Il Signore ti benedica,ti custodisca e ti mostri il Suo volto misericordioso!

Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto

CIAO A TE !!

Nulla è più urgente nel mondo d'oggi di proclamare Cristo alle genti. Chiunque tu sia, puoi, se vuoi, lasciare un tuo contributo, piccolo o grande che sia, per dire, comunicare, annunciare la persona di Gesù Cristo, unico nostro salvatore. Uno speciale benvenuto a LADYBUG che si è aggiunta di recente ai sostenitori ! *************************************************** Questo blog è sotto la protezione di N.S. Gesù Cristo e della SS Vergine Maria, Sua Madre ed ha come unica ragione di esistere di fornire un contributo, sia pure piccolo ed umile, alla crescita della loro Gloria. ***************************************************



Con Cristo non ci sono problemi, senza Cristo non ci sono soluzioni.

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martedì 5 febbraio 2013

2118 - Sant'Agata,


Agata nacque a  Catania, come si deduce dal M.R., verso il 230. Secondo la “Passio Sanctae Agathae”, risalente alla seconda metà del V secolo e di cui esistono due traduzioni, una latina e due greche, Agata apparteneva ad una ricca e nobile famiglia catanese.
Il padre Rao e la madre Apolla, proprietari di case e terreni coltivati, sia in città che nei dintorni, essendo cristiani, educarono Agata secondo la loro religione. Secondo la tradizione si consacrò a Dio all'età di 15 anni, ma studi più approfonditi indicano come più probabile la maggiore età di 21: non prima di questa età, infatti, una ragazza poteva essere consacrata diaconessa, cosa che, da vari segni - la tunica bianca e il pallio rosso - pare che effettivamente Agata fosse.
Si può quindi, a ragione, immaginarla, più che come una ragazzina, piuttosto come una giovane donna con ruolo attivo nella sua comunità cristiana: una diaconessa aveva infatti il compito, fra gli altri, di istruire i nuovi adepti alla fede cristiana e preparare i più giovani ai sacramenti del battesimo, eucarestia e cresima.
Tra il 250 e il 251 il  proconsole Quinziano, giunto alla sede di Catania, anche con l'intento di far rispettare l'editto dell'imperatore Decio, che chiedeva a tutti i cristiani di abiurare pubblicamente la loro fede, si invaghì della giovane e, saputo della consacrazione, le ordinò, senza successo, di ripudiare la sua fede e di adorare gli dei pagani.  
Al rifiuto deciso di Agata il proconsole l’affidò per un mese ad una cortigiana di nome Afrodisia con lo scopo di corromperne i princìpi. Ma, sconfitta e delusa, Afrodisia riconsegna Agata a Quinziano dicendo: “Ha la testa più dura della lava dell’Etna”. Allora furioso, il proconsole imbastì un processo contro di lei; questa si presentò vestita da schiava come usavano le vergini consacrate a Dio: “Se sei libera e nobile” le obiettò il proconsole, “perché ti comporti da schiava?” e lei risponde“Perché la nobiltà suprema consiste nell’essere schiavi del Cristo”.
Il giorno successivo altro interrogatorio accompagnato da torture: è lacerata con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate, ma ogni tormento invece di spezzarle la resistenza, sembrava darle nuova forza, allora Quinziano, al colmo del furore, le fece strappare o tagliare i seni con enormi tenaglie. La tradizione indica che nella notte venne visitata da S. Pietro che la rassicurò e ne risanò le ferite. Trascorsi altri quattro giorni nel carcere, viene riportata alla presenza del proconsole il quale, visto le ferite rimarginate, domanda incredulo cosa fosse accaduto, allora la vergine risponde: “Mi ha fatto guarire Cristo”.
Ormai Agata costituiva una sconfitta bruciante per Quinziano, che non poteva sopportare oltre; intanto il suo amore si era tramutato in odio e allora ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate. A questo punto, secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non brucia il velo che lei portava; per questa ragione il velo di sant'Agata diventò da subito una delle reliquie più preziose: esso è stato portato più volte in processione di fronte alle colate della lava dell’Etna, avendo il potere di fermarla.
Mentre Agata spinta nella fornace ardente muore bruciata, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi, spaventata, si ribella all'atroce supplizio della giovane vergine, allora il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo, il 5 febbraio 251.
 
Nel 1040 le reliquie della santa, furono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le trasportò a Costantinopoli. Nel 1126 due soldati dell’esercito bizantino, di nome Gilberto (provenzale) e Goselino (calabrese), le rapirono per consegnarle al vescovo di Catania Maurizio nel Castello di Aci. Il 17 agosto 1126, le reliquie rientrarono nel duomo di Catania.
Questi resti sono oggi conservati in parte all'interno del prezioso busto in argento (parte del cranio, del torace e alcuni organi interni) e in parte dentro a reliquiari posti in un grande scrigno, anch'esso d'argento (braccia e mani, femori, gambe e piedi, e il velo).
Fra i numerosi miracoli, attribuiti a S. Agata nel corso dei secoli, è quanto mai significativo il seguente: appena un anno dopo la sua morte, nel 252, Catania venne colpita da una grave eruzione dell'Etna; questa ebbe inizio il 1° febbraio e aveva già distrutto alcuni villaggi alla periferia di Catania. Il popolo andò in cattedrale e preso il velo di S. Agata lo portò in processione nei pressi della colata. Questa, secondo la tradizione, si arrestò dopo breve tempo. Era il giorno 5 di febbraio, la data del martirio della vergine catanese; da allora S. Agata divenne non soltanto la patrona di Catania, ma la protettrice contro le eruzioni vulcaniche e poi contro gli incendi.
Altre catastrofi naturali, terremoti, eruzioni dell'Etna e pestilenze, avvennero negli anni 1169, 1231, 1239, 1357, 1381, 1408, 1444, 1536, 1567, 1575, 1576, 1635, 1669, 1693, 1743 e 1886: la risoluzione di ognuna di esse si attribuisce all'intercessione della santa.
Per più di quindici volte, dal 252 al 1886, Catania è stata salvata dalla distruzione della lava. Ed è poi stata preservata nel 535 dagli Ostrogoti, nel 1231 dall'ira di Federico Il, nel 1575 e nel 1743 dalla peste.
Dal 3 al 5 febbraio, Catania dedica alla sua “Santuzza”,  una grande festa, misto di fede e di folklore, considerata tra le principali feste cattoliche a livello mondiale per affluenza.
Tra gli elementi caratteristici della festa c’è il fercolo d'argento chiamato a vara, dentro il quale sono custodite le reliquie della Santa; esso viene portato in processione insieme ad undici candelore o cannalori appartenenti ciascuna alle corporazioni degli artigiani cittadini. Tutto avviene fra ali di folla che agita bianchi fazzoletti e grida Cittadini, cittadini, semu tutti devoti tutti”.
 
