Il Signore ti benedica,ti custodisca e ti mostri il Suo volto misericordioso!

Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto

CIAO A TE !!

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lunedì 30 marzo 2015

3346 - Commento al Vangelo del 29/3/2015, Domenica delle Palme

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco
 Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».
Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».
Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».
E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”.
Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.
Giunsero a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un brigante siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.
Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono!
E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano.
Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.
E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito.
A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.
Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra.
Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
Venuta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.  

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Anche se è un po’ lunga la lettura di questa Domenica delle Palme, non c’è assolutamente dubbio che la sua lettura accresce l’amore verso Gesù, spiega il suo Amore verso ognuno di noi, fa comprendere con quale infinita donazione ha voluto redimere l’umanità.
Fino a diversi decenni fa era uso nei conventi francescani meditare comunitariamente ogni giorno la Passione di Gesù per un’ora, divisa in due momenti, considerati di intensa spiritualità per quanto si apprendeva dei momenti tragici e violenti della Vita del Signore.
Tutti i grandi Santi hanno meditato con vivo interesse la sua Passione, perché da essa si ricava una conoscenza adeguata del motivo assolutamente Divino e delle circostanze particolareggiate delle ultime ore di Gesù.
La meditazione della Passione di Gesù in realtà ha origine agli inizi stessi del Cristianesimo. A Gerusalemme molti fedeli della prima ora avranno avuto un ricordo incancellabile delle sofferenze accettate da Gesù, poiché anche loro erano sul Calvario. Mai più avrebbero potuto dimenticare quella vigilia di Pasqua, quando Cristo faticosamente percorse le strade della città portando sulle proprie spalle una pesante croce.
Solo Dio poteva sostenere tutti i peccati che rappresentava quella croce, peccati che Gesù per amore nostro assunse su di sé.
Non si può rimanere insensibili dinanzi alla tremenda esperienza vissuta dal Signore per riportare l’amicizia tra il Padre e l’umanità.
Sulla Passione di Gesù, questo scriveva San Giovanni Crisostomo: “Leggiamo sempre la Passione del Signore. Grande guadagno e immenso profitto ricaveremo da questa lettura, quando, infatti, tu Lo vedi adorato sarcasticamente con gesti e con atti, schernito e burlato e, dopo tale farsa, colpito con pugni e oltraggiato, quando tu Lo contempli mentre soffre gli estremi tormenti della crocifissione: anche se tu sei duro come una pietra, diverrai più tenero della cera e strapperai dall’anima ogni cattiva passione”.
Se voi cominciate a meditare ogni giorno anche pochi versetti di questo Vangelo o quello più completo di San Matteo, che sono i capitoli 26 e 27, la vostra conoscenza di Gesù si perfezionerà e proverete un amore mai scoperto prima, per la comprensione di quanto ha voluto volontariamente patire per tutti noi.
San Tommaso d’Aquino diceva: “La Passione di Gesù è sufficiente per impostare di sana pianta l’umana esistenza”.
E un giorno, durante un incontro con San Bonaventura, San Tommaso gli chiese da quali testi avesse raccolto tutta la dottrina che esponeva nelle sue opere. Si dice che San Bonaventura gli presentasse un Crocifisso, consumato ormai per i molti baci, e gli dicesse: “Questo è il libro che mi detta tutto quello che scrivo: quel poco che so l’ho imparato da qui”.
Dal Crocifisso i Santi hanno imparato a soffrire e ad amare davvero!
Da esso dobbiamo imparare anche noi. Ci sarà di molto aiuto contemplare la Passione di Cristo nella nostra meditazione personale, nella lettura del Santo Vangelo, nei misteri dolorosi del Santo Rosario, nella Via Crucis.
Possiamo immaginare di essere anche noi confusi tra gli spettatori che furono testimoni di quei momenti. Di trovarci tra gli Apostoli durante l’Ultima cena, quando Gesù lavò i piedi e si espresse con una tenerezza infinita, nel momento supremo dell’istituzione dell’Eucaristia. Essere uno in più, oltre a quei tre che si addormentarono nel Getsemani, quando il Signore desiderava tanto di avere compagnia nella sua infinita solitudine…
Uno di quelli che furono presenti alla sua cattura;
uno di quelli che udirono Pietro giurare che non conosceva Gesù;
uno che ascoltò i falsi testimoni in quella finzione di processo, e vide il sacerdote strapparsi le vesti alle parole di Gesù;
uno tra la turba che urlando inferocita chiedeva la sua morte e che poi Lo guardava appeso alla Croce sul Calvario.
Ci mettiamo tra gli spettatori e contempliamo il viso straziato ma nobile di Gesù, la sua infinita pazienza…
Quanti insegnamenti ricaveremo ogni giorno dalla contemplazione della sua Passione? Incalcolabili, e la nostra vita migliorerà!
Per conoscere e seguire Gesù dobbiamo commuoverci davanti al suo dolore e abbandono, “sentire”, non solo guardare, i colpi dei flagelli, le spine, gli insulti, i tradimenti, poiché sono stati i nostri peccati a portare Gesù sul Calvario.
È davvero necessario per chi vuole crescere seriamente nella Fede, per tutto l’anno prendere parte nella meditazione alle scene che riviviamo in questa Settimana Santa:
il dolore di Gesù,
le lacrime di sua Madre,
la fuga dei discepoli,
la fortezza delle pie donne,
l’audacia di Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea che chiedono a Pilato il Corpo del Signore.
Ricaveremo molti frutti dal meditare la Passione di Cristo. In primo luogo una grande avversione per il peccato, poiché “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità” (Is 53,3).
Gesù Crocifisso deve essere il libro nel quale, come fecero i Santi, dobbiamo leggere sempre per imparare a detestare il peccato e a infiammarci d’amore per un Dio tanto amoroso: nelle Piaghe di Cristo leggeremo la malizia del peccato che Lo ha condannato ad una morte così crudele ed infamante per soddisfare la giustizia Divina.
Leggeremo le prove dell’Amore di Gesù per ognuno di noi: tutte quelle sofferenze proprio per rivelarci quanto ci amava!
  
Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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domenica 29 marzo 2015

3345 - Udienza Papa Francesco 25/3/2015

Preghiera per il Sinodo sulla famiglia
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nel nostro cammino di catechesi sulla famiglia, oggi è una tappa un po’ speciale: sarà una sosta di preghiera.
Il 25 marzo infatti nella Chiesa celebriamo solennemente l’Annunciazione, inizio del mistero dell’Incarnazione. L’Arcangelo Gabriele visita l’umile ragazza di Nazareth e le annuncia che concepirà e partorirà il Figlio di Dio. Con questo Annuncio il Signore illumina e rafforza la fede di Maria, come poi farà anche per il suo sposo Giuseppe, affinché Gesù possa nascere in una famiglia umana. Questo è molto bello: ci mostra quanto profondamente il mistero dell’Incarnazione, così come Dio l’ha voluto, comprenda non soltanto il concepimento nel grembo della madre, ma anche l’accoglienza in una vera famiglia. Oggi vorrei contemplare con voi la bellezza di questo legame, la bellezza di questa condiscendenza di Dio; e possiamo farlo recitando insieme l’Ave Maria, che nella prima parte riprende proprio le parole che l’Angelo, quelle che rivolse alla Vergine. Vi invito a pregare insieme:
«Ave, Maria, piena di grazia,
il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne,
e benedetto il frutto del seno tuo, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio,
Prega per noi peccatori
Adesso e nell'ora della nostra morte.
Amen»
Ed ora un secondo aspetto: il 25 marzo, solennità dell’Annunciazione, in molti Paesi si celebra la Giornata per la Vita. Per questo, vent’anni fa, san Giovanni Paolo II in questa data firmò l’Enciclica Evangelium vitae. Per ricordare tale anniversario oggi sono presenti in Piazza molti aderenti al Movimento per la Vita. Nella Evangelium vitae la famiglia occupa un posto centrale, in quanto è il grembo della vita umana. La parola del mio venerato Predecessore ci ricorda che la coppia umana è stata benedetta da Dio fin dal principio per formare una comunità di amore e di vita, a cui è affidata la missione della procreazione. Gli sposi cristiani, celebrando il sacramento del Matrimonio, si rendono disponibili ad onorare questa benedizione, con la grazia di Cristo, per tutta la vita. La Chiesa, da parte sua, si impegna solennemente a prendersi cura della famiglia che ne nasce, come dono di Dio per la sua stessa vita, nella buona e nella cattiva sorte: il legame tra Chiesa e famiglia è sacro ed inviolabile. La Chiesa, come madre, non abbandona mai la famiglia, anche quando essa è avvilita, ferita e in tanti modi mortificata. Neppure quando cade nel peccato, oppure si allontana dalla Chiesa; sempre farà di tutto per cercare di curarla e di guarirla, di invitarla a conversione e di riconciliarla con il Signore.
Ebbene, se questo è il compito, appare chiaro di quanta preghiera abbia bisogno la Chiesa per essere in grado, in ogni tempo, di compiere questa missione! Una preghiera piena di amore per la famiglia e per la vita. Una preghiera che sa gioire con chi gioisce e soffrire con chi soffre.
Ecco allora quello che, insieme con i miei collaboratori, abbiamo pensato di proporre oggi: rinnovare la preghiera per il Sinodo dei Vescovi sulla famiglia. Rilanciamo questo impegno fino al prossimo ottobre, quando avrà luogo l’Assemblea sinodale ordinaria dedicata alla famiglia. Vorrei che questa preghiera, come tutto il cammino sinodale, sia animata dalla compassione del Buon Pastore per il suo gregge, specialmente per le persone e le famiglie che per diversi motivi sono «stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore» (Mt 9,36). Così, sostenuta e animata dalla grazia di Dio, la Chiesa potrà essere ancora più impegnata, e ancora più unita, nella testimonianza della verità dell’amore di Dio e della sua misericordia per le famiglie del mondo, nessuna esclusa, sia dentro che fuori l’ovile.
Vi chiedo per favore di non far mancare la vostra preghiera. Tutti – Papa, Cardinali, Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, fedeli laici – tutti siamo chiamati a pregare per il Sinodo. Di questo c’è bisogno, non di chiacchiere! Invito a pregare anche quanti si sentono lontani, o che non sono più abituati a farlo. Questa preghiera per il Sinodo sulla famiglia è per il bene di tutti. So che stamattina vi è stata data su un’immaginetta, e che l’avete tra le mani. Vi invito a conservarla e a portarla con voi, così che nei prossimi mesi possiate recitarla spesso, con santa insistenza, come ci ha chiesto Gesù. Ora la recitiamo insieme:
Gesù, Maria e Giuseppe,
in voi contempliamo
lo splendore dell’amore vero,
a voi con fiducia ci rivolgiamo.
Santa Famiglia di Nazareth,
rendi anche le nostre famiglie
luoghi di comunione e cenacoli di preghiera,
autentiche scuole del Vangelo
e piccole Chiese domestiche.
Santa Famiglia di Nazareth,
mai più nelle famiglie si faccia esperienza
di violenza, chiusura e divisione:
chiunque è stato ferito o scandalizzato
conosca presto consolazione e guarigione.
Santa Famiglia di Nazareth,
il prossimo Sinodo dei Vescovi
possa ridestare in tutti la consapevolezza
del carattere sacro e inviolabile della famiglia,
la sua bellezza nel progetto di Dio.
Gesù, Maria e Giuseppe,
ascoltate, esaudite la nostra supplica. Amen
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giovedì 26 marzo 2015

3344 - Messaggio di Medjugorje del 25/3/2015

Cari figli! 
Anche oggi l'Altissimo mi ha permesso di essere con voi e di guidarvi sul cammino della conversione. 
Molti cuori si sono chiusi alla grazia e non vogliono dare ascolto alla mia chiamata. 
Voi figlioli, pregate e lottate contro le tentazioni e contro tutti i piani malvagi che satana vi offre tramite il modernismo. 
Siate forti nella preghiera e con la croce tra le mani pregate perché il male non vi usi e non vinca in voi. 
Io sono con voi e prego per voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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domenica 22 marzo 2015

