Il Signore ti benedica,ti custodisca e ti mostri il Suo volto misericordioso!

Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto

CIAO A TE !!

Nulla è più urgente nel mondo d'oggi di proclamare Cristo alle genti. Chiunque tu sia, puoi, se vuoi, lasciare un tuo contributo, piccolo o grande che sia, per dire, comunicare, annunciare la persona di Gesù Cristo, unico nostro salvatore. Uno speciale benvenuto a LADYBUG che si è aggiunta di recente ai sostenitori ! *************************************************** Questo blog è sotto la protezione di N.S. Gesù Cristo e della SS Vergine Maria, Sua Madre ed ha come una ragione di esistere di fornire un contributo, sia pure piccolo ed umile, alla crescita della loro Gloria. ***************************************************

Con Cristo non ci sono problemi, senza Cristo non ci sono soluzioni.

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giovedì 31 maggio 2012

1555 - Commento al Vangelo del 31/5/2012, Visitazione


+ Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56)
In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua. 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
La festa liturgica di oggi ci mette dinanzi all’esigenza dell’apostolato, all’impegno amoroso verso quanti non hanno incontrato Gesù o si sono allontanati dalla preghiera. La più alta forma di apostolato è la preghiera, essa porta la condizione per operare nel Nome di Gesù e la presenza del suo Spirito, altrimenti tutto è inutile. Se non si opera con lo Spirito di Gesù, i frutti non ci saranno mai, forse qualcuno andrà a Messa ma senza l’indispensabile sostegno della Grazia dello Spirito Santo.
È importante andare a Messa, ma andarci con motivazioni valide. Per Fede. Certo chi non trova ancora motivazioni e và a Messa perché spinto da qualcuno non sbaglia, è sempre meglio stare un po’ nella Casa di Dio che lontani. Con la preghiera di altri potrà anche ricevere Grazie ed aprirsi alla presenza di Gesù Eucaristia.
Ma per noi credenti è indispensabile operare in comunione con lo Spirito di Dio, dobbiamo averlo in noi, seguire i suoi ardori che sono sempre orientati all’amore e al bene. Così fece la Madonna nella visita a Elisabetta. Quando si compie qualcosa che è priva di amore e bene, lì non c’è lo Spirito Santo. Mentre l’apostolato fatto con amore produce frutti di santità per sé e per gli altri.
Perché c’è anche un apostolato fatto per orgoglio, per abitudine, per considerarci migliori degli altri. Per dire implicitamente: io prego e tu no, io ho incontrato Gesù e tu sei un disgraziato.
L’apostolato che ci indica Gesù si impara alla scuola della Madonna, Ella dopo l’Incarnazione visita la cugina per amore e per portare il Figlio a santificare la creatura che anche Elisabetta portava nel suo grembo. Leggiamo con attenzione le parole della madre di Giovanni Battista: Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo”. La Madonna l’aveva solamente salutata ma l’altissima santità presente in Lei ha operato questo miracoloso contatto spirituale.
In Lei era presente la Grazia stessa, il Figlio di Dio incarnato, il Verbo eterno, ed anche Lui volle compiere il primo miracolo nell’ordine della Grazia. Il Figlio di Dio che si trovava nel grembo della Vergine Maria santificò il figlio di Elisabetta presente nel suo grembo, Giovanni Battista.
La Madonna ha portato Gesù nella casa di Elisabetta, e prima ancora di nascere cominciò a compiere miracoli.
Tutti noi siamo chiamati a diventare apostoli della Madonna, dobbiamo portare Gesù presente in noi, non solamente nei pensieri ma presente in noi con la sua Grazia. Insieme a Gesù l’apostolato diventa efficace e trasforma subito o nel tempo tutti quelli per cui preghiamo. Maria Vergine ci accompagna sempre quando La imitiamo nell’apostolato.
Adesso si parla molto della mancanza di Dio nella terra dell’Emilia, ma non attribuiamo la catastrofe al loro ateismo. Non è di massa l’ateismo, ma la maggior parte degli emiliani e dei toscani non credono in Dio e Lo indicano con vocaboli blasfemi. Su un quotidiano di ieri ho letto queste parole riferite dai parrocchiani di Novi, riguardo la morte di Don Ivan Martini: “Era un sant’uomo, ma energico, non è facile fare il Sacerdote in un posto di comunisti e di gente che chiama Dio in un altro modo”.
Siamo tutti addolorati per quanto sta avvenendo in Emilia, sembra che questa terra non sia stata toccata dall’apostolato cristiano. Bologna ha avuto due ottimi Cardinali di recente, Biffi e Caffarra, ha Sacerdoti e credenti motivati ed impegnati sicuramente, ma la gente non vuol sentir parlare di Gesù e della Madonna.
Non scendo nella banalità e non indico il terremoto come castigo di Dio, però lasciano riflettere diverse verità: non è una terra sismica, c’è molta ricchezza perché lavorano tutti, molto benessere e poca preghiera, molte certezze umane perché benestanti, molto divertimento pagano, di conseguenza anche molto ateismo.
Dimenticarsi di Dio è la cosa più terribile dell’esistenza di una persona. Prima o poi và a sbattere.
Sotto le macerie in Emilia sono state sepolte anche le certezze umane, forse ora si comincia a capire che non si può fare a meno di Dio. Davanti a questa enorme disgrazia, prendano lezione tutti gli italiani e si chiedano dove si và senza Dio.
La psicosi collettiva degli emiliani in questi giorni è elevata, comprensibile e dolorosa. In passato l’anno vissuta in Abruzzo, in Umbria il 26 settembre 1997 con scosse intense e prolungate, la prima alle 2.33 di notte fu devastante, tutto si muoveva e si aveva la sensazione dello spostamento del convento. Vivevo vicino Assisi e per alcuni giorni le case si muovevano, ma restava assolutamente ferma la nostra certezza che Gesù non ci avrebbe mai abbandonato.
Prendiamo esempio dalla Vergine Maria e proponiamoci di portare sempre in noi e a tutti Gesù Cristo.

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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mercoledì 30 maggio 2012