Significato del nome Agata : “ buona, virtuosa” (greco).
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lunedì 4 febbraio 2013

2117 - Commento al Vangelo del 4/2/2013


+ Dal Vangelo secondo Marco (5,1-20)
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all'altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione -gli rispose- perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese. C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare. I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all'indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati. 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Incontriamo nel Vangelo di oggi un esorcismo compiuto da Gesù ovviamente contro i diavoli, contro chi sennò? Ma i diavoli però sono scomparsi nella nuova dottrina modernista che si espande sempre più nella Chiesa, quindi, come spiegano i modernisti l’esorcismo di oggi? Qualcosa devono pur dire, l’escamotage lo trovano nel silenzio, tacendo ciò che Gesù fece ed è scritto da duemila anni nel Vangelo storico.
Ne consegue che deve quantomeno presumersi che l’ispiratore della teoria della non esistenza di satana è proprio satana, è lui che agisce e possiede la mente di coloro che diffondono la falsità biblica e negano ciò che anche gli atei credono. Moltissimi atei infatti ammettono che i diavoli esistono, lo intuiscono da molti mali spiegabili solamente con l’intervento di una forza negativa, ma tacciono sul Bene emanato da Dio. Ogni ateo ha comunque una storia personale.
È indicibile il numero delle persone che stanno sotto l’influsso di satana, cattolici e atei che si ritrovano nella mente pensieri cattivi e immorali, che si sentono spinti ad agire sempre con malizia e doppiezza, che vivono per soddisfare la sete di vedere rovinate quelle persone che odiano, anche senza motivo.
La Madonna ha parlato a Medjugorje della potenza che emana l’influsso di satana: “Cari figli, anche oggi desidero invitarvi alla preghiera e all'abbandono totale a Dio. Sapete che vi amo e per amore vengo qua per mostrarvi la strada della pace e della salvezza delle vostre anime. Desidero che mi obbediate e non permettiate a satana di sedurvi. Cari figli, satana è forte, e per questo chiedo le vostre preghiere e che me le offriate per quelli che stanno sotto il suo influsso, perché si salvino. Testimoniate con la vostra vita e sacrificate le vostre vite per la salvezza del mondo. Io sono con voi e vi ringrazio. Poi nel Cielo riceverete dal Padre la ricompensa che vi ha promesso. Perciò, figlioli, non preoccupatevi. Se pregate, satana non può intralciarvi minimamente, perché voi siete figli di Dio e Lui tiene il suo sguardo su di voi. Pregate! La Corona del Rosario sia sempre nelle vostre mani, come segno per satana che appartenete a me” (25 febbraio 1988).
Quindi, l’influsso di satana non si vede in una persona, addirittura moltissime persone che sono possedute da questo influsso malefico vivono con spensieratezza e mostrano una felicità apparente, si illudono che sia una vera contentezza. Sono le anime elevate nella spiritualità ad accorgersi della presenza dell’influsso di satana presente in una persona, guardando il volto o avvicinandosi ed avvertendo quell’influsso.
Ci sono pure persone inondate dall’influsso di satana senza alcuna colpa, sono invidiate o colpite da qualche pratica di magia occulta.
L’influsso dei diavoli cerca di raggiungere ogni zona del mondo, ogni zona della vostra casa, soprattutto tutta la persona. Ecco l’importanza dell’acqua benedetta utilizzata ogni giorno in ogni stanza e per segnarvi numerose volte con il segno di Croce. Importanti sono pure gli oggetti sacri benedetti. Più forte rimane la preghiera, con il Rosario che schiaccia la presenza dei diavoli.
È certo che oggi l’influsso dei diavoli si sta diffondendo ovunque, e dove c’è questo influsso negativo e distruttivo, le persone cambiano facilmente pensieri, progetti, affetti, sentimenti, scelte, verità, amicizie, ecc. L’influsso di satana è come l’aria ricca di ossigeno che si respira, l’aria non si vede ma c’è, senza l’aria i polmoni non potrebbero riempirsi e mancando l’aria la vita viene compromessa. L’aria c’è e non si vede, l’influsso di satana c’è e lo stesso non si vede, ma si percepisce dove ce n’é in abbandona.
Chi ci salverà dalle persone cariche di negatività? L’amore per esse, la preghiera umile per la loro conversione!
La Madonna ha indicato una potentissima preghiera a Medjugorje per vincere satana, è una preghiera che chiede l’intercessione del potente San Michele Arcangelo. Recitatela ogni giorno e ne vedrete grandi effetti: “San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia. Sii tu il nostro sostegno contro la perfidia e le insidie del demonio. Che Dio eserciti il suo dominio su di lui, te ne preghiamo supplichevoli. E tu, principe della milizia celeste, con la potenza divina, ricaccia nell'inferno satana e gli altri spiriti maligni i quali errano nel mondo per perdere le anime”.
Ritorniamo all’esorcismo compiuto da Gesù e presentato nel Vangelo di oggi. Iniziamo con la prova che era la forza dei diavoli a permettere all’uomo di rompere tutto: “Nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo”.
Questa è una delle prove che indicano la presenza dei diavoli nel corpo dell’uomo, questa forza sovrumana nessun uomo può darsela o averla, si tratta di una forza superiore ed invisibile che entra nella persona.
“Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre”. Molti teologi di oggi, purtroppo anche Vescovi e Sacerdoti, sentendo parlare di questi sintomi presenti in una persona, ed indicano senza alcun dubbio il ricovero forzato in una clinica per malattie mentali. La loro predicazione afferma che i diavoli non esistono, questa è la loro giustificazione per applicare a tutto ciò che avviene, le cause naturali.
Dovrebbe rallegrare la conoscenza del dominio di Gesù sui diavoli, invece si cerca di ridurre la figura storica di Gesù, si compiono giornalieri tentativi di demitizzare la sua Persona. Per quale ragione si cerca di sminuire Gesù? Se diminuisce la potenza della sua opera, possono cambiare a proprio piacimento anche quelle parti del Vangelo che non accettano e non osservano.
Occorre la Fede per credere alle parole di Gesù e osservarle, quella Fede oggi soffocata. È il Vangelo a parlare dei diavoli!
“Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!”In questa supplica dei diavoli troviamo l’evidenza del loro terrore davanti a Gesù, quindi, la pochezza del loro potere quando noi preghiamo il Signore. Gesù serenamente e con alcune parole metteva terrore a tutti i diavoli: “Esci, spirito impuro, da quest’uomo!”.
A questo punto c’è da notare che quando gli esorcisti chiedono il nome ai diavoli presenti in una persona, essi non lo dicono subito, forse dopo tempo e sempre dopo molte preghiere imperative. Invece Gesù non appena ha aperto bocca: “Qual è il tuo nome?”, immediatamente i diavoli hanno risposto: “Il mio nome è Legione perché siamo in molti”.
I diavoli comprendevano benissimo che davanti a Gesù avevano perduto ogni potere e dovevano scappare via dall'uomo posseduto, ma prima Lo supplicarono di farli entrare nei porci lì vicino. Il motivo non era la relazione che esisteva tra loro, ma la paura di ritornare nell'inferno, perché l’inferno è ben peggiore di restare a girare in questo nostro mondo.
Durante l’esorcismo è un obbligo dell’esorcista imporre ai diavoli di andarsene nell'inferno e di non ritornare più nella persona posseduta, né sui familiari e i beni che appartengono ad essi. Ma se essi ritornano a commettere peccati gravi e a non pregare più, la situazione può tornare peggiore di prima.
«E Lo scongiurarono: “Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi”».
“Glielo permise”. Ho riflettuto e pregato per capire meglio il motivo del permesso che Gesù concesse ai diavoli, facendoli restare in quella regione. Ho capito che questo permesso lo ha dato perché quella regione era pagana, non credeva in Dio, non pregava e non osservava i Comandamenti. Lasciando i diavoli in quella regione, Gesù ha voluto lasciare il disturbatore delle tranquille coscienze che non credono in Dio. La presenza dei diavoli doveva servire a scuotere dall'indifferenza spirituale i Gesareni.
I diavoli furono lasciati lì da Gesù per scuotere gli abitanti e indurli a cercare Dio e a pregare. E così salvarsi le loro anime!

