Il Signore ti benedica,ti custodisca e ti mostri il Suo volto misericordioso!

Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto

CIAO A TE !!

Nulla è più urgente nel mondo d'oggi di proclamare Cristo alle genti. Chiunque tu sia, puoi, se vuoi, lasciare un tuo contributo, piccolo o grande che sia, per dire, comunicare, annunciare la persona di Gesù Cristo, unico nostro salvatore. Uno speciale benvenuto a LADYBUG che si è aggiunta di recente ai sostenitori ! *************************************************** Questo blog è sotto la protezione di N.S. Gesù Cristo e della SS Vergine Maria, Sua Madre ed ha come una ragione di esistere di fornire un contributo, sia pure piccolo ed umile, alla crescita della loro Gloria. ***************************************************

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domenica 29 settembre 2013

2621 - Commento al Vangelo del 29/9/2013, domenica 26^ t. ord.

+ Dal Vangelo secondo Luca (16,19-31)
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli Angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”». 
 
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Anche in questa domenica la liturgia ci propone una parabola riportata da San Luca. È la terza domenica che leggiamo da questo Evangelista i racconti di Gesù e che riuscivano quantomeno a far zittire i farisei, mentre i buoni si commuovevano e ringraziavano Dio. Anche noi ci meravigliamo e sentiamo crescere una grande ammirazione per Gesù. Sono parabole che toccano tutti, lasciano un ricordo profondo, difficile da dimenticare.
Meditare ogni giorno il Vangelo significa provare di continuo un gioia interiore e bellissima, perchè ti convinci che Gesù è sempre vicino, è molto buono e onnipotente. Abbiamo bisogno di capire bene questa infinita autorità del Signore.
La parabola di oggi l'abbiamo letta e ascoltata moltissime volte, vediamo di scoprire qualcos'altro e di comprenderla meglio.
Sono due i protagonisti, il ricco è senza nome, mentre il povero ha un nome, si chiama Lazzaro. Questa la prima importante precisazione, Gesù vuol dire che il ricco che sperperava ricchezze in vesti eleganti e gozzovigliava giornalmente invitando altri ricchi, non merita un nome, è uno sconosciuto per Lui, sta sprecando la sua vita e sta sperperando i suoi beni peggio ancora del figliol prodigo. Il ricco in questa parabola è senza nome, questa è la condizione di chi vende la propria dignità in azioni disoneste e nella cattiveria.
Però Gesù nella parabola non vuole indicarci soprattutto la brutta fine del ricco senza amore e senza cuore, mette al centro Lazzaro, vuole dirci che è pronta una grande ricompensa a quanti in vita hanno sofferto, comunque hanno patito sofferenze.
Il messaggio centrale è quello di focalizzare Lazzaro, il quale rappresenta ogni forma di sofferenza, non è considerato solamente povero. È un uomo ignorato e schiacciato, disprezzato dai potenti. Un uomo che patisce cattiverie e odio immotivato.
Poi, c'è l'indifferenza del ricco, questo è l'altro punto che rilevo nella parabola. La sua indifferenza è tremenda, ed è questa indifferenza dinanzi a chi soffriva la vera causa della sua condanna. Gesù non lo indica cattivo per le sue ricchezze, non sono le ricchezze a gettarlo nell'inferno ma la sua decisa insensibilità dinanzi a chi stava morendo di fame e di freddo. Quel ricco che non si accorgeva di Lazzaro che stava davanti la sua casa è lo sdegno di Gesù, un comportamento assolutamente privo di amore.
“Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
Gesù ci dice che anche noi possiamo avere accanto persone povere di cibo o di affetto o di comprensione o di altre forme di aiuti.
Non vogliamo mai trovarci nei panni del ricco che ignora la sofferenza di un uomo rannicchiato davanti a lui, nè vogliamo trovarci nei panni di Lazzaro rimasto senza amici e senza assistenza. Non per colpa sua, è la parabola che descrive il suo stato, ma non è bello sapere che molti Lazzaro magari vivono in mezzo a noi e non ce ne siamo mai accorti.
Chi vive come Lazzaro, anche se non riguarda l'aspetto della povertà materiale, ha sempre bisogno di aiuti, deve elemosinare a qualcuno un gesto di comprensione e di affetto perchè non lo trova neanche in famiglia. Non è precisa l'affermazione che ognuno ha quello che si merita, molto spesso la miopia di molti fa ignorare una realtà diversa da come la dipingono.
Lazzaro è in balia di tutti per la sua debolezza, non sa difendere i suoi diritti e patisce indifferenza e insulti, però c'è un Padre che vede l'umiliazione in cui vive e lo assiste adesso per poi premiarlo con una gloria eterna.
La sofferenza di Lazzaro dura diversi decenni in questa vita e poi gode un'eternità di gloria, mentre il divertimento del ricco epulone dura alcuni decenni in questa terra per poi patire tremendamente un'eternità nell'inferno. Chi dei due alla fine ne esce trionfatore?
In questa vita ognuno di noi in qualche modo è Lazzaro, o per la debolezza, la povertà, l'indifferenza patita, le cattiverie subite. Se Lazzaro vive in noi, non possiamo disinteressarci di Lazzaro, se non lo incontriamo in noi saremo anche noi destinati ad una vita travagliata. Piuttosto che vivere fuori di noi, rientriamo in noi e cerchiamo di conoscere bene la parte debole, povera di amore e di affetto, la natura di certi comportamenti sopra le righe.
Con umiltà e verità dobbiamo guardarci dentro e conoscerci meglio. Senza paura di scoprire qualche lato debole, invece è una liberazione.
La conoscenza interiore ci rende migliori e ci fa ragionare con maggiore Fede, trasforma la vita e ci permette di dirigerci verso il senso più completo di essa. Non saranno più gli eventi o le circostanze strane a determinare la vostra vita, sarete voi a stabilire alla luce del Vangelo cosa giova e cosa non giova per non perdere Gesù. Non si agirà più con interessi mondani ed egoistici, solo spirituali e per una santa causa: la vostra perfezione interiore.
 Domenica scorsa il Vangelo trattava della condivisione, anche oggi Gesù riporta questo argomento. Abbiamo meditato la figura ambigua ma intelligente del fattore e l'ammirazione di Gesù non tanto per la sua disonestà ma per il pensiero del futuro. Oggi Gesù ci dice che Dio è condivisione, dona il suo Amore agli sconosciuti diventati figli adottivi, e continua ad elargire incessantemente Amore e Grazie. Dio dona non solo perchè è ricco, dona perchè è buono. Domenica scorsa ho scritto questa frase:
"La condivisione fa parte della nostra dottrina, perché il ricco se dona ai poveri e alle opere di Dio una parte della ricchezza, rimane sempre ricco. Ma è però intelligente, perché così riconosce l'aiuto di Dio e Lo ringrazia per la fortuna avuta nella vita. Riconosce che Dio ha favorito la sua ricchezza ma per condividere con gli altri bisognosi quei beni. Così la ricchezza disonesta diventa buona perché condivisa e offerta alla volontà di Dio".
Nel Vangelo di oggi c'è un'affermazione del ricco epulone che merita una spiegazione. “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento”. Il ricco si trovava nell'inferno e non poteva assolutamente amare nessuno ma odiare terribilmente, perché allora si preoccupava dei cinque fratelli?
Non per amore verso loro, in quanto non poteva, nè per evitare loro l'inferno, in realtà il ricco si preoccupava di sè, sapeva che tutti i peccati commessi dai suoi fratelli ricadevano su di lui ed aumentavano le pene nell'inferno. Ricadevano su di lui perchè erano la causa delle depravazioni che continuavano a commettere i suoi fratelli, era lui che li aveva spinti a condurre quella vita sfarzosa e immorale.
 
Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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2620 - San Giovanni da Dukla, Francescano polacco

Giovanni nacque a Dukla, città presso i Monti Carpazi in Polonia, nel 1414. Da giovane entrò fra i Frati Minori Conventuali, qui completati gli studi, fu ordinato sacerdote, espletò i suoi compiti con zelo e prudenza, tanto che gli furono assegnati posti di responsabilità, come superiore a Krosno e poi a Leopoli; custode di tutti i monasteri di quella provincia, che comprendeva in quel tempo anche i monasteri cechi oltre che quelli polacchi; provincia importante per la vicinanza dei territori ortodossi.
Portato alla vita contemplativa, chiese ed ottenne dai superiori, il permesso di passare tra i padri Bernardini, uno dei tanti rami che partirono dall’Ordine Francescano, chiamati così, perché le loro chiese erano dedicate a s. Bernardo.
Spese la sua vita nella ricerca della perfezione, nella cura delle anime e nel lavoro missionario, fu un apostolo del confessionale e del pulpito.
Sopportò senza mai lamentarsi, i molti malanni che lo affiggevano, specie la cecità che l’aveva colpito; per le sue prediche si faceva aiutare a scriverle da un novizio. Fu pieno di una serenità francescana che conservò fino alla morte, avvenuta il 29 settembre 1484 a Leopoli.
Molte grazie furono ottenute per sua intercessione, ciò portò a tributargli un culto che andò sempre più crescendo; nel 1615 iniziò il processo di beatificazione che si concluse il 21 gennaio 1733, con il decreto di conferma da parte della Santa Sede. 
Il 10 giugno 1997 papa Giovanni Paolo II ha canonizzato a Krosno in Polonia s. Giovanni da Dukla.
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sabato 28 settembre 2013

2619 - Commento al Vangelo del 28/9/2013

+ Dal Vangelo secondo Luca (9,43-45)
In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’Uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento. 
 
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Gli Apostoli non comprendevano la profezia di Gesù e rimanevano confusi. Neanche durante la sua Passione ricordarono la promessa della sua Risurrezione dopo tre giorni. Gesù subì grandi persecuzioni, fu diffamato di continuo e poi ucciso, Crocifisso come un malfattore nel gaudio maledetto dei suoi nemici. Pensavano di averlo annientato definitivamente, invece dopo tre giorni risuscitò da morte.
La Chiesa sta già vivendo la prima parte della Vita di Gesù e arriverà a completare pienamente la stessa evoluzione.
Anche della Chiesa si parlerà di morte, ma sarà solo apparente, Dio la farà risuscitare.
Le parole del Vangelo di Gesù chiaramente non hanno nulla di negativo, rappresentano una situazione dolorosa che però avrà uno sviluppo meraviglioso. La Chiesa l'ha fondata poco prima della sua atroce Passione, Essa è la sua Sposa e attraverso Essa Dio vuole salvare l'umanità.
Proprio per la sua natura soprannaturale, da duemila anni la Chiesa è di continuo perseguitata da nemici accecati e spesso posseduti dai diavoli. Non dobbiamo affatto temere per il futuro della Chiesa, nessuno potrà riuscire nel malefico progetto di distruggerla definitivamente, però cercheranno in tutti i modi più tenebrosi di realizzare questo disegno.
Gesù ha rivelato a Luisa Piccarreta molte profezie sugli avvenimenti che noi stiamo vivendo in questo tempo, e a lei il Signore ha ovviamente garantito che la sua Chiesa uscirà da questa battaglia ancora più bella e più spirituale. Luisa Piccarreta è una Serva di Dio, quindi è stato avviato dal Vescovo del luogo il processo di beatificazione.
È una tra le più grandi mistiche della storia, nacque nel 1865 e morì nel 1947 sempre a Corato (Bari). Un'inspiegabile malattia la costringeva a stare immobile a letto e a vomitare qualsiasi cibo e bevanda, nutrendosi solo di Eucarestia, per 62 anni.
Le rivelazioni di Gesù contenute in numerosi volumi sono importanti insegnamenti spirituali. Oggi pubblico alcune rivelazioni di Gesù riguardanti la Chiesa agonizzante che risorgerà con i Sacerdoti che ascoltano il Signore, per quanto pochi siano come dice Lui.
 
(Vol. 10° - 28 gennaio 1911)
“Figlia mia, la Chiesa in questi tempi sta agonizzante, ma non morirà, anzi risorgerà più bella. I sacerdoti buoni si dibattono per una vita più spogliata, più sacrificata, più pura. I cattivi sacerdoti si dibattono per una vita più interessata, più comoda, più sensuale, tutta terrena. Io parlo a quei pochi buoni, fosse anche uno per paese; a questi parlo e comando, prego, supplico che facciano queste case di riunione, salvandomi i sacerdoti che verranno in questi asili, rendendoli sciolti affatto da qualunque legame di famiglia. E da questi pochi buoni si rifarà la mia Chiesa della sua agonia. Questi sono il mio appoggio, le mie colonne, la continuazione della vita della Chiesa.
Io non parlo a tutti quelli che non si sentono di svincolarsi da qualunque vincolo di famiglia, perché se parlo non sono certamente ascoltato, anzi, al solo pensare di rompere ogni vincolo, restano indignati. Ah, purtroppo sono abituati a bere la tazza dell’interesse e di altro, che mentre è dolcezza alla carne è veleno all’anima; questi tali finiranno col bere la cloaca del mondo. Io voglio salvarli a qualunque costo, ma non sono ascoltato, quindi parlo, ma è per loro come se non parlassi”.
 
(Vol. 10° - 16 maggio 1911)  
«Luisa scriveva: Stavo pregando che il benedetto Gesù confondesse i nemici della Chiesa, e il mio sempre amabile Gesù nel venire mi ha detto: “Figlia mia, potrei confondere i nemici della Santa Chiesa, ma non voglio. Se ciò facessi, chi purgherebbe la mia Chiesa? Le membra della Chiesa e specie quelli che stanno in posti e in altezze di dignità hanno gli occhi accecati e travedono di molto, tanto che giungono a proteggere i finti virtuosi e ad opprimere e condannare i veri buoni. Questo mi dispiace tanto, vedere quei pochi veri miei figli sotto il peso dell’ingiustizia; quei figli da cui deve risorgere la Chiesa e ai quali Io sto dando molta Grazia per disporli a ciò, Io li vedo messi di spalle al muro e legati, per impedir loro i passi. Questo mi duole tanto, che mi sento tutto furore per loro!
Senti, figlia mia, Io sono tutto dolcezza, sono benigno, clemente e misericordioso, tanto che per la mia dolcezza rapisco i cuori, ma però sono anche forte, da stritolare ed incenerire coloro che non solo opprimono i buoni, ma giungono ad impedire il bene che vogliono fare. Ah, tu piangi i secolari, ed Io piango le piaghe dolorose che sono nel corpo della Chiesa, che mi addolorano tanto da oltrepassare le piaghe dei secolari, perché vengono dalla parte che non me l’aspettavo e che mi fanno disporre a far inveire i secolari contro di loro"».
 
(Vol. 12° - 12 febbraio 1918)
“Ah, figlia mia, quando permetto che le Chiese restino deserte, i ministri dispersi, le Messe diminuite, significa che i Sacrifici mi sono di offesa, le preghiere insulti, le adorazioni irriverenze, le Confessioni trastulli e senza frutto. Quindi, non trovando più gloria mia, anzi, offese nel bene loro, non servendomi più, le tolgo; ma però questo strappare i ministri dal mio Santuario significa ancora che le cose sono giunte al punto più brutto e che la diversità dei flagelli si moltiplicherà. Quanto è duro l’uomo! Quanto è duro!”. 
 
(Vol. 12° - 14 ottobre 1918)
“Figlia mia, il più grande castigo è il trionfo dei cattivi. Ci vogliono ancora purghe e i cattivi nel loro trionfo purificheranno la mia Chiesa, e dopo li strillerò e li disperderò come polvere al vento. Perciò, non ti impressionare dei trionfi che senti, ma piangi insieme con Me la loro triste sorte”.
 
(Vol. 12° - 8 gennaio 1919)
“Figlia mia, non vedi come mi perseguitano? Mi vogliono mettere fuori, oppure darmi l’ultimo posto. Fammi sfogare; è da molti giorni che niente ti ho detto delle sorti del mondo, né dei castighi che mi strappano con le loro malvagità, e la pena, tutta concentrata nel mio Cuore, voglio dirla a te per fartene parte e così divideremo insieme la sorte delle creature, per poter pregare, soffrire e piangere insieme per il bene loro. Ah, figlia mia, ci saranno contese tra loro; la morte mieterà molte vite e anche sacerdoti. Ah, quante maschere vestite da preti! Li voglio togliere prima che sorgano le persecuzioni alla mia Chiesa e le rivoluzioni; chissà se si convertano in punto di morte. Altrimenti, se li lascio, queste maschere nella persecuzione si toglieranno la maschera, si uniranno ai settari e saranno i nemici più fieri della Chiesa, e la loro salvezza riuscirà più difficile”.
 
Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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2618 - Santi Lorenzo Ruiz di Manila e 15 compagni

Si tratta di uno stuolo di 16 martiri per la fede, uccisi a Nagasaki in Giappone negli anni 1633-37; facendo seguito al numeroso gruppo di 205 martiri che donarono la loro vita, sempre a Nagasaki-Omura, negli anni 1617-32. 
Essi furono vittime della persecuzione scatenata il 28 febbraio 1633, dallo “shogun” (supremo capo militare della nazione), Tokagawa Yemitsu; che con il suo (Editto n. 7), colpiva gli stranieri che “predicano la legge cristiana e i complici in questa perversità, che devono essere detenuti nel carcere di Omura”. 
I sedici missionari contavano nove padri Domenicani, tre Fratelli religiosi domenicani, due Terziarie domenicane, di cui una anche Terziaria Agostiniana, due laici, di cui uno padre di famiglia. 
Avevano svolto apostolato attivo nel diffondere la fede cristiana nelle Isole Filippine, a Formosa e in Giappone; e appartenevano in diverso grado alla Provincia Domenicana del Santo Rosario, allora detta anche delle Filippine, la cui fondazione risaliva alle Missioni in Cina del 1587 e che al principio del 1600, aveva istituito una Vicaria in Giappone. 
Essi furono catturati a gruppi o singolarmente, e rinchiusi nel carcere di Nagasaki e in quel quinquennio, in vari tempi ricevettero il martirio. 
Dal 1633 era stata introdotta una nuova tecnica crudele di supplizio, a cui venivano sottoposti i condannati e così lasciati morire e si chiamava “ana-tsurushi”, cioè della forca e della fossa: si sospendeva il condannato ad una trave di legno con il corpo e il capo all’ingiù, e rinchiuso in una buca sottostante fino alla cintola, riempita di rifiuti; lasciandolo agonizzare e soffocare man mano per giorni. 
Ma dal 1634 i cristiani prima di subire questo martirio, venivano sottoposti ad atroci tormenti come l’acqua fatta ingurgitare in abbondanza e poi espulsa con violenza e poi con la trafittura di punte acuminate tra le unghie ed i polpastrelli delle mani. 
Certo la malvagità umana, quando si sfrena nell’inventare forme crudeli da infliggere ai suoi simili, supera ogni paragone con la ferocia delle bestie, che perlomeno agiscono per istinto e per procacciarsi il cibo. 
I sedici martiri erano di varie nazionalità: 1 filippino, 9 giapponesi, 4 spagnoli, 1 francese, 1 italiano. 
Nel 1633 furono uccisi padre Domenico Ibáñez de Equicia, nato nel 1589 a Régil (Guipuzcoa) in Spagna e il catechista fratello cooperatore giapponese Francesco Shoyemon, ambedue morti il 14 agosto. 
Il 17 agosto furono uccisi padre Giacomo Kyushei Gorobioye Tomonaga, giapponese e Michele Kurabioye, catechista cooperatore giapponese. 
Il 19 ottobre morirono padre Luca Alonso Gorda, spagnolo nato nel 1594 a Carracedo (Zamora) e Matteo Kohioye, fratello cooperatore catechista giapponese, nato ad Arima nel 1615. 
Nell'anno 1634 furono uccise le due Terziarie Domenicane, l’11 novembre Marina di Omura giapponese, ospite dei missionari, bruciata viva a fuoco lento e Maddalena di Nagasaki giapponese, nata nel 1610 (già Terziaria Agostiniana) morta il 15 ottobre. 
Il 17 novembre perirono padre Giordano Giacinto Ansalone, italiano della Sicilia, nato nel 1589; padre Tommaso Hioji Rokuzayemon Nishi giapponese, nato a Hirado nel 1590; e padre Guglielmo Courtet, francese. 
Nell’anno 1637 furono martirizzati padre Antonio González spagnolo, nato a León, morto il 24 settembre; poi padre Michele de Aozaraza, nato nel 1598 a Oñata (Guipuzcoa) in Spagna e padre Vincenzo Shiwozuka giapponese, morti il 29 settembre; insieme a loro anche i due laici Lorenzo Rúiz, filippino di Manila, padre di famiglia, sacrestano dei Domenicani e Lazzaro di Kyoto, giapponese. 
Sul martirio del gruppo si tennero negli anni 1637 e 1638 due processi diocesani, i cui ‘Atti’ ritrovati solo all’inizio del XX secolo, resero possibile la ripresa della Causa presso la Santa Sede. 
Essi furono beatificati da papa Giovanni Paolo II il 18 febbraio 1981 a Manila nelle Filippine, essendo Lorenzo Rúiz il protomartire di quella Nazione e canonizzati a Roma dallo stesso pontefice il 18 ottobre 1987.

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venerdì 27 settembre 2013

2617 - Commento al Vangelo del 27/9/2013

+ Dal Vangelo secondo Luca (9,18-22)
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con Lui ed Egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che Io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che Io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’Uomo -disse- deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». 
 
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
In un video diffuso oggi su un quotidiano online si vede un bambino insieme a diversi specialisti in un ospedale mentre c'è una videochiamata con i suoi genitori. Il piccolo Jenri Rivera ha 7 anni, viene dal Guatemala ed è stato sottoposto a un intervento negli Stati Uniti per recuperare l'udito. Dopo la delicata operazione i medici provano i risultati dell'intervento ed effettivamente il bambino sente. Un miracolo della medicina, la bravura degli specialisti ha permesso al bambino di sentire.
L'aspetto emozionante avviene quando il piccolo sente per la prima volta nella sua vita la voce dei genitori e piange a dirotto. Non conosceva la voce dei genitori, non aveva mai sentito nulla, aveva comunicato sempre con i gesti, ma quando si sente chiamare per nome dai genitori è un fiume di lacrime. Dagli occhi che brillano gli scendono lacrime grandi come ceci.
Non possiamo immaginare l'enorme gioia del bambino e la commozione dei suoi genitori.
È bello quando un figlio sente la voce di un genitore che ama e che lo chiama per nome. Quel figlio gioisce e si rasserena perchè sa di avere dei genitori vicini e che lo proteggono. Quanto più noi dovremmo gioire nel sapere che il Padre ci ama infinitamente e ci chiama sempre per nome? Il Padre ci chiama per dialogare con ognuno di noi, ma sono pochi quelli che sentono.
Gesù è sempre pronto ad intervenire, all'uomo occorre un'operazione di riflessione che parta da fuori per interpellare la coscienza.
Non è un'operazione chirurgica ma esistenziale, molti cristiani devono domandarsi il motivo del rifiuto di ascoltare la voce del Padre e per questo non provano mai l'immensa gioia di sentirsi chiamare per nome.
L'operazione effettuata sul bambino di 7 anni è stata permessa grazie ad una beneficenza, c'è stato l'intervento di una associazione che si occupa di queste malattie. Anche i peccatori necessitano di benefattori, di familiari o amici che li aiutino a sentire la voce del Padre e li accompagnino nella conversione. Molti peccatori vorrebbero pregare insieme ai credenti, dialogare serenamente sulle cose di Dio. Un peccatore non può comprendere la gioia profonda che si prova quando si sente interiormente Gesù.
Questo blocco lo prova anche il cristiano tiepido che và a Messa e prega e non sente Dio, perchè non ha amore per Lui.
Chi prega bene, pratica i Sacramenti, vive onestamente e virtuosamente, riceve molte visite dallo Spirito di Dio. La sua vita cambia.
Il mondo si và spegnendo di Luce Divina e si agita nelle tenebre, questo non ci sorprende perchè i frutti delle opere di chi non crede sono tremende. Chi non conosce e non ama Gesù non può comprendere gli sforzi che noi compiamo per rimanere saldi nella Fede ed ancorati alla morale. Il mondo in larga parte non sente più Gesù, non ha voluto ascoltare le implorazioni della Madonna a Fatima e continua ad ignorare Medjugorje.
È difficile tra i giovani rispettare la castità o avvertire il senso del pudore, sinonimo di senso di vergogna, che viene associato a dettami morali o sociali. Ci sono giovani che credono ancora nella dignità del corpo ma sono pochi. Leggiamo questo scritto di una nostra parrocchiana e che ci informa che ci sono ancora giovani innamorati della purezza.
«Buonasera Padre Giulio, sono una ragazza che legge ogni giorno la sua newsletter (anche se in questi ultimi giorni per problemi di connessione non sono riuscita a essere costante). Innanzitutto volevo ringraziarla per l'apostolato che svolge e per le meditazioni che ogni giorno ci offre, che fanno tanto bene all'anima e ci avvicinano sempre di più a Gesù e Maria... E poi volevo chiederle di pregare molto per me e per colui che da qualche giorno è diventato il mio fidanzato, affinché il cammino di amore, conoscenza, fiducia e rispetto reciproco che abbiamo deciso di intraprendere insieme sia sempre autentico e sincero e fondato sulla sequela di Nostro Signore Gesù. Preghi per noi, io pregherò per lei. Un abbraccio e grazie. Sara Mendicino».
È un progetto di amore fondato sulla Parola di Dio, la speranza di un futuro santo in un presente che richiede preghiere e forte impegno per non peccare. A Sara e a tutti voi indico un mezzo spirituale per rimanere forti nelle difficoltà. Si tratta di vivere il momento presente davanti a Dio pensando al futuro. È esattamente l'opposto del "Carpe diem" del poeta latino Orazio.
Il significato del poeta indica di "cogliere l'attimo", anche se letteralmente è "cogli il giorno", tradotta diventa "vivi il presente", ed è una delle filosofie di vita più licenziose ed influenti della storia. È una locuzione abbastanza fraintesa, è certo però che nelle Odi di Orazio ha un significato pragmatico, indica di vivere e di gustare il momento presente senza pensare al futuro. Non si pensa al futuro perché c'è una sola vita? Perché Dio non esiste?
Noi cristiani evidentemente la pensiamo diversamente del "Carpe diem", noi vogliamo vivere il momento presente alla presenza di Gesù e pensiamo anche al futuro perché crediamo nella vita eterna, nella ricompensa che spetta ai giusti.
Il verso oraziano nelle Odi continua con questo seguito: "Confidando il meno possibile nel domani". Parole che aggravano la sostanziale differenza tra questa filosofia di vita pagana e il Cristianesimo. Solo un disperato non confida nel domani e cerca di sperperare tutto nei piaceri disonesti, proprio perché vive senza speranza, non ha un futuro. Noi vogliamo vivere ogni giorno nella Grazia e nella Luce di Dio, non abbiamo paura del futuro perchè l'affrontiamo insieme a Gesù e a Maria Santissima.
Il nostro futuro lo consacriamo ogni giorno al Cuore Immacolato di Maria.
 
Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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2616 - San Vincenzo de' Paoli, Sacerdote e fondatore

Nella storia della cristianità, fra le innumerevoli schiere di martiri e santi, spiccano in ogni periodo storico delle figure particolari, che nel proprio campo di apostolato, sono diventate dei colossi, su cui si fonda e si perpetua la struttura evangelica, caritatevole, sociale, mistica, educativa, missionaria, della Chiesa.
E fra questi suscitatori di Opere, fondatori e fondatrici di Congregazioni religiose, pastori zelanti di ogni grado, ecc., si annovera la luminosa figura di san Vincenzo de’ Paoli, che fra i suoi connazionali francesi era chiamato “Monsieur Vincent”.

Gli anni giovanili
Vincenzo Depaul, in italiano De’ Paoli, nacque il 24 aprile del 1581 a Pouy in Guascogna (oggi Saint-Vincent-de-Paul); benché dotato di acuta intelligenza, fino ai 15 anni non fece altro che lavorare nei campi e badare ai porci, per aiutare la modestissima famiglia contadina.
Nel 1595 lasciò Pouy per andare a studiare nel collegio francescano di Dax, sostenuto finanziariamente da un avvocato della regione, che colpito dal suo acume, convinse i genitori a lasciarlo studiare; che allora equivaleva avviarsi alla carriera ecclesiastica.
Dopo un breve tempo in collegio, visto l’ottimo risultato negli studi, il suo mecenate, giudice e avvocato de Comet senior, lo accolse in casa sua affidandogli l’educazione dei figli.
Vincenzo ricevette la tonsura e gli Ordini minori il 20 dicembre 1596, poi con l’aiuto del suo patrono, poté iscriversi all’Università di Tolosa per i corsi di teologia; il 23 settembre 1600 a soli 19 anni, riuscì a farsi ordinare sacerdote dall’anziano vescovo di Périgueux (in Francia non erano ancora attive le disposizioni in materia del Concilio di Trento), poi continuò gli studi di teologia a Tolosa, laureandosi nell’ottobre 1604.
Sperò inutilmente di ottenere una rendita come parroco, nel frattempo perse il padre e la famiglia finì ancora di più in ristrettezze economiche; per aiutarla Vincent aprì una scuola privata senza grande successo, anzi si ritrovò carico di debiti.
Fu di questo periodo la strabiliante e controversa avventura che gli capitò; verso la fine di luglio 1605, mentre viaggiava per mare da Marsiglia a Narbona, la nave fu attaccata da pirati turchi ed i passeggeri, compreso Vincenzo de’ Paoli, furono fatti prigionieri e venduti a Tunisi come schiavi.
Vincenzo fu venduto successivamente a tre diversi padroni, dei quali l’ultimo, era un frate rinnegato che per amore del denaro si era fatto musulmano.
La schiavitù durò due anni, finché riacquistò la libertà fuggendo su una barca insieme al suo ultimo padrone da lui convertito; attraversando avventurosamente il Mediterraneo, giunsero il 28 giugno 1607 ad Aigues-Mortes in Provenza.
Ad Avignone il rinnegato si riconciliò con la Chiesa, nelle mani del vicedelegato pontificio Pietro Montorio, il quale ritornando a Roma, condusse con sé i due uomini.
Vincenzo rimase a Roma per un intero anno, poi ritornò a Parigi a cercare una sistemazione; certamente negli anni giovanili Vincenzo de’ Paoli non fu uno stinco di santo, tanto che alcuni studiosi affermano, che i due anni di schiavitù da lui narrati, in realtà servirono a nascondere una sua fuga dai debitori, per la sua fallimentare conduzione della scuola e pensionato privati.
Riuscì a farsi assumere tra i cappellani di corte, ma con uno stipendio di fame, che a stento gli permetteva di sopravvivere, senza poter aiutare la sua mamma rimasta vedova. 

Parroco e precettore
Finalmente nel 1612 fu nominato parroco di Clichy, alla periferia di Parigi; in questo periodo della sua vita, avvenne l’incontro decisivo con Pierre de Bérulle, che accogliendolo nel suo Oratorio, lo formò a una profonda spiritualità; nel contempo, colpito dalla vita di preghiera di alcuni parrocchiani, padre Vincenzo ormai di 31 anni, lasciò da parte le preoccupazioni materiali e di carriera e prese ad insegnare il catechismo, visitare gli infermi ed aiutare i poveri.
Lo stesso de Brulle, gli consigliò di accettare l’incarico di precettore del primogenito di Filippo Emanuele Gondi, governatore generale delle galere.
Nei quattro anni di permanenza nel castello dei signori Gondi, Vincenzo poté constatare le condizioni di vita che caratterizzavano le due componenti della società francese dell’epoca, i ricchi ed i poveri. 
I ricchi a cui non mancava niente, erano altresì speranzosi di godere nell’altra vita dei beni celesti, ed i poveri che dopo una vita stentata e disgraziata, credevano di trovare la porta del cielo chiusa, a causa della loro ignoranza e dei vizi in cui la miseria li condannava.
Anche la signora Gondi condivideva le preoccupazioni del suo cappellano, pertanto mise a disposizione una somma di denaro, per quei religiosi che avessero voluto predicare una missione ogni cinque anni, alla massa di contadini delle sue terre; ma nessuna Congregazione si presentò e il cappellano de’ Paoli, intimorito da un compito così grande per un solo prete, abbandonò il castello senza avvisare nessuno.