1554 - Udienza Benedetto XVI del 30/5/2012


In Gesù Cristo il «sì» fedele di Dio e l'«amen» della Chiesa (2Cor 1,3-14.19-20)
Cari fratelli e sorelle,
in queste catechesi stiamo meditando la preghiera nelle lettere di san Paolo e cerchiamo di vedere la preghiera cristiana come un vero e personale incontro con Dio Padre, in Cristo, mediante lo Spirito Santo. Oggi in questo incontro entrano in dialogo il «sì» fedele di Dio e l’«amen» fiducioso dei credenti. E vorrei sottolineare questa dinamica, soffermandomi sulla Seconda Lettera ai Corinzi. San Paolo invia questa appassionata Lettera a una Chiesa che più volte ha messo in discussione il suo apostolato, ed egli apre il suo cuore perché i destinatari siano rassicurati sulla sua fedeltà a Cristo e al Vangelo. Questa Seconda Lettera ai Corinzi inizia con una delle preghiere di benedizione più alte del Nuovo Testamento. Suona così: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 1,3-4).
Quindi Paolo vive in grande tribolazione, sono molte le difficoltà e le afflizioni che ha dovuto attraversare, ma non ha mai ceduto allo scoraggiamento, sorretto dalla grazia e dalla vicinanza del Signore Gesù Cristo, per il quale era diventato apostolo e testimone consegnando nelle sue mani tutta la propria esistenza. Proprio per questo, Paolo inizia questa Lettera con una preghiera di benedizione e di ringraziamento verso Dio, perché non c’è stato alcun momento della sua vita di apostolo di Cristo in cui abbia sentito venir meno il sostegno del Padre misericordioso, del Dio di ogni consolazione. Ha sofferto terribilmente, lo dice proprio in questa Lettera, ma in tutte queste situazioni, dove sembrava non aprirsi una ulteriore strada, ha ricevuto consolazione e conforto da Dio. Per annunziare Cristo ha subito anche persecuzioni, fino ad essere rinchiuso in carcere, ma si è sentito sempre interiormente libero, animato dalla presenza di Cristo e desideroso di annunciare la parola di speranza del Vangelo. Dal carcere così scrive a Timoteo, suo fedele collaboratore. Lui in catene scrive: «la Parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, affinché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo, insieme alla gloria eterna» (2Tm2,9b-10). Nel suo soffrire per Cristo, egli sperimenta la consolazione di Dio. Scrive: «come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così per mezzo di Cristo, abbonda la nostra consolazione» (2Cor 1,5).
Nella preghiera di benedizione che introduce la Seconda Lettera ai Corinzi domina quindi, accanto al tema delle afflizioni, il tema della consolazione, da non intendersi solo come semplice conforto, ma soprattutto come incoraggiamento ed esortazione a non lasciarsi vincere dalla tribolazione e dalle difficoltà. L’invito è a vivere ogni situazione uniti a Cristo, che carica su di sé tutta la sofferenza e il peccato del mondo per portare luce, speranza, redenzione. E così Gesù ci rende capaci di consolare a nostra volta quelli che si trovano in ogni genere di afflizione. La profonda unione con Cristo nella preghiera, la fiducia nella sua presenza, conducono alla disponibilità a condividere le sofferenze e le afflizioni dei fratelli. Scrive Paolo: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non frema?» (2Cor 11,29). Questa condivisione non nasce da una semplice benevolenza, né solo dalla generosità umana o dallo spirito di altruismo, bensì scaturisce dalla consolazione del Signore, dal sostegno incrollabile della «straordinaria potenza che viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7).
Cari fratelli e sorelle, la nostra vita e il nostro cammino sono segnati spesso da difficoltà, da incomprensioni, da sofferenze. Tutti lo sappiamo. Nel rapporto fedele con il Signore, nella preghiera costante, quotidiana, possiamo anche noi, concretamente, sentire la consolazione che viene da Dio. E questo rafforza la nostra fede, perché ci fa sperimentare in modo concreto il «sì» di Dio all’uomo, a noi, a me, in Cristo; fa sentire la fedeltà del suo amore, che giunge fino al dono del suo Figlio sulla Croce. Afferma san Paolo: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunziato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu “sì” e “no”, ma in lui ci fu il “sì”. Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono “sì”. Per questo per mezzo di lui sale a Dio il nostro “amen”, per la sua gloria» (2Cor 1,19-20). Il «sì» di Dio non è dimezzato, non va tra «sì» e «no», ma è un semplice e sicuro «sì». E a questo «sì» noi rispondiamo con il nostro «sì», con il nostro «amen» e così siamo sicuri nel «sì» di Dio.
La fede non è primariamente azione umana, ma dono gratuito di Dio, che si radica nella sua fedeltà, nel suo «sì», che ci fa comprendere come vivere la nostra esistenza amando Lui e i fratelli. Tutta la storia della salvezza è un progressivo rivelarsi di questa fedeltà di Dio, nonostante le nostre infedeltà e i nostri rinnegamenti, nella certezza che «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!», come dichiara l’Apostolo nella Lettera ai Romani (11,29).
Cari fratelli e sorelle, il modo di agire di Dio - ben diverso dal nostro - ci dà consolazione, forza e speranza perché Dio non ritira il suo «sì». Di fronte ai contrasti nelle relazioni umane, spesso anche familiari, noi siamo portati a non perseverare nell’amore gratuito, che costa impegno e sacrificio. Invece, Dio non si stanca con noi, non si stanca mai di avere pazienza con noi e con la sua immensa misericordia ci precede sempre, ci viene incontro per primo, è assolutamente affidabile questo suo «sì». Nell’evento della Croce ci offre la misura del suo amore, che non calcola e non ha misura. San Paolo nella Lettera a Tito scrive: «È apparsa la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini» (Tt 3,4). E perché questo «sì» si rinnovi ogni giorno «ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2Cor 1,21b-22).
E’ infatti lo Spirito Santo che rende continuamente presente e vivo il «sì» di Dio in Gesù Cristo e crea nel nostro cuore il desiderio di seguirlo per entrare totalmente, un giorno, nel suo amore, quando riceveremo una dimora non costruita da mani umane nei cieli. Non c’è persona che non sia raggiunta e interpellata da questo amore fedele, capace di attendere anche quanti continuano a rispondere con il «no» del rifiuto o dell’indurimento del cuore. Dio ci aspetta, ci cerca sempre, vuole accoglierci nella comunione con Sé per donare a ognuno di noi pienezza di vita, di speranza e di pace.
Sul «sì» fedele di Dio s’innesta l’«amen» della Chiesa che risuona in ogni azione della liturgia: «amen» è la risposta della fede che chiude sempre la nostra preghiera personale e comunitaria, e che esprime il nostro «sì» all’iniziativa di Dio. Spesso rispondiamo per abitudine col nostro «amen» nella preghiera, senza coglierne il significato profondo. Questo termine deriva da ’aman che, in ebraico e in aramaico, significa «rendere stabile», «consolidare» e, di conseguenza, «essere certo», «dire la verità». Se guardiamo alla Sacra Scrittura, vediamo che questo «amen» è detto alla fine dei Salmi di benedizione e di lode, come, ad esempio, nel Salmo 41: «Per la mia integrità tu mi sostieni e mi fai stare alla tua presenza per sempre. Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre. Amen, amen» (vv. 13-14). Oppure esprime adesione a Dio, nel momento in cui il popolo di Israele ritorna pieno di gioia dall’esilio babilonese e dice il suo «sì», il suo «amen» a Dio e alla sua Legge. Nel Libro di Neemia si narra che, dopo questo ritorno, «Esdra aprì il libro (della Legge) in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: “Amen, amen”, alzando le mani» (Ne 8,5-6).
Sin dagli inizi, quindi, l’«amen» della liturgia giudaica è diventato l’«amen» delle prime comunità cristiane. E il libro della liturgia cristiana per eccellenza, l’Apocalisse di San Giovanni, inizia con l’«amen» della Chiesa: «A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1,5b-6). Così nel primo capitolo dell'Apocalisse. E lo stesso libro si chiude con l’invocazione «Amen, vieni, Signore Gesù» (Ap 22,21).
Cari amici, la preghiera è l’incontro con una Persona viva da ascoltare e con cui dialogare; è l’incontro con Dio che rinnova la sua fedeltà incrollabile, il suo «sì» all’uomo, a ciascuno di noi, per donarci la sua consolazione in mezzo alle tempeste della vita e farci vivere, uniti a Lui, un’esistenza piena di gioia e di bene, che troverà il suo compimento nella vita eterna.
Nella nostra preghiera siamo chiamati a dire «sì» a Dio, a rispondere con questo «amen» dell’adesione, della fedeltà a Lui di tutta la nostra vita. Questa fedeltà non la possiamo mai conquistare con le nostre forze, non è solo frutto del nostro impegno quotidiano; essa viene da Dio ed è fondata sul «sì» di Cristo, che afferma: mio cibo è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). E’ in questo «sì» che dobbiamo entrare, entrare in questo «sì» di Cristo, nell’adesione alla volontà di Dio, per giungere con san Paolo ad affermare che non siamo noi a vivere, ma è Cristo stesso che vive in noi. Allora l’«amen» della nostra preghiera personale e comunitaria avvolgerà e trasformerà tutta la nostra vita, una vita di consolazione di Dio, una vita immersa nell'Amore eterno e incrollabile. Grazie.
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[saluti in varie lingue]

Porgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Suore Francescane Missionarie di Gesù Bambino, le Suore di Nostra Signora della Mercede e le Suore Francescane dell’Immacolata, che celebrano i rispettivi Capitoli Generali. Care sorelle, il Signore vi doni di rispondere con prontezza alle sue sollecitazione. Saluto gli esponenti del Centro Sportivo Italiano di Imola, accompagnati dal Vescovo Mons. Tommaso Ghirelli, i membri della Selezione Sacerdoti Calcio e i ministranti della Parrocchia dei Santi Antonio e Annibale Maria in Roma.
Mi è poi gradito rivolgere un saluto particolare ai giovani, agli ammalati ed agli sposi novelli. Lo Spirito Santo, dono di Cristo risuscitato, guidi voi, cari giovani, e vi renda capaci di orientare con decisione la vita verso il bene; sostenga voi, cari ammalati, ad accogliere la sofferenza quale misterioso strumento di salvezza per voi e реr i fratelli; aiuti voi, cari sposi novelli, a riscoprire ogni giorno le esigenze dell'amore, per essere sempre pronti a comprendervi e sostenervi reciprocamente.
Il mio pensiero va ancora una volta alle care popolazioni dell’Emilia, colpite da ulteriori forti scosse sismiche, che hanno causato vittime e ingenti danni, specialmente alle chiese. Sono vicino con la preghiera e l’affetto ai feriti, come pure a coloro che hanno subito disagi, ed esprimo il più sentito cordoglio ai familiari di quanti hanno perso la vita. Auspico che con l’aiuto di tutti e la solidarietà dell’intera Nazione possa riprendere al più presto la vita normale in quelle terre così duramente provate.
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APPELLO
Gli avvenimenti successi in questi giorni, circa la Curia e i miei collaboratori, hanno recato tristezza nel mio cuore, ma non si è mai offuscata la ferma certezza che, nonostante la debolezza dell’uomo, le difficoltà e le prove, la Chiesa è guidata dallo Spirito Santo e il Signore mai le farà mancare il suo aiuto per sostenerla nel suo cammino. Si sono moltiplicate, tuttavia, illazioni, amplificate da alcuni mezzi di comunicazione, del tutto gratuite e che sono andate ben oltre i fatti, offrendo un’immagine della Santa Sede che non risponde alla realtà. Desidero, per questo, rinnovare la mia fiducia e il mio incoraggiamento ai miei più stretti collaboratori e a tutti coloro che, quotidianamente, con fedeltà, spirito di sacrificio e nel silenzio, mi aiutano nell’adempimento del mio Ministero.
[VIDEO UDIENZA]

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1553 - Commento al Vangelo del 30/5/2012


+ Dal Vangelo secondo Marco (10,32-45)
In quel tempo, mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà». Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Molti cattolici sono stati orientati negli ultimi decenni verso una spiritualità scatenata e sregolata. Mentre Gesù nel Vangelo ci invita ripetutamente al raccoglimento nella preghiera e la Madonna a Medjugorje afferma che la preghiera deve diventare interiore, moltissime parrocchie invece preferiscono le preghiere esaltate ed elettrizzate.
Le preghiere che esaltano e rallegrano il corpo non possono mai considerarsi vere preghiere.
Bisogna distinguere la preghiera che si fa al cospetto di Dio in Chiesa dai momenti di fraternità gioiosi che si devono tenere nell’oratorio o le catechesi dentro la Chiesa in cui non viene svolta alcuna azione liturgica. La preghiera rivolta a Dio in Chiesa, come la Santa Messa e l’Adorazione Eucaristica soprattutto, sono momenti unici in cui si devono manifestare l’adorazione e il profondo ringraziamento alla Santissima Trinità.
In questi momenti non si può esprimere la lode con l’esaltazione o il frastuono o gridi che dovrebbero essere canti. Meno si ama Gesù e più si cercano queste esteriorità, al contrario più si ama Gesù ed aumenta di intensità il desiderio del raccoglimento e della preghiera contemplativa.
Lo dice il Signore nel Vangelo: “Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole.
Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate” (Mt 6,5-8).
Rileggete con attenzione questi versetti ed entrate nella mentalità di Gesù, sul significato che dà alla vera preghiera, sul raccoglimento e sulla preziosità della contemplazione, sinonimo di  considerazione approfondita di una Verità del Vangelo, dell’Eucaristia, della Madonna, ecc.
Le indicazioni date da Gesù non dicono che bisogna fare silenzio durante i momenti liturgici, il silenzio esteriore è indispensabile nella meditazione, nelle preghiere (Santo Rosario), durante l’esposizione dell’Eucaristia. Sono momenti di Grazia che ci arriva dal Cuore del Signore.
Anche in questi momenti sono previsti i canti, come devono esserci durante la Santa Messa e l’Adorazione Eucaristica. Quali canti? Quelli che indica il Papa o altri simili alle canzonette di Sanremo? Oltre i canti gregoriani che sono considerati quelli idonei per le cose sacre, ci sono migliaia di canti liturgici belli e spirituali, non c’è alcuna necessità di ricercare canti profani o che contengono riferimenti religiosi ma hanno ritmi pagani.
Bisogna decidersi se durante le funzioni in Chiesa si vuole dare gloria a Dio o a se stessi!
Nella giornata ci sono molte ore per cantare quello che si vuole, per sfoderare esaltazione e contentezza, perché anche nella Santa Messa si devono inserire comportamenti irreligiosi e spesso sacrileghi? In parrocchia ci saranno locali dove fermarsi per fraternizzare e divertirsi, perché si devono paganizzare i momenti più importanti della nostra religiosità in Chiesa?
L’argomento che ho trattato lo collego con una domanda che oggi Gesù ci dice nel Vangelo: “Potete bere il calice che Io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui Io sono battezzato?”. Questa frase era diretta principalmente agli Apostoli, chiamati ad imitare Gesù anche nel martirio, ma ad ognuno di noi viene chiesta la disponibilità a rivivere la Vita di Gesù, quindi, a vivere la preghiera come momento di santificazione.
E se si vuole seguire seriamente Gesù, non si può assolutamente perdere la testa durante le funzioni in Chiesa, con espressioni di esaltazione e di canti esecrabili. Chi ama Gesù nelle funzioni liturgiche vuole adorarlo intimamente e ringraziarlo.
Quanto è celestiale quella Chiesa in cui durante le funzioni liturgiche si eseguono canti gregoriani o altri canti sacri, effettuati con interiore partecipazione e una gioia intensa! La stessa funzione acquista più sacralità, la partecipazione è intensamente soprannaturale. Non ci vuole molto a comprendere che possiamo dare degnamente lode a Gesù nella modalità che vuole Lui e non seguendo le nostre scelte umane e inquinate dall’orgoglio.

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1552 - Santa Giovanna d'Arco

Giovanna, al secolo Jeanne d’Arc, nacque a Domremy, nella Lorena in Francia, il 6 gennaio del 1412 da Jacques e Isabelle. Lo straordinario nella sua vita fino a tredici anni fu l’assoluta normalità. I suoi compaesani nelle testimonianze ripeteranno fino alla monotonia che Jannette era una come le altre. Le sue occupazioni erano le solite, molto banali e ordinarie: aiutava il padre nella campagna all’aratro, qualche volta governava gli animali nei campi, faceva tutti i lavori femminili comuni. La sua istruzione religiosa le venne dalla madre. Lei stessa affermò:“Mia madre mi ha insegnato il Pater Noster, l’Ave Maria, il Credo. Nessun altro, all’infuori di mia madre mi ha insegnato la mia fede”. Anche questo nella norma. 
Giovanna è un’eroina nella storia francese (“Non c’è storia più francese della sua”- aveva scritto il card. Etchegaray), vittima della politica imperialista degli inglesi. Ha scritto ancora il card. Etchegaray:“Se è vero che Giovanna d’Arco è santa non è certo perché ha salvato la Francia, né tantomeno perché è salita sul rogo, che la Chiesa non ha mai riconosciuto come martirio, ma semplicemente perché tutta la sua vita sembra essere in perfetta adesione a quella che lei afferma essere la volontà di Dio. Quello che lei fa, è ciò che Dio vuole e unicamente questo”. 
“Poiché era Dio ad ordinarlo” - dichiarò con forza - “anche se avessi avuto cento padri e cento madri anche se fossi stata figlia di re, sarei partita ”. 
La sua vita spirituale si nutriva dei “soliti mezzi” predicati dalla Chiesa in tanti secoli: pregava, andava in chiesa per la messa alla domenica, si confessava spesso, e faceva il proprio dovere bene e volentieri, nell’amore di Dio. C’è un altro elemento speciale nella santità di Giovanna: una parolina che torna insistente nelle testimonianze delle persone che le hanno vissuto vicino per anni. È l’avverbio “libenter”cioè “volentieri”, che il cancelliere incaricato di redigere i verbali riferì spesso. Tutto quello che Giovanna faceva, dissero i compaesani, lo faceva “volentieri”: volentieri filava, volentieri cuciva, volentieri faceva gli altri lavori di casa. Non solo, volentieri si recava in chiesa a pregare, quando suonavano le campane, e trovava così conforto nella confessione e nella Eucarestia. 