3343 - Commento al Vangelo del 22/3/2015, Domenica 5^ Quaresima

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (12,20-33)
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un Angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire. 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Una folla si era radunata attorno a Gesù per vederlo, per sentire i suoi insegnamenti e ottenere aiuti di ogni tipo. Il cristiano dovrebbe essere animato dal vivo desiderio di vedere Gesù, vederlo con gli occhi della Fede, vederlo durante la Santa Messa pensando alla Croce mistica eretta sull’altare dopo la Consacrazione.
È un brutto segnale quando durante la giornata non si pensa a Gesù, non si adora e non si cerca di vederlointeriormente.
Quando si avverte la sua presenza interiormente cambia tutto, si prova una gioia indicibile e la giornata si vive in modo virtuoso.
I cristiani che si preoccupano poco di Gesù, anche se vanno a Messa o la celebrano se Sacerdoti, in che modo potranno sperare di incontrarlo nell’aldilà? C’è un’altra vita, quella vera ed eterna, ognuno di noi vi entrerà e darà conto dell’amore avuto verso Dio. La visione eterna di Dio è la più grande gioia di un cristiano, è la sua piena realizzazione.
Il Vangelo oggi ci dice che tantissimi tributavano lodi e consensi a Gesù, erano spinti dal piacere personale di vedere la novità, infatti una minima parte di queste persone rimarrà fedele al Signore. Non si deve valutare la propria Fede nel momento del fervore, perché è quasi irreale, nel senso che è presente l’amore e la preghiera, ma non permarranno sempre con la stessa intensità.
Non tutti quelli che in Chiesa esprimono amore a Gesù, poi nella vita feriale praticano le virtù. Come si spiega questo?
Solo i cristiani autentici non sono canne al vento, non si lasciano trasportare dal fervore passeggero o da una euforia incontrollata, al contrario i cristiani maturi controllano i moti interiori e valutano come agire in ogni circostanza seguendo gli insegnamenti di Gesù.
Nel Vangelo di oggi molti chiedono di vedere Gesù, ma quale motivo li spinge? Noi da cosa siamo mossi partecipando alla Messa?
L’amore sincero è il motore che ci fa cercare Gesù, ma non è sufficiente essere cristiani per possedere un cuore buono e sincero. Anche i non credenti possono amare e fare del bene, ma non lo fanno nel Nome di Dio e rimangono sempre inclini a compiere azioni immorali, perché non seguono la morale cristiana.
Voglio farvi leggere un episodio avvenuto in un pronto soccorso degli Stati Uniti, dopo una rianimazione di un giovane che non è riuscita e il dottore è rimasto avvilito, tanto che è uscito fuori e in ginocchio è rimasto impietrito. Questo medico ha mostrato di avere un cuore, di essere una persona buona ma non si sa nulla di lui, comunque potrebbe anche non essere un praticante.
È sorprendente conoscere la “disperazione” di un medico quando vede morire il paziente che aveva in cura. Leggiamo questo pezzo:
«Un “clic” straziante che racconta tutto. Ma non ha un nome, questo medico della California che vediamo in una foto che sta commuovendo il mondo. Di lui sappiamo solo che è un dottore Er, uno delle “emergency room”. La trincea del pronto soccorso, insomma. Dove vedi la gente che arriva con la vita appesa a un filo e tu fai di tutto per salvarla. Talvolta ci riesci e talvolta no. Appunto. Questo medico stavolta non è riuscito a salvare la vita del diciannovenne portato di corsa nella emergency room. Immaginiamo il ragazzo sul lettino, il dottore che le prova tutte per permettere a quel cuore di continuare a battere. Massaggi cardiaci. Defibrillatore. Le urla nella sala operatoria. Niente. Stavolta non è un film. Qui non c’è un lieto fine. La vita svanisce tra le mani del medico. Un esile respiro che se ne va verso il nulla. L’uomo in camice bianco esce dall’astanteria. Raggiunge il piazzale. S’accascia al buio, reggendosi con la mano a una specie di parapetto. Un collega lo ritrae in questo istante esatto. L’immagine di una sconfitta. Uno scatto con il telefonino. Gli chiede il permesso di pubblicare la foto su reddit. In pochi istanti fa il giro del mondo. Il finale non cambia. L’happy end, certo, non compare. Anche se chiunque sembra ritrovarsi nel dolore di quel medico che non è riuscito a fermare quel respiro volato via».
Questi sono i medici che vogliamo, di cui l’umanità ha bisogno, non di persone con un pezzo di carta e alcuni corsi, ma privi di vero amore verso l’ammalato, senza gioia nel cuore, incapaci di trasmettere speranza ai pazienti, incapaci di comunicare forza e coraggio per lottare senza disperarsi.
Sono medici diversi quelli che pregano e vanno a Messa, essi trasmettono la loro Fede, infondono speranza e forza nella preghiera.
I medici cristiani cercano Gesù nella preghiera e trasmettono agli ammalati il desiderio di Gesù e della preghiera. Rimane difficile trovare medici non credenti con queste caratteristiche. Preghiamo sempre per tutti i medici, da un loro parere può dipendere una vita umana.
È indispensabile per l’essere umano vivere in comunione con Gesù, mancando questa unione si ritrova senza quelle importanti attitudini che rendono l’uomo più completo. Lo perfezionano e gli permettono di elevarsi dalla condizione istintiva, perché la Grazia di Dio innalza la natura umana.
Di tutte le persone presenti ad ascoltare Gesù, poche mettono in pratica le sue parole e acquisiscono un grande controllo della volontà.
Non è sufficiente, allora, recitare delle preghiere e andare a Messa la domenica, i cristiani che vogliono davvero elevarsi da una condizione di vita superficiale e disordinata, devono credere fermamente che Gesù è Dio e non basta solo pensarlo. Bisogna vivere mettendo in pratica questa Verità. Altrimenti succede come ai presenti del Vangelo di oggi.
Ascoltano la voce che risuona dall’alto: L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”, ma non capiscono la provenienza. Non accolgono l’invito di quella voce, come i cristiani di oggi che ascoltano omelie e pregano, ma senza cambiare vita e rimangono sempre distanti da Dio e dalle sue Grazie.
  
Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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3342 - Udienza Papa Francesco 18/3/2015

La Famiglia - 8. I Bambini (I)
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Dopo aver passato in rassegna le diverse figure della vita familiare – madre, padre, figli, fratelli, nonni –, vorrei concludere questo primo gruppo di catechesi sulla famiglia parlando dei bambini. Lo farò in due momenti: oggi mi soffermerò sul grande dono che sono i bambini per l’umanità – è vero sono un grande dono per l’umanità, ma sono anche i grandi esclusi perché neppure li lasciano nascere – e prossimamente mi soffermerò su alcune ferite che purtroppo fanno male all’infanzia. Mi vengono in mente i tanti bambini che ho incontrato durante il mio ultimo viaggio in Asia: pieni di vita, di entusiasmo, e, d’altra parte, vedo che nel mondo molti di loro vivono in condizioni non degne… In effetti, da come sono trattati i bambini si può giudicare la società, ma non solo moralmente, anche sociologicamente, se è una società libera o una società schiava di interessi internazionali.
Per prima cosa i bambini ci ricordano che tutti, nei primi anni della vita, siamo stati totalmente dipendenti dalle cure e dalla benevolenza degli altri. E il Figlio di Dio non si è risparmiato questo passaggio. E’ il mistero che contempliamo ogni anno, a Natale. Il Presepe è l’icona che ci comunica questa realtà nel modo più semplice e diretto. Ma è curioso: Dio non ha difficoltà a farsi capire dai bambini, e i bambini non hanno problemi a capire Dio. Non per caso nel Vangelo ci sono alcune parole molto belle e forti di Gesù sui “piccoli”. Questo termine “piccoli” indica tutte le persone che dipendono dall’aiuto degli altri, e in particolare i bambini. Ad esempio Gesù dice: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). E ancora: «Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10).
Dunque, i bambini sono in sé stessi una ricchezza per l’umanità e anche per la Chiesa, perché ci richiamano costantemente alla condizione necessaria per entrare nel Regno di Dio: quella di non considerarci autosufficienti, ma bisognosi di aiuto, di amore, di perdono. E tutti, siamo bisognosi di aiuto, d’amore e di perdono!
I bambini ci ricordano un’altra cosa bella; ci ricordano che siamo sempre figli: anche se uno diventa adulto, o anziano, anche se diventa genitore, se occupa un posto di responsabilità, al di sotto di tutto questo rimane l’identità di figlio. Tutti siamo figli.  E questo ci riporta sempre al fatto che la vita non ce la siamo data noi ma l’abbiamo ricevuta. Il grande dono della vita è il primo regalo che abbiamo ricevuto. A volte rischiamo di vivere dimenticandoci di questo, come se fossimo noi i padroni della nostra esistenza, e invece siamo radicalmente dipendenti. In realtà, è motivo di grande gioia sentire che in ogni età della vita, in ogni situazione, in ogni condizione sociale, siamo e rimaniamo figli. Questo è il principale messaggio che i bambini ci danno, con la loro stessa presenza: soltanto con la presenza ci ricordano che tutti noi ed ognuno di noi siamo figli.
Ma ci sono tanti doni, tante ricchezze che i bambini portano all’umanità. Ne ricordo solo alcuni.
Portano il loro modo di vedere la realtà, con uno sguardo fiducioso e puro. Il bambino ha una spontanea fiducia nel papà e nella mamma; ha una spontanea fiducia in Dio, in Gesù, nella Madonna. Nello stesso tempo, il suo sguardo interiore è puro, non ancora inquinato dalla malizia, dalle doppiezze, dalle “incrostazioni” della vita che induriscono il cuore. Sappiamo che anche i bambini hanno il peccato originale, che hanno i loro egoismi, ma conservano una purezza, e una semplicità interiore. Ma i bambini non sono diplomatici: dicono quello che sentono, dicono quello che vedono, direttamente. E tante volte mettono in difficoltà i genitori, dicendo davanti alle altre persone: “Questo non mi piace perché è brutto”. Ma i bambini dicono quello che vedono, non sono persone doppie, non hanno ancora imparato quella scienza della doppiezza che noi adulti purtroppo abbiamo imparato.
I bambini inoltre - nella loro semplicità interiore - portano con sé la capacità di ricevere e dare tenerezza. Tenerezza è avere un cuore “di carne” e non “di pietra”, come dice la Bibbia (cfr Ez 36,26). La tenerezza è anche poesia: è “sentire” le cose e gli avvenimenti, non trattarli come meri oggetti, solo per usarli, perché servono…
I bambini hanno la capacità di sorridere e di piangere. Alcuni, quando li prendo per abbracciarli, sorridono; altri mi vedono vestito di bianco e credono che io sia il medico e che vengo a fargli il vaccino, e piangono … ma spontaneamente! I bambini sono così: sorridono e piangono, due cose che in noi grandi spesso “si bloccano”, non siamo più capaci… Tante volte il nostro sorriso diventa un sorriso di cartone, una cosa senza vita, un sorriso che non è vivace, anche un sorriso artificiale, di pagliaccio. I bambini sorridono spontaneamente e piangono spontaneamente.  Dipende sempre dal cuore, e spesso il nostro cuore si blocca e perde questa capacità di sorridere, di piangere. E allora i bambini possono insegnarci di nuovo a sorridere e a piangere. Ma, noi stessi,  dobbiamo domandarci: io sorrido spontaneamente, con freschezza, con amore o il mio sorriso è artificiale? Io ancora piango oppure ho perso la capacità di piangere? Due domande molto umane che ci insegnano i bambini.
Per tutti questi motivi Gesù invita i suoi discepoli a “diventare come i bambini”, perché “a chi è come loro appartiene il Regno di Dio” (cfr Mt 18,3; Mc 10,14).
Cari fratelli e sorelle, i bambini portano vita, allegria, speranza, anche guai. Ma, la vita è così. Certamente portano anche preoccupazioni e a volte tanti problemi; ma è meglio una società con queste preoccupazioni e questi problemi, che una società triste e grigia perché è rimasta senza bambini! E quando vediamo che il livello di nascita di una società arriva appena all'uno percento, possiamo dire che questa società è triste, è grigia perché è rimasta senza bambini.
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giovedì 19 marzo 2015

