Il Signore ti benedica,ti custodisca e ti mostri il Suo volto misericordioso!

Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto

CIAO A TE !!

Nulla è più urgente nel mondo d'oggi di proclamare Cristo alle genti. Chiunque tu sia, puoi, se vuoi, lasciare un tuo contributo, piccolo o grande che sia, per dire, comunicare, annunciare la persona di Gesù Cristo, unico nostro salvatore. Uno speciale benvenuto a LADYBUG che si è aggiunta di recente ai sostenitori ! *************************************************** Questo blog è sotto la protezione di N.S. Gesù Cristo e della SS Vergine Maria, Sua Madre ed ha come una ragione di esistere di fornire un contributo, sia pure piccolo ed umile, alla crescita della loro Gloria. ***************************************************

Con Cristo non ci sono problemi, senza Cristo non ci sono soluzioni.

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mercoledì 29 febbraio 2012

1344 - Commento al Vangelo del 29/2/2012

+ Dal Vangelo secondo Luca (11,29-32)
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione. Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona». 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il Vangelo di ieri conteneva molti spunti interessanti, potete rileggerlo per fissare alcuni insegnamenti di Gesù. Io ve ne indico due, sono molto importanti, direi determinanti per la vita spirituale e Gesù ne parla insieme al Padre Nostro. «Gesù disse ai suoi discepoli: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole”».
La preghiera parolaia è la peggiore comunicazione che si manifesta quando si cercano Gesù e la Madonna.
Il secondo riguarda il perdono: “Se voi perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”. È quasi inutile la preghiera se si conversa odio o rancore verso altri, pur avendo motivi validi per provare sofferenza nel proprio cuore. Occorre chiedere umilmente a Gesù la capacità di perdonare, sarà bene andare spesso alla Messa anche ogni giorno per chi può. Proprio durante il Sacrificio Eucaristico Gesù ritorna a morire misticamente e a riversare abbondanti Grazie a chi le chiede con Fede.
Questo è il segno che diamo noi a Gesù, il desiderio di voler cambiare mentalità.
Invece di chiedere segni, convinciamoci che siamo noi stessi segni nel mondo per mostrare l’esistenza di Gesù e della Madonna. Questo avviene quando viviamo con coerenza la nostra Fede, pratichiamo il rinnegamento da tutto ciò che si oppone al Vangelo e non diamo mai occasioni di scandalo.
Anche se tutto il creato parla di Dio, occorrono i testimoni per affermarlo, e noi possiamo affermarlo grandemente con la nostra vita. Non c’è testimonianza più grande delle buone opere, della bontà e dell’amore presenti nel cuore e sul viso, anche l’onestà e la sincerità sono aspetti determinanti per il cristiano che vuole essere un segno nel mondo.
Questa generazione è più malvagia di quella di duemila anni fa, il rifiuto di Gesù è molto alto e malizioso, esistono sètte e società segrete che manovrano subdolamente e ininterrottamente per distruggere il Cristianesimo e noi non possiamo rimanere in attesa dei segni. Cosa deve dirci e darci Gesù in più rispetto a quanto dato in questi anni?
Più che cercare segni, impegniamoci a diventare segni autentici che indicano a tutti l’amore e la verità del Vangelo.


Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1343 - Sant'Augusto Chapdelaine

La storia dell’evangelizzazione della Cina è costellata da innumerevoli martiri, missionari europei, clero locale, catechisti cinesi, fedeli convertiti, che donarono la loro vita, durante le ricorrenti persecuzioni, che si alternarono a periodi di pace e di proficua evangelizzazione, scatenate o sobillate da bonzi invidiosi, fanatici ‘boxer’, crudeli mandarini e imperatori, soldataglia avida di sangue e saccheggi.
In questa eroica schiera di martiri caduti negli ultimi quattro secoli, è compreso Augusto Chapdelaine, missionario dell’Istituto delle Missioni Estere di Parigi.


Augusto, al secolo Auguste, nacque a La Rochelle (F), il 6 gennaio 1814; coltivò con i fratelli, fino ai 20 anni, gli ampi poderi agricoli presi in affitto dalla famiglia; ma dopo la morte di due di essi e la riduzione della superficie dei terreni, lasciò l’azienda e si dedicò alla desiderata carriera ecclesiastica.
Frequentò il Seminario diocesano e fu ordinato sacerdote nel 1843; ebbe il compito, prima di vicario e poi di parroco del villaggio di Boucey.
Ma il suo desiderio era quello di essere missionario, quindi nel 1851 passò al noviziato dell’Istituto delle Missioni Estere di Parigi e il 29 aprile 1852 s’imbarcò ad Anversa, diretto alla missione cinese del Kuang-Si; ma si fermò a Ta-Chan vicino alla frontiera, per ambientarsi, imparare la lingua e aspettare il momento propizio, perché il Kuang-Si era stato per più di un secolo senza la presenza di un missionario e quindi non si era più certi dell’accoglienza dei suoi abitanti.
Trascorsero quasi tre anni, poi nel 1855 poté entrare nello Kuang-Si, dove si mise subito a fare apostolato, percorrendo il territorio in lungo e in largo; in breve tempo i neofiti divennero circa duecento e ulteriori conversioni erano prossime, quando un certo Pé-San, uomo di costumi corrotti, avendo saputo che una donna da lui sedotta, si era convertita al cristianesimo, denunciò la presenza del missionario al mandarino di Sy-Lin-Hien, acerrimo nemico dei cristiani, accusandolo di sobillare il popolo, fomentando disordini.
Il mandarino, allora, inviò le sue guardie a Yan-Chan, dov’era padre Augusto Chapdelaine, per arrestarlo, ma questi, avvertito in tempo, sfuggì alla cattura rifugiandosi in casa di un letterato cristiano a Sy-Lin-Hien.
Il 25 febbraio 1856, la casa venne circondata dalle guardie e perquisita; padre Chapdelaine fu fatto prigioniero insieme a quattro fedeli cristiani che l’avevano accompagnato.
Il 26 febbraio il missionario fu interrogato e accusato; ricevé per punizione centinaia di colpi di bambù che lo resero tutto una piaga. Il giorno dopo fu incatenato con le ginocchia piegate e strette sopra delle catene di ferro e così rimase in quella dolorosissima posizione fino al 28, in attesa di un ingente riscatto da parte dei cristiani, che comunque erano nascosti ed impauriti.
Fu condannato a morire nella gabbia e il 29 febbraio 1856, con il collo entro un foro del coperchio superiore e il corpo, tolto il fondo della gabbia, sospeso, il missionario morì come fosse impiccato.
Padre Augusto Chapdelaine fu beatificato il 27 maggio 1900 da papa Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) e proclamato santo, insieme ad altri 119 martiri in Cina († 1648-1930), il 1° ottobre 2000, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005).
Nel Martilologio Romano viene commemorato il 28 febbraio (negli anni bisestili : 29 febbraio).
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martedì 28 febbraio 2012