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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2116 - San Giuseppe da Leonessa, Sacerdote O.F.M.


Giuseppe (al secolo Eufranio Desideri) nasce a Leonessa (RI) l’8 gennaio 1556 da un'agiata famiglia di mercanti.
Famiglia importante, ma sfortunata: i genitori, Giovanni Desideri e Francesca Paolini, muoiono in breve tempo quando lui è ancora piccolo. Studia sotto la guida dello zio paterno Battista a Viterbo, poi si ammala e ritorna a Leonessa. Qui viene in contatto con i frati cappuccini e decide di prendere anche lui il saio rinunciando, seguendo l'esempio di S. Francesco, alle ricchezze famigliari.
Il 3 gennaio 1572, Eufranio entra nel convento di Assisi, fa il noviziato, a 17 anni già pronuncia i voti e prende il nome di fra Giuseppe.
Ordinato sacerdote, il 24 dicembre del 1580 ad Amelia (RI), intraprende un'intensa attività di predicazione nei territori appenninici tra Marche e l'Umbria, fino a quando, nel 1587, chiede ed ottiene da Pp Sisto V di recarsi a Costantinopoli per curare, confortare ed assistere i cristiani fatti prigionieri, per evangelizzare i turchi e lo stesso sultano. Quando tentò di avvicinarsi a quest'ultimo, che si chiamava Murad III, fu incarcerato e torturato: fu sottoposto al supplizio del gancio, a cui venne appeso con una mano ed un piede per ordine del sultano stesso; sfiorò il martirio. Dopo esser stato torturato fu espulso da Costantinopoli.
Ritornato in patria, riprese la predicazione con rinnovata lena. Si dedicò ai poveri e agli infermi, lottò contro le prepotenze e le ingiustizie, realizzando rifugi per ammalati e pellegrini ed istituendo i monti frumentari e quelli di pietà nei paesi pedemontani dove più misere erano le condizioni economiche della popolazione.
Fra Giuseppe era considerato un santo già in vita; i contemporanei gridarono al miracolo in più di una circostanza: famoso è rimasto quello della moltiplicazione delle fave.
Morì in fama di santità, dopo una malattia lunga e dolorosa, il 4 febbraio del 1612. La morte lo colse ad Amatrice, altro paese del reatino dove fu sepolto. Alla sua morte il barone Latino Orsini chiese ed ottenne che il pittore Pasquale Rigo si recasse da Montereale ad Amatrice per immortalare il santo.