3341 - Messaggio di Medjugorje a Mirjana del 18/3/2015

Cari figli, 
con il cuore pieno vi prego, vi prego figli, purificate il vostro cuore dal peccato e orientateli a Dio e alla vita eterna. 
Vi prego siate svegli e aperti per la verità. 
Non permettete che le cose di questa terra vi allontanino dalla felicità in unione con mio Figlio. 
Io vi guido sulla via della vera sapienza perché solo attraverso la sapienza vera potrete conoscere la vera pace e il vero bene. 
Non perdete tempo cercando dal Padre Celeste i segni, perché il segno più grande ve lo ha già dato: mio Figlio. 
Perciò, figli miei, pregate affinché lo Spirito Santo vi possa condurre alla verità e attraverso la conoscenza della verità diventiate una cosa sola con il Padre Celeste e con mio Figlio. 
Questa è la conoscenza che dà la felicità su questa terra e apre la porta alla vita eterna e all'amore sconfinato.
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domenica 15 marzo 2015

3340 - Commento al Vangelo del 15/3/2015, Domenica 4^ Quaresima

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (3,14-21)
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui. Chi crede in Lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel Nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la Luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la Luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio». 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Della visita che fa Nicodemo a Gesù di notte per non essere visto non ci rimane un bel ricordo, anche se apprezziamo Nicodemo.
Secondo lui ne aveva motivi per non essere escluso dal sinedrio, il supremo organo di autogoverno degli ebrei di allora, dove già prevaleva il rifiuto di Gesù (infatti poi decise di ucciderlo). Nicodemo era un suo componente e l’esclusione non avrebbe neanche giovato a Gesù ma il Signore non andava certo dietro a questi calcoli politici.
Già l’incontro di notte non rallegrò Gesù ma lo accettò perché Nicodemo aveva buona volontà di convertirsi a Lui.
La riflessione principale che passo a spiegarvi è che oggi di Nicodemo nella Chiesa ce ne sono molti, quelli che mostrano un atteggiamento ambiguo, mantenendosi di nascosto amici di Gesù per timore del giudizio altrui.
Nicodemo andò di notte per questo, per non essere tacciato di parteggiare per Gesù, lo stesso fanno molti cristiani che vanno a Messa quasi di nascosto, senza farlo sapere agli amici atei o anticlericali, e non mostrano mai il distintivo meraviglioso dell’appartenenza a Dio.
Non parlano mai chiaramente della loro Fede e non invitano gli atei alla preghiera, non si mostrano autentici seguaci di Gesù.
È una Fede velata, una pratica religiosa segreta, come se si stesse compiendo un reato, invece molti atei ammirano di più quei cristiani che gridano la loro appartenenza a Gesù e dicono di pregare e di osservare il Vangelo. La coerenza fa parte della dignità della persona, non si può mai stare con un piede in due staffe perché si finisce col restare scalzo.
Quanti seguono l’agire di Nicodemo e non vogliono svelare la loro appartenenza a Dio, mostrano paura del giudizio altrui, scendono a compromessi con il mondo pagano e ritengono più vantaggioso restare amici con i loro conoscenti. Così perdono l’amicizia di Gesù! Di conseguenza neanche il Signore li potrà considerare suoi seguaci e le loro preghiere resteranno parole al vento.
Non è sufficiente credere nel proprio cuore e andare a Messa quasi di notte, nascosti o in parrocchie fuori zona. Perché? È corretto vergognarsi di Gesù? Lui ha detto una parola inequivocabile: Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'Uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli Angeli Santi» (Mc 8,38).
Oggi sono moltissime le pressioni che arrivano da tante parti per non credere in Gesù, non andare a Messa e non pregare.
Le pressioni esplicite sono di minore intensità, sono violenti quelle pressioni che insinuano, che alludono, che il ultima analisi criminalizzano i cristiani. Qui bisogna sempre fare una scelta e decidersi se rimanere ad ascoltare palloni gonfiati di boria stupidità, oppure mostrare la propria Fede e pretendere grande rispetto.
Gesù vede tutto e non si può ingannare, non si può cercarlo solo di notte per non essere visti e tacere la propria Fede agli atei.
Necessita un po’ di coraggio ma chi non lo ha già mostra di non avere la virtù della fortezza.
Allora umilmente si chiede a Gesù, ci si rivolge a Lui con aperta confidenza: “Gesù mio, io sono debole e temo il giudizio dei miei amici o colleghi. Dammi il tuo coraggio per affrontarli a testa alta e con serenità esporre la mia Fede in Te, che sei il mio Dio, il mio Tutto. Senza Te la mia vita non ha senso, non voglio mai dispiacerti e voglio manifestare a tutti che sei Tu il mio Signore e non gli idoli dei miei amici”.
Parlate così e con altre parole simili a Gesù, sarà felice di ascoltarvi, di donarvi il coraggio che vi manca, di sostenervi sempre.
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3339 - Udienza Papa Francesco 11/3/2015

