola vanno in visita categorie diverse di persone, buone e cattive, credenti e turisti, e dentro la piccola Chiesa avviene la separazione, non decisa da Gesù ma dalle stesse persone. I credenti aumentano la loro Fede, i tiepidi e gli indifferenti si allontanano dal Regno dei Cieli.
Questo per quanto riguarda il grande dono dell’indulgenza plenaria che Gesù concesse a San Francesco, perché non è la chiesetta della Porziuncola l’unico luogo di salvezza, ma è sicuramente un mezzo buono di salvezza eterna. La Porziuncola oggi ci rappresenta il Vangelo, Gesù dice che molti pesci furono pescati, ma poi si fece la selezione e vennero divisi in buoni e cattivi. “… raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi”.
La selezione non la fa Gesù, Egli non manda nessuno all’inferno, è l’uomo che sceglie l’inferno con le sue opere disoneste.
Alla fine della vita di ogni essere umano su questa terra, c’è il Giudizio particolare e l’anima al cospetto di Gesù vede in un attimo tutte le cose buone e le cose cattive commesse in tutta la sua vita. E se quelle cattive sono molte e non confessate, da se stessa si getta nell’inferno.
Al contrario, se le opere buone sono superiori a quelle cattive e queste cattive furono confessate o comunque ci fu una richiesta interiore di perdono a Gesù, queste anime saranno sante e felici per l’eternità.
Ognuno di noi sceglie il suo destino. Siamo ancora in tempo per compiere grandi opere buone e riparare i peccati commessi.

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1703 - Messaggio Medjugorje del 2/8/2012 a Mirjana

Cari figli, sono con voi e non mi arrendo. 
Desidero farvi conoscere mio Figlio. 
Desidero i miei figli con me nella vita eterna. 
Desidero che proviate la gioia della pace e che abbiate la salvezza eterna. 
Prego affinché superiate le debolezze umane. 
Prego mio Figlio affinché vi doni cuori puri. 
Cari miei figli, solo cuori puri sanno come portare la croce e sanno come sacrificarsi per tutti quei peccatori che hanno offeso il Padre Celeste e che anche oggi lo offendono ma non l'hanno conosciuto. 
Prego affinché conosciate la luce della vera fede che viene solo dalla preghiera di cuori puri. 
Allora tutti coloro che vi sono vicini proveranno l'amore di mio Figlio. 
Pregate per coloro che mio Figlio ha scelto perche vi guidino sulla via verso la salvezza. 
Che le vostre labbra siano chiuse ad ogni giudizio. 
Vi ringrazio.
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mercoledì 1 agosto 2012

1702 - Udienza del 1/8/2012 - Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la preghiera