Così aveva commentato Regine Pernoud, storica francese medioevalista : “Con questa tanto semplice "libenter", quella povera gente ci ha forse messo nelle mani i lineamenti più preziosi di Giovanna”. In lei si aveva quindi, nelle azioni quotidiane, il riverbero della sua fede semplice, ma che produceva la santità. A tredici anni, dunque, raccontò ai genitori: “Spesso sento voci di santi: Michele Arcangelo, Caterina di Alessandria, Margherita di Antiochia...”. Jacques e Isabelle non ci badarono più di tanto, dando le solite e sincere esortazioni. Invece a 17 anni c’è molto di più: “Le "voci" mi comandano di liberare la Francia”. Il padre non solo non le credette ma si infuriò; Giovanna scappò di casa, passando per matta. Ma quando predisse esattamente una sconfitta francese, i nobili della zona le credettero e la condussero dal re Carlo VII, debole e incerto. Finalmente fu creduta e marciò con un esercito (sul quale si impose, e questo sì fu un vero miracolo) contro gli inglesi liberando Orleans dall’assedio in soli otto giorni. 
Un evento inspiegabile dal punto di vista militare, diranno. Nel 1429 Giovanna trascinò il riluttante giovane re fino a Reims per farlo coronare re di Francia : è il massimo del prestigio “politico” di Giovanna. Ella si riconoscerà solo e sempre un umile strumento nelle mani di Dio. Così infatti risponderà ad uno dei giudici: “ Senza il comando di Dio io non saprei fare nulla... Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per comando di Dio. Io non faccio niente di testa mia ”. Anche questa è santità: non approfittare dei doni di Dio per la propria gloria e prestigio; Giovanna fece proprio così ma la sua parabola volgeva alla fine. Fu ferita davanti a Parigi, e poi catturata a Compiegne dai borgognoni, alleati degli inglesi, e “venduta” loro. Questi imbastirono un processo farsa con i loro amici, accademici ed ecclesiastici, fino a mandarla sul rogo con l’accusa di stregoneria. Giovanna, la grande nemica, fu sacrificata sull’altare del nascente imperialismo inglese. Ma rimase anche una pagina nera nella storia militare di questo popolo. 


Ancora due piccole considerazioni. Forse il più bello elogio della santità di Giovanna lo ha fatto un borghese di Orleans: “Stando insieme a lei si provava grande gioia”. 
La seconda viene dalla risposta che diede ad un giudice, quando le chiese perché Dio doveva servirsi del "suo" aiuto per vincere, visto che è Onnipotente, ella rispose: “Bisogna dare battaglia, perché Dio conceda la vittoria”. 
È un pensiero profondo: la nostra fede in Dio non ci dispensa mai dal fare il nostro dovere, in termini di lavoro, di sacrificio e di rischio. Dio ha deciso di non fare tutto da solo, e questo significa un grande atto di fiducia in noi; talvolta, al costo della propria vita come per Giovanna d’Arco. 
Il processo terminò con una “rozza e sleale ricapitolazione dei fatti”, in cui i giudici, accogliendo anche le istanze del vescovo, condannarono infine Giovanna d’Arco quale eretica recidiva ed il 30 maggio 1431, non ancora ventenne, venne arsa viva sul rogo nella piazza del mercato di Rouen. 
Il suo comportamento fu esemplare sino alla fine: richiese che un domenicano tenesse elevata una croce ed alla morì atrocemente invocando il nome di Gesù. Le sue ceneri furono gettate nella Senna, onde evitare una venerazione popolare nei loro confronti. Un funzionario reale inglese ebbe a commentare circa l’accaduto: “Siamo perduti, abbiamo messo al rogo una santa”. 


Una ventina di anni dopo, sua madre ed i due fratelli si appellarono alla Santa Sede affinché il caso di Giovanna fosse riaperto. Papa Callisto III (Alonso de Borgia, 1455-1458) nel 1456 riabilitò l’eroina francese, annullando l’iniquo verdetto del vescovo francese. Ciò costituì una premessa essenziale per giungere alla sua definitiva glorificazione terrena. 
Giovanna venne beatificata il 18 aprile 1909 da S. Pio X (Giuseppe Melchiorre Sarto, 1903-1914) e proclamata santa il 16 maggio 1920 da Pp Benedetto XV (Giacomo della Chiesa, 1914-1922),dopo che le erano stati riconosciuti i miracoli prescritti (la guarigione di tre suore da ulcere e tumori incurabili) Il suo culto fu particolarmente incentivato in Francia durante i momenti di particolare crisi in campo militare, sino ad essere proclamata patrona della nazione. 
L’incredibile e breve vita, la passione e la drammatica morte di Giovanna d'Arco sono state raccontate innumerevoli volte in saggi, romanzi, biografie, drammi per il teatro; anche il cinema e l’opera lirica si sono occupati di questa figura. Ancora oggi è tra i santi francesi maggiormente venerati. Santa Giovanna d’Arco è venerata anche come patrona dei martiri e dei perseguitati religiosi, delle vittime di stupro, delle volontarie del Pronto Soccorso, delle forze armate femminili e dei soldati. 


 Significato del nome Giovanni/a : "il Signore è benefico, dono del Signore" (ebraico). 
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martedì 29 maggio 2012

1551 - Commento al Vangelo del 29/5/2012


+ Dal Vangelo secondo Marco (10,28-31)
In quel tempo, Pietro prese a dire a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi». 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
C’è chi lascia tutto per amore di Gesù e ci sono molti italiani costretti a fuggire dalle case a causa dei terremoti imprevedibili e angoscianti. Tutto il Nord è colpito da sciami sismici violenti e possiamo immaginare la paura e lo stato di agitazione dei nostri connazionali che si trovano nelle zone colpite. Preghiamo per tutti loro, preghiamo perché abbiamo serenità e si rivolgano alla Madonna in questi drammatici momenti.
Forse in questi momenti alcuni rivedono la loro vita e si pongono domande, interrogano la coscienza. Anche i grandi Santi avranno avuto momenti di stanchezza fisica all’inizio delle loro missioni, una stanchezza intesa come sbigottimento dinanzi ad incomprensioni strane e persecuzioni continue. Sarebbe stato naturale ripetere: “Chi me lo fa fare?”. Molti fedeli non vogliono ascoltare né capire l’importanza di Dio nella propria vita, non si sforzano di lasciare i peccati e la vita immorale.
I più grandi predicatori soprattutto all’inizio hanno avuto anche insuccessi, pensiamo a San Domenico nella Francia meridionale e San Paolo in Grecia, ma se proprio all’inizio potevano provare un po’ di perplessità dinanzi a persone incredule, la Fede e la forza di volontà ricaricavano la determinazione. Sapevano che niente era inutile e che anche un piccolo gesto di amore diventava preghiera ed espiazione.
Molti cristiani più deboli però cadono nell’abbattimento e ripetono: “Chi me lo fa fare?”.
Vivere la nostra Fede richiede uno sforzo, un movimento oltre la natura, perché essa è incline al male e facile all’abbattimento. Dobbiamo compiere uno sforzo superiore alla naturale forza umana, e senza la presenza dello Spirito Santo non ci si riesce. Molti possono anche fare opere buone pur non essendo in comunione con Gesù, ma non sono opere buone compiute per Gesù, nel suo Nome, per suo amore.
Altri possono donare denaro ai bisognosi pur essendo anticlericali, senza avere alcuna relazione con Gesù. Davanti a Dio non sono opere meritevoli perché compiute per proprio compiacimento e auto glorificazione, ma certamente Dio gradisce determinate opere buone compiute da un ateo se fatte senza compiacimento personale.
La domanda posta sopra deve ricevere anche la risposta convinta e definitiva: amiamo, perdoniamo, ci sacrifichiamo e ci mortifichiamo per amore di Gesù Cristo. Non per quello che Lui ci dona e ci donerà eternamente, ma perché è il Signore, il Salvatore, il Guaritore. L’amore verso Lui supera ogni interesse umano e deve sempre più purificarsi. San Paolo nonostante tutte le persecuzioni che subiva riusciva a scrivere:
“Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi” (1 Cor 4,10-13).
È stato il principe degli Apostoli per la sua indomita e inimitabile forza nel predicare Gesù Cristo.
Ognuno può porsi la domanda: “Chi me lo fa fare?”. I genitori nel sacrificarsi per i figli, i figli nell’amare i genitori, i cristiani nel comportarsi sempre con onestà e dignità. La risposta è Gesù, tutto facciamo per Lui, tutto dobbiamo sopportare con amore per Lui, perché è vivo e vede tutto, ascolta ogni parola e ad ognuno darà quello che merita, nel bene e nel male. Ieri ho indicato nei genitori il ruolo determinante per la formazione religiosa dei figli, leggiamo una testimonianza a proposito.
Salve Padre, sono Francesco, sono pienamente d'accordo con Lei quando dice che sono per prima i genitori a non credere nei valori che Gesù continua a insegnarci tramite Lei e le tante persone come Lei (fortunatamente). Sento dire spesso a dei genitori che lasciano liberi di decidere ai propri figli di 10, 11 anni se frequentare la Chiesa o meno. Pura ipocrisia. Come può un bambino decidere cosa è giusto fare e cosa è sbagliato. Con alcuni ho cercato di fargli capire che i figli vanno seguiti sempre e laddove non c'è capacità da parte loro di capire il bene e il male bisogna che intervenga il genitore anche con parole dure. Oggi potranno non capire, ma un giorno ci ringrazieranno. Spesso mi trovo a combattere contro i mulini a vento. Ho capito che bisognerebbe prima Cristianizzare i genitori. Mi piange il cuore quando vedo famiglie di amici che vivono senza Dio nelle loro case e nelle loro vite.  Spero che anche loro possano assaporare la presenza di Gesù nel loro quotidiano affinché possano trasmettere ai figli che Gesù non è importante, ma indispensabile perché le SUE vie portano a vivere una vita piena di gioia e felicità. Al di fuori di Gesù ci sarà solo disperazione e senso di vuoto prima o poi. La saluto Padre e La ringrazio. La ricordo nelle mie preghiere. Francesco”.
Molti genitori lasciano tutte le decisioni ai figli, privi di esperienza e motivati smodatamente dai bisogni del momento, senza possedere un benché minimo discernimento. Come possono i ragazzi ma anche i giovani decidere su aspetti ben più superiori di essi? Posso capire quelli che si ritrovano genitori ancora più confusi di loro, ma se ci sono genitori spirituali e maturi, perché non confrontarsi e seguire i consigli dati per amore e con grande interesse?
Cosa avranno in cambio quei genitori esigenti e bravi educatori? “Ricevono già ora, in questo tempo, cento volte tanto (…) e la vita eterna nel tempo che verrà”. Sono quei genitori buoni che vivono nell’umiltà e seguono docilmente Gesù. Non dimenticano che “molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi”.