L'immagine consegnata ai posteri dall'artista locale, a cui l'iconografia di San Giuseppe da Leonessa ha fatto costante riferimento nei secoli a venire, è oggi venerata nel paese di Vimdoli. Proprio il pittore Rigo nel gennaio del 1613 rilasciò la seguente dichiarazione al notaio Cipriano Rufino, che la avalla e la trasmette al tribunale ecclesiastico per il processo di canonizzazione: “.. l'anno passato, e proprio nel mese di febraro, ritrovandomi alquanto indisposto dalla polacra, che spesse volte mi soleva travagliare, fui chiamato per parte dell'università dell'Amatrice , che volese andare in detta terra per fare il ritratto del padre fra Giuseppe cappuccino da Leonessa, già poco prima morto; et io ritrovandomi impedito, come ho detto, recusai d'andare. (…) ecco che mentre uscì dalla messa, mi trovai guarito, e così ancorché fusse cattivissimo tempo di neve, ghiacci, venti, me ne andai alla istessa hora senza patire scomodità alcuna per il viaggio ne mai più (Iddio gratia) ho inteso dolore di detta infermità. Il che reputo a gratia fattami dal Signore per la intercessione di detto padre fra Giuseppe.
 
Giuseppe da Leonessa fu beatificato da Papa Clemente XII (Lorenzo Corsini, 1730-1740), il 22 giugno 1737, e canonizzato da Papa Benedetto XIV (Prospero Lorenzo Lambertini, 1740-1758), il 29 giugno 1746.
 
Gli abitanti di Leonessa, ritenendo più giusto che le spoglie del santo riposassero nella città d'origine, una notte del 1639 perpetrarono il “sacro furto”, trasportandone il corpo nel paese natio. Ancora oggi le spoglie del santo riposano nella chiesa barocca di San Giuseppe a Leonessa.
Alla processione di aprile, con il cuore del santo, partecipano moltissime persone; i festeggiamenti in suo onore si ripetono anche la seconda domenica di settembre.
S. Giuseppe da Leonessa è stato proclamato patrono delle missioni in Turchia, il 12 gennaio del 1952, dal Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958).
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domenica 3 febbraio 2013

2115 - Commento al Vangelo del 3/2/2013, 4^ domenica t.ord.


Dal Vangelo secondo Luca (4,21-30)
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di Grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il Figlio di Giuseppe?». Ma Egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità Io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità Io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il capitolo 4 di San Luca è intenso e rivelatore della divinità di Gesù, anche se non viene scritto in modo chiaro. Non era ancora il momento, l’Autore procede gradualmente per portare i lettori a scoprire la vera identità del Signore. L’inizio di questo capitolo presenta le tre tentazioni, un momento importante della preparazione alla vita pubblica del Signore, soprattutto importante per noi che dall'insegnamento che ne traiamo, comprendiamo come è possibile vincere sempre le subdole tentazioni dei diavoli: ricorrendo alla Parola di Dio.
Poi segue la lettura della profezia fatta da Isaia e che Gesù legge nella sinagoga di Nazareth, dove si era recato dopo aver portato la sua predicazione fuori dalla Galilea. Subito dopo “Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi” (Lc 4,14-15).
Arrivato a Nazareth lesse la profezia sul Servo di Jahvè che Egli applicò a sé, suscitando stupore e derisione tra i suoi compaesani. Questo lo abbiamo meditato domenica scorsa, oggi si completa il dialogo tra Gesù e quanti erano presenti nella sinagoga, con un finale incredibile e quasi violento, causato dall'incapacità dei nazaretani di accogliere ciò che non potevano razionalmente credere: il Messia atteso era proprio il falegname Gesù.
La proclamazione della Verità fatta da Gesù trasgrediva la convinzione sbagliata degli ebrei, i quali non solo non accettarono la spiegazione del Signore, ma Lo minacciarono. “All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e Lo cacciarono fuori della città e Lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma Egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino”. Un solo sguardo di Gesù paralizzò i tentativi di aggredirlo.
Gli ebrei non erano capaci di rinnegare le loro sbagliate convinzioni e pretendevano da Gesù il silenzio.
Le parole che dice oggi il Signore sono forti e rimproverano tutti gli israeliti che si cullavano di appartenere al popolo eletto senza però osservare la Legge di Dio. Una religiosità di facciata, una convinzione sbagliata e che già anticipava l’eresia dei protestanti. Il Signore spiegava ai presenti che Elia ed Eliseo furono mandati da Dio ad aiutare i pagani, perché Dio è Padre di tutti, vuole la salvezza anche dei peccatori se si convertono, vuole donare la sua misericordia a quanti si rivolgono a Lui.
Gli ebrei non avevano la capacità di accogliere un Dio Amore, un Padre buono che è vicino a tutti e che li ama come veri figli. Questa era la ragione della loro cecità davanti a Gesù, non accoglievano Lui tantomeno le sue aperture a un Dio misericordioso e non più giustiziere. Sapete chi parla sempre di un Dio vendicativo e giustiziere? Quanti guidano le sètte, come i testimoni di Geova o altri gruppi cristiani che vogliono dominare il pensiero degli aderenti, plagiarli con un continuo lavaggio del cervello, alterare la loro mente con precisi messaggi di paura e di sottintese ritorsioni.
Gesù allontana la loro idea del Dio giustiziere e presenta un Dio buono che si comporta come il migliore Padre con i suoi figli!
Lo leggiamo nella seconda lettura di San Paolo, una spiegazione della carità ispirata dallo Spirito Santo: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine” (1 Cor 13,4-8).
Questa breve spiegazione dovremmo meditarla ogni mattina quando cominciamo le preghiere, si legge in poco tempo e si può meditare lungo il giorno, durante i momenti di pausa, quando si viaggia o si lavora fuori casa oppure si cucina. Un cristiano che non vive questo inno alla carità praticamente non è cristiano. Ci sono difficoltà sicuramente nella pratica profonda del contenuto, ma se c’è almeno l’impegno, si cerca di rinnegarsi e di amare senza limiti né condizioni.
Chi invece non si impegna e non compie il minimo di quando insegna San Paolo, non ha ancora incontrato Gesù Cristo!
Questo spiega il comportamento sconcertante di quanti sono chiamati a imitare Gesù ma non ne hanno più i lineamenti spirituali. Gli scandali che vengono fuori spesso, evidenziano il vuoto interiore di quanti hanno perduto la comunione con Gesù. Senza questa carità non c’è vita cristiana, la carità è bontà, amore, comprensione, misericordia. Si può praticare la carità e le altre virtù solamente se si facilità allo Spirito Santo di compiere le sue operazioni.
La carità è autentica quando manifesta la verità. La carità si deve sempre vivere nella verità.
Ieri la Madonna nel messaggio del 2 a Medjugorje ha parlato nuovamente di amore: “Cari figli, l’Amore mi conduce a voi, l’Amore che desidero insegnare anche a voi: il vero Amore. L’Amore che mio Figlio vi ha mostrato quando è morto sulla Croce per Amore verso di voi. L’Amore che è sempre pronto a perdonare e a chiedere perdono. Quanto è grande il vostro amore? Il mio Cuore materno è triste mentre nei vostri cuori cerca l’Amore. Non siete disposti a sottomettere per amore la vostra volontà alla volontà di Dio. Non potete aiutarmi a far sì che coloro che non hanno conosciuto l’Amore di Dio lo conoscano, perché voi non avete il vero Amore. Consacratemi i vostri cuori ed Io vi guiderò. Vi insegnerò a perdonare, ad amare il nemico ed a vivere secondo mio Figlio. Non temete per voi stessi. Mio Figlio non dimentica nelle difficoltà coloro che amano. Sarò accanto a voi. Pregherò il Padre Celeste perché la Luce dell’eterna Verità e dell’Amore vi illumini. Pregate per i vostri pastori perché, attraverso il vostro digiuno e la vostra preghiera, possano guidarvi nell'amore. Vi ringrazio”.
La Madonna afferma che anche la maggior parte dei cristiani non ha l’Amore di Dio, e senza questo Amore non si è assolutamente capaci di compiere opere spirituali superiori alla mentalità umana. Occorre elevarsi verso l’alto per diventare buoni e agire sempre con molta bontà, per amare anche quando la nostra natura si ribella e spinge invece a odiare, litigare, vendicarsi.
La carità è il dono più grande e il principale Comandamento di Gesù. È la carità che ci fa riconoscere come discepoli del Signore, proprio questa virtù si pratica o si nega ogni momento. In ogni momento abbiamo la possibilità di fare del bene, aiutare, dire una parola amabile, sorridere sinceramente, evitare una mormorazione, pensare bene degli altri, pregare per i bisognosi, essere gioiosi, disponibili, affabili. Non c’è limite nel fare del bene, nell'amare con sincera spontaneità.
Ricordiamo queste parole della Madonna: “Quanto è grande il vostro amore? Il mio Cuore materno è triste mentre nei vostri cuori cerca l’Amore. Non siete disposti a sottomettere per amore la vostra volontà alla volontà di Dio”.