Gli inizi delle sue fondazioni – Le “Serve dei poveri”
Le fondazioni di Vincenzo de’ Paoli, non scaturirono mai da piani prestabiliti o da considerazioni, ma bensì da necessità contingenti, in un clima di perfetta aderenza alla realtà.
Lasciato momentaneamente il castello della famiglia Gondi, Vincenzo fu invitato dagli oratoriani di de Bérulle, ad esercitare il suo ministero in una parrocchia di campagna a Chatillon-le-Dombez; il contatto con la realtà povera dei contadini, che specie se ammalati erano lasciati nell’abbandono e nella miseria, scosse il nuovo parroco.
Dopo appena un mese dal suo arrivo, fu informato che un’intera famiglia del vicinato, era ammalata e senza un minimo di assistenza, allora lui fece un appello ai parrocchiani che si attivassero per aiutarli, appello che fu accolto subito e ampiamente.
Allora don Vincenzo fece questa considerazione: “Oggi questi poveretti avranno più del necessario, tra qualche giorno essi saranno di nuovo nel bisogno!”. Da ciò scaturì l’idea di una confraternita di pie persone, impegnate a turno ad assistere tutti gli ammalati bisognosi della parrocchia; così il 20 agosto 1617 nasceva la prima ‘Carità’, le cui associate presero il nome di “Serve dei poveri”; in tre mesi l’Istituzione ebbe un suo regolamento approvato dal vescovo di Lione.
La Carità organizzata, si basava sul concetto che tutto deve partire da quell’amore, che in ogni povero fa vedere la viva presenza di Gesù e dall’organizzazione, perché i cristiani sono tali solo se si muovono coscienti di essere un sol corpo, come già avvenne nella prima comunità di Gerusalemme.
La signora Gondi riuscì a convincerlo a tornare nelle sue terre e così dopo la parentesi di sei mesi come parroco a Chatillon-les-Dombes, Vincenzo tornò, non più come precettore, ma come cappellano della massa di contadini, circa 8.000, delle numerose terre dei Gondi.
Prese così a predicare le Missioni nelle zone rurali, fondando le ‘Carità’ nei numerosi villaggi; s. Vincenzo avrebbe voluto che anche gli uomini, collaborassero insieme alle donne nelle ‘Carità’, ma la cosa non funzionò per la mentalità dell’epoca, quindi in seguito si occupò solo di ‘Carità’ femminili.
Quelle maschili verranno riprese un paio di secoli dopo, nel 1833, da Emanuele Bailly a Parigi, con un gruppo di sette giovani universitari, tra cui la vera anima fu il beato Federico Ozanam (1813-1853); esse presero il nome di “Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli”.
Intanto nel 1623 Vincenzo de’ Paoli, si laureò in diritto canonico a Parigi e restò con i Gondi fino al 1625.

Le “Dame della Carità”
Vincenzo de’ Paoli, vivendo a Parigi si rese conto che la povertà era presente, in forma ancora più dolorosa, anche nelle città e quindi fondò anche a Parigi le ‘Carità’; qui nel 1629 le “Suore dei poveri” presero il nome di “Dame della Carità”.
Nell’associazione confluirono anche le nobildonne, che poterono dare un valore aggiunto alla loro vita spesso piena di vanità; ciò permise alla nobiltà parigina di contribuire economicamente alle iniziative fondate da “monsieur Vincent”.
L’istituzione cittadina più importante fu quella detta dell’”Hotel Dieu” (Ospedale), che s. Vincenzo organizzò nel 1634, essa fu il più concreto aiuto al santo nelle molteplici attività caritative, che man mano lo vedevano impegnato; trovatelli, galeotti, schiavi, popolazioni affamate per la guerra e nelle Missioni rurali.
Fra le centinaia di associate a questa meravigliosa ‘Carità’, vi furono la futura regina di Polonia Luisa Maria Gonzaga e la duchessa d’Auguillon, nipote del Primo Ministro, cardinale Richelieu.
Le prime ‘Carità’ vincenziane sorsero in Italia a Roma (1652), Genova (1654), Torino (1656). 

I “Preti della Missione” o “Lazzaristi”
Anche in questa fondazione ci fu l’intervento munifico dei signori Gondi; la sua origine si fa risalire alla fortunata predicazione che il fondatore tenne a Folleville il 25 gennaio 1617; le sue parole furono tanto efficaci che non bastarono i confessori.
Il bene ottenuto in quel villaggio, indusse la signora Gondi ad offrire una somma di denaro a quella comunità che si fosse impegnata a predicare periodicamente ai contadini; come già detto non si presentò nessuno, per cui dopo il suo ritorno a Parigi, Vincenzo de’ Paoli prese su di sé l’impegno, aggregandosi con alcuni zelanti sacerdoti e cominciò dal 1618 a predicare nei villaggi.
Il risultato fu ottimo, ed altri sacerdoti si unirono a lui, i signori Gondi aumentarono il finanziamento e anche l’arcivescovo di Parigi diede il suo appoggio, assegnando a Vincenzo ed ai suoi missionari rurali, una casa nell’antico Collegio dei Bons-Enfants in via S. Vittore; il contratto fra Vincenzo de’ Paoli ed i signori Gondi porta la data del 17 aprile 1625.
La nuova comunità, si legge nel contratto, doveva fare vita comune, rinunziare alle cariche ecclesiastiche, e predicare nei villaggi di campagna; inoltre occuparsi dell’assistenza spirituale dei forzati e insegnare il catechismo nelle parrocchie nei mesi estivi.
La “Congregazione della Missione” come si chiamò, fu approvata il 24 aprile 1626 dall’arcivescovo di Parigi, dal re di Francia nel maggio 1627 e da papa Urbano VIII il 12 gennaio 1632.
Intanto i missionari si erano spostati nel priorato di San Lazzaro, da cui prenderanno anche il nome di “Lazzaristi”.
In seguito Vincenzo accettò che i suoi Preti della Missione o Lazzaristi, riuniti in una Congregazione senza voti, si dedicassero alla formazione dei sacerdoti, con Esercizi Spirituali, dirigendo Seminari e impegnandosi nelle Missioni all’estero come in Madagascar, nell’assistenza agli schiavi d’Africa.
Quando morì nel 1660, la sola Casa di San Lazzaro, aveva già dato 840 missioni e un migliaio di persone si erano avvicendate in essa, per turni di Esercizi Spirituali.

Le “Figlie della Carità”
La feconda predicazione nei villaggi, suscitò la vocazione all’apostolato attivo, prima nelle numerose ragazze delle campagne poi in quelle della città; desiderose di lavorare nelle ‘Carità’ a servizio dei bisognosi, ma anche consacrandosi totalmente.
Vincenzo de’ Paoli intuì la grande opportunità di estendere la sua opera assistenziale, lì dove le “Dame della Carità” per la loro posizione sociale, non potevano arrivare personalmente.
Affidò il primo gruppo per la loro formazione, ad una donna eccezionale s. Luisa de Marillac (1591-1660) vedova Le Gras, era il 29 novembre 1633; Luisa de Marillac le accolse in casa sua e nel luglio dell’anno successivo le postulanti erano già dodici.
La nuova Congregazione prese il nome di “Figlie della Carità”; i voti erano permessi ma solo privati ed annuali, perché tutte svolgessero la loro missione nella più piena libertà e per puro amore; l’approvazione fu data nel 1646 dall’arcivescovo di Parigi e nel 1668 dalla Santa Sede.
Nel 1660, anno della morte del fondatore e della stessa cofondatrice, le “Figlie della Carità” avevano già una cinquantina di Case.
Con il loro caratteristico copricapo, che le faceva assomigliare a degli angeli, e a cui le suore hanno dovuto rinunciare nel 1964 per un velo più pratico, esse allargarono la loro benefica attività d’assistenza ai malati negli ospedali, ai trovatelli, agli orfani, ai forzati, ai vecchi, ai feriti di guerra, agli invalidi e ad ogni sorta di miseria umana.
Ancora oggi le Figlie della Carità, costituiscono la Famiglia religiosa femminile più numerosa della Chiesa.