1342 - Commento al Vangelo del 28/2/2012

+ Dal Vangelo secondo Matteo (6,7-15)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal maleSe voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
La più bella preghiera insegnata da Gesù l’ascoltiamo oggi nel Vangelo, una preghiera che presenta poche parole ma fortemente pervase di Onnipotenza Divina. I diavoli tremano quando viene recitato il Padre Nostro, è incapace di resistere nel luogo dove si ripete: “…ma liberaci dal male”.
I diavoli soprattutto da duemila anni sono impegnati nella creazione di un loro regno sulla terra, un dominio totale, cosa che gli è sempre sfuggita. Ma non demordono, continuano nel disperato intrigo di corrompere tutti quelli che non sono devoti alla Madonna. Perché i non devoti alla Madonna non hanno alcuna protezione per sfuggire alle micidiali trappole e ai complotti subdoli e cadono sempre nelle loro reti.
Quasi tutti i non credenti sono intrappolati nel regno dei diavoli e non se ne rendono conto.
Notiamo molto spesso che anche i cattolici finiscono nelle loro trappole anche se in buonafede, per la troppa sicurezza che posseggono, la convinzione di avere compreso quasi tutto… Purtroppo. Così poco tempo fa abbiamo letto che un noto giornalista cattolico ha addirittura difeso il regista che imbratta con le feci il Volto di Gesù, scrivendogli una lettera e interpretando benevolmente la risposta, anche se è stata giudicata da altri, incompleta e contraddittoria.
Questo giornalista liberamente ha dato la sua interpretazione che noi rispettiamo, però è intervenuto ufficialmente il Cardinale Caffarra di Bologna con un comunicato in cui condanna l’azione di quel regista come “spettacolo indegno, offensivo, e obiettivamente blasfemo e sacrilego. Sacrilegio è anche trattare indegnamente i simboli sacri, così come la bestemmia si estende anche alle sante immagini”.
È palese la differenza tra le due interpretazioni, il giornalista cattolico considera come una preghiera a Dio e un grido di lamento del regista a Dio Padre; mentre il Cardinale di Bologna considera la stessa azione “spettacolo indegno, offensivo, e obiettivamente blasfemo e sacrilego”.
Vedete che grande confusione esiste anche tra i cattolici? Ammiriamo questo Cardinale per la sua lettera.
La confusione avvolge le menti più deboli e i diavoli riescono ad imprimere le loro indicazioni per portarli nella via della disperazione. È vero che molti uomini sono segnati da una testardaggine e da un orgoglio smisurati, tali da non valutare più il pericolo e di avventurarsi dove c’è maggiore pericolo.
Abbiamo sentito al telegiornale la voce dell’uomo arrampicato sul traliccio che minacciava di aggrapparsi ai fili della corrente elettrica per minacciare le forze dell’ordine. Non è stata una minaccia, si è veramente aggrappato ai fili ed è stato rimasto fulminato, cadendo da oltre 15 metri. Un gesto estremo per richiamare l’attenzione su di sé, ma la sua vita valeva la pena di quella protesta? Voleva esprimere la sua opinione sfidando la morte e agendo con poco equilibrio.
I diavoli non sempre sono i mandanti di gesti estremi di molte persone, di sicuro sono contenti e le lasciano fare liberamente…
L’altro ieri un altro giornalista cattolico ha scritto su Il Giornale una sua proposta per fermare la ribellione tra i musulmani contro i soldati americani, dopo che sono stati bruciati diversi libri del Corano. La proposta del giornalista che continua a scrivere contro i musulmani e li considera come i terroristi che occuperanno l’Europa, è di voler leggere nel Duomo di Milano e a San Pietro alcuni versetti del Corano per esprimere solidarietà ai musulmani.
Io considero tutti i musulmani come fratelli perché tutti siamo figli di Dio, ma abbiamo due diverse concezioni di Dio. Non ci sarà mai dialogo con essi perché è impossibile. Possiamo essere amici e mangiare alla stessa tavola, ma il Corano si oppone alla Bibbia! Questo esclude ogni possibilità di dialogo. Mentre ci sono Vescovi che ostinatamente vogliono dialogare con i musulmani…
Dialogare con chi non crede in Gesù Cristo Figlio di Dio è tempo sprecato, semmai è possibile conversare, nel senso che la conversazione non presuppone la stessa mentalità, ma il dialoga indica una relazione tra persone che la pensano allo stesso modo. Anche nella sola conversazione con chi non crede in Gesù, il cattolico mostra di smettere di credere nella Divinità di Gesù.
Ciò che appare a molti è lo spreco di tempo in questa conversazione mentre si trascura la disponibilità nel confessare i credenti.
Nel mondo sono sorti moltissimi falsi profeti, persone spesso anche impacciati e confusi nel raccontare falsità, ciarlatani che imbrogliano moltissimi bravi cattolici, colpevoli solo di non avere la capacità di distinguere il bene dal male. Negli ultimi mesi ho letto diversi messaggi sul web di alcuni falsi profeti, pure incapaci teologicamente nell’impostare le rivelazioni di Gesù e della Madonna.
Ci sono falsi profeti che riescono a imbrogliare con più furbizia, ma nei loro messaggi non c’è lo Spirito Santo, non si avverte la presenza del divino e quindi anche i falsi messaggi ben impostati, manifestano imbroglio e spirito satanico.
Il Padre Nostro è l’invito alla venuta del Regno di Dio sulla terra, come ho scritto sopra i diavoli lavorano con impegno e disperazione per dominare tutto e regnare con il potere di Dio. Fatto impossibile. Una delle strategie dei diavoli è di regalare successo, potere, ricchezza, a quanti vendono le loro anime al principe delle tenebre. È un modo per allargare il loro regno e strapparlo a Gesù, per questo i diavoli utilizzano persone famose trasformandole in idoli che divulgano messaggi e canzoni ricolmi di incitamento al sesso, alla droga, l’immoralità, la dissolutezza.
Non conosco alcuna canzone di Bob Dylan ma lo conosco perché leggo, lui è uno che ha venduto l’anima al diavolo in cambio del successo e della ricchezza. Non riesco in questo commento a descrivere molto di quello che conosco, faccio una sintesi. Ma ritornerò a scrivere di quanti vendono l’anima al diavolo.
Nel suo primo DVD, Dylan parla del suo desiderio di raggiungere il talento dei migliori bluesman del suo tempo (anni ’60). Suonava la chitarra e cantava in maniera mediocre. Ma ecco il racconto fatto da Tony Glover, un amico di Dylan: «Suonò a una festa, sembrava un altro. Come in quella storia di "bluesmen" che a un crocevia incontrano il diavolo e assumono poteri magici. Come nelle canzoni di Robert Johnson e Tommy Johnson. Bob Dylan quando è tornato suonava Woody, Van Ronk, faceva il "fingerpicking" e suonava l'armonica, tutto in soli due mesi, non in un anno».
Nelle comunità afro-americane del Sud, la storia dell'incrocio dove poter vendere l'anima al diavolo era già diffusa da tempo. Lo stesso bluesman Tommy Johnson (1896-1956) cantava in una delle sue canzoni: «Vai dove [...] c'è un incrocio [...]. Un grande uomo nero arriverà e prenderà la tua chitarra e l'accorderà. Quando Satana ti ridarà la chitarra, tu potrai suonarla meglio di chiunque altro, e Satana possederà la tua anima lasciandoti esausto in ginocchio».
In un suo DVD Bob Dylan si è considerato un disgraziato che ha venduto la propria anima al diavolo!
Come se non bastasse questa prima ammissione, il 5 dicembre 2004, nel corso di un'intervista concessa al giornalista Ed Bradley, andata in onda durante il programma 60 Minutes (CBS News), Bob Dylan è tornato sull'argomento riaffermando di avere venduto l'anima al diavolo. Ecco un estratto dell'intervista:
- Ed Bradley: «Voglio dire che sei ancora in giro, ancora a cantare queste canzoni... sei ancora in tour».
- Bob Dylan: «È vero, ma non la considero una cosa scontata».
- Ed Bradley: «Perché ancora lo fai? Perché sei ancora in giro»?
- Bob Dylan: «Beh, torniamo al discorso del destino. Ho fatto una specie di patto di ferro con lui... sai, un sacco di tempo fa. Sto cercando di ritardare la fine».
- Ed Bradley: «E qual'era il tuo patto»?
- Bob Dylan: «Arrivare... dove sono adesso».
- Ed Bradley: «O forse dovrei chiedere con chi hai fatto il patto»?
- Bob Dylan: «Con... con... con il capo, il comandante in capo»!
- Ed Bradley: «Su questa terra»?
- Bob Dylan: «Su questa terra... e nel mondo che non possiamo vedere».
Aggiungo che vendere l’anima al diavolo comporta la ricezione di un favore dal diavolo, ma si vive durante quel periodo di sottomissione già un inferno in questa vita. Di gratificante… se gratificante lo possono considerare, è un brevissimo periodo di benessere che viene ripagato da satana anche con continue ossessioni e torture spirituali proprio per avere fatto il patto con lui.
Satana diventa il padrone della persona che vende l’anima e la tormenta perché ha tradito Dio, cosa che non è bene fare…


Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1341 - Beato Timoteo Trojanowski

Timoteo Trojanowski (al secolo Stanislaw Antoni) nacque il 29 luglio 1908 nel villaggio di Sadlowo, nella diocesi di Plock, dai genitori Ignacy e Franciszka Zebkiewicz.
Le precarie condizioni familiari lo portarono a lavorare sin dalla tenera età. Ciò comportò una ridotta frequenza alla scuola primaria.
Il 5 marzo 1930 entrò nel convento dei Frati Minori Conventuali a Niepokalanów ed il 6 gennaio 1931 poté iniziare il noviziato con il nome di Timoteo (Tymoteusz).
Fece la professione semplice il 2 febbraio 1932 e quella solenne l’11 febbraio 1935.
Tutta la sua vita religiosa si svolse a Niepokalanów, lavorando nel reparto di spedizione del periodico “Cavaliere dell’Immacolata”, nel magazzino di rifornimento e nell’infermeria, ove si dedicava ai confratelli malati.
Il 3 maggio 1937 comunicò al suo superiore il desiderio di recarsi in missione “ovunque e in qualsiasi momento, a disposizione della volontà di Dio”. Frate disciplinato e fedele alla sua vocazione, godeva di grande fiducia da parte del suo celebre superiore, padre (san) Massimiliano Maria Kolbe.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939, preferì restare a Niepokalanów.
Il 14 ottobre 1941 venne arrestato dalla Gestapo con sei confratelli e rinchiuso in prigione a Varsavia. In prigione poté dedicare molto tempo alla preghiera, infondendo coraggio agli altri ed offrendosi sempre per i lavori più pesanti.
L’8 gennaio 1942 fu nuovamente deportato nel campo di concentramento di Auschwitz-Oswincim, Germania (oggi Polonia) con il numero 25431. Inizialmente fu destinato al trasporto dei materiali da costruzione, poi allo scavo ed al trasporto della ghiaia ed infine alla raccolta del ravizzone. Sopportò sempre con estremo coraggio la fame, il freddo ed il duro lavoro. Non si perse mai d’animo, incoraggiando addirittura gli altri coprigionieri esortandoli a confidare nella protezione di Dio.
Il freddo gli causò una polmonite che lo portò alla morte nell’ospedale del lager il 28 febbraio 1942.