Cari fratelli e sorelle! 
Ricorre oggi la memoria liturgica di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa, fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore, Redentoristi, patrono degli studiosi di teologia morale e dei confessori. sant’Alfonso è uno dei santi più popolari del XVIII secolo, per il suo stile semplice e immediato e per la sua dottrina sul sacramento della Penitenza: in un periodo di grande rigorismo, frutto dell’influsso giansenista, egli raccomandava ai confessori di amministrare questo Sacramento manifestando l’abbraccio gioioso di Dio Padre, che nella sua misericordia infinita non si stanca di accogliere il figlio pentito. L’odierna ricorrenza ci offre l’occasione di soffermarci sugli insegnamenti di sant’Alfonso riguardo alla preghiera, quanto mai preziosi e pieni di afflato spirituale. Risale all'anno 1759 il suo trattato Del gran mezzo della Preghiera, che egli considerava il più utile tra tutti i suoi scritti. Infatti, descrive la preghiera come «il mezzo necessario e sicuro per ottenere la salvezza e tutte le grazie di cui abbiamo bisogno per conseguirla» (Introduzione). In questa frase è sintetizzato il modo alfonsiano di intendere la preghiera. 
Innanzitutto, dicendo che è un mezzo, ci richiama al fine da raggiungere: Dio ha creato per amore, per poterci donare la vita in pienezza; ma questa meta, questa vita in pienezza, a causa del peccato si è, per così dire, allontanata - lo sappiamo tutti - e solo la grazia di Dio la può rendere accessibile. Per spiegare questa verità basilare e far capire con immediatezza come sia reale per l’uomo il rischio di «perdersi», sant’Alfonso aveva coniato una famosa massima, molto elementare, che dice: «Chi prega si salva, chi non prega si danna!». A commento di tale frase lapidaria, aggiungeva: «Il salvarsi insomma senza pregare è difficilissimo, anzi impossibile … ma pregando il salvarsi è cosa sicura e facilissima» (II, Conclusione). E ancora egli dice: «Se non preghiamo, per noi non v’è scusa, perché la grazia di pregare è data ad ognuno … se non ci salveremo, tutta la colpa sarà nostra, perché non avremo pregato» (ibid.). Dicendo quindi che la preghiera è un mezzo necessario, sant’Alfonso voleva far comprendere che in ogni situazione della vita non si può fare a meno di pregare, specie nel momento della prova e nelle difficoltà. Sempre dobbiamo bussare con fiducia alla porta del Signore, sapendo che in tutto Egli si prende cura dei suoi figli, di noi. Per questo, siamo invitati a non temere di ricorrere a Lui e di presentargli con fiducia le nostre richieste, nella certezza di ottenere ciò di cui abbiamo bisogno. 
Cari amici, questa è la questione centrale: che cosa è davvero necessario nella mia vita? Rispondo con sant’Alfonso: «La salute e tutte le grazie che per quella ci bisognano» (ibid.); naturalmente, egli intende non solo la salute del corpo, ma anzitutto anche quella dell’anima, che Gesù ci dona. Più che di ogni altra cosa abbiamo bisogno della sua presenza liberatrice che rende davvero pienamente umano, e perciò ricolmo di gioia, il nostro esistere. E solo attraverso la preghiera possiamo accogliere Lui, la sua Grazia, che, illuminandoci in ogni situazione, ci fa discernere il vero bene e, fortificandoci, rende efficace anche la nostra volontà, cioè la rende capace di attuare il bene conosciuto. Spesso riconosciamo il bene, ma non siamo capaci di farlo. Con la preghiera arriviamo a compierlo. Il discepolo del Signore sa di essere sempre esposto alla tentazione e non manca di chiedere aiuto a Dio nella preghiera, per vincerla. 
Sant’Alfonso riporta l’esempio di san Filippo Neri - molto interessante –, il quale «dal primo momento in cui si svegliava la mattina, diceva a Dio: “Signore, tenete oggi le mani sopra Filippo, perché se no, Filippo vi tradisce”» (III, 3) Grande realista! Egli chiede a Dio di tenere la sua mano su di lui. Anche noi, consapevoli della nostra debolezza, dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio con umiltà, confidando sulla ricchezza della sua misericordia. In un altro passo, dice sant’Alfonso che: «Noi siamo poveri di tutto, ma se domandiamo non siamo più poveri. Se noi siamo poveri, Dio è ricco» (II, 4). E, sulla scia di sant’Agostino, invita ogni cristiano a non aver timore di procurarsi da Dio, con le preghiere, quella forza che non ha, e che gli è necessaria per fare il bene, nella certezza che il Signore non nega il suo aiuto a chi lo prega con umiltà (cfr III, 3). Cari amici, sant’Alfonso ci ricorda che il rapporto con Dio è essenziale nella nostra vita. 
Senza il rapporto con Dio manca la relazione fondamentale e la relazione con Dio si realizza nel parlare con Dio, nella preghiera personale quotidiana e con la partecipazione ai Sacramenti, e così questa relazione può crescere in noi, può crescere in noi la presenza divina che indirizza il nostro cammino, lo illumina e lo rende sicuro e sereno, anche in mezzo a difficoltà e pericoli. Grazie.
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1701 - Commento al Vangelo del 1/8/2012