La Famiglia - 7. I Nonni (II)
Cari fratelli e sorelle, buongiorno.
Nella catechesi di oggi proseguiamo la riflessione sui nonni, considerando il valore e l’importanza del loro ruolo nella famiglia. Lo faccio immedesimandomi in queste persone, perché anch’io appartengo a questa fascia di età.
Quando sono stato nelle Filippine, il popolo filippino mi salutava dicendo:  “Lolo Kiko” – cioè nonno Francesco - “Lolo Kiko”, dicevano! Una prima cosa è importante sottolineare: è vero che la società tende a scartarci, ma di certo non il Signore. Il Signore non ci scarta mai. Lui ci chiama a seguirlo in ogni età della vita, e anche l’anzianità contiene una grazia e una missione, una vera vocazione del Signore. L’anzianità è una vocazione. Non è ancora il momento di “tirare i remi in barca”. Questo periodo della vita è diverso dai precedenti, non c’è dubbio; dobbiamo anche un po’ “inventarcelo”, perché le nostre società non sono pronte, spiritualmente e moralmente, a dare ad esso, a questo momento della vita, il suo pieno valore. Una volta, in effetti, non era così normale avere tempo a disposizione; oggi lo è molto di più. E anche la spiritualità cristiana è stata colta un po’ di sorpresa, e si tratta di delineare una spiritualità delle persone anziane. Ma grazie a Dio non mancano le testimonianze di santi e sante anziani!
Sono stato molto colpito dalla “Giornata per gli anziani” che abbiamo fatto qui in Piazza San Pietro lo scorso anno, la piazza era piena. Ho ascoltato storie di anziani che si spendono per gli altri, e anche storie di coppie di sposi, che dicevano: “Facciamo il 50.mo di matrimonio, facciamo il 60.mo di matrimonio”. È importante farlo vedere ai giovani che si stancano presto; è importante la testimonianza degli anziani nella fedeltà. E in questa piazza erano tanti quel giorno. E’ una riflessione da continuare, in ambito sia ecclesiale che civile. Il Vangelo ci viene incontro con un’immagine molto bella commovente e incoraggiante. E’ l’immagine di Simeone e di Anna, dei quali ci parla il vangelo dell’infanzia di Gesù composto da san Luca. Erano certamente anziani, il “vecchio” Simeone e la “profetessa” Anna che aveva 84 anni. Non nascondeva l’età questa donna. Il Vangelo dice che aspettavano la venuta di Dio ogni giorno, con grande fedeltà, da lunghi anni. Volevano proprio vederlo quel giorno, coglierne i segni, intuirne l’inizio. Forse erano anche un po’ rassegnati, ormai, a morire prima: quella lunga attesa continuava però a occupare tutta la loro vita, non avevano impegni più importanti di questo: aspettare il Signore e pregare. Ebbene, quando Maria e Giuseppe giunsero al tempio per adempiere le disposizioni della Legge, Simeone e Anna si mossero di slancio, animati dallo Spirito Santo (cfr Lc 2,27). Il peso dell’età e dell’attesa sparì in un momento. Essi riconobbero il Bambino, e scoprirono una nuova forza, per un nuovo compito: rendere grazie e rendere testimonianza per questo Segno di Dio. Simeone improvvisò un bellissimo inno di giubilo (cfr Lc 2,29-32) – è stato un poeta in quel momento - e Anna divenne la prima predicatrice di Gesù: «parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (Lc 2,38).
Cari nonni, cari anziani, mettiamoci nella scia di questi vecchi straordinari! Diventiamo anche noi un po’ poeti della preghiera: prendiamo gusto a cercare parole nostre, riappropriamoci di quelle che ci insegna la Parola di Dio. E’ un grande dono per la Chiesa, la preghiera dei nonni e degli anziani! La preghiera degli anziani e dei nonni è un dono per la Chiesa, è una ricchezza! Una grande iniezione di saggezza anche per l’intera società umana: soprattutto per quella che è troppo indaffarata, troppo presa, troppo distratta. Qualcuno deve pur cantare, anche per loro, cantare i segni di Dio, proclamare i segni di Dio, pregare per loro! Guardiamo a Benedetto XVI, che ha scelto di passare nella preghiera e nell'ascolto di Dio l’ultimo tratto della sua vita! E’ bello questo! Un grande credente del secolo scorso, di tradizione ortodossa, Olivier Clément, diceva: “Una civiltà dove non si prega più è una civiltà dove la vecchiaia non ha più senso. E questo è terrificante, noi abbiamo bisogno prima di tutto di anziani che pregano, perché la vecchiaia ci è data per questo”. Abbiamo bisogno di anziani che preghino perché la vecchiaia ci è data proprio per questo. E’ una cosa bella la preghiera degli anziani.
Noi possiamo ringraziare il Signore per i benefici ricevuti, e riempire il vuoto dell’ingratitudine che lo circonda. Possiamo intercedere per le attese delle nuove generazioni e dare dignità alla memoria e ai sacrifici di quelle passate. Noi possiamo ricordare ai giovani ambiziosi che una vita senza amore è una vita arida. Possiamo dire ai giovani paurosi che l’angoscia del futuro può essere vinta. Possiamo insegnare ai giovani troppo innamorati di sé stessi che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. I nonni e le nonne formano la “corale” permanente di un grande santuario spirituale, dove la preghiera di supplica e il canto di lode sostengono la comunità che lavora e lotta nel campo della vita.
La preghiera, infine, purifica incessantemente il cuore. La lode e la supplica a Dio prevengono l’indurimento del cuore nel risentimento e nell'egoismo. Com’è brutto il cinismo di un anziano che ha perso il senso della sua testimonianza, disprezza i giovani e non comunica una sapienza di vita! Invece com'è bello l’incoraggiamento che l’anziano riesce a trasmettere al giovane in cerca del senso della fede e della vita! E’ veramente la missione dei nonni, la vocazione degli anziani. Le parole dei nonni hanno qualcosa di speciale, per i giovani. E loro lo sanno. Le parole che la mia nonna mi consegnò per iscritto il giorno della mia ordinazione sacerdotale, le porto ancora con me, sempre nel breviario e le leggo spesso e mi fa bene.
Come vorrei una Chiesa che sfida la cultura dello scarto con la gioia traboccante di un nuovo abbraccio tra i giovani e gli anziani! E questo è quello che oggi chiedo al Signore, questo abbraccio!
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3338 - Udienza Papa Francesco 4/3/2015