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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2114 - San Biagio (di Sebaste), Vescovo e martire

Biagio visse tra il III e il IV secolo a Sebaste, in Armenia (Asia Minore) : era medico e venne nominato vescovo della sua città. 
Biagio in qualità di vescovo, dunque, governava la comunità di Sebaste nel periodo in cui nell'Impero romano si concesse la libertà di culto ai cristiani: nel 313. 
Nel 316, a causa della sua fede, venne imprigionato e processato; rifiutò di rinnegare la fede cristiana e, per punizione, fu prima straziato con i pettini di ferro, che si usano per cardare la lana, e poi decapitato. Quello che risulta strano agli occhi degli storici è che Biagio muore martire tre anni dopo la concessione della libertà di culto nell'Impero Romano. Una motivazione plausibile sul suo martirio sembra sia dovuta al dissidio scoppiato, nel 314, tra Costantino I e Licinio, i due imperatori-cognati (Licinio era sposato con una sorella di Costantino), e proseguito, con brevi tregue e nuove lotte, fino al 325, quando Costantino fa strangolare Licinio a Tessalonica (Salonicco). Il conflitto provoca in Oriente anche qualche persecuzione locale - forse ad opera di governatori troppo zelanti, come scrive lo storico Eusebio di Cesarea nello stesso IV secolo - con distruzioni di chiese, condanne dei cristiani ai lavori forzati, uccisioni di vescovi. Per Biagio i racconti tradizionali, seguendo modelli frequenti in quest’epoca, che vogliono soprattutto stimolare la pietà e la devozione dei cristiani, sono ricchi di vicende prodigiose, ma allo stesso tempo incontrollabili. 
Il corpo di Biagio è deposto nella sua cattedrale di Sebaste ma, nel 732, una parte dei resti mortali viene imbarcata da alcuni cristiani armeni alla volta di Roma. Una improvvisa tempesta tronca, però, il loro viaggio a Maratea (PZ): qui i fedeli accolgono le reliquie del santo in una chiesetta, che poi diventerà l’attuale basilica, sull'altura detta ora Monte San Biagio, sulla cui vetta fu eretta, nel 1963, la grande statua del Redentore, alta 21 metri. 
S. Biagio lo si venera tanto in Oriente quanto in Occidente, e per la sua festa è diffuso il rito della “benedizione della gola”, fatta poggiandovi due candele incrociate e invocando la sua intercessione. L’atto si collega a una tradizione secondo cui il vescovo Biagio avrebbe prodigiosamente salvato un bambino liberandolo da una spina o lisca conficcata nella sua gola. 
Il culto di S. Biagio, oltre che in Europa e nelle Americhe, è molto diffuso in Italia dove sono numerosi i comuni che portano il suo nome e numerosissimi quelli di cui è il patrono. Molti di questi comuni posseggono anche delle reliquie come : Carosino (TA) : un pezzo della lingua, conservato in un'ampolla incastonata in una croce d'oro massiccio; Caramagna Piemonte (CN) : un pezzo del cranio conservato in un busto argenteo; Cardito (NA) : un ossicino del braccio; Palomonte (SA) : una reliquia nella Chiesa madre Santa Croce; Penne, in Abruzzo : il cranio del santo. 
Nella cattedrale di Ruvo di Puglia si venera, nel giorno di S. Biagio, una reliquia del braccio del Santo, esposta entro un reliquiario a forma di braccio benedicente, portato in processione dal Vescovo e esposto alla pubblica venerazione dopo la solenne messa pontificale in cattedrale, al vespro del 3 febbraio. 
Nella sua qualità di medico, i fedeli si rivolgono a Biagio anche per la cura dei mali fisici ed in particolare per la guarigione dalle malattie della gola; durante la celebrazione liturgica in molte chiese i sacerdoti benedicono le gole dei fedeli accostando ad esse due candele. È anche protettore dei laringoiatri, suonatori di flauti, cardatori di lana, fabbricanti di materassi, degli animali e delle attività agricole (secondo la leggenda guariva con un segno di croce gli animali ammalati). 
S. Biagio è ricordato dalla chiesa il "dies natalis", cioè il 3 febbraio, quando fu decapitato, ma a Maratea la festa patronale si celebra nella seconda domenica di maggio con un cerimoniale stabilito da un protocollo vecchio di secoli. I festeggiamenti durano otto giorni e si aprono il sabato precedente la prima domenica di maggio con la processione al Castello, detta “S. Biagio va per la terra”. Il giovedì successivo, il simulacro del Santo viene portato a Maratea Inferiore, e la mattina della seconda domenica di maggio la statua, coperta col drappo rosso, torna nella sua abituale sede al Castello.
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sabato 2 febbraio 2013