Timoteo Trojanowski, insieme ad altri 107 martiri polacchi, è stato elevato agli onori dell'altare a Warszawa (Polonia), il 13 giugno 1999, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005).
Significato del nome Timoteo : “colui che onora Dio” (greco).
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lunedì 27 febbraio 2012

1340 - Commento al Vangelo del 27/2/2012

+ Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna». 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il discorso che leggiamo oggi, Gesù lo fece agli Apostoli in prossimità della sua Passione, praticamente alla fine della sua missione terrena, e parla del Giudizio finale. Descrive con massima chiarezza cosa avverrà per ogni essere umano dopo questa vita, e sarà proprio questa vita il termometro che stabilirà il premio o la condanna eterna.
Davanti al Giudice Divino ogni essere umano deve spiegare se ha vissuto le Beatitudini del Vangelo, gli insegnamenti che rappresentano l’essenza del Cristianesimo. Anche se li conosciamo sommariamente, pochi credenti li ricordano tutti. Rileggiamoli e rimaniamo a riflettere su ogni frase, sono questi otto insegnamenti a dare alla nostra vita l’impronta di Gesù. Rileggiamoli:
Beati i poveri di spirito, perché di questi è il Regno dei Cieli.
Beati i mansueti, perché questi possederanno la terra.
Beati quelli che piangono, perché saranno consolati.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati quelli che soffrono persecuzioni per amor della giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli.
La misura della nostra Fede viene indicata dalla pratica delle Beatitudini, non ci può essere vita cristiana senza assumere questi comportamenti come modus vivendi, devono essere come abiti permanenti che rivestono la nostra persona. Il cristiano è capace di amare e di perdonare se vive le Beatitudini, non è in grado di agire con spirito soprannaturale se non ne ha la forza.
Tutti vediamo e conosciamo l’ondata di paganesimo che si è abbattuto sul mondo, anche nella Chiesa si respira un’aria intensa di modernità, che in questo caso significa eresie e dottrine opposte al Vangelo di Gesù. Sono incalcolabili i casi di eresie che si insegnano nelle omelie e nelle catechesi, si tacciono anche gli insegnamenti di Papa Benedetto XVI.
Molti credenti oggi hanno una fede senza morale, questa è l’eresia moderna.
Molti parlano di Gesù e della Chiesa senza conservare un briciolo di fede, oramai svanita e sommersa da molteplici peccati mortali e da una mentalità corrotta. È vero che anche per questi c’è sempre la possibilità della conversione perché Gesù offre a tutti la sua misericordia, ma è proprio il peccatore a non volere il perdono di Dio perché non lo cerca, non lo considera importante. Più il peccatore è sceso giù, in fondo al burrone a causa di tutti i peccati, meno forza e desiderio ha di risalire ed uscire da quella condizione disperata e dissoluta.
Il peccatore che vive la sua apparente fede senza la morale, è pronto a qualsiasi trasgressione, tutti i peccati li pratica con prontezza e delizia. La trasgressione diventa la sua vita, la mentalità si riveste di malizia e crudeltà, dirigerà ogni pensiero e ogni opera per appagare la sua ambizione e il suo egoismo, sapendo di calpestare i diritti degli altri.
Qualsiasi credente può praticare una fede apparente senza morale, Vescovo, Sacerdote e Laico.
In molte omelie e catechesi si afferma che siamo tutti salvati e il Paradiso aspetta tutti, non occorre pregare molto o fare penitenze o rinunciare a ciò che piace. Se tutti siamo salvati a che serve la Confessione? Queste dottrine eretiche oramai trionfano nelle menti di svariati milioni di cattolici, di conseguenza l’osservanza della morale diventa inutile.
Il Vangelo di oggi si riassume in due passaggi precisi che rispecchiano il bene e il male compiuti, e che saranno definitivi per i buoni e per i cattivi. Il Giudizio finale di ogni anima riguarderà l’osservanza dei Comandamenti, la pratica delle otto Beatitudini, quindi l’amore oppure l’odio praticato in vita. È questa nostra vita a preparare quello che ci meriteremo davanti a Gesù, nessuno potrà più accampare scuse o pentirsi.
In questa Quaresima abbiamo l’opportunità di ricominciare una nuova vita incentrata sul Vangelo. Invochiamo la Madonna con il Rosario, chiediamole di proteggerci e di conservarci nel suo Cuore Immacolato.
«Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli”».


Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1339 - San Gabriele dell'Addolorata

Accolito della Congregazione della Passione
Gabriele dell'Addolorata, al secolo Francesco Possenti, undicesimo di tredici figli, nacque il 1° marzo 1838 ad Assisi, città di cui il padre Sante era governatore e che allora faceva parte dello Stato Pontificio, sotto Gregorio XVI (Bartolomeo Cappellari, 1831-1846) prima e il Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1846-1878) dopo. Fu battezzato il giorno stesso della sua nascita nella stessa fonte in cui lo fu S. Francesco d’Assisi, di cui gli venne imposto il nome.
Francesco conduceva una vita normale per un giovane. Era noto per la sua personalità affettuosa ed estroversa, il suo amore per il ballo, la caccia ed il teatro. Rischiò più volte la vita nelle sue spedizioni di caccia.
Durante la processione dell'icona della Madonna dell’Addolorata, Francesco capì che la felicità non l'avrebbe trovata nel matrimonio ma bensì nella vita sacerdotale e a 18 anni salutò il padre e i fratelli (la madre, Agnese Frisciotti, era morta quando Francesco aveva quattro anni) e partì per Morrovalle (MC) per seguire il noviziato presso i Padri Passionisti assumendo il nome diGabriele dell'Addolorata.
La scelta della vita religiosa per lui fu radicale fin dall'inizio. Aveva trovato finalmente la sua felicità. Scriveva ai familiari: "La mia vita è una continua gioia. Non cambierei un quarto d'ora di questa vita".
Durante il noviziato coltivò un grande amore per il Cristo Crocifisso e la Madonna Addolorata. Infatti, oltre al voto di diffondere la devozione al Cristo Crocifisso, comune a tutti i Passionisti, Gabriele prese anche quello di diffondere la devozione per la Madonna dell'Addolorata.
Venne presto colpito dalla tubercolosi, ma mantenne tutte le sue forme abituali di mortificazione del corpo, implorò di essere portato alla Messa, e mantenne la sua abituale allegria, al punto che gli altri novizi erano desiderosi di passare il tempo al suo capezzale.
Prima che potesse venire ordinato sacerdote, Gabriele morì, all'età di 24 anni, nel convento passionista di Isola del Gran Sasso (TE) stringendo al petto un'immagine della Madonna Addolorata.
Gabriele dell’Addolorata è stato canonizzato da Pp Benedetto XV (Giacomo della Chiesa, 1914-1922) il 13 maggio 1920 e, successivamente, dichiarato patrono della gioventù cattolica.


Il Beato Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli, 1958-1963) lo ha nominato, nel 1959, patrono dell'Abbruzzo, dove passò gli ultimi due anni della sua vita. La Chiesa invoca la sua protezione anche per gli studenti, i seminaristi, i novizi e gli ecclesiastici.
Ogni anno numerosi pellegrini si recano nel Santuario di S. Gabriele ad Isola del Gran Sasso per visitare la sua tomba ed il convento dove visse gli ultimi anni. Il culto di S. Gabriele è diffuso soprattutto fra i giovani cattolici italiani; emigranti italiani ne hanno diffuso il culto anche negli USA, in America Centrale e Meridionale.
Il culto di S. Gabriele viene diffuso anche dall'ordine Passionista. Numerose persone hanno riferito di miracoli ottenuti attraverso la sua intercessione.
Santa Gemma Galgani sostenne che l'intercessione di S. Gabriele l’aveva curata dalla malattia e l'aveva condotta ad una vocazione passionista.
Ogni anno, quando mancano 100 giorni all'inizio dell'esame di stato delle scuole medie superiori, migliaia di studenti dell'Abruzzo si recano al santuario per assistere alla messa e pregare per il buon esito dell'esame.
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domenica 26 febbraio 2012