La Famiglia - 6. I Nonni (I)
Cari fratelli e sorelle, buongiorno.
La catechesi di oggi e quella di mercoledì prossimo sono dedicate agli anziani, che, nell'ambito della famiglia, sono i nonni, gli zii. Oggi riflettiamo sulla problematica condizione attuale degli anziani, e la prossima volta, cioè il prossimo mercoledì, più in positivo, sulla vocazione contenuta in questa età della vita.
Grazie ai progressi della medicina la vita si è allungata: ma la società non si è “allargata” alla vita! Il numero degli anziani si è moltiplicato, ma le nostre società non si sono organizzate abbastanza per fare posto a loro, con giusto rispetto e concreta considerazione per la loro fragilità e la loro dignità. Finché siamo giovani, siamo indotti a ignorare la vecchiaia, come se fosse una malattia da tenere lontana; quando poi diventiamo anziani, specialmente se siamo poveri, se siamo malati soli, sperimentiamo le lacune di una società programmata sull’efficienza, che conseguentemente ignora gli anziani. E gli anziani sono una ricchezza, non si possono ignorare.
Benedetto XVI, visitando una casa per anziani, usò parole chiare e profetiche, diceva così: «La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune» (12 novembre 2012). E’ vero, l’attenzione agli anziani fa la differenza di una civiltà. In una civiltà c’è attenzione all'anziano? C’è posto per l’anziano? Questa civiltà andrà avanti se saprà rispettare la saggezza, la sapienza degli anziani. In una civiltà in cui non c’è posto per gli anziani o sono scartati perché creano problemi, questa società porta con sé il virus della morte.
In Occidente, gli studiosi presentano il secolo attuale come il secolo dell’invecchiamento: i figli diminuiscono, i vecchi aumentano. Questo sbilanciamento ci interpella, anzi, è una grande sfida per la società contemporanea. Eppure una cultura del profitto insiste nel far apparire i vecchi come un peso, una “zavorra”. Non solo non producono, pensa questa cultura, ma sono un onere: insomma, qual è il risultato di pensare così? Vanno scartati. E’ brutto vedere gli anziani scartati, è una cosa brutta, è peccato! Non si osa dirlo apertamente, ma lo si fa! C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto. Ma noi siamo abituati a scartare gente. Vogliamo rimuovere la nostra accresciuta paura della debolezza e della vulnerabilità; ma così facendo aumentiamo negli anziani l’angoscia di essere mal sopportati e abbandonati.
Già nel mio ministero a Buenos Aires ho toccato con mano questa realtà con i suoi problemi: «Gli anziani sono abbandonati, e non solo nella precarietà materiale. Sono abbandonati nella egoistica incapacità di accettare i loro limiti che riflettono i nostri limiti, nelle numerose difficoltà che oggi debbono superare per sopravvivere in una civiltà che non permette loro di partecipare, di dire la propria, né di essere referenti secondo il modello consumistico del “soltanto i giovani possono essere utili e possono godere”. Questi anziani dovrebbero invece essere, per tutta la società, la riserva sapienziale del nostro popolo. Gli anziani sono la riserva sapienziale del nostro popolo! Con quanta facilità si mette a dormire la coscienza quando non c’è amore!» (Solo l’amore ci può salvare, Città del Vaticano 2013, p. 83). E così succede. Io ricordo, quando visitavo le case di riposo, parlavo con ognuno e tante volte ho sentito questo: “Come sta lei? E i suoi figli? - Bene, bene - Quanti ne ha? – Tanti. - E vengono a visitarla? - Sì, sì, sempre, sì, vengono. – Quando sono venuti l’ultima volta?”. Ricordo un’anziana che mi diceva: “Mah, per Natale”. Eravamo in agosto! Otto mesi senza essere visitati dai figli, otto mesi abbandonata! Questo si chiama peccato mortale, capito? Una volta da bambino, la nonna ci raccontava una storia di un nonno anziano che nel mangiare si sporcava perché non poteva portare bene il cucchiaio con la minestra alla bocca. E il figlio, ossia il papà della famiglia, aveva deciso di spostarlo dalla tavola comune e ha fatto un tavolino in cucina, dove non si vedeva, perché mangiasse da solo. E così non avrebbe fatto una brutta figura quando venivano gli amici a pranzo o a cena. Pochi giorni dopo, arrivò a casa e trovò il suo figlio più piccolo che giocava con il legno e il martello e i chiodi, faceva qualcosa lì, disse: “Ma cosa fai? – Faccio un tavolo, papà. – Un tavolo, perché? – Per averlo quando tu diventi anziano, così tu puoi mangiare lì”. I bambini hanno più coscienza di noi!
Nella tradizione della Chiesa vi è un bagaglio di sapienza che ha sempre sostenuto una cultura di vicinanza agli anziani, una disposizione all'accompagnamento affettuoso e solidale in questa parte finale della vita. Tale tradizione è radicata nella Sacra Scrittura, come attestano ad esempio queste espressioni del Libro del Siracide: «Non trascurare i discorsi dei vecchi, perché anch’essi hanno imparato dai loro padri; da loro imparerai il discernimento e come rispondere nel momento del bisogno» (Sir 8,9).
La Chiesa non può e non vuole conformarsi ad una mentalità di insofferenza, e tanto meno di indifferenza e di disprezzo, nei confronti della vecchiaia. Dobbiamo risvegliare il senso collettivo di gratitudine, di apprezzamento, di ospitalità, che facciano sentire l’anziano parte viva della sua comunità.
Gli anziani sono uomini e donne, padri e madri che sono stati prima di noi sulla nostra stessa strada, nella nostra stessa casa, nella nostra quotidiana battaglia per una vita degna. Sono uomini e donne dai quali abbiamo ricevuto molto. L’anziano non è un alieno. L’anziano siamo noi: fra poco, fra molto, inevitabilmente comunque, anche se non ci pensiamo. E se noi non impariamo a trattare bene gli anziani, così tratteranno a noi.
Fragili siamo un po’ tutti, i vecchi. Alcuni, però, sono particolarmente deboli, molti sono soli, e segnati dalla malattia. Alcuni dipendono da cure indispensabili e dall’attenzione degli altri. Faremo per questo un passo indietro?, li abbandoneremo al loro destino? Una società senza prossimità, dove la gratuità e l’affetto senza contropartita – anche fra estranei – vanno scomparendo, è una società perversa. La Chiesa, fedele alla Parola di Dio, non può tollerare queste degenerazioni. Una comunità cristiana in cui prossimità e gratuità non fossero più considerate indispensabili, perderebbe con esse la sua anima. Dove non c’è onore per gli anziani, non c’è futuro per i giovani.
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lunedì 9 marzo 2015