2113 - Commento al Vangelo del 2/2/2013

+ Dal Vangelo secondo Luca (2,22-40)
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore -come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore»- e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione -e anche a te una spada trafiggerà l’anima-, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzareth. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Emergono dal Vangelo due figure di credenti molto imponenti, non appartengono alla classe sacerdotale, una è donna, sono semplici fedeli che pregano. Ad essi Dio aveva rivelato quello che i più grandi eruditi del Tempio neanche immaginavano. Oggi dobbiamo confrontarci con le figure di Simeone e Anna, tutti e due anziani, entrambi avvolti dallo Spirito di Dio.
Troviamo sempre la potenza di Dio negli umili e nei semplici, anche se non sono avanti nel cammino spirituale ma posseggono una buona volontà che li spinge verso Dio, essi vengono inondati delle visite dello Spirito di Dio.
Gesù afferma che la piccolezza spirituale è il mezzo per diventare grandi davanti a Lui: “Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel Regno dei Cieli” (Mt 18,4).
Ma quanto è difficile questo cammino, viene detto da molti, dicendolo però si convincono che è dura arrivare in alto e così ritornano indietro, perché chi si ferma nel cammino spirituale torna sempre alle brutte cose di prima.“Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il Regno di Dio” (Lc 9,62). Quando arriva lo scoraggiamento occorre pregare di più, meditare le parole di Gesù e i suoi grandi miracoli. La Fede bisogna alimentarla, altrimenti si spegne.
Il vecchio Simeone e la profetessa Anna che aspettavano il Messia, non si scoraggiarono mai quando passavano gli anni e si riduceva la possibilità di vedere l’Unto di Dio, al contrario, pregavano e la loro Fede cresceva, Dio comunicava ad essi che avrebbero visto il Bambino. Tutti e due vengono venerati dalla Chiesa come Santi, sono i modelli dei credenti che attendono il Signore e non si abbattono, non ritornano indietro e non si allontanano mai da Dio.
Fu premiata la buona volontà di Simeone che restava davanti al Tempio per vedere il Messia, questa era la sua più grande aspettativa.
Molte persone oggi pensano a progetti futuri e cercano di escogitare idee per fare più soldi, come se dovessero rimanere eternamente in questo mondo, quando invece aumentano le famiglie povere che non posseggono nulla e non hanno di che mangiare. Tra la ricerca del modo per fare altro denaro e l’aiuto da dare alle persone che non hanno nulla, su mille solo una persona si rende disponibile per aiutare i poveri. E non ne sono molto sicuro.
Guardiamo Simeone e notiamo la sua perseveranza nel fare del bene, rimanendo forte nella speranza di vedere e prendere tra le braccia il Signore, per poi ricevere in Paradiso l’abbraccio della Santissima Trinità. Guardiamo pure molti uomini di oggi, soprattutto quelli che vivono agiatamente, sono presi da mille preoccupazioni per non perdere un solo centesimo nei loro affari e non riescono a vedere una sola persona povera bisognosa di aiuto.
Simeone viveva di speranza e fu grandemente premiato, molti benestanti oggi vivono di preoccupazioni e si condannano da soli!
Rivolgiamo il cuore e lo sguardo alla Vergine Maria e a San Giuseppe mentre si recano al Tempio per adempiere la Legge, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù. Simeone fu premiato per avere avuto la speranza di vedere il Signore, Maria e Giuseppe nella vita cercarono esclusivamente Dio e la sua volontà, soprattutto la Madredi Dio non pensò ad altro che a vivere nella volontà dell’Altissimo. In che modo fu esaltata la Madonna in Paradiso?
La Gloria in Cielo è sempre proporzionata alla Grazia che si acquista in questa vita, la Madonna era sempre stata la “Piena di Grazia” (Lc 1,28) come disse l’Arcangelo Gabriele nell'Annunciazione. Fu sempre e tutta di Dio la Fanciulla di Nazareth. Lo stesso Arcangelo continuando aggiunse: “Il Signore è con Te”, perché non c’era null'altro nel Cuore di Maria Vergine, vi viveva solamente Dio.
La Casa che Dio si preparò per venire nel mondo, era adornata di Grazie speciali, la Madonna era il Paradiso in terra.
Attraverso Maria la Luce entrò nel mondo, Dio volle la mediazione della Donna che avrebbe schiacciato la testa al serpente antico, e quella Luce Divina rimase per nove mesi nel grembo della Vergine. Non possiamo comprendere la trasfusione di Grazia che Dio incarnato riversò sulla Madre, non possiamo capire a quale grado di santità fu elevata. Sappiamo che Dio Padre aveva un solo Figlio e Lo affidò a Maria Vergine!
Quel Bambino veniva presentato al Tempio e già cominciava l’avanzata verso la restaurazione della pace tra Dio e l’umanità, il Bambino venne per portare la pace ma sarebbe stato anche “segno di contraddizione”. Con la presenza di Gesù l’umanità si è dovuta schierare nei secoli tra chi ne sarebbe diventato seguace e chi invece Lo avrebbe rifiutato, fino ad arrivare a perseguitarlo nella Chiesa e nei suoi discepoli.
Quando si perseguita la Chiesa o un apostolo che diffonde il Vangelo, in verità si perseguita Gesù Cristo!
Il “segno di contraddizione” che profetizza Simeone si rivela nei cristiani ogni volta che vivono la Parola di Gesù, quando seguono i suoi insegnamenti anche dinanzi agli atei o agli anticlericali. Seguire Gesù indica uno schierarsi e non si può fare in modo anonimo, non ci si può nascondere di adorare Gesù e di pregarlo. È preferibile ricevere una frecciatina dagli atei che un colpo di spada da satana quando nel Giudizio Gesù chiederà conto della fedeltà a Lui.
Guardiamo oggi la purità della Madonna e la sottomissione di Gesù che si presenta al Tempio per adempiere la Legge, si racchiudono così due misteri in una sola festa, la Madre che offre al Padre il Figlio di entrambi, il Figlio si presenta nel Tempio che dopo anni avrebbe dichiarato come luogo in cui Dio non si troverà più, perché la nuova dimora sarà la sua Persona. “Distruggete questo Tempio e in tre giorni Lo farò risorgere” (Gv 2,19).
Oggi dobbiamo deciderci di presentare le nostre opere di amore e di verità a Dio, non restiamo a mani vuote, facciamo di più.