1338 - Commento al Vangelo del 26/2/2012 Domenica 1^ di Quaresima

+ Dal Vangelo secondo Marco (1,12-15)
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il racconto delle tentazioni che fa il Vangelo di Marco è sintetico, diversamente dai racconti di Matteo e Luca che presentano molte somiglianze. Il testo meditato questa domenica è sicuramente povero, non presenta le parti centrali del dialogo tra Gesù e satana e priva quasi tutti i credenti di una conoscenza molto importante.
Proprio le tre risposte di Gesù alle tre tentazioni, mostrano la sottigliezza dell’inganno portato dai diavoli.
Ogni tentazione è un inganno, i diavoli promettono molto di quello che possono dare e qui viene mostrata tutta la loro capacità di ingannare e di contrattare, cioè di sapere vendere i loro prodotti, le false gioie e l’illusoria felicità promesse in ogni tentazione. Ci troviamo a convivere con una forza invisibile capace di disorientare la nostra vita e di portarci lontano dalla volontà di Gesù.
Partiamo dalla prima precisazione: le tentazioni sono permesse da Gesù per provare la nostra capacità di amarlo, verificare la nostra Fede, per darci la possibilità di acquistare meriti, per imparare ad essere vigilanti in tutte le circostanze. Tutti i cristiani fanno l’esperienza delle tentazioni, mentre i non credenti non ne tengono affatto conto, al contrario le considerano buone ispirazioni per peccare di più e gustare la vera vita…
Purtroppo per loro questa falsa felicità durerà poco e come tutti dovranno dare conto a Gesù dell’uso della vita!
Ma se le tentazioni riguardano tutti, Gesù stesso volle mostrarci come affrontarle e come vincerle. Potenzialmente noi siamo in grado di vincere qualsiasi tentazione solamente se preghiamo e utilizziamo la Parola di Dio. Solo con la sua Grazia, Gesù ci comunica la forza per vincere gli attacchi dei diavoli, i quali sono molto sottili nella furbizia e nell’inganno. Non presentano la tentazione in terza persona, non avvisano, non dicono: “Siamo i diavoli e stiamo cercando di farti peccare mortalmente, inducendoti a trasgredire i Comandamenti”.
Presentano la tentazione come se fosse la mente della persona a produrre l’idea peccaminosa o a desiderare qualcosa di immorale e di grave. L’idea che sorge nella mente viene eseguita senza tentennamenti da quanti sono deboli nello spirito, incapaci di fermare la bramosia allettante di quel peccato che già gustano nella mente. E quanti danno adito a quel pensiero di stabilizzarsi nella mente, diventano irrequieti e impulsivi nel cercare di soddisfare quel desiderio peccaminoso.
Si consideri che i diavoli presentano la tentazione sotto una forma di bene, avvolta da una luce buona, ma è l’esca per fare abboccare. Da un pensiero che sembra ottimo si può nascondere la trappola della tentazione. Come chi per esempio, chiede il trasferimento in un altro ufficio e vi trova l’amante di vent’anni prima e ricominciano la relazione. In questo caso si poteva prevedere? Dobbiamo sempre pregare! Prima di ogni cosa occorre pregare e chiedere umilmente a Gesù di guidare le nostre scelte di vita, di guidare i nostri pensieri e orientare la volontà.
Come leggiamo negli altri Vangeli, satana scappa terrorizzato dalla presenza di Gesù dopo avergli ricordato una frase della Bibbia: «Ma Gesù gli rispose: “Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a Lui solo rendi culto”» (Mt 4,10). La Parola di Dio terrorizza satana e ci permette di vincere qualsiasi tentazione.
Abituatevi a pregare i Salmi della Bibbia o l’Ave Maria o invocate il Sangue di Gesù durante la tentazione, satana non può rimanere accanto a voi, quella Parola o la preghiera lo annientano e gli fanno perdere la forza per rimanere a disturbare la persona.
Ci sarebbe da scrivere lungamente sulle tentazioni, sarebbe utile per tanti, anche i non credenti, convinti di seguire le proprie idee quando quasi sempre sono i diavoli a condurli dove vogliono loro, cioè verso l’errore e il baratro. Faccio un esempio: una persona (uomo o donna) che pensa spesso all’amore omosessuale o al tradimento del coniuge, e questi pensieri sono martellanti, giornalieri e fissati alla mente. Cosa fa questa persona? Al 99,9% eseguirà quella tendenza, prima o poi, non appena ne avrà l’occasione o la creerà. Per mancanza di discernimento e di capacità a resistere alla tentazione.
E poi molti vanno in televisione a parlare della liceità dell’omosessualità, di una libertà sessuale senza limiti, della correttezza di cambiare sesso… Se tutti questi andassero a prendere preghiere di liberazione e di guarigione, non avrebbero più questi pensieri che dominano oramai la loro esistenza. Chiaramente dove questa tentazione martellante si è stabilizzata non avranno successo le benedizioni…
È un loro diritto esprimere liberamente le opinioni senza offendere altri, anche di fare quello che vogliono senza infrangere la legge, ma è profondamente sbagliato affermare che omosessuali si nasce. Allora Dio vuole questa disarmonia in una persona? Non è opera di Dio!
È la persona a scegliere (liberamente) chi vuole essere e come vuole vivere. L’attenuante è la vita in famiglia, l’infanzia, i primi anni di scuola. Ho letto un articolo sul nuovo tradimenti del coniuge: non tradisce più per l’altro sesso ma per lo stesso sesso. Riguarda sia l’uomo che la donna. Uomini e donne sposate tradiscono e peccano più con l’amore omosessuale.
Proprio una mamma di famiglia di Pesaro, normale e felicemente sposata con diversi figli, improvvisamente ha lasciato il marito perché è diventata l’amante della ragazza babysitter. Il marito è stato mandato via di casa e la nuova famiglia è composta da due mamme senza papà. Dio può volere questo o accettarlo?
La tentazione non è assolutamente considerata da miliardi di persone, anche Vescovi e Sacerdoti affermano che Gesù non ha subito realmente le tre tentazioni e si tratta di un fatto simbolico. Un teologo lo ha scritto in un suo libro, che ovviamente non compro né leggo, tempo fa mi fu detto da un Sacerdote vicino alla mia Associazione.
Eppure non ci può essere vita cristiana senza tentazioni, solo nelle tentazioni mostriamo di seguire fedelmente Gesù.
La nostra natura è debole, occorre la preghiera continua e la sincera apertura al Padre spirituale. Riferire una tentazione a lui è già una vittoria perché satana perde potere e si considera scoperto. Occorre la partecipazione alla Messa e l’adorazione dell’Eucaristia per ricevere abbondante Grazia, come avviene anche attraverso la Confessione periodica. Come ho scritto nei giorni scorsi, la mortificazione e il rinnegamento sono indispensabili per abituarci alla rinuncia volontaria e acquistare meriti.
La devozione alla Madonna, Rifugio dei peccatori, rimane determinante per ricevere la sua forza e la protezione negli attacchi maligni.


Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1337 - Santa Paola di S. Giuseppe Calasanzio

Vergine, fondatrice della Congregazione Figlie di Maria Religiose delle Scuole Pie


La vita di Paola, al secolo Paula Montal Fornés, di San Giuseppe Calasanzio, feconda e profetica, quasi centenaria, si svolse in un contesto storico ampio (1799-1889), un periodo di crisi dell'agitato XIX secolo spagnolo, che si dibatteva tra i postulati dell'Antico Regime e le nuove correnti liberali, con ripercussioni socio-politiche, culturali e religiose assai note.
Quattro furono le città specialmente rappresentative nella sua vita, ben radicata nella sua terra e nel suo ambiente storico:
Ad Arenys de Mar (Barcellona), visse la sua infanzia e la sua gioventù (1799-1829). Città della costa, aperta sul mare, cosmopolita ed industriale, lì nacque alla vita, l'11 ottobre del 1799, e nel pomeriggio di quello stesso giorno alla vita della grazia. Si formò in un ambiente familiare cristiano e molto semplice. Partecipò alla vita spirituale della parrocchia. Si distinse per il suo amore verso la Vergine Maria. Da quando aveva 10 anni conobbe la durezza del lavoro per aiutare sua madre, vedova con cinque figli dei quali era la maggiore. In questo periodo, per esperienza propria, constatò che le bambine, le giovani, le donne avevano scarse possibilità di accesso all'educazione, alla cultura... e si sentì chiamata da Dio a svolgere questo compito.
Figueras (Gerona), fu la sua meta. Città di frontiera con la Francia e bastione militare con il suo famoso castello di armi. Accompagnata dalla sua fedelissima amica Inés Busquets, nel 1829, si trasferì nella capitale dell'Ampurdán per aprire la prima scuola femminile, con vasti programmi educativi che superavano abbondantemente il sistema pedagogico per bambini. Si trattava di una scuola nuova. A Figueras, iniziò, quindi, in modo esclusivo, il suo apostolato educativo con le bambine. Lì nacque un carisma nuovo nella Chiesa, un'Opera Apostolica orientata verso l'educazione integrale umana e cristiana delle bambine e delle giovani, verso l'educazione della donna, per salvare le famiglie e trasformare la società. Le sue seguaci si distingueranno perché fanno professione di un quarto voto di insegnamento.
Sabadell (Barcellona), fu la città dove avvenne il trapianto della sua opera educativa nelle Scuole Pie. Sappiamo che almeno a partire dal 1837, si sentì del tutto identificata con il carisma di San Giuseppe Calasanzio e volle vivere la spiritualità e le regole calasanziane. Spinta da questo fine, dopo la fondazione della seconda scuola nella sua città natale (Arenys de Mar, 1842) dove entrò in contatto diretto con i Padri Scolopi di Mataró, aprì una terza scuola a Sabadell nel 1846. E fu provvidenziale la presenza dei Padri Scolopi, Jacinto Felíu ed Agustín Casanovas, nel collegio di Sabadell. Con il loro orientamento ed il loro aiuto, in breve tempo, riuscì ad ottenere la struttura canonica scolopica della sua nascente Congregazione.
Il 2 febbraio del 1847, fece professione di Figlia di Maria Scolopia, insieme alle sue prime tre compagne, Inés Busquets, Felicia Clavell e Francisca de Domingo. Nel Capitolo generale, svoltosi a Sabadell, il 14 marzo del 1847, non fu eletta né superiora generale, né assistente generale.
Nel periodo 1829-1859, svolse un'intensa attività, e fondò personalmente 7 scuole: Figueras (1829), Arenys de Mar (1842), Sabadell (1846), Igualada (1849), Vendrell (1850), Masnou (1852) e Olesa de Montserrat (1859). Ispirò ed aiutò la fondazione di altre 4: Gerona (1853), Blanes (1854), Barcelona (1857) e Sóller (1857). Inoltre fu formatrice delle prime 130 Scolopie della Congregazione, che attraversava un periodo di grande attività di vita e di profetismo.
Olesa de Montserrat (Barcellona), 1859: la sua ultima fondazione personale. Un piccolo e povero paese, ai piedi del Monastero della Vergine di Montserrat, per la quale sentì sempre una grande devozione. Fu la sua fondazione prediletta, in cui rimase fino alla morte (15 dicembre 1859-26 febbraio 1889).
Furono 30 anni di grazia per le bambine e per le giovani olesane, che godettero della sua testimonianza cristiana e del suo magistero fecondo; per la città di Olesa di Montserrat, arricchita dall'esempio della sua vita totalmente dedicata e santa: "Le volevano bene tutti e la veneravano...."; e per la Congregazione Scolopica: un sì totale a Dio; la pedagogia scolopica in azione ed il vissuto delle virtù che devono caratterizzare l'educatrice scolopica; ed il tramonto di una via in Dio.
Il tracciato della fisionomia spirituale di Madre Paula Montal comprende due sfaccettature: la sua partecipazione alla spiritualità calasanziana ed il suo particolare carisma educativo, orientato verso la formazione umana e cristiana integrale della donna.
Alla sua morte, la Congregazione delle Figlie di Maria Religiose delle Scuole Pie, da lei fondata, era formata da 346 Scolopie che vivevano il carisma educativo scolopico, ereditato dalla loro Fondatrice, in 19 collegi, siti in tutta la geografia spagnola.