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1550 - Sant'Orsola Ledóchowska


Orsola, al secolo Giulia, Ledóchowska nacque il 17 aprile 1865 a Loosdorf (Austria) in una famiglia, che da parte della madre (di nazionalità svizzera discendente da una stirpe cavalleresca dei Salis) come pure dalla parte del padre (discendente da un’antica famiglia polacca) ha dato numerosi uomini di stato, militari, ecclesiastici e persone consacrate, impegnati nella storia dell’Europa e della Chiesa.
È cresciuta in un clima famigliare pieno di amore, saggio ed esigente, tra numerosi fratelli e sorelle. I primi tre dei fratelli scelgono la strada della vita consacrata : Maria Teresa (beatificata nel 1975), fondatrice del Sodalizio di San Pietro Claver e il fratello minore, Vladimiro, preposito generale dei Gesuiti.
Nel 1883 la famiglia si trasferì a Lipnica Murowana, vicino a Cracovia. Nel 1886 Giulia entrò nel convento delle Orsoline di Cracovia.
 “Sapessi solo amare! Ardere, consumarmi nell’amore” – così scrive prima dei voti religiosi la 24 enne Giulia Ledóchowska, novizia nel convento delle orsoline a Cracovia. Nel giorno della professione prende il nome di Maria Orsola di Gesù, e le parole qui riportate diventano le linee guida di tutta la sua vita.
Maria Orsola vive nel convento di Cracovia 21 anni. Attira l’attenzione il suo amore per il Signore, il suo talento educativo e la sua sensibilità ai bisogni dei giovani nelle mutate condizioni sociali, politiche e morali di questi tempi. Quando le donne acquistano il diritto allo studio universitario, riesce a organizzare il primo pensionato per studentesse in Polonia dove esse possono trovare non solo un posto sicuro per la vita e per lo studio, ma anche una solida formazione religiosa. La stessa sensibilità la spinge ad andare per lavoro, con la benedizione di S. Pio X (Giuseppe Melchiorre Sarto, 1903-1914), nel cuore della Russia ostile alla Chiesa. Quando, con un’altra suora, vestite in borghese (la vita religiosa era proibita in Russia) partono per Pietroburgo, non sa di essersi incamminata verso una destinazione a lei sconosciuta e che lo Spirito Santo l’avrebbe condotta sulle strade che non aveva previsto.
A Pietroburgo la Madre e la comunità delle suore in aumento (eretta presto come una casa autonoma delle orsoline) vivono in clandestinità, e anche se sorvegliate in continuo dalla polizia segreta, svolgono un intenso lavoro educativo e di formazione religiosa, diretto anche all’avvicinamento nelle relazioni tra polacchi e russi.
Scoppiata la guerra del 1914 Maria Orsola deve lasciare la Russia. Parte per Stoccolma. Durante il periodo della peregrinazione scandinava (Svezia, Danimarca, Norvegia), la sua attività si concentra, oltre al lavoro educativo, sull’impegno nella vita della Chiesa locale, sul lavoro in favore delle vittime della guerra e sull’impegno ecumenico. La casa delle sue suore diventa un appoggio per la gente di diversi orientamenti politici e religiosi. Il suo amore ardente per la patria va di pari passo con l’apertura alla diversità, agli altri. Richiesta una volta di che orientazione è la sua politica, rispose senza indugiare: “la mia politica è l’amore”.
Nel 1920 Maria Orsola con le suore e un numeroso gruppo di orfani di famiglie di emigrati, ritorna in Polonia. La Sede Apostolica trasforma il suo convento autonomo delle orsoline nella Congregazione delle “Orsoline del SacroCuore di Gesù Agonizzante”. La spiritualità della congregazione si concentra intorno alla contemplazione dell’amore salvifico di Cristo e alla partecipazione alla sua missione per mezzo del lavoro educativo ed il servizio al prossimo, in modo particolare sofferente, solo, emarginato, alla ricerca del senso della vita.
Maria Orsola educa le suore ad amare Dio sopra ogni cosa e in Dio “ogni persona umana e tutta la creazione”. Ritiene una testimonianza particolarmente credibile del legame personale con Cristo e uno strumento efficiente dell’influsso evangelizzatore ed educativo, il sorriso, la serenità d’animo, l'umiltà e la capacità di vivere la grigia quotidianità come via privilegiata verso la santità. E lei stessa è un esempio trasparente di una tale vita.
La Congregazione si sviluppa presto. Nascono le comunità delle suore orsoline in Polonia e sulle frontiere orientali del Paese, povere, multinazionali e multiconfessionali.
Nel 1928 nasce la casa generalizia in Roma e un pensionato per le ragazze meno abbienti perché possano conoscere la ricchezza spirituale e religiosa del cuore della Chiesa e della civilizzazione europea. Le suore iniziano anche il lavoro tra i poveri dei sobborghi di Roma. Nel 1930 le suore, accompagnando le ragazze che partono alla ricerca di lavoro, si stabiliscono in Francia. In ogni posto dove è possibile Maria Orsola fonda centri di lavoro educativo e di insegnamento, invia le suore alla catechesi e al lavoro nei quartieri poveri, organizza edizioni per bambini e giovani e lei stessa scrive libri e articoli. Cerca di iniziare e di appoggiare le organizzazioni ecclesiastiche per i bambini (Movimento Eucaristico), per la gioventù e per le donne. Partecipa attivamente alla vita della Chiesa e del Paese, ricevendo alti riconoscimenti e decorazioni statali ed ecclesiastiche.
Quando la sua vita laboriosa e non facile giunge al termine a Roma, il 29 maggio 1939, la gente diceva che è morta una santa.