3337 - Commento al Vangelo del 8/3/2015, Domenica 3^ Quaresima

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (2,13-25)
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell'uomo. 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
È un episodio forte e che manifesta il coraggio di Gesù, la sua ardente sete di onorare il Padre ma anche l’amarezza nel vedere la condizione del tempio, ridotto a un luogo di mercato. Come il tempio duemila anni fa, oggi anche la nostra amata Chiesa corre il tremendo pericolo di non essere più identificata come la Casa del Padre ma come la casa del mercato, dove si vive senza morale e si punta alla carriera trascurando i Comandamenti di Dio.
Nella Chiesa possiamo essere fratelli o rivali, non lo vogliamo noi ma quanti hanno perduto la Fede e vivono nell'orgoglio.
Gesù si era recato al tempio e conosceva la condizione mercantile di molti ebrei che si recavano al tempio, interessati più alla vendita degli animali e di altri oggetti che a pregare Dio. Forse se non avesse visto quanto avvenuto mentre entrava nel tempio, Gesù avrebbe agito diversamente, perché questa reazione Lo espose subito all’odio degli scribi, dei sacerdoti, dei farisei. La prudenza Lo teneva ancora fermo e non dava occasione ai nemici di osteggiarlo.
Quando si accorse che alcuni venditori di animali beffeggiavano alcuni anziani poveri ma desiderosi di offrire un agnello a Dio, Gesù mise da parte quella prudenza che Lo faceva attendere ed agì con pieno sdegno, cominciò a rovesciare tavoli e a scacciare tutti i mercanti perché era troppa l’immoralità che Dio aveva sopportato nella sua Casa.
Gesù avrebbe pensato anche ai mercanti e ai cambia valuta in un secondo momento, nel tempo opportuno, qui ci mostra che le colpe degli uomini possono fare anticipare la giustizia di Dio. Un Dio pieno di bontà e misericordioso attende la conversione dei suoi figli, ma quando si accorge che la loro condizione spirituale è peggiorata e non c’è più possibilità di ritornare a Lui,“allora fa una frusta di cordicelle e scaccia tutti fuori”.
In questo periodo storico il peccato sociale è arrivato veramente a sfiorare l’infinito… Sono incommensurabili le offese a Dio e nonostante tutta l’immoralità diffusa in ogni dove, ha dato a tutti la possibilità di pentirsi con le apparizioni della Madonna. Intendo quelle autentiche, perché il 90% di quelle che si conoscono nel mondo sono false. Ho già spiegato i criteri per capire l’attendibilità, uno è la docilità del veggente, il quale non cerca di imporre il fenomeno che vive, anzi, se è davvero autentico non ne parla affatto.
Natuzza Evolo non cercava assolutamente popolarità, erano i giornalisti a cercarla e lei rispondeva con somma umiltà e bontà.
Le offese a Dio ogni giorno si moltiplicano, noi siamo chiamati a riparare con la nostra vita virtuosa, perché la nostra missione di cristiani autentici è di aiutare Gesù e la Madonna a salvare peccatori con la preghiera forte e costante. Anche quelli che non conosciamo e abitano in altri Continenti.
Dobbiamo pregare di più e bene, dobbiamo fare mortificazioni e ogni giorno si presentano centinaia di occasioni per usare pazienza, evitare giudizi, amare, perdonare, aiutare i vicini e quanti non conosciamo, sostenere i poveri, essere sempre gentili e sorridenti, non dire bugie, rispettare tutti, compiere bene il proprio lavoro, non provare invidia, bloccare l’orgoglio e la superbia.
Una vita mortificata è indispensabile per seguire veramente Gesù, in caso contrario non ci ascolta perché non osserviamo il Vangelo.
Procedendo in questo cammino con la pratica della mortificazione giornaliera, riusciremo con facilità a considerare la Chiesa come la Casa di Dio, dove Lui dimora in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Molti Consacrati e credenti non provano alcuna attrazione di santità della Chiesa, non lo considerano un luogo sacro dove c’è il Santissimo, e si comportano come in un luogo ricreativo.
Prima della Santa Messa, alle volte anche durante e poi alla fine, quante voci si sentono in Chiesa, la gente parla e scherza, risponde al cellulare, non ha alcuna riverenza verso Gesù Eucaristia, entra ed esce come se si trovasse in un locale pubblico. Queste persone continuando così non cresceranno mai nella Fede, il loro è solo un sentimentalismo effimero e le loro preghiere sono recitate senza amore. Non valgono nulla!
Gesù anche verso queste persone utilizza la frusta dell’allontanamento dalla Casa di Dio, perché la loro presenza è una dissacrazione.
Non si deve pensare che Gesù è contento di tutti quelli che vanno a Messa, Lui che conosce perfettamente i cuori e ogni fibra di ognuno, valuta infallibilmente l’intenzione con cui i credenti vanno in Chiesa e per giustizia non può donare nulla a quanti nulla donano a Lui.
Se non osservano la sua Parola e seguono solo i loro capricci, cosa possono pretendere da Gesù? Se non si rinnegano e vivono nei peccati?
Riflettendo serenamente sulla condizione della nostra amata Chiesa, vengono in mente tanti degli incalcolabili scandali e da molti non viene più considerata come la Casa di Dio. Cosa possiamo fare noi per aiutare le persone che conosciamo a ritornare a Messa? Innanzitutto và spiegato che la Chiesa è istituzione Divina perché fondata da Gesù ed è sempre Santa. Sono gli uomini a sbagliare.
Parlate della Messa a tutti, spiegate che gli uomini possono sbagliare ma Dio è infallibile, dona Grazie a chi Lo cerca con amore.

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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Medaglia di San Benedetto