Il processo canonico per la sua Beatificazione iniziò a Barcellona, il 3 maggio del 1957. Papa Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) la beatificò a Roma il 18 aprile del 1993.
Il miracolo per la sua Canonizzazione, compiuto nel settembre del 1993, a Blanquizal, un quartiere molto emarginato e violento di Medellín (Colombia), a favore della bambina di 8 anni Natalia García Mora, fu approvato da Papa Giovanni Paolo II il 1° luglio del 2000.
Paola di S. Giuseppe Calasanzio è stata canonizzata dal Beato Giovanni Paolo II il 25 novembre 2001 insieme ai beati Giuseppe Marello, Léonie Françoise de Sales Aviat e Maria Crescentia Höss.
Alla nostra società, lacerata da molte tensioni, e dove il tema dell'educazione integrale per tutti, la promozione della donna, la famiglia, la gioventù, sono temi spinosi ed attuali, spesso irrisolti, la Santa dirige il messaggio della sua vita e della sua opera educativa, messaggio d'amore e di servizio. Il suo carisma nel XIX secolo, è stato annuncio di amore e speranza, specialmente per la donna, che scopre in lei la madre e la maestra della gioventù femminile. Ed oggi continua ad essere urgente e piena di attualità, come lo fu allora.
L'opera educativa di Madre Paula Montal Fornés di San Giuseppe Calasanzio, continua oggi nella Chiesa, in particolare attraverso oltre 800 Religiose Scolopie, distribuite in 112 comunità, che educano circa 30.000 alunni in 19 nazioni dei quattro continenti, per la promozione della donna, in modo che "la civiltà dell'amore" diventi una realtà.
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sabato 25 febbraio 2012

1336 - Messaggio Medjugorje del 25/2/2012

Cari figli!
In questo tempo in modo particolare vi invito: pregate col cuore.
Figlioli, voi parlate tanto ma pregate poco.
Leggete, meditate la Sacra Scrittura e le parole scritte in essa siano per voi vita.
Io vi esorto e vi amo perchè in Dio troviate la vostra pace e la gioia di vivere.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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1335 - Commento al Vangelo del 25/2/2012 Sabato dopo le Ceneri

+ Dal Vangelo secondo Luca (5,27-32)
In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
L’attacco alla Chiesa Cattolica arriva da innumerevoli parti, non deve necessariamente riguardare la dottrina, può anche lavorare in modo subdolo le coscienze e traviare i credenti. Ieri vi ho scritto del fatto avvenuto a Campobasso dopo la distribuzione dell’Eucaristia, episodio diffuso dall’Ansa, la migliore Agenzia di Stampa italiana e ripresa come sempre accade da tutti i quotidiani italiani, poi risultata una notizia inventata. Ma da chi?
Ed è stato importante avere evidenziato questo episodio perché subito dopo c’è stata la reazione e precisazione della diocesi di Campobasso-Bojano, che leggiamo: «L’ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali e l’ufficio stampa diocesano, hanno diramato un comunicato in cui smentiscono la vicenda “evidenziando” un chiaro attacco verso la Chiesa Cattolica. “Bisogna rispettare il sacro in quanto tale e questo vale anche a chi non crede”, è scritto nel comunicato».
Una notizia diffusa dall’Ansa è al 99,9 autentica, lo è sempre stato, ma perché stavolta ha diffuso una notizia non autentica? Il problema non è l’Ansa ma chi ha fatto conoscere una falsa notizia che è un micidiale attacco alle coscienze dei cattolici. La notizia non può che essere arrivata da ambienti accreditati, non c’è dubbio su questo.
Come ho scritto ieri, se fosse stato vero, chi avrebbe più mangiato l’Eucaristia? Potrebbe invece trattarsi di un’anticipazione di attacchi mirati verso l’Eucaristia e magari domani qualcuno dirà pubblicamente che ha contratto una grave malattia dopo avere mangiato l’Eucaristia?
Anche se il fatto non è avvenuto, rimane minaccioso e valido il motivo che ha spinto a screditare l’Eucaristia, inventando un fatto clamoroso e autenticato dai giornalisti dell’Ansa. Faccio un esempio, io mi fido delle persone che reputo autentiche e oneste, accolgo quanto mi viene scritto da esse, anche se per fatti gravi voglio capirci bene. Subito ho accolto l’email di una persona autentica e la trascrivo: “Caro Padre, pare proprio che il fatto non sussista... Almeno dal comunicato stampa della Diocesi. Un fraterno saluto in Gesù e Maria! Padre Mario Ramello”.
Quindi, l’Ansa ha ricevuto la notizia da qualcuno accreditato e che lotta contro la Chiesa di Gesù.
Non è da ieri che si cerca di screditare l’Eucaristia, e questo fino a quando non riusciranno a demolire il Sacrificio quotidiano.
Passiamo al Vangelo di oggi. La prima cosa che penso dinanzi questa Parola di Dio, è la necessità di chi segue Gesù di riconoscersi peccatore, solo così entra nel Cuore di Gesù. Questo fa il pubblicano Levi, poi diventato l’Apostolo Matteo, e quando rientra in se stesso e scopre la sua rovina spirituale trova la forza per presentarsi davanti a Gesù ed implorare la sua misericordia.
Finché viveva esteriormente la sua vita, non si poneva alcuna domanda esistenziale, scopre Dio solo quando tocca il fondo, ha la nausea dei peccati e della vita dissoluta.
Matteo è il classico peccatore da considerare con attenzione, più di San Paolo il quale perseguitava i cristiani per la sua fede giudaica e viveva da ebreo osservante. Matteo invece era esattore delle tasse, benestante e dedito esclusivamente ai divertimenti mondani, un uomo che non si poneva il problema del peccato e non osservava la tradizione ebraica.
Quindi, il punto centrale di questo commento è il ritorno a Gesù con la consapevolezza di avere peccato, di vivere da peccatori, altrimenti non si avrà mai il senso di umiltà che ci rende graditi a Gesù.
Milioni di cristiani non conoscono l’importanza dell’umiltà per entrare nel Cuore di Gesù, sono convinti che è sufficiente la loro preghiera per giustificare ogni cosa. Sono cristiani che pregano poco o proprio niente la Madonna, frequentano incontri di preghiera, rimanendo pieni di sé perché in realtà pregano se stessi. Non hanno mai incontrato il Medico Gesù, sono convinti di non avere alcuna malattia spirituale, non hanno vizi e difetti, non peccano mai e non hanno bisogno della Confessione.
Fino a quando il credente non ammetterà la sua condizione di peccatore bisognoso della misericordia di Gesù, non cambierà la sua mentalità. I peccati saranno sempre il suo pane quotidiano. La svolta nel cammino spirituale avviene invece proprio nel momento in cui si cerca Gesù come Medico che guarisce le malattie spirituali, non quando si prega in modo fiacco e sfiduciato. E spesso anche esaltato.
L’incontro vero e forte con Gesù è credibile solo quando Lo consideriamo come il Signore che guarisce.
Gesù è venuto per guarire tutti da ogni forma di malattia, innanzitutto spirituale, quella dell’anima, poi anche le malattie fisiche. Gesù vuole ancora oggi sanare ogni forma di malattia. Ma come può farlo se non si diventa docili alla sua volontà? È inammissibile seguire Gesù e al tempo stesso adorare gli idoli opposti a Gesù! L’esame di coscienza che vi consiglio riguarda eventuali idoli presenti nella vostra vita.
E si riconosce Gesù come Medico, quando ci si inginocchia nel confessionale e si confessano umilmente tutti i peccati al Sacerdote.
Ho scritto giorni fa sull’importanza della Confessione, sarà bene meditare il significato del Sacramento. Tutti abbiamo bisogno di guarigione spirituale, anche di quella fisica, ma la conversione del cuore ci interessa particolarmente in questa Quaresima. Un cuore che ama e perdona, aiuta notevolmente la persona a superare le difficoltà.
Chi si considera peccatore bisognoso della Grazia di Gesù, è sulla Via della guarigione!


Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1334 - San Luigi Versiglia e San Callisto Caravario

Luigi Versiglia nacque a Oliva Gessi, in provincia di Pavia, il 5 Giugno 1873.
Fin da piccolo serviva alla messa, tanto che la gente lo prospettava sacerdote, ma Luigi non voleva sentirne parlare, perché desiderava fare il veterinario.
Fu accolto dodicenne da don Bosco, che lo affascinò a tal punto da fargli cambiare idea. Nel 1888, poco dopo la morte del santo, Luigi fu molto colpito dalla cerimonia di consegna del crocifisso a sette missionari e decise di diventare salesiano, con la speranza di andare in missione.
Presa la laurea in filosofia, fu ben presto pronto per l’ordinazione sacerdotale, che avvenne nel 1895.
Don Rua (beatificato il 29 ottobre 1972), primo successore di don Bosco, lo nominò maestro dei novizi a soli 23 anni a Genzano di Roma, cosa che fece per dieci anni con bontà, fermezza e pazienza.
Richiesti con insistenza dal vescovo di Macao, nel 1906 sei salesiani arrivarono in Cina, guidati da don Versiglia. Realizzarono così una ripetuta profezia di don Bosco.
Stabilita a Macao la "casa madre" salesiana, si aprì anche la missione di Heungchow.
Don Luigi animò il territorio alla maniera di don Bosco, costituendo una banda musicale apprezzatissima, aprì orfanotrofi e oratori.
Nel 1918 i salesiani ricevettero, dal Vicario apostolico di Canton, la missione di Shiuchow, nella regione del Kwangtung, nel sud della Cina, e il 9 gennaio 1921 don Versiglia ne fu consacrato Vescovo.
Saggio, instancabile e povero, viaggiava in continuazione per visitare e incoraggiare i confratelli e i cristiani del territorio. Al suo arrivo i villaggi erano in festa, soprattutto i bambini.
Fu un vero pastore, tutto dedito al suo gregge. Diede al Vicariato una solida struttura con un seminario, case di formazione, progettando egli stesso varie residenze e ricoveri per anziani e bisognosi.
Curò con convinzione la formazione dei catechisti. Scrive nei suoi appunti: “Il missionario che non sia unito a Dio è un canale che si stacca dalla sorgente”. “Il missionario che prega molto, farà anche molto”. Come don Bosco era un esempio di lavoro e temperanza.
Intanto in Cina la situazione politica era diventata molto tesa, soprattutto nei confronti dei cristiani e dei missionari stranieri. Iniziarono le persecuzioni.