Orsola Ledóchowska è stata beatificata il 20 giugno 1983, a Poznań, e canonizzata, a Roma, il 18 maggio 2003, dallo stesso Papa : il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005).

Le Orsoline Grigie si dedicano all'istruzione e all'educazione cristiana della gioventù: sono attive presso scuole elementari, dell'infanzia, di taglio e cucito, oratori, residenze per studenti e case famiglia per malati di AIDS.
Sono presenti in : Argentina, Bielorussia, Brasile, Canada, Filippine, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Polonia, Tanzania, Ucraina; la sede generalizia è a Roma.
Al 31 dicembre 2005, la congregazione contava 832 religiose in 98 case.
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lunedì 28 maggio 2012

1549 - Commento al Vangelo del 28/5/2012


+ Dal Vangelo secondo Marco (10,17-27)
In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. La domanda posta dal giovane ricco è divenuta superata in questa società, raramente si sente parlare di vita eterna, della salvezza dell’anima, del futuro che ci attende. Molti non ne vogliono parlare per esorcizzare la paura dell’inevitabile, le persone spirituali e mature invece non temono di pensare al Paradiso.
Se ne sente parlare a sproposito in qualche pubblicità televisiva, famosa e riciclata, gli attori recitano copioni sicuramente poco spirituali e addirittura blasfemi. Qualche mese fa un comico un po’ grossolano diceva alcune battute che alle orecchie potevano risultare gradevoli, ma facevano male all’anima perché implicitamente ridicolizzavano i cristiani: creduloni e sprovveduti.
La risata copre ogni riferimento religioso, molti cristiani se ne dimenticano facilmente o lo considerano irrilevante. Così non è, i riferimenti sono molto gravi.
Per un po’ di successo chi non è disposto oggi a barattare anche le cose più care? Mi riferisco a quanti gravitano nel mondo dello spettacolo, dello sport, della moda, ecc. Anche per una breve apparizione televisiva e senza alcuna professionalità, sono pronti a spogliarsi e a fare qualsiasi scelta immorale. Pronti a farsi riprendere senza più alcun pudore e addirittura svelando segreti molto intimi per trovare il proprio nome sui quotidiani e siti online. Sono chiamati outing le rivelazioni dell’orientamento sessuale, un comportamento che da solo svela l’assoluta mancanza di moralità.
Chi non ha aiutato questi giovani? Sì è vero che molti parroci lo hanno dimenticato, ma la colpa maggiore è di quei genitori che non hanno trasmesso i valori cristiani forse perché non li avevano neanche loro. Sono quei genitori che per una vita hanno scialacquato nell’immoralità e poi quando scoprono Gesù si accorgono con orrore che i loro figli sono senza anima e perduti, sprofondati nella corruzione.
I giovani senza anima sono il riflesso di genitori amorali e senza Dio.
Ci sono anche giovani traviati che non ascoltano bravi genitori, che pregano pure, ma questi genitori hanno scoperto forse tardi che occorreva trasmettere un’educazione più religiosa e fondata sull’amore. La rigidità nell’educare è un errore, come un errore è il permissivismo su tutto. In medio stat virtus”, la virtù sta nel mezzo, ed è una grande conquista arrivare a raggiungere questo equilibrio che porta armonia a se stessi e a tutta la famiglia.
La domanda del giovane ricco non si sente più: “Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù indica i Comandamenti, e quando afferma di non uccidere, vuole dire anche che si può uccidere anche con le parole. Già i giudizi temerari, che sono peccati mortali, uccidono con i pensieri qualcuno, figuriamoci quando si esprimono parole e si arriva a distruggere la dignità o la buona reputazione di una persona sposata, di un giovane, comunque di qualsiasi persona.
E se il giovane del Vangelo incalza Gesù, affermando che già osserva, viene invitato a lasciare l’orgoglio, la più grande ricchezza abbracciata dall’uomo. “Vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”. Il giovane era chiamato ad un distacco materiale, come conviene anche ai Sacerdoti, a voi laici Gesù chiede il distacco affettivo dai beni materiali, a non considerare il benessere come un dio.
Chi possiede beni, ha in sé una sicurezza fiera con il suo denaro, ma il denaro non può comprare la vera pace e la felicità, non può ottenere miracoli, non rende migliori, non insegna ad amare e a perdonare.
L’affermazione di Gesù può sembrare dura, ma c’è una spiegazione: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Gesù parla di quei ricchi di beni materiali che hanno il cuore indurito e non amano nessuno, adorano solo i loro beni. Disprezzano i più deboli e sono incapaci di opere buone. Ostentano modi gentili ma sempre per assoluta convenienza.
Sono fortunati quei ricchi che scoprono la provvisorietà dei beni materiali e cominciano a cercare il tesoro nascosto, quella perla preziosa che arricchisce di gioie interiori in questa vita e procura la felicità eterna.

Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1548 - Vita di Gesù (paragrafi 395-399)


A Cesarea di Filippo

§ 395. Da Bethsaida Gesù risalì verso settentrione, allontanandosi ancor più da contrade giudaiche, e raggiunse la zona di Cesarea di Filippo (§ 19). In quella zona, in prevalenza pagana, egli e i suoi discepoli non erano assillati da folle d'imploranti né disturbati da intrighi di Farisei e di politicanti; fu dunque per lui una specie di ritiro con i suoi prediletti. Quei discepoli, del resto, rappresentavano il miglior risultato del­l'opera sua: saranno stati chi ruvido, chi zotico, e chi di dura cer­vice; avranno tutti, più o meno, risentito delle grette idee predomi­nanti allora nella loro stirpe; ma uomini di cuore erano, sincera­mente affezionati al maestro e pieni di fede in lui. Le solite turbe che assiepavano Gesù non avevano questi pregi: in Gesù esse cerca­vano ordinariamente il taumaturgo che guariva malati, risuscitava morti e moltiplicava pani, e se gradivano pure sentirlo parlare del regno di Dio e s'infiammavano anche alla sua parola, in parte era quella vampa nazionalista che Gesù deprecava e in parte era un fuoco di paglia che si spegneva poco dopo. Perciò Gesù prediligeva i discepoli, e ne curava particolarmente la formazione spirituale in vista del futuro. E oramai, dopo un anno e mezzo di operosità, egli poteva trattarli confidenzialmente nella questione più delicata per lui e forse più oscura per i discepoli stessi: la qualità messianica. Quel maestro così amato, quel taumaturgo cosi potente, quel predicatore cosi efficace, era veramente il Messia predetto da secoli ad Israele, ov­vero era soltanto un tardivo profeta dotato di straordinari doni divini? Era un figlio di Dio, ovvero era il figlio di Dio? Certamente, dentro di loro, i prediletti discepoli si erano rivolti già nel passato questa domanda: ma se personalmente si sentivano assai inclinati a rispondere che egli era proprio il Messia, il figlio di Dio, ne erano anche distornati dalla vigilantissima cura mostrata fino allora da Gesù affinché quella risposta affermativa non fosse proclamata ad alta voce. Perché mai quella ritrosia inesplicabile? Era questo un punto assai oscuro per i discepoli; i quali però pensavano che il maestro ne sapeva più di loro, e avendo fede in lui si rimettevano a lui, aspettando che quel punto oscuro fosse schiarito a suo tempo. Gesù giudicò che allora era venuto questo tempo. La lunga ed in­tima assiduità con Gesù aveva aperto gli occhi ai discepoli in molte cose; d'altra parte, là in terra pagana, non esistevano pericoli d'in­composti tumulti nazionalisti qualora i discepoli avessero avuto la certezza che Gesù era il Messia e di ciò avessero potuto parlare tra loro liberamente; è anche probabile che, nei giorni di tranquillo ritiro passato con i discepoli, Gesù li avesse predisposti spiritual­mente a ricevere la delicata confidenza, sfrondando dalla loro immaginativa molte frasche politiche di cui era adornata ancora nelle loro menti la figura del Messia d'Israele. Infine, com'era solito fare nei momenti più decisivi della sua missione, Gesù si era appartato a pregare da solo (Luca, 9, 18).