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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2112 - Messaggio di Medjugorje a Mirjana del 2/2/2013

Cari figli, 
l'amore mi conduce a voi, l'amore che desidero insegnare anche a voi: il vero amore.  
L'amore che mio Figlio vi ha mostrato quando è morto sulla croce per amore verso di voi. 
 L'amore che è sempre pronto a perdonare e a chiedere perdono. 
Quanto è grande il vostro amore? 
Il mio Cuore materno è triste mentre nei vostri cuori cerca l'amore. 
Non siete disposti a sottomettere per amore la vostra volontà alla volontà di Dio. 
Non potete aiutarmi a far sì che coloro che non hanno conosciuto l'amore di Dio lo conoscano, perché voi non avete il vero amore. 
Consacratemi i vostri cuori ed io vi guiderò. 
Vi insegnerò a perdonare, ad amare il nemico ed a vivere secondo mio Figlio. 
Non temete per voi stessi. 
Mio Figlio non dimentica nelle difficoltà coloro che amano. 
Sarò accanto a voi. Pregherò il Padre Celeste perché la luce dell'eterna verità e dell'amore vi illumini. 
Pregate per i vostri pastori perché, attraverso il vostro digiuno e la vostra preghiera, possano guidarvi nell'amore. 
Vi ringrazio. 
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venerdì 1 febbraio 2013

2111 - Commento al Vangelo del 1/2/2013


+ Dal Vangelo secondo Marco (4,26-34)
In quel tempo, Gesù diceva : «Così è il Regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa. 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Di questo testo quello che più colpisce, è la mancata conoscenza del buon livello spirituale, che ha quel credente che pratica le virtù per puro amore a Gesù. “Egli stesso non lo sa”, l’uomo che ha seminato non sa quale miracolo avviene durante la macerazione sotto terra del seme di grano. “Il seme germoglia e cresce”, è come la Grazia di Gesù che attecchisce nella persona che ha messo sotto terra il proprio orgoglio e lavora per il Regno dei Cieli.
Non sa cosa avviene realmente di buono nella sua vita interiore, perché più si avvicina a Gesù più scopre che è solo miseria.
A me piace molto sentirmi una miseria davanti al Tabernacolo e poi anche in ogni istante della mia vita, so che è così, tutto viene da Gesù e senza Lui non possiamo fare nulla di buono. Comprendere che siamo servi inutili per il Regno dei Cieli è una grande conquista.
Avvicinarci a Gesù attua un cambiamento sempre più visibile all’esterno, ma la persona che si sforza di praticare le virtù non si rende conto dei suoi miglioramenti. Anzi, proprio perché sta compiendo un buon cammino di Fede, è convinta di non fare nulla di buono. Sembra un paradosso, invece avviene questo, chi cresce nella Fede è anche più umile e riconosce meglio le proprie lacune e i limiti. Al contrario, quanti vivono di fantasie pensano di fare tutto bene e di non avere alcun vizio da vincere. Sono già perfetti…
Gesù ci conferma questa verità della nostra spiritualità, il credente che fa un cammino serio, cresce ed “egli stesso non lo sa”.
Una maggiore Fede in una persona, aumenta tutte le potenzialità spirituali, e se aumenta la conoscenza di sé, aumenta pure la grandezza di Dio ai suoi occhi. Vede l’immensa Luce Divina e vede anche meglio le proprie miserie, diminuisce la sua arroganza e la grande idea di sé. Questa è una grande vittoria: non pensare mai più di essere migliore degli altri o di non avere difetti. Avere una grande considerazione di sé è certamente una esaltazione che sconfina sempre e causa errori.
Bisogna accettarsi come si è, prima però occorre conoscersi interiormente ed amarsi.
Quindi, il cammino spirituale del cristiano, Gesù lo paragona al seme che viene coperto di terra, il seminatore non lo vede più perché appunto sottoterra, ma quel seme operando in modo misterioso e seguendo lo sviluppo che gli ha impresso Dio, cresce e diventa buon grano, per sfamare e dare vita agli uomini. Si poteva anche non seminare, quel seme sarebbe però rimasto inutile, infruttuoso, non avrebbe arrecato benessere agli altri.
Il Regno dei Cieli è “come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno”. Per avanzare nel cammino spirituale, è indispensabile diventare interiormente piccoli, restare sempre piccoli nella semplicità e nella verità. L’umiltà si accresce nel credente quando si avvicina a Gesù, la Grazia di Dio trasforma poveri peccatori in creature celestiali, buone e oneste.
Così avviene che nel credente, mentre cresce la Fede egli si fa piccolo davanti a Gesù, ha un modo nuovo di pregare e di amare tutti.
Anche il granello di senape quando viene seminato scompare alla vista di tutti, ma qui si deve considerare che era il più piccolo sottoterra, nel tempo diventerà il più grande albero, sarà anche disponibile ad accogliere gli uccelli nei suoi grandi rami.
Il credente che prega, ama e perdona, diventa come un grande albero accogliente. Egli è cordiale, sincero, disponibile.
Gesù ha spiegato in queste due parabole come si trasforma la vita in chi entra nel Regno di Dio, un Regno spirituale e che inizia in questa vita. Deve iniziare prima qui per il raggiungimento della vita eterna. Gesù spiegava le parabole “dello stesso genere”, cioè comprensibili a tutti per poterle attuare nella loro vita. Spiegava in questi casi le parabole “come potevano intendere”, con una semplicità estrema.
Considerando il seme di grano e quello di senape, il cristiano sceglie nella sua vita la pienezza di sé oppure la piccolezza del Vangelo.