La formazione del clero
Attraverso l’Opera degli Esercizi Spirituali, i Preti della Missione divennero di fatto, i più prestigiosi e qualificati formatori dei futuri sacerdoti, al punto che l’arcivescovo di Parigi dispose che i nuovi ordinandi, trascorressero quindici giorni di preparazione nelle Case dei Lazzaristi, in particolare nel Collegio dei Bons-Enfants di cui Vincenzo de’ Paoli era superiore.
Più tardi, nel priorato di San Lazzaro, l’Opera degli Esercizi Spirituali si estese a tutti gli ecclesiastici che avessero voluto fare un ritiro annuale e anche a folti gruppi di laici.
Da ciò scaturì nei sacerdoti il desiderio di riunirsi settimanalmente, per esortarsi a vicenda nel cammino di una santa vita sacerdotale; così a partire dal 1633, un folto gruppo di ecclesiastici, con la guida di Vincenzo de’ Paoli, prese a riunirsi il martedì, dando vita appunto alle “Conferenze del martedì”.
Tale meritoria opera di formazione non sfuggì al potente cardinale Richelieu, il quale volle essere informato sulla loro attività e chiese pure al fondatore, una lista di nomi degni di essere elevati all’episcopato.
Lo stesso re Luigi XIII, chiese a ‘monsieur Vincent’, una seconda lista di degni ecclesiastici adatti a reggere diocesi francesi; il sovrano poi lo volle accanto al suo letto di morte, per ricevere gli ultimi conforti spirituali.
Anche la direzione dei costituendi Seminari delle diocesi francesi, voluti dal Concilio di Trento, vide sempre nel 1660, ben dodici rettori appartenenti ai Preti della Missione 

Alla corte di Francia
Nel 1643, Vincenzo de’ Paoli fu chiamato a far parte del Consiglio della Coscienza o Congregazione degli Affari Ecclesiastici, dalla reggente Anna d’Austria; presieduto dal card. Giulio Mazzarino, il compito del Consiglio era la scelta dei vescovi ed il rilascio di benefici ecclesiastici. 
Il potente Primo Ministro faceva scelte di opportunità politica, soprassedendo sulle qualità morali e religiose; era inevitabile lo scontro fra i due, Vincenzo gli si oppose apertamente, anche criticandolo nelle sue scelte di politica interna, specie nei giorni oscuri della Fronda, quando Mazzarino tentò di mettere alla fame Parigi in rivolta, Vincenzo allora organizzò una mensa popolare a San Lazzaro, dando da mangiare a 2000 affamati al giorno.
Nel 1649 giunse a chiedere alla regina, l’allontanamento del Mazzarino per il bene della Francia; la richiesta non poté aver seguito e quindi Vincenzo de’ Paoli cadde in disgrazia e definitivamente allontanato dal Consiglio di Coscienza nel 1652.
La reggente Anna d’Austria gli concesse l’incarico di Ministro della Carità, per organizzare su scala nazionale gli aiuti ai poveri; si disse che dalle sue mani passasse più denaro che in quelle del ministro delle Finanze.

Altri aspetti della sua opera
Vincenzo de’ Paoli divenne il maggiore oppositore alle idee gianseniste propugnate in Francia dal suo amico Giovanni du Vergier, detto San Cirano († 1642) e poi da Antonio Arnauld; dopo la condanna del giansenismo da parte dei papi Innocenzo X nel 1653 e Alessandro VIII nel 1656, Vincenzo si adoperò, affinché la decisione pontificia fosse accettata con sottomissione da tutti gli aderenti alle idee del vescovo olandese Giansenio (1585-1638).
Il movimento eterodosso del giansenismo affermava, che per la salvezza dell’uomo, a causa della profonda corruzione scaturita dal peccato originale, occorreva l’assoluta necessità della Grazia, la quale sarebbe stata concessa solo ad alcuni, per imperscrutabile disegno di Dio.
Fu riformatore della predicazione, fino allora barocca, introducendo una semplice tecnica oratoria: della virtù scelta per argomento, ricercare la natura, i motivi di praticarla, ed i mezzi più opportuni
Per lui apostolo della carità fra i prigionieri ed i forzati, re Luigi XIII, su suggerimento di Filippo Emanuele Gondi, istituì la carica di Cappellano capo delle galere (8 febbraio 1619), questo gli facilitò il compito e l’accesso nei luoghi di pena e di partenza dei galeotti rematori; dal 1640 il compito passò anche ai suoi Missionari e alle Dame e Figlie della Carità.
Inoltre si calcola che tra il 1645 e il 1661, Vincenzo de’ Paoli e i suoi Missionari, liberarono non meno di 1200 schiavi cristiani in mano ai Turchi musulmani.
Monsieur Vincent fu fin dai primi anni, membro attivo della potente “Compagnia del SS. Sacramento”, sorta a Parigi nel 1630, composta da ecclesiastici e laici insigni e dedita ad “ogni forma di bene”.
Vincenzo de’ Paoli fu spesso ispiratore della benefica attività della Compagnia e da essa ricevé aiuto e collaborazione, per le sue tante opere assistenziali. 

Il pensiero spirituale
Nei dodici capitoli delle “Regulae”, Vincenzo ha condensato lo spirito che deve distinguere i suoi figli come religiosi: la spiritualità contemplativa del pensiero del card. de Bérulle, sotto la cui direzione egli rimase per oltre un decennio; l’umanesimo devoto di s. Francesco di Sales, suo grande amico, del quale lesse più volte le opere spirituali e l’ascetismo di s. Ignazio di Lodola, del quale assimilò il temperamento pratico; elaborando da queste tre fonti una nuova dottrina spirituale. 
Le virtù caratteristiche dello spirito vincenziano, secondo la Regola dei Missionari, sono le “cinque pietre di Davide”, cioè la semplicità, l’umiltà, la mansuetudine, la mortificazione e lo zelo per la salvezza delle anime.

La morte, patronati
Il grande apostolo della Carità, si spense a Parigi la mattina del 27 settembre 1660 a 79 anni; ai suoi funerali partecipò una folla immensa di tutti i ceti sociali; fu proclamato Beato da papa Benedetto XIII il 13 agosto 1729 e canonizzato da Clemente XII il 16 giugno 1737.
I suoi resti mortali, rivestiti dai paramenti sacerdotali, sono venerati nella Cappella della Casa Madre dei Vincenziani a Parigi.
È patrono del Madagascar, dei bambini abbandonati, degli orfani, degli infermieri, degli schiavi, dei forzati, dei prigionieri. Leone XIII il 12 maggio 1885 lo proclamò patrono delle Associazioni cattoliche di carità.
In San Pietro in Vaticano, una gigantesca statua, opera dello scultore Pietro Bracci, è collocata nella basilica dal 1754, rappresentante il “padre dei poveri”.
La sua celebrazione liturgica è il 27 settembre.

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giovedì 26 settembre 2013

2615 - San Nilo da Rossano

L’Italia meridionale conosce i monaci d’Oriente con la loro liturgia al tempo del dominio bizantino. Poi l’espansione araba (che si estende alla Sicilia) ve ne spinge altri: la Calabria, in particolare, si popola di comunità guidate dalla regola di san Basilio, che attirano anche discepoli del posto. Come appunto questo calabrese di Rossano, di nome Nicola. Si sa che era sposato e con una figlia; poi lo si ritrova monaco col nome di Nilo, e sul fatto gli storici non sono concordi. 
Nilo vive dapprima in comunità, poi si fa eremita per bisogno di solitudine, col consueto rigore nel cibo e nel riposo, con dedizione totale a preghiera e studio. Legge i Padri della Chiesa, compone inni, trascrive testi con grafia rapida ed elegante. Indossa magari per un anno intero lo stesso abito, riempiendosi di pulci. Ma è felice, è realizzato. 
Non cerca discepoli, ma questi arrivano, e addio solitudine. Diventa maestro di nuovi monaci presso Rossano, con un metodo duramente selettivo, perché non vuole gente qualunque. Devono essere maestri di ascesi, studiosi, eccellenti anche in calligrafia e canto. Quando però si accorge di essere ormai una sorta di autorità locale, e che si parla di lui come possibile vescovo, fugge in territorio longobardo, verso il principato di Capua. Qui, per quindici anni, Nilo educa monaci di rito orientale, mantenendo amabili rapporti con i monaci “latini”, i benedettini di Montecassino, che lo aiutano cordialmente. 
Trascorre altri dieci anni presso Gaeta, dove ha offerto ai suoi monaci una sede disagiata e sempre tanto lavoro. Qui vede finire il primo Millennio cristiano. E di qui parte, novantenne, per dare vita a un’altra fondazione: l’abbazia di Grottaferrata presso Roma, che sarà sempre viva e operosa alla fine del secondo Millennio, nella sua linea di preghiera e cultura, con la scuola di paleografia greca, la tipografia, la biblioteca; centro vivo di operosità ecumenica. Lui però fa solo in tempo a indicarne il luogo e a ottenere il terreno, presso la cappella detta Cryptoferrata. Poi si spegne nel vicino monastero greco di Sant’Agata. 
Il suo discepolo e biografo, Bartolomeo, narra che nel 998 Nilo corre a Roma per salvare il vescovo Giovanni Filagato, suo conterraneo, fatto antipapa dal nobile romano Crescenzio e suo complice nella rivolta contro il papa Gregorio V e l’imperatore Ottone III suo cugino. La rappresaglia di Ottone è degna della ferocia dei tempi (che hanno visto anche papi assassinati). Uccisi Crescenzio e i suoi, su Filagato si infierisce con atroci sevizie. "La biografia narra", scrive Gregorovius, "che ... le preghiere del santo non trovarono ascolto. Nilo lasciò Roma. Ma prima profetizzò all’imperatore e al papa che la maledizione del cielo prima o poi avrebbe colpito i loro cuori crudeli". Gregorio V muore dopo un anno, Ottone III dopo quattro, e ne ha ventitré.