§ 396. Ripreso tutti insieme il cammino, stavano per giungere a Cesarea di Filippo. S'avanzavano lungo la strada, ed erano già in vista della città (Marco, 8, 27): di fronte ad essi si ergeva la mae­stosa roccia su cui troneggiava il tempio di Augusto (§ 19). A un tratto, riferendosi certamente a discorsi precedenti, Gesù chie de ai discepoli: Chi dicono gli uomini che io sia? Gli fu risposto alla rinfusa: Ho inteso dire che tu sei Giovanni il Battista! Un altro: C'è chi dice che sei Elia! - Un altro ancora: Secondo alcuni tu saresti Geremia! Altri infine riferirono l'opinione più vaga se­condo cui Gesù era uno degli antichi profeti risorto. Le opinioni riferite erano numerose; ma Gesù non dette loro alcuna importanza, né si fermò a discuterle. Quell'investigazione sul pensiero altrui era una semplice introduzione all'investigazione veramente importante, quella sull'opinione personale dei discepoli. Terminate infatti le ri­sposte, Gesù disse loro: “Voi, invece, chi dite che io sia?”. I discepoli ebbero certamente un sussulto: a quella domanda si sen­tirono toccati nell'intimo, e con stupore videro che Gesù da se stesso entrava nel campo fino allora gelosamente evitato. Dovette seguire un silenzio imposto più da felicità ritrosa che da vera esitanza, si­lenzio non dissimile da quello d'una fanciulla che sia chiesta in isposa dal giovane ch'ella nel suo cuore segretamente già amava: forse i discepoli ripensarono in quel momento alla parola di Gesù che si era paragonato, nei loro confronti, ad uno sposo fra gli « ami­ci dello sposo » (§ 307). E rimasero lì in mezzo alla strada muti d'un silenzio eloquente, con gli occhi fissi sul tempio di Augusto che dominava su citta' e campagna dall'alto della roccia. Passati alcuni istanti il silenzio fu tradotto in parole da Simone Pie­tro, ne poteva esser da altri che da lui impetuoso tra affezionati: Tu sei il Cristo, il figlio d'Iddio il vivente! La traduzione del vere­condo silenzio era stata perfetta; lo si vide in quei barbuti visi, che esprimevano la felicità d'un cordiale consenso e dimostravano una giocondità da lungo tempo repressa.

§ 397. Gesù sfiorò col suo sguardo tutti quei visi; rivolto poi a chi aveva parlato disse: Beato sei (tu), Simone figlio di Giona, poiché carne e sangue non rivelò (ciò) a te, bensì il Padre mio quello nei cieli! L'affermazione di Simone era confermata in pieno da colui ch'era il maggiormente interessato. Tutti i presenti si sentirono parimente confermati nella loro antica fede serbata in segreto. Dovette seguire ancora un breve silenzio, in cui fu alzato ancora uno sguardo al tempio lassù in cima alla roccia. Poi Gesù rispose: Ebbene, an­ch'io ti dico che tu sei Roccia, e sopra questa roccia costruirò la mia chiesa, e porte d'inferi non prevarranno contro di essa. Darò a te le chiavi del regno dei cieli, e ciò che (tu) abbia legato sopra la terra sarà legato nei cieli, e ciò che (tu) abbia sciolto sopra la terra sarà sciolto nei cieli (Matteo, 16, 16-19). Già in precedenza Simone era stato da Gesù chiamato Roccia, in aramaico Kepha (§ 278), ma quella prima volta non era stata comunicata la ragione e la spie­gazione dell'appellativo. Adesso la spiegazione è comunicata, ed è tanto più chiara davanti alla visione della roccia materiale che so­stiene il tempio dedicato al signore del Palatino. Il tempio spirituale che Gesù costruirà al Signore dei cieli, cioè la sua Chiesa, avrà per roccia di sostegno quel suo discepolo che per primo lo ha procla­mato Messia e vero figlio di Dio. Anche le altre parole di Gesù sono chiare, alla luce delle circostanze in cui furono pronunziate. Gli Inferi (in greco Ade) corrispondono alla ebraica Sheol (§ 79),non però come generica dimora dei morti, bensì come dimora dei morti reprobi, ostili al bene e al regno di Dio; le porte di cotesta bolgia satanica, cioè tutte le sue massime forze (cfr. la sublime Porta), non prevarranno contro la costruzione di Gesù e contro la roccia che la sostiene. Tipicamente semitici sono anche i simboli delle chiavi e del legare e sciogliere. Ancora oggi in paesi arabi girano per le strade uomini con un paio di grosse chiavi legate ad una funicella e pendenti ostentatamente di qua e di là della spalla: sono i padroni di case, che fanno pompa in quella maniera della propria autorità. Il sira­bolo del legare e sciogliere (cfr. Matteo, 18, 18) conserva qui il valore che aveva nella terminologia rabbinica contemporanea, ove si ritrova usato frequentemente: i rabbini “legavano” quando proi­bivano alcunché, “scioglievano” quando lo permettevano; Rabbì Nechonja, fiorito verso l'anno 70 dopo Cr., usava premettere alle sue lezioni la seguente preghiera: “Ti piaccia, o Jahvè, Dio mio e Dio dei miei padri, che... noi non dichiariamo impuro ciò ch'è puro e puro ciò ch'è impuro; che noi non leghiamo ciò ch'e' sciolto e non sciogliamo ciò ch'e' legato”. Lufficio del discepolo Roccia è dunque ben definito. Egli sarà il fondamento che sosterrà la Chiesa, e la sosterrà così saldamente che le avverse potenze infernali non prevarranno contro di essa. Egli inoltre sarà il maggiordomo di quella casa, le cui chiavi saranno perciò affidate a lui. Egli infine detterà legge nell'interno di quella casa, proibendo oppure permettendo alcunché, e le sue sentenze pronunziate sulla terra saranno tali quali ratificate nei cieli.

§ 398. La replica di Gesù a Simone Pietro è di una chiarezza che si direbbe abbagliante; né minore è la sua sicurezza testuale, giacché tutti gli antichi documenti senza alcuna eccezione concordano nel trasmetterci con precisione sillabica il nostro odierno testo. Eppure, com'è ben noto, questo testo ha fatto scorrere torrenti d'inchiostro, e si è recisamente negato che Gesù abbia conferito a Simone l'ufficio di essere roccia fondamentale della Chiesa, depositano delle sue chiavi e arbitro di legare e di sciogliere. Come mai questa negazio­ne? Gli antichi protestanti ortodossi assicuravano che Gesù non ha parlato affatto di Simone Roccia, ma di se stesso, e per il resto si è riferito a tutti gli Apostoli collettivamente e alla loro fede. Quando dice sopra questa roccia costruirò la mia chiesa, ecc., Gesù allunga un dito e lo rivolge verso se stesso, sebbene stia a parlare con Simone e di Simone. Quel dito allungato risolve la questione: esso è chiarissimamente sottinteso dal contesto, e si accorda spontanea­mente con le parole che seguono darò a te le chiavi del regno dei cieli e ciò che (tu) abbia legato, ecc. Come si vede subito, il ragio­namento è perfetto, purché si parta dal principio che bianco significa nero e nero significa bianco: lucus a non lucendo. I negatori moderni dell'ufficio di Simone hanno preso la strada pre­cisamente opposta. Essi hanno trovato che la spiegazione degli antichi protestanti è di una goffaggine tale da tradire subito la tendenziosità settaria che l'ispira. No, rispondono essi, le parole di Gesù hanno precisamente quel significato che la tradizione e il buon senso vi hanno sempre ritrovato; su ciò è inutile arzigogolare: - Uno di questi nuovi negatori si esprime così: Simone Pietro... vive ancora, agli occhi di Matteo, in una potenza che lega e scioglie, che detiene le chiavi del regno di Dio e che e' l'autorità della Chiesa stessa... Si­mone Pietro e' la prima autorità apostolica in ciò che riguarda la fede, perché il Padre gli ha rivelato a preferenza il mistero del Fi­glio; in ciò che riguarda il governo delle comunità, perché il Cristo gli ha confidato le chiavi del regno; in ciò che riguarda la disciplina ecclesiastica, perché egli ha il potere di legare e di sciogliere. Non e' senza motivo che la tradizione cattolica ha fondato su questo testo il dogma del primato romano (Loisy). Gesù dunque ha veramente conferito a Simone l'ufficio in questione, secondo i nuovi negatori? Mai più! La ragione è che Gesù non ha mai pronunziato quelle parole; quel testo è tutto, o quasi tutto, falso o inventato; esso fu interpolato tra la fine del secolo I e gl'inizi del II o a Roma, a servizio della chiesa romana, oppure in Palestina. E le prove di tutto ciò? Non si è addotto nessun codice antico, nes­suna versione, nessuna citazione, che mostrino indizi sia pur vaghi d'interpolazione: si sono addotti argomenti a silentio (che tutti sanno quanto valgano) per cui scrittori cristiani dei secoli II e III o non citano il passo o ne citano, solo una parte. Si potrebbe forse pensare che gli antichi protestanti, beffeggiati dai moderni negatori per avere scoperto il dito allungato di Gesù, siano in grado di vendicarsi trion­falmente applicando ai beffeggiatori le parole di Orazio: Quod­cumque ostendis mihi sic, incredulus odi!