+ Dal Vangelo secondo Matteo (13,44-46)
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra». 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Dopo avere festeggiato un grande peccatore convertito diventato un Santo canonizzato, Sant’Ignazio di Loyola, e che ha dato molto alla Chiesa di quel tempo e grazie ai suoi scritti si sono formati schiere di anime sante, oggi la liturgia ci presenta un altro Santo di notevole spessore morale, Sant’Alfonso Maria dè Liguori.
«Nacque il 27 settembre 1696 a Marinella, nei pressi di Napoli, nel palazzo di villeggiatura della nobile famiglia: il padre Giuseppe era ufficiale di marina e la madre, Anna Cavalieri, apparteneva al casato dei marchesi d’Avenia. Egli fu il primo dei loro otto figli e crebbe all’insegna di una robusta educazione religiosa, negli anni la sua personalità si arricchiva o si modulava con tanta Fede in Gesù e con grande devozione a Maria e alle sue “glorie”.
Fino a ventisette anni prevalsero gli studi privati nel campo della musica, delle scienze, delle lingue e del diritto, seguiti da una iniziale brillante carriera forense. Questa si interruppe improvvisamente per una delusione provata in un processo giudiziario tormentato di falsità. Tra il 1723 e il 1732 si colloca il periodo ecclesiastico con l’ordinazione sacerdotale nel 1726 e l’esercizio ad ampio raggio del ministero. Nel 1732 fondò la Congregazione del SS. Salvatore, successivamente approvata dal Papa Benedetto XIV come Congregazione del SS. Redentore (Redenteristi).
L’intento era quello di imitare Cristo, cominciando dai redentoristi stessi, i quali andavano via via operando per la redenzione di tante anime con missioni, esercizi spirituali e varie forme di apostolato straordinario».
Di Sant’Alfonso Maria dè Liguori rimangono libri spirituali straordinari, principalmente ricordo il famoso e sconosciuto al 99% dei giovani Sacerdoti di oggi “Pratica del confessore”, un’opera considerata un classico più che celebre della Teologia morale ed è un testo pratico utilissimo, che ha istruito generazioni e generazioni di confessori fino ai nostri giorni.
Ai Sacerdoti, ai confessori, ai direttori spirituali, questo libro del Santo Dottore della Chiesa offre la sintesi organica di una dottrina morale chiara e certa, di una formazione della coscienza retta e solida, di una guida spirituale illuminata e forte.
Un altro scritto meraviglioso e strabiliante s’intitola “Le glorie di Maria”, poi ricordiamo “Il grande mezzo della preghiera”, e altre opere di morale interessantissime. Sant’Alfonso Maria dè Liguori è il Patrono dei moralisti. Se almeno questi tre libri che ho sopra indicato li meditassero quei Vescovi e Sacerdoti modernisti, intenti più a distruggerela Chiesa che ad edificarla, avrebbero molte possibilità di ricominciare una vita improntata sulla santità.
Il Vangelo di oggi cade nella festa di un Santo che abbandonò l’attività di avvocato, un uomo che “ha venduto tutti i suoi averi e ha comprato quel campo”, dove si trova il tesoro nascosto, il tesoro della Fede. Un tesoro nascosto che rimane invisibile a quanti non vogliono vedere, a quanti sono abbagliati dalle cose materiali e annebbiati da pensieri che si accavallano e succedono senza un controllo forte e spirituale.
Sono molti all’interno della Chiesa che si illudono di possedere il Regno di Dio senza sacrificio e senza rinnegare se stessi.
C’è più apparenza che sostanza, questo viene manifestato dalle opere che compiono quelle persone che rimangono in superficie e superficiali e non hanno alcuna voglia di scavare dentro se stessi per ritrovarsi, conoscersi, amarsi, accettarsi, e poi lasciare perdere tutte le cose inutile della vita per comprare, cioè possedere il tesoro più importante: il Regno di Dio che deve stabilirsi dentro ognuno di noi e che è anche il Paradiso eterno.
Il Regno dei Cieli o di Dio è prettamente spirituale, è presente nella persona quando l’avvolge con il suo Spirito Divino, vive al suo interno, si manifesta con le buone opere, con il linguaggio puro, il comportamento virtuoso, un senso di onestà totale. Per arrivare a tanto occorre la vera conversione, un cambiamento morale e una trasformazione dei pensieri, rifiutando tutto ciò che orienta al male (giudizio e corruzione) e compiendo le buone opere indicate da Gesù.
In molte parabole Gesù illustra le caratteristiche del Regno dei Cieli o di Dio. Vediamo un elenco di parabole di San Matteo in cui si illustra il Regno dei Cieli:
Parabola del seminatore: il Regno è paragonato al seminatore che sparge il grano e questo fruttifica dove più e dove meno - 13,1-9;
Parabola del granello di senape: il Regno è paragonato ad un piccolo seme che diventa una pianta grande - 13,31-32;
La parabola del lievito: il Regno è paragonato al lievito che fermenta tutta la pasta - 13,33-35;
Parabola del tesoro nascosto: il Regno è paragonato ad un tesoro nascosto in un campo; chi lo trova compra il campo per diventarne legittimo proprietario - 13,44;
Parabola della perla preziosa: il Regno è paragonato ad una perla preziosa; il mercante che la trova vende tutti i suoi averi per poterla comperare - 13,45-46;
Parabola della rete: il Regno è paragonata ad una rete che raccoglie pesci buoni e pesci cattivi; una volta a terra i pescatori dividono gli uni dagli altri - 13,47-50;
Parabola del servo senza pietà: il Regno è paragonato ad un padrone che fa i conti con i suoi servi e condona volentieri i debiti a chi è pronto lui stesso al condono - 18,23-25;
Parabola dei lavoratori della vigna: il Regno è paragonato ad un padrone che assolda a tutte le ore dei lavoratori per la sua vigna - 20,1-16;
Parabola del banchetto di nozze: il Regno è paragonato ad un re che organizza un banchetto per il suo figlio che si sposa ed invita tutti al banchetto stesso - 22,1-14;
Parabola delle dieci vergini: il Regno è paragonato a dieci vergini di cui cinque prudenti e cinque stolte - 25,1-13.
Oggi Gesù ci chiede di vendere gli attaccamenti idolatrici che si portano nel cuore e di cercare solo il suo Amore. Se non lasciamo le cose inutili e che assorbono tutto il nostro affetto, come potremo riempirci dello Spirito di Dio?