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mercoledì 25 settembre 2013

2614 - Messaggio Medjugorje 25/9/2013

Cari figli! 
Anche oggi vi invito alla preghiera. 
Il vostro rapporto con la preghiera sia quotidiano. 
La preghiera opera miracoli in voi e attraverso di voi perciò figlioli la preghiera sia gioia per voi. 
Allora il vostro rapporto con la vita sarà più profondo e più aperto e comprenderete che la vita è un dono per ciascuno di voi. 
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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2613 - Udienza di Papa Francesco del 25/9/2013

Cari fratelli e sorelle, buongiorno,
nel «Credo» noi diciamo «Credo la Chiesa, una», professiamo cioè che la Chiesa è unica e questa Chiesa è in se stessa unità. Ma se guardiamo alla Chiesa Cattolica nel mondo scopriamo che essa comprende quasi 3.000 diocesi sparse in tutti i Continenti: tante lingue, tante culture! Qui ci sono Vescovi di tante culture diverse, di tanti Paesi. C'è il Vescovo dello Sri Lanka, il Vescovo del Sud Africa, un Vescovo dell'India, ce ne sono tanti qui… Vescovi dell'America Latina. La Chiesa è sparsa in tutto il mondo! Eppure le migliaia di comunità cattoliche formano un’unità. Come può avvenire questo?
1. Una riposta sintetica la troviamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che afferma: la Chiesa Cattolica sparsa nel mondo «ha una sola fede, una sola vita sacramentale, un’unica successione apostolica, una comune speranza, la stessa carità» (n. 161). E' una bella definizione, chiara, ci orienta bene. Unità nella fede, nella speranza, nella carità, unità nei Sacramenti, nel Ministero: sono come pilastri che sorreggono e tengono insieme l’unico grande edificio della Chiesa. Dovunque andiamo, anche nella più piccola parrocchia, nell'angolo più sperduto di questa terra, c’è l’unica Chiesa; noi siamo a casa, siamo in famiglia, siamo tra fratelli e sorelle. E questo è un grande dono di Dio!  La Chiesa è una sola per tutti. Non c’è una Chiesa per gli Europei, una per gli Africani, una per gli Americani, una per gli Asiatici, una per chi vive in Oceania, no, è la stessa ovunque. E’ come in una famiglia: si può essere lontani, sparsi per il mondo, ma i legami profondi che uniscono tutti i membri della famiglia rimangono saldi qualunque sia la distanza. Penso, per esempio, all'esperienza della Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro: in quella sterminata folla di giovani sulla spiaggia di Copacabana, si sentivano parlare tante lingue, si vedevano tratti del volto molto diversi tra loro, si incontravano culture diverse, eppure c’era una profonda unità, si formava un’unica Chiesa, si era uniti e lo si sentiva. Chiediamoci tutti: io come cattolico, sento questa unità? Io come cattolico, vivo questa unità della Chiesa? Oppure non mi interessa, perché sono chiuso nel mio piccolo gruppo o in me stesso? Sono di quelli che “privatizzano” la Chiesa per il proprio gruppo, la propria Nazione, i propri amici? E' triste trovare una Chiesa “privatizzata” per questo egoismo e questa mancanza di fede. E' triste! Quando sento che tanti cristiani nel mondo soffrono, sono indifferente o è come se soffrisse uno di famiglia? Quando penso o sento dire che tanti cristiani sono perseguitati e danno anche la vita per la propria fede, questo tocca il mio cuore o non mi arriva? Sono aperto a quel fratello o a quella sorella della famiglia che sta dando la vita per Gesù Cristo? Preghiamo gli uni per gli altri? Vi faccio una domanda, ma non rispondete a voce alta, soltanto nel cuore: quanti di voi pregano per i cristiani che sono perseguitati? Quanti? Ognuno risponda nel cuore. Io prego per quel fratello, per quella sorella che è in difficoltà, per confessare e difendere la sua fede? E’ importante guardare fuori dal proprio recinto, sentirsi Chiesa, unica famiglia di Dio!
2. Facciamo un altro passo e domandiamoci: ci sono delle ferite a questa unità? Possiamo ferire questa unità? Purtroppo, noi vediamo che nel cammino della storia, anche adesso, non sempre viviamo l’unità. A volte sorgono incomprensioni, conflitti, tensioni, divisioni, che la feriscono, e allora la Chiesa non ha il volto che vorremmo, non manifesta la carità, quello che vuole Dio. Siamo noi a creare lacerazioni! E se guardiamo alle divisioni che ancora ci sono tra i cristiani, cattolici, ortodossi, protestanti… sentiamo la fatica di rendere pienamente visibile questa unità. Dio ci dona l’unità, ma noi spesso facciamo fatica a viverla. Occorre cercare, costruire la comunione, educare alla comunione, a superare incomprensioni e divisioni, incominciando dalla famiglia, dalle realtà ecclesiali, nel dialogo ecumenico pure. Il nostro mondo ha bisogno di unità, è un'epoca in cui tutti abbiamo bisogno di unità, abbiamo bisogno di riconciliazione, di comunione e la Chiesa è Casa di comunione. San Paolo diceva ai cristiani di Efeso: «Io dunque, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace» (4, 1-3). Umiltà, dolcezza, magnanimità, amore per conservare l’unità! Queste, queste sono le strade, le vere strade della Chiesa. Sentiamole una volta in più. Umiltà contro la vanità, contro la superbia, umiltà, dolcezza, magnanimità, amore per conservare l'unità. E continuava Paolo: un solo corpo, quello di Cristo che riceviamo nell’Eucaristia; un solo Spirito, lo Spirito Santo che anima e continuamente ricrea la Chiesa; una sola speranza, la vita eterna; una sola fede, un solo Battesimo, un solo Dio, Padre di tutti (cfr vv. 4-6). La ricchezza di ciò che ci unisce! E questa è una vera ricchezza: ciò che ci unisce, non ciò che ci divide. Questa è la ricchezza della Chiesa! Ognuno si chieda oggi: faccio crescere l’unità in famiglia, in parrocchia, in comunità, o sono un chiacchierone, una chiacchierona. Sono motivo di divisione, di disagio? Ma voi non sapete il male che fanno alla Chiesa, alle parrocchie, alle comunità, le chiacchiere! Fanno male! Le chiacchiere feriscono. Un cristiano prima di chiacchierare deve mordersi la lingua! Sì o no? Mordersi la lingua: questo ci farà bene, perché la lingua si gonfia e non può parlare e non può chiacchierare. Ho l’umiltà di ricucire con pazienza, con sacrificio, le ferite alla comunione?
3. Infine l’ultimo passo più in profondità. E, questa è una domanda bella: chi è il motore di questa unità della Chiesa? E’ lo Spirito Santo che tutti noi abbiamo ricevuto nel Battesimo e anche nel Sacramento della Cresima. E' lo Spirito Santo.La nostra unità non è primariamente frutto del nostro consenso, o della democrazia dentro la Chiesa, o del nostro sforzo di andare d’accordo, ma viene da Lui che fa l’unità nella diversità, perché lo Spirito Santo è armonia, sempre fa l'armonia nella Chiesa. E' un'unità armonica in tanta diversità di culture, di lingue e di pensiero. E' lo Spirito Santo il motore. Per questo è importante la preghiera, che è l’anima del nostro impegno di uomini e donne di comunione, di unità. La preghiera allo Spirito Santo, perché venga e faccia l'unità nella Chiesa.
Chiediamo al Signore: Signore, donaci di essere sempre più uniti, di non essere mai strumenti di divisione; fa’ che ci impegniamo, come dice una bella preghiera francescana, a portare l’amore dove c’è odio, a portare il perdono dove c’è offesa, a portare l’unione dove c’è discordia. Così sia.
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2612 - Commento al Vangelo del 25/9/2013

+ Dal Vangelo secondo Luca (9,1-6)
In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il Regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro». Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni. 
 
Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Quando i Dodici iniziarono ad annunciare il Regno di Dio, incontrarono difficoltà di ogni genere, sia per la richiesta esigente che nasce dal Vangelo stesso, sia per l'indifferenza della gente. Lo stesso Gesù faticò in tutti e tre gli anni, le sue parole all'inizio sembravano chiodi che trafiggevano quanti non volevano abbandonare i peccati. Successivamente Lo accusarono di bestemmiare per la nuova dottrina che insegnava.
In questi duemila anni si è ripetuta l'identica impassibilità o disinteresse verso la Parola di Dio, per accoglierla bisogna avere un cuore nuovo come dice Gesù. Chi rimane con la vecchia mentalità non ha la forza nè la gioia di fare spazio nella sua vita a Dio. Non lasciamoci ingannare dalle presenze elevate in certe celebrazioni se poi non mettono in pratica correttamente il Vangelo.
Seguire il Vangelo così come lo ha rivelato Gesù è davvero impegnativo, ma pensando ai beni spirituali che si ricevono adesso e la ricompensa eterna, il sacrificio di rinnegarsi e di osservare i Comandamenti diventa meno gravoso.
Il problema serio è l'introduzione nella catechesi di un nuovo vangelo, modernista e prettamente umano. È diffuso largamente nella Chiesa da una cinquantina d'anni. Seguirlo è facilissimo, divertente e tranquillizzante, almeno per la coscienza impura. Quanti lo seguono sono illusi di seguire Gesù Cristo mentre in realtà ne sono diventati oppositori, perchè non osservare assolutamente le sue parole.
Molti Vescovi e Sacerdoti conoscono e predicano questo vangelo moderno e umano, ed è quello che piace oggi alla stragrande maggioranza dei credenti, ai non convertiti, quelli che vanno a Messa ma i loro cuori sono ancora legati indissolubilmente al mondo, come lo erano prima di incontrare Gesù.
Questo è un vero cammino di Fede? Non lo è, non potrà mai esserlo. Intanto la debolezza di moltissimi cattolici fa ricercare questo vangelo svuotato del soprannaturale e della Verità, in quanto è frutto di eresie e falsità.
Il metodo utilizzato da quanti predicano questo vangelo umano e opposto al Vangelo di Gesù, è pieno di espressioni edulcorate, di un permissivismo diabolico, di un buonismo falso ma accecante. Si predica che tutti siamo salvi e che non si deve temere l'inferno, non esiste il peccato e ogni azione immorale è lecita. Non bisogna mai lasciarsi sfuggire l'occasione...
Bisogna davvero farsi violenza per non ascoltare e non cadere nelle trappole dei maestri modernisti. Gesù però ha avvisato: "Può forse un cieco guidare un altro cieco?". È una vera disgrazia spirituale ricevere insegnamenti buonisti e falsi. Con questi metodi si ricevono applausi dai cristiani senza Fede, ma Gesù cosa dirà ad essi nel Giudizio?
Sono lontanissimi dalla Verità di Dio, sono grandi oppositori di Gesù che vuole salvare tutte le anime e vanificano l'opera della Madonna.
Questa è la vera ragione delle prolungate apparizioni della Madonna a Medjugorje, Ella sa molto bene che centinaia di milioni di cattolici hanno abbandonato il Vangelo di suo Figlio e seguono le eresie dei modernisti. Ella conosce benissimo i cuori di ognuno e valuta il vero peso spirituale di ogni cattolico.
Ieri tra i messaggi che trattavano il "tempo di Grazia" che stiamo vivendo, ho inserito anche questo e che vi invito a memorizzare:
 
"Cari figli! Oggi desidero ringraziarvi per tutte le vostre preghiere e i sacrifici che avete offerto in questo mese a me consacrato. Figlioli, desidero che anche tutti voi siate attivi in questo tempo che, attraverso di me, è unito al Cielo in modo speciale.
Pregate per poter capire che bisogna che voi tutti collaboriate, con la vostra vita e col vostro esempio, all'opera della salvezza.
Figlioli, io desidero che gli uomini si convertano e vedano in voi Me ed il mio Figlio Gesù. Io intercederò per voi e vi aiuterò a diventare luce.
Aiutate gli altri, perché, aiutandoli, anche la vostra anima troverà la salvezza" (25 maggio 1996).
 
Da ieri prego Gesù e la Santa Vergine di suscitare molti nuovi apostoli, disponibili e capaci nel diffondere tra i conoscenti e nei loro luoghi la Verità del Vangelo. Con serenità, gioia e lucida convinzione! La Madonna ha bisogno di moltissimi apostoli, non di persone che seguono Medjugorje e poi rifiutano i suoi messaggi che invitano alla vita virtuosa, alla preghiera prolungata, alle rinunce e a vivere onestamente.
Molti vanno a Medjugorje e non seguono i messaggi della Madonna, non si interessano degli eccezionali insegnamenti che Ella ci dona.
Rileggetelo questo messaggio e chiedetevi se la Madonna ha già invitato anche voi ad aiutarla nella salvezza delle anime. Rifletteteci.
 
Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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2611 - San Sergio di Radonez

Sergio e i suoi genitori furono scacciati dalla loro casa dalla guerra civile e dovettero guadagnarsi da vivere facendo i contadini a Radonezh, a nord-est di Mosca. A vent'anni Sergio iniziò una vita da eremita, insieme a suo fratello Stefano, nella vicina foresta; in seguito altri uomini si unirono a loro, e ciò che ci vien detto di questi eremiti ricorda i primi seguaci di san Francesco d'Assisi, specialmente per quanto riguarda il loro atteggiamento verso la natura selvaggia - nonostante le differenze climatiche e di altro genere fra l'Umbria e la Russia centrale. Uno scrittore russo ha detto che il loro capo "odora di fresco legno d'abete". 
Nel 1354 essi si trasformarono in monaci che conducevano una vera e propria vita comune; questo cambiamento provocò dei dissensi che avrebbero potuto spaccare per sempre la comunità se non fosse stato per la condotta disinteressata di san Sergio. Questo monastero della Santa Trinità (Troice-Lavra) divenne per il monachesimo della Russia settentrionale quello che le Grotte di san Teodosio erano state per la provináa di Kiev nel sud. Sergio fondò altre case religiose, direttamente o indirettamente, e la sua fama si diffuse moltissimo; nel 1375 rifiutò la sede metropolitana di Mosca, ma usò la sua influenza per mantenere la pace fra i prinápi rivali. Quando (secondo la tradizione) Dimitrij Donskoj, principe di Mosca nel 1380, lo consultò per chiedere se doveva continuare la sua rivolta armata contro i signori tartari, Sergio lo incoraggiò ad andare avanti: ciò portò alla grande vittoria di Kulikovo. San Sergio è il più amato di tutti i santi russi, non soltanto per l'influenza che ebbe in un periodo critico della storia russa, ma anche per il tipo d'uomo che era. Per il carattere, se non per l'origine, era un tipico "santo contadino": semplice, umile, serio e gentile, un "buon vicino". Insegnò ai suoi monaci che servire gli altri faceva parte della loro vocazione, e le persone che indicò loro come modelli erano gli uomini dell'antichità che avevano fuggito il mondo ma aiutavano il loro prossimo; veniva posta un'enfasi particolare sulla povertà personale e comune e sullo sradicamento dell'ostinazione. 
San Sergio fu uno dei primi santi russi a cui furono attribuite visioni mistiche (visioni della Beata Vergine connesse con la liturgia eucaristica) e, come in san Serafino di Sarov, talvolta compariva in lui una certa trasfigurazione fisica attraverso la luce. Il popolo lo vedeva come un uomo scelto da Dio, sul quale riposava visibilmente la grazia dello Spirito; ancor oggi molta gente va in pellegriaggio al suo santuario nel monastero della Trinità di Serghiev Posad. 
Fu canonizzato in Russia prima del 1449.

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Medaglia di San Benedetto