§ 399. Queste sono le ragioni, addotte da una parte e dall'altra, per negare l'ufficio di Simone. Ma la ragione vera e reale, eppure non addotta mai francamente ed esplicitamente, è la previa « im­possibilità » che Gesù abbia conferito quell'ufficio. Questa “impos­sibilità” è assoluta, indiscutibile, trascendente, e vale ben più della chiarezza del senso e della sicurezza testuale. Soltanto da questa roccia sono scaturiti i torrenti d'inchiostro accen­nati sopra, e soltanto sopra questa roccia si adunano concordemente negatori antichi e moderni. Scesi però dalla roccia e calati sul ter­reno esegetico-documentario, i concordi negatori discordano fra loro e si negano a vicenda. Secondo essi, dietro le spalle di chi si appella alla chiarezza del sen­so e alla sicurezza testuale s'erge l'ombra del papismo: papismo o no, i negatori alzerebbero tripudianti grida di trionfo se avessero a propria disposizione solo una metà degli argomenti strettamente “storici” di cui dispongono gli adombrati dal papismo. Ma hanno poi questi negatori pensato di riguardare qualche volta dietro le proprie spalle, per vedere se caso mai là si ergano le ombre di Lu­tero o di Hegel, e se unicamente quelle ombre suggeriscano ad essi i loro argomenti “storici”?

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1547 - Beato Luigi Biraghi


Luigi Biraghi nacque a Vignate (Milano) il 2 novembre 1801, quinto degli otto figli di Francesco e Maria Fini, agricoltori. Fu battezzato l'indomani della sua nascita nella parrocchia del paese natale, ma a pochi anni si trasferì con la famiglia a Cernusco sul Naviglio.
Dal 1813 al 1825 compì gli studi di umanità, filosofia e teologia rispettivamente nei seminari di Castello (Lecco), di Monza e di Milano, distinguendosi sempre. Appena diacono, fu incaricato dell'insegnamento delle lettere nei seminari minori, incarico che gli fu confermato dopo l'ordinazione presbiterale (28 maggio 1825) e che egli svolse per 10 anni con passione.
Nel 1833 la nomina a direttore spirituale nel seminario maggiore:  ufficio delicatissimo, al quale si impegnò con inesausta carità, esempio vivo, per i suoi chierici, di amore a Cristo ed alla sua Chiesa, di dedizione totale e di incondizionata obbedienza.
Nel 1841 il Cardinale Gaisruck lo aveva voluto tra i fondatori e redattori del periodico ecclesiastico L'Amico Cattolico. Don Biraghi vi si impegnò, con ardente spirito di apostolo, nel desiderio di riportare a Cristo la società moderna, guastata da fallaci ideologie e dall'illusoria fiducia nel progresso.
Convinto che base della civile società è la famiglia e che il cuore della famiglia è la donna, nel 1838 egli aveva aperto a Cernusco un collegio femminile ove le figlie della allora emergente borghesia ricevessero una seria formazione culturale ed una solida educazione cristiana.
Il metodo educativo da lui proposto alla giovane Marina Videmari, sua prima figlia spirituale, ed alle maestre, che a lei si erano aggregate, vivendo in comunità la loro consacrazione al Signore, ebbe tanto successo, che nel 1841 don Biraghi aprì a Vimercate un secondo collegio.
L'intensa attività di questi anni non lo distrasse però mai dalla cura dei seminaristi, che, anche dopo l'ordinazione, cercavano la sua guida ed i suoi consigli. Proprio la sua presenza tra i chierici durante l'insurrezione del marzo 1848 gli procurò una lunga inquisizione del governo austriaco, ristabilitosi in Lombardia; pertanto l'Arcivescovo Romilli non ne ottenne la nomina a canonico della chiesa metropolitana e a stento poté trattenerlo in seminario come professore. Don Biraghi accettò tutto con umiltà e si prestò ad ogni servizio che gli veniva chiesto, sostenendo pure, nel 1850, il sorgere dell'istituto milanese per le missioni estere ad opera dell'amico don Angelo Ramazzotti e del suo figlio spirituale, don Giuseppe Marinoni.
Dopo un viaggio a Vienna, nel 1853, solo nel 1855, ebbe il placet governativo alla nomina a dottore della Biblioteca Ambrosiana. In tale ufficio trascorse l'ultimo periodo della sua vita, prendendo dimora presso i Barnabiti di S. Alessandro. Mentre si dedicava agli studi di sacra archeologia e di storia ecclesiastica - pubblicando opere di ancor riconosciuto valore, quali gli Inni sinceri e carmi di S. Ambrogio - continuò ad assistere le suore Marcelline, canonicamente erette, nel 1852, e stabilite anche in Milano con i collegi di via Quadronno e via Amedei.
Erano gli anni della crisi politico-clericale milanese, che divise la diocesi tra sostenitori ed oppositori del governo italiano. Il Biraghi si mantenne al di sopra delle parti, tanto che il Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1846-1878) nel 1862, con lettera autografa, gli chiese di farsi mediatore tra il clero ambrosiano. Nonostante la sua imparzialità, fu vittima di attacchi da ambedue le parti. Tra le sue amarezze, gli fu di conforto, nel 1864, il ritrovamento dell'urna di S. Ambrogio e dei martiri Gervaso e Protaso, avvenuto sotto la sua direzione. Nel 1873, su proposta dell'arcivescovo, fu da Pio IX nominato Prelato domestico. Ricevette la notizia a Chambéry, dove stava progettando l'apertura di un sesto collegio delle Marcelline, dopo quello di Genova (1868).
Nel 1875 celebrò il 50° anniversario dell'ordinazione sacerdotale. Più tardi, libero da impegni pastorali diretti, mons. Biraghi consacrò tutte le sue energie, fino all’ultimo, alla formazione spirituale delle sue suore ed all’organizzazione della nuova Congregazione.
Nel 1879, poiché la sua salute destava preoccupazioni, fu ospitato nella foresteria di via Quadronno dalle Marcelline, che lo assistettero amorevolmente.
La mattina dell'11 agosto, si spense dolcemente, salutando una novizia con un“Arrivederci in Paradiso. Per me anche adesso, se Dio lo vuole... Sì... sia fatta la volontà di Dio! ”. Fu sepolto nella tomba di famiglia a Cernusco sul Naviglio, ma poi nel 1951 le sue spoglie furono traslate nella Cappella della Casa-madre delle Marcelline sempre a Cernusco.

Il 27 ottobre 1971 il cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, diede inizio al processo diocesano per la sua beatificazione.
Mons. Luigi Biraghi fu dichiarato venerabile, il 20 dicembre 2003, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) e elevato agli onori dell'altare, secondo le nuove norme, il 30 aprile 2006, nel Duomo di Milano.
Le Martelline si occupano dell'istruzione e dell'educazione cristiana della gioventù e si dedicano all'apostolato missionario. L'istituto aveva ottenuto il pontificio decreto di lode da Pp Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) il 5 febbraio 1897 e approvato definitivamente dalla Santa Sede il 25 luglio 1899.
Oltre che in Italia, sono presenti in Gran Bretagna, in Svizzera, in Albania, in Canada, in Messico, in Africa: la sede generalizia è a Milano. Al 31 dicembre 2005, la congregazione contava 711 religiose in 55 case.
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Medaglia di San Benedetto