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1700 - Sant' Alfonso Maria de' Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa

Alfonso Maria de Liguori - missionario, fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore (C. Ss. R.), vescovo, dottore della Chiesa, patrono del confessori e dei moralisti - nacque a Marianella, presso Napoli, il 27 settembre 1696, e morì a Pagani (Salerno) il 1° agosto 1787. 
Compiuti in casa, come tutti i ragazzi di nobili famiglie, gli studi letterari e scientifici, nei quali ebbero la loro parte rilevante anche la pittura e la musica (è sua la canzoncina natalizia "Tu scendi dalle stelle" ), nel 1708 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza all'università di Napoli, dove si laureò col massimo dei voti in diritto civile ed ecclesiastico appena sedicenne, con quattro anni di anticipo sull'età richiesta dalle leggi del tempo. 
Dopo dieci anni di memorabili successi come avvocato nel foro napoletano, a causa di una violenta delusione morale dovuta a interferenze politiche in una causa dai grandi risvolti sociali, decise di farsi prete. 
Ricevuta l'ordinazione sacerdotale il 21 dicembre 1726, cominciò immediatamente a svolgere il suo ministero in mezzo al popolo più abbandonato e più bisognoso di aiuti spirituali. Osservando la miseria di tante anime, non riusciva a darsi pace né si concedeva riposo. Si portava dovunque: nei paesi intorno al Vesuvio, lungo la costa amalfitana, nelle sparute e dimenticate contrade di campagna lungo gli Appennini della Puglia e della Calabria, dove il clero locale, pur numeroso, rifiutava di andare. La salvezza di quelle anime era la sua idea dominante, l'elemento catalizzatore di tutte le sue energie e delle straordinarie doti intellettuali. 
E per rendere la sua opera più profonda e duratura, e per giungere con la sua azione di salvezza anche dove non poteva arrivare con la voce, e per andare oltre il tempo della sua esistenza terrena ed oltre gli spazi - troppo ristretti per il suo zelo evangelico - del Regno di Napoli, fondò un istituto essenzialmente missionario e si diede, con altrettanto entusiasmo, all'apostolato della penna. 
Come scrittore, sant'Alfonso è popolarissimo. Pubblicò centoundici opere tra grandi e piccole. Alcune di esse hanno raggiunto centinaia di edizioni in gran parte delle lingue del mondo. Quelle di ascetica e di spiritualità si ristampano continuamente ancora oggi: Uniformità alla volontà di Dio; Modo di conversare continuamente e alla familiare con Dio; Pratica di amare Gesù Cristo; Visite al Ss. Sacramento e a Maria santissima; Meditazioni sulla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo; Glorie di Maria; Massime eterne; Necessità della preghiera. 
Nel 1748 stampava la sua THEOLOGIA MORALIS, l'opera per la quale il papa Leone XIII lo definì "il più insigne e il più mite dei moralisti". Come fondatore Alfonso de Liguori sta continuando ancora oggi la sua missione di annunciatore della salvezza attraverso gli oltre 5.600 discepoli (i missionari redentoristi) in oltre 60 paesi dei cinque continenti. La Congregazione del Ss. Redentore, da lui fondata a Scala (Salerno) il 9 novembre 1732, ha lo scopo di "continuare l'esempio del nostro Salvatore Gesù Cristo in predicare alle anime più abbandonate, specialmente ai poveri, la divina parola". 
E si impegna a raggiungere questa finalità prima di tutto con le missioni popolari e con la predicazione degli esercizi spirituali. All'occorrenza i congregati accettano la predicazione in terre straniere, particolarmente in quelle del terzo mondo (i Redentoristi italiani hanno aperto, già da alcuni decenni, una missione in Paraguay e una in Madagascar). Anche se raramente essi si fanno carico dell'insegnamento nelle scuole e della cura di parrocchie. Nel 1762 Alfonso fu eletto vescovo di Sant'Agata dei Goti (Benevento). 
Ma dopo 13 anni dovette rinunciarvi a causa dell'artrite deformante. 
Canonizzato nel 1839, fu dichiarato dottore della Chiesa nel 1871, patrono dei confessori e dei moralisti nel 1950.

Pensiero tratto dagli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori
"A che serve la cultura se non si ama Dio? Oh quanti uomini vivono gonfi di se stessi per sapere di matematica, di belle lettere, di lingue straniere e di certe notizie di antichità, che niente conducono al bene della religione e niente giovano al profitto spirituale! Ma a che servirà la scienza di queste cose a molti che sanno tante belle cose, e poi non sanno amare Dio e praticar la virtù?"

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Medaglia di San Benedetto