Il 13 febbraio 1930, insieme a don Callisto Caravario (nato a Courgné il 18 giugno 1903 e ordinato sacerdote nel 1929), il vescovo è a Shiuchow per la visita pastorale nella missione di Linchow. Li accompagnano anche alcuni ragazzi e ragazze, che hanno studiato a Shiuchow.
Il 25 febbraio un gruppo di pirati di orientamento bolscevico ferma la barca del vescovo, cercando di prendere le ragazze. Il vescovo e don Caravario lo impediscono con tutte le loro forze. Vengono picchiati con forza e infine fucilati.
Essi furono uccisi insieme il 25 febbraio 1930 a Li-Thau-Tseul. Prima di essere uccisi riuscirono a confessarsi a vicenda. Il loro ultimo respiro fu per le anime della loro amata Cina.


Il Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) li ha dichiarati martiri nel 1976.
Luigi Versiglia e Callisto Caravario sono stati iscritti nell'albo dei Beati, il 15 maggio 1983, e canonizzati, dallo stesso Papa, il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005), il 1° ottobre 2000.
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venerdì 24 febbraio 2012

1333 - Commento al Vangelo del 24/2/2012 Venerdì dopo le Ceneri

+ Dal Vangelo secondo Matteo (9,14-15)
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Alcuni giorni fa è avvenuto un episodio che fa riflettere e che mette a rischio la stessa devozione alla Eucaristia in questa città di Campobasso. Riporto quanto pubblicato online da Libero: «Le visioni non si hanno solo grazie alla fede. Qualche volta un tiro di cannabis o di qualche sostanza stupefacente può aiutare. Strano ma vero, è quanto è accaduto domenica scorsa, nella Chiesa di Santo Spirito a Campobasso. A quanto si apprende, qualcuno avrebbe fatto confusione nell'impasto delle ostie distribuite durante la messa. Le Eucarestie infatti, sarebbero state fatte per errore con una farina allucinogena che avrebbe provocato successivamente visioni tra i fedeli. Alcuni testimoni oculari parlano di signore che hanno visto dei Santi, altre abbracciavano il Crocifisso mentre due vecchiette si sono messe ad inseguire il Prete, riempiendolo di borsettate e gridando: “Lei è il demonio”. Un'altra donna si sarebbe arrampicata su una statua. Il tutto davanti agli occhi sbigottiti di don Achille che non capendo cosa stesse accadendo ha pensato che la situazione migliore fosse rifugiarsi in sagrestia. Da lì, al posto di invocare l'aiuto di Dio, ha chiamato la polizia per far sgomberare la Chiesa dai fedeli impossessati».
È una vicenda molto seria, c’è da capire chi ha mescolato la farina allucinogena, chi ha sbagliato intenzionalmente perché un conto è utilizzare farina scaduta o di grano duro, altro è usare alimenti che non dovrebbero trovarsi nell’ambiente della lavorazione delle ostie.
I fedeli di questa parrocchia avranno il coraggio di fare ancora la Santa Comunione?
Forse stabiliranno di farla a turno, così chi la mangia e sballa, viene bloccato dal coniuge o dall’amica cosciente non appena comincia a correre per la Chiesa o a vedere i Santi o ad inveire contro il povero parroco. Certo si ride per la comicità dell’episodio, ma ognuno comincerà a preoccuparsi prima di mangiare l’Eucaristia. Forse pregherà più intensamente e così migliorerà la vita spirituale.
Sicuramente si tratta di un caso isolato, non dobbiamo avere paura perché le ostie sono confezionate dalle Suore e svolgono questo compito con amore. D’altronde, forse non riponete fiducia in tutti i cibi che comprate nei supermercati? Non solo quelli confezionati, anche la verdura e la mozzarella fresca ricevono una manifestazione di stima quando le comprate. Eppure, certe mozzarelle non appena messe sul piatto diventano blu e c’è da preoccuparsi sul serio. Mozzarelle che diventano come le luci psichedeliche.
Vi ho già scritto che nella giornata emettete centinaia o forse più di atti di Fede, su quanto mangiate e su quanto usate.
Proprio oggi Gesù ci invita al digiuno, un impegno difficile per quanti sono lontani dalla vera spiritualità del Vangelo, ma sempre in tempo per iniziare a fare piccoli sacrifici. Si comincia dalla piccole mortificazioni, per esempio guardare molta televisione non è una buona cosa, il messaggio che trasmette è diametralmente opposto al Vangelo. Basta sentire le interviste al telegiornale per capire che tutti (politici, attori, cantanti, imprenditori e ricconi) puntano sulla trasgressione come unica felicità e con la convinzione che questa è l’unica vita, dopo non c’è nulla. Se solo il telegiornale manda questi messaggi distruttivi per la vita spirituale, figuriamoci il resto.
Celentano ha parlato di Paradiso e tutti gli si sono scagliati contro, mentendo sul vero motivo delle loro reazioni. Si appellano alla difesa della libertà di stampa ma ha fatto male sentire di Gesù e del Paradiso.
Ho scritto che se ha fatto benissimo a parlarne non è stato misurato nell’esposizione e nelle invettive che ha seminato. Ma ne ha parlato a decine di milioni di italiani, ha riportato il discorso centrale su Gesù e sul senso della nostra vita. Ha avuto il merito di svegliare moltissime coscienze anestetizzate.
Molti cattolici ammettono che il discorso sul Paradiso e sul senso della vita non l’ascoltano più da tempo in molte Chiese…
E l’invito che ci fa Gesù oggi è proprio quello di riscoprire il soprannaturale, mortificando le potenze naturali, come i sensi esterni ed interni. Questa mortificazioni è assolutamente indispensabile per elevarci spiritualmente, non è possibile avanzare nel cammino di Fede se non avviene una sistematica mortificazione dei sensi esterni: vista, odorato, udito, gusto, tatto; e la mortificazione di quelli interni: la fantasia, la memoria, l’immaginativa. I primi due comunque sono quelli più pericolosi, la fantasia inventa tutto ed inganna con assoluta facilità. La memoria fa ricordare sempre i momenti più brutti della vita e le persone che in qualche modo vi hanno concorso.
Non si devono annullare queste facoltà, si tratta di disciplinarle e di subordinarne l'attività al comando della ragione e della volontà. Se la fantasia e la memoria vengono abbandonate a se stesse, riempiono l'anima di molti ricordi ed immagini che la confondono e fanno disperdere il raccoglimento. La distrazione nella preghiera inizia proprio da queste due facoltà non mortificate. È necessario controllarle, mortificarle e metterle a servizio delle facoltà superiori.
Per controllare la memoria e la fantasia, occorre allontanare immediatamente da principio le immagini o i ricordi passati non buoni. È molto importante rinnegare i pensieri inutili, essi allontanano dalla spiritualità e portano a giudicare con facilità.
Dicono i Santi che “la mortificazione dei pensieri inutili è la morte dei pensieri cattivi”.


Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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giovedì 23 febbraio 2012

1332 - Commento al Vangelo del 23/2/2012 Giovedì dopo le Ceneri

+ Dal Vangelo secondo Luca (9,22-25)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’Uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?» 