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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2110 - Beato Andrea Carlo Ferrari, Cardinale, Arcivescovo di Milano


Il martirologio romano lo celebra il 2 febbraio,mentre la Chiesa Ambrosiana il 1° febbraio.

Andrea Ferrari, figlio di Giuseppe e Maddalena Longarini, nasce a Lalatta di Palanzano, in provincia di Parma, il 13 Agosto 1850.
Nel 1861 viene accolto nel Seminario di Parma, dove studia teologia e filosofia.
Nel 1873 viene ordinato Sacerdote. Nei primi anni da parroco, prima a Mariano poi a Fornovo Taro, si dedica soprattutto all’educazione dei giovani.
Nel 1875 il Vescovo lo richiama a Parma come Vicerettore del Seminario dove lui stesso ha studiato.
Due anni dopo, a soli 26 anni, succede al Rettore e per 15 anni vive con i suoi seminaristi e insegna fisica e matematica.
Su richiesta del Vescovo si laurea in Teologia e diviene l’anima degli studi teologici diocesani.
Nel 1890, a soli 40 anni, il Papa Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) lo nomina Vescovo di Guastalla e un anno dopo Vescovo di Como. In un clima difficile, dove ateismo e anticlericalismo dilagano, il Vescovo Ferrari si distingue per il suo zelo, che lo porta a visitare tutta la vastissima Diocesi di Como e, in primis, i poveri e gli ammalati.
Nel 1894 il Papa lo nomina Arcivescovo di Milano. È in questa occasione che assume, accanto al suo nome di Battesimo, anche quello di Carlo, in onore di S. Carlo Borromeo.
Facendo sua l’esortazione di Papa Leone di “uscire dalle sacrestie”, il Cardinale intensifica il proprio impegno nel sociale. Per arginare la propaganda marxista e aiutare la popolazione, l’arcivescovo decide di attuare degli interventi sociali:vengono fondate le Casse di risparmio e le Cooperative di consumo.
Nel 1898 a Mila lo sciopero generale sfocia in una rivolta popolare e in una repressione armata. In quei giorni il Cardinale si trova ad Asso, presso Erba, e il mancato rientro a Milano viene strumentalizzato: viene accusato di aver abbandonato la sua gente nel momento del bisogno.
Partecipò ai conclavi del 1903 e del 1914, che elessero papi rispettivamente il cardinale Giuseppe Sarto (S. Pio X) e il cardinale Giacomo della Chiesa (Benedetto XV).
Nel 1907, il cardinale, insieme al clero e al seminario di Milano, viene accusato di modernismo. Accusa che viene recepita anche da S. Pio X, il quale solo dopo 5 anni riconoscerà l’infondatezza delle accuse rivolte al Cardinale e deciderà di riceverlo.
Contrario all’utilizzo delle armi e deciso fautore di una via diplomatica alla soluzione delle controversie internazionali, allo scoppio della prima guerra mondiale, il Cardinale si dedica alle attività di carità verso i più bisognosi e finalmente, anche nell'opinione pubblica più anticlericale, si dissipa il pregiudizio che faceva apparire “il Ferrari” come antipatriota.
Nel 1912 promosse la fondazione di un nuovo quotidiano che sostituisse "L'Unione". Il nuovo organo d'informazione si chiamò "L'Italia".
Dopo la guerra, l’opera sociale del Cardinale prosegue senza sosta: nascono le mense operaie, le mense quotidiane per i poveri.
Nel 1921 sorge la Casa del Popolo, poi chiamata Opera Cardinal Ferrari. Nello stesso anno, viene inaugurata anche l’Università Cattolica, progetto alla cui realizzazione il Cardinale aveva fortemente lavorato negli anni precedenti.
Il Cardinale si ammala di cancro alla gola e al suo capezzale inizia un pellegrinaggio incessante, di persone di ogni condizione sociale, credenti e non credenti, che gli fa visita.
Muore il 2 febbraio 1921. Nonostante la pioggia, i funerali del pastore defunto riuscirono un trionfo per l'incredibile concorso di vescovi, di sacerdoti e di fedeli. Il governo italiano lo commemorò alla camera e permise che fosse sepolto in duomo. Don Angelo Roncalli, che ebbe frequenti contatti con lui, lo considerò sempre "un autentico santo", e quando diventò papa non si stancava di ripetere: "Se Pio X aveva una statura di santità di un metro, il Card. Ferrari l'aveva di quattro".
 
Il Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) ne riconobbe l'eroicità delle virtù il 1° febbraio 1975 e il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) lo innalzò agli onori dell'altare il 10 maggio 1987.
Le sue spoglie mortali, ancora ben conservate, sono venerate nel duomo di Milano sotto l'altare dedicato al S. Cuore di Gesù.
 
Significato del nome Andrea : "virile, gagliardo" (greco).
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Medaglia di San Benedetto