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Questo linguaggio ha sconvolto gli Apostoli e possiamo comprenderli, ma continua a sconvolgere i cristiani dopo duemila anni di Cristianesimo, di storia e di catechesi. Proprio questo Vangelo l’ho commentato la settimana scorsa e molti hanno scritto che finalmente hanno scoperto il significato di questa frase: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”.
Non ritorno a commentarla perché c’è altro da considerare. Inizio con la dichiarazione del Cardinale Caffarra di Bologna, egli così pieno di zelo e di amore per la Chiesa ha scritto un comunicato per tutta la diocesi in cui dichiara che lo spettacolo contro il Volto di Gesù è blasfemo. Ci voleva un Cardinale per capirlo? No, quasi tutti lo avevamo compreso bene, qualcuno si era confuso e aveva scritto che questo spettacolo in realtà non offende Gesù ma anzi è una preghiera al Padre, un grido di dolore. Ognuno interpreti come vuole, ma la verità oggettiva è che si tratta di una enorme bestemmia contro Gesù.
Siamo entrati in Quaresima e dovremmo trovare maggiore tempo per la preghiera e la conversione personale. È il Tempo liturgico più propizio per la vera trasformazione interiore, sono giorni di meditazione e di decisione per cambiare mentalità e vivere di onestà, amore, verità, giustizia. Nel mondo non c’è più spazio per i valori cristiani, dobbiamo portarli noi con spirito di servizio e coraggio, dobbiamo diffondere ovunque il messaggio di Gesù Cristo.
L’insegnamento centrale, comunque assolutamente indispensabile è quello della croce. Una croce che non ci pone sulle spalle Gesù, Egli è buono e desidera la nostra felicità. Sono i nostri peccati e gli eventi, anche le cattiverie degli altri a rendere la vita pesante e si rimane schiacciati se non c’è la Grazia di Dio, ma da sola alle volte neanche basta. Cosa occorre ancora? Comprendere che non può esistere vero Cristianesimo senza croce.
La croce è comunemente intesa come qualcosa di negativo e di costrizione, è una visione assolutamente sbagliata e falsa. La croce è un peso per quanti non riescono a sopportarla con amore e non reagiscono con le armi della preghiera e del Vangelo. La croce certamente non è un piacere, non trovate nessuno contento della croce che porta, ovunque c’è sofferenza e reazione scomposta al solo parlare di croce. Cerchiamo di comprendere meglio il significato della croce.
Gesù parla di croce da portare ogni giorno, ma non intende una costrizione, vuole dire che non ci può essere cammino cristiano senza croce. Già il rinnegamento da tutto ciò che si oppone al Vangelo è una croce, questo è sufficiente per spiegare il senso della croce.
Il Cristianesimo non va bene per i cristiani che rifiutano il sacrificio, ci vuole fortezza e coraggio per seguire Gesù.
Vediamo che i cristiani fiacchi spiritualmente non avanzare mai nella vita spirituale, ricadono sempre in peccati mortali e non gustano la gioia della preghiera. Per essi pregare è un peso, appunto una croce e non l’accettano. Fare una penitenza o vincere l’indolenza è uno sforzo immenso e… rifiutano la croce.
La condizione che pone Gesù è imprescindibile: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Non c’è altro modo per seguire Gesù, se qualcuno vi insegna diversamente occorre immediatamente cercare altri Sacerdoti innamorati di Gesù e fedeli al Vangelo. Chi annacqua il Vangelo, annacqua la vostra vita, la rende inutile e senza gusto, vi toglie la possibilità di vivere con gioia e felicità l’incontro con il Signore.
Chi vuole togliere questi insegnamenti di Gesù, svuota il Cristianesimo e lo rende tale solo di nome. Non c’è nulla.
È facile capire quando un’anima vive nella tiepidezza: rifiuta la mortificazione, cioè non accetta di far morire la sua superbia e il suo orgoglio, non accetta di compiere sacrifici per amore di Gesù. Al contrario si è svelti nel compiere sacrifici spietati per sistemare il proprio fisico, fare diete da morire, cercare il divertimento umano che pur essendo lecito è portato agli eccessi.
Quando il proprio Io domina le scelte di vita, non c’è mai vero cammino spirituale!
Ma ci domandiamo che possibilità ha una persona di trovare la gioia nel Cristianesimo. Chi fugge la croce si allontana inesorabilmente dalla vera gioia e dal cammino di santità. La mortificazione cristiana rimane sempre in strettissima relazione con la gioia che si rende visibile con l’allegria, non l’allegria come l’intende il mondo, è invece allegria sinonimo di buonumore, contentezza, gaudio, festosità, letizia, felicità.
Chi si purifica con una continua mortificazione si fa piccolo, è umile nel parlare con Dio e con il prossimo.
È sbagliato pensare che la mortificazione produce tristezza, un vero cristiano non può vivere nella tristezza, lo è se lascia dominare l’egoismo nella sua vita. Mentre la gioia scaturisce dall’unione con Dio, dal compimento della sua volontà, dalle Grazie che elargisce e che trasformano di continuo l’anima che prega.
Il cristiano può essere afflitto (addolorato e sofferente) ma sempre allegro e felice.
È afflitto per la pesantezza della croce in un periodo di difficoltà, per una malattia che arreca dolore, per problemi economici e familiari, la morte di una persona cara, l’incomprensione con il coniuge e i figli, le cattiverie degli altri. Solo chi si abbandona in Gesù riesce a superare tutte le prove con serenità, senza abbattersi né pensare negativamente alle vicende umane.
Poi ci sono anime che Gesù vuole portare ad elevatezze spirituali e permette ogni genere di sofferenza proprio per purificare tutta la persona. Lo abbiamo letto nelle vite dei Santi: pensate a Padre Pio, Papa Giovanni Paolo II, Santa Faustina, Santa Teresa d’Avila, Santa Teresina, ecc. Tutti i Santi hanno vissuto la famosa Notte oscura dello spirito, la Notte delle prove dolorose e crocifiggenti, proprio per diventare puri come gli Angeli e candidi come la neve.
La mortificazione passiva, quella non cercata ma presente nella vita, deve amarsi perché ci rende come ci vuole Gesù: buoni e giusti. Più Gesù vuole assimilare un’anima a sé più la purifica nel crogiuolo delle prove, umiliazioni e persecuzioni. San Giovanni della Croce chiama benedetta questa prova dolorosissima.
Chi l’accetta diventa grande davanti a Gesù, chi la rifiuta indietreggia sempre più giù.


Continuiamo le intense preghiere alla Madonna con la recita giornaliera del Santo Rosario per me, per vincere l’attacco portato da satana, sciogliendo questo nodo oppressivo. Chi mi vuole bene, preghi molto per me.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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1331 - San Policarpo, vescovo e martire

È stato istruito nella fede da "molti che avevano visto il Signore", e "fu dagli Apostoli stessi posto vescovo per l’Asia nella Chiesa di Smirne". Così scrive di lui Ireneo, suo discepolo e vescovo di Lione in Gallia (oggi Francia).


Policarpo, nato da una famiglia benestante di Smirne, viene messo a capo dei cristiani del luogo verso l’anno 100. Nel 107 è testimone di un evento straordinario: il passaggio per Smirne di Ignazio, vescovo di Antiochia, che va sotto scorta a Roma dove subirà il martirio, decretato in una persecuzione locale. Policarpo lo ospita durante la sosta; più tardi Ignazio gli scrive una lettera che tutte le generazioni cristiane conosceranno, lodandolo come buon pastore e combattente per la causa di Cristo.
Nel 154 Policarpo dall’Asia Minore va a Roma, in tutta tranquillità, per discutere con Pp Aniceto (di origine probabilmente siriana) sulla data della Pasqua. E da Lione un altro figlio dell’Asia Minore, Ireneo, li esorta a non rompere la pace fra i cristiani su questo problema. Roma celebra la Pasqua sempre di domenica, e gli orientali sempre il 14 del mese ebraico di Nisan, in qualunque giorno della settimana cada. Aniceto e Policarpo non riescono a mettersi d’accordo, ma trattano e si separano in amicizia.
Periodi di piena tranquillità per i cristiani sono a volte interrotti da persecuzioni anticristiane, per lo più di carattere locale. Una di quelle, appunto, scoppia a Smirne dopo il ritorno di Policarpo da Roma, regnando l’imperatore Antonino Pio. Undici cristiani sono già stati uccisi nello stadio quando un gruppo di facinorosi vi porta anche il vecchio vescovo (ha 86 anni), perché il governatore romano Quadrato lo condanni. Quadrato vuole invece risparmiarlo e gli chiede di dichiararsi non cristiano, fingendo di non conoscerlo. Ma Policarpo gli risponde tranquillo: "Tu fingi di ignorare chi io sia. Ebbene, ascolta francamente: io sono cristiano". Rifiuta poi di difendersi di fronte alla folla, e si arrampica da solo sulla catasta pronta per il rogo. Non vuole che lo leghino; verrà poi ucciso con la spada: è il 23 febbraio 155, verso le due del pomeriggio.
Lo sappiamo dal “Martyrium Polycarpi”, scritto da un testimone oculare in quello stesso anno. È la prima opera cristiana dedicata unicamente al racconto del supplizio di un martire. E anzi è la prima a chiamare “martire” (testimone) chi muore per la fede.
Tra le lettere di Policarpo alle comunità cristiane vicine alla sua, si conserverà quella indirizzata ai Filippesi, in cui il vescovo ricorda la Passione di Cristo: "Egli sofferse per noi, affinché noi vivessimo in Lui. Dobbiamo quindi imitare la sua pazienza... Egli ci ha lasciato un modello nella sua persona".
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1330 - Vita di Gesù (paragrafi 310-314)

I dodici Apostoli


§ 310. Sull'orizzonte della vita di Gesù si era profilata oramai netta­mente una nuvola, ancora abbastanza lontana, ma annunziatrice si­cura di tempesta: la nuvola dei Farisei. Nè c'era da dubitare sui suoi effetti, giacché il recente caso di Giovanni il Battista dimostrava quale fosse la sorte di chi finiva ravvolto in quella nuvola. Gesù quin­di provvide ai ripari, non già per la sua propria persona, bensì per la sua opera. Dall'inizio della sua vita pubblica erano già passati vari mesi, forse un sei o sette, e la sua operosità nella Galilea gli aveva procurato molti e cordiali seguaci. Da costoro egli avrebbe tratto le pietre fon­damentali del suo edificio morale, e collocandole in opera avrebbe cominciato a tirar su quella casa che doveva resistere allo scaricarsi della nuvola. Più tardi l'evangelista teologo rifletterà: Nella (casa) propria (egli) venne, e i propri (familiari) non lo accolsero! (Giov., 1, 11). Eppure le antiche Scritture avevano predetto che il Messia sarebbe comparso nella casa d'israele, per far sì che proprio essa divenisse la casa co­mune di Dio e degli uomini, e tutti gli uomini indistintamente potes­sero affermare “ (Dio) s'attendò fra noi!” (Giov., 1, 14); ma poiché la sua casa naturale non lo accoglieva, il Messia cominciava a segre­garsi da essa e gettava i fondamenti della casa umano-divina ch'era lo scopo della sua missione: il rifiuto dei familiari che si rinnovasse la vecchia costruzione fatiscente costringeva il rinnovatore a predi­sporre una costruzione tutta nuova. A rigore un vero scisma ancora non era: erano tuttavia provvedimenti in vista d'uno scisma. Fra i seguaci ordinari di Gesù alcuni già erano in condizioni di par­ticolare aderenza e comunanza col maestro: tali Simone Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo (§ 302), poi anche Levi cioè Matteo (§ 306), Filippo e Nathanael ossia Bartolomeo § 279-280). A questi sette furono aggiunti altri cinque, che certa­mente seguivano già da qualche tempo Gesù senza però che a noi risulti quando fossero entrati in relazione con lui. La scelta di questi dodici è posta da Marco (3,13-19) e da Luca (6, 12-16) prima del Discorso della montagna, e questa collocazione è senza dubbio giu­sta cronologicamente; Matteo (10, 1-4) enumera i dodici dopo il Discorso della montagna, in occasione della loro missione temporanea nelle città d'Israele, ma non dice che la loro scelta avvenisse allora, ché anzi dalla narrazione risulta ch'era avvenuta in precedenza.


§ 311. Prima di questo singolare atto della sua missione, come già prima d'iniziare la sua vita pubblica, Gesù si appartò nella montagna a pregare, e stava pernottando nella preghiera d'iddio. Quando poi si fece giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e si prescelse da essi dodici, che nominò pure apostoli (Luca, 6, 12-13). La parola apostolo significava in greco “inviato”, e corrispondeva etimologicamente all'ebraico shaluah. o shaliah e all'a­ramaico shaluha; era quindi un “apostolo” nella vita civile chi era inviato a trattare d'un matrimonio o di un divorzio, sia a comuni­care una decisione giudiziaria, come erano stati “apostoli” nella vita religiosa i profeti e gli altri inviati di Dio. Anche il Sinedrio di Ge­rusalemme aveva suoi “apostoli”, ed erano quei messi di cui esso si serviva per far pervenire le sue notificazioni alle varie comunità (§ 58) specialmente della Diaspora (cfr. Atti, 9, 1-2; 28, 21); sembra anzi che questi “apostoli” continuassero a funzionare anche dopo la distruzione di Gerusalemme, quando le supreme autorità giudai­che si erano stabilite a Jamnia. Ma fra gli “apostoli” ordinari del giudaismo (astraendo cioè dai profeti e da altre antiche manifestazioni carismatiche) e gli Apostoli istituiti da Gesù non c'era niente di comune, fuori del nome. I primi erano dei semplici incaricati e rappresentavano una data persona in un ben determinato affare (tal senso anche in Giovanni, 13, 16), co­me anche potevano essere umilissimi portatori materiali di messaggi ossia portalettere: tutti quindi rispondevano bene al titolo di “inviati”, senza però essere inclusi in una vera istituzione giuridica. I secondi invece costituivano una precisa istituzione permanente, mentre in un senso altrettanto vero ma ben più nobile erano “inviati” perché dovevano essere i portatori materiali e spirituali della “buona novella” (§105 segg.). Il loro numero di dodici aveva un'evidente analogia con i dodici figli d'Israele e con le dodici tribù che ne erano discese per formare la nazione già prediletta dal Dio Jahvè: poiché la casa d'Israele minacciava ora di non accogliere il Messia di Jahvè che ad essa ve­niva, la nuova casa impiantata dal Messia a sostituzione di quella avrebbe avuto a sua direzione egualmente dodici capitribù spiri­tuali. Ciò sarebbe stato un memoriale dell'èra passata e una testi­monianza per l'èra futura; e questo numero di dodici fissato da Gesù fu tenuto in tanto onore nella prima generazione cristiana, che non solo essa v'incluse immancabilmente anche il nome del traditore Giuda, ma quando costui mori la prima cura del capo dei dodici, Pietro, fu di sostituire il morto con un nuovo dodicesimo apostolo e cosi reintegrare il numero solenne (Atti, 1, 15-26). Assai più spesso infatti che col nome di “apostoli” essi sono designati nel Nuovo Testamento con quello di “dodici” (34 volte contro 8).


§ 312. L'elenco dei dodici è dato quattro volte, cioè dai tre Sinottici Matteo, 10, 2-4; Marco, 3, 16-19; Luca, 6, 14-16) e dagli Atti (1, 13). Nessuno dei quattro elenchi concorda in tutto con un altro ri­guardo alle serie con cui sono nominati i dodici, neppure gli elenchi di Luca e degli Atti che sono dello stesso autore; tuttavia vi si riscon­trano le seguenti disposizioni costanti. Simone (Pietro) è sempre no­minato per primo, e Giuda il traditore sempre per ultimo (salvo che in Atti, essendo già morto); inoltre i dodici sono sempre elencati in tre gruppi formati da quattro nomi, e costantemente in cima al primo gruppo è nominato Simone, in cima al secondo Filippo, in ci­ma al terzo Giacomo figlio d'Alfeo. Ecco l'elenco com'è dato da Matteo: Simone detto Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo (figlio) di Zebedeo, Giovanni suo fratello; Filippo, Bartolomeo, Tommaso, Matteo il pubblicano; Giacomo (figlio) d'Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo, Giuda Iscariota il traditore. Soltanto il terzo gruppo mostra al confronto con gli altri elenchi variazioni di nomi, trattandosi certamente del caso allora frequente fra i Giudei di avere due nomi. Invece di Taddeo, che in qualche manoscritto riceve la forma di Lebbeo, appare in altri elenchi un Giuda (figlio) di Giacomo, che è però la stessa persona di Taddeo. Come l'aggiunta patronimica di Giacomo serviva a distinguere que­sto Giuda dall'omonimo traditore, cosi l'aggiunta il Cananeo serviva a distinguere il secondo Simone dall'omonimo Pietro. Questo appel­lativo Cananeo è una semplice trascrizione dall'aramaico, ma in al­tri elenchi esso appare tradotto con zelota, come già rilevammo (§ 43); ad ogni rnodo l'appellativo ha qui il suo senso etimologico originale e non quello storico più tardivo, né implica che questo Si­mone appartenesse al partito degli Zeloti, i quali del resto intensifi­carono la loro operosità solo più tardi.


§ 313. Se Bartolomeo è effettivamente la stessa persona che Natha­nael (§ 280), i primi sei di questo elenco ci sono già noti: cosi pure l'ottavo, cioè Matteo. Degli altri non abbiamo precise notizie circa il tempo e l'occasione in cui si misero al seguito di Gesù: soltanto sappiamo che Giacomo figlio d'Alfeo, ossia Giacomo il Minore (men­tre “il Maggiore” è Giacomo figlio di Zebedeo), aveva per madre una Maria e per fratelli un Giuseppe, un Simone, e un Giuda (cfr. Marco, 15, 40; Matteo, 13, 55; 27, 56) e che era chiamato “fratello del Signore” (§ 264); probabilmente per quest'ultima ragione gli è serbato sempre il primo posto nel gruppo degli ultimi quattro. Il nome Tommaso è grecizzato dall'aramaico toma, che significa “gemello”; perciò al nome è aggiunta la sua traduzione greca, da Giovanni (11, 16; 20, 24). Il traditore Giuda è distinto con l'appellativo Iscariota, ma da Giovanni (6, 71, greco) apprendiamo che Iscariota era chiamato anche Simo­ne padre di Giuda; era dunque una designazione trasmessa di padre in figlio. Quasi certamente l'appellativo è una trascrizione dell'e­braico 'ish Qerijjoth, “uomo di Qerijjoth”, ed è perciò un ap­pellativo geografico riferentesi alla città della Giudea chiamata Qe­rijjoth (cfr. Giosue', 15, 25) da cui provenivano gli antenati di Giu­da. Nell'elenco di Marco (3, 17) si legge che ai due fratelli Giacomo e Giovanni fu imposto da Gesù il nome di Boanerge's cioe' figli del tuono. L'appellativo non è etimologicamente chiaro, e oggi è difficile riportarlo ad una forma semitica. La meno improba­bile sembra essere bene-rigsha, “figli del fragore”. Il solo Marco ri­ferisce questo appellativo, in occasione dell'elenco degli Apostoli: certamente però esso non fu attribuito in questa elezione, ma solo più tardi quando in varie circostanze dovette apparire il carattere impetuoso e ardente dei due giovani che lo provocò; una di tali occasioni fu verosimilmente quando Giacomo e Giovanni volevano invocare fuoco dal cielo per incenerire i Samaritani che rifiutavano ospitalità a Gesù (Luca, 9, 54).


§ 314. Quanto alla condizione sociale e al grado culturale dei dc­dici possiamo concludere, da qualche vago accenno della loro condotta successiva, che essi in genere appartenevano a quel ceto socia­le del giudaismo che stava un poco sotto alla classe media dei piccoli possidenti e parecchio sopra alla classe infima dei veri poveri. Era un ceto che non ha un esatto riscontro nelle nostre condizioni so­ciali odierne, ma che all'ingrosso si potrebbe riavvicinare al piccolo commerciante o al basso impiegato. Il lavoro manuale, di pesca o altro, era abituale, come del resto era comune anche fra i rabbini dedicati allo studio della Legge (§167), ma la sua necessità economica non era così imperiosa come presso di noi; le condizioni generiche della vita permettevano d'astenersi dal lavoro anche per molti giorni di seguito, e simili astensioni tanto più erano permesse a coloro che avevano una base economica mi­gliore, per esempio ai membri della famiglia di Zebedeo che eserci­tavano una industria peschereccia piuttosto ampia. Non è arrischiato supporre che, sotto l'aspetto economico, la famiglia di Gesù fosse in condizioni meno agiate che le famiglie di tutti o quasi tutti gli Apostoli. Del resto le esigenze materiali erano poche, e con poco si viveva senza desideri e rimpianti. In compenso, molti di questo ceto così modesto s'interessavano vi­vamente di problemi spirituali, specialmente se avevano attinenza con argomenti religiosi e nazionali. Si lasciavano volentieri gli agi della propria casetta per prender parte ad una discussione, per ascol­tare un celebre maestro, per andare addietro anche vari giorni di se­guito ad un potente dominatore di turbe. Ciò che s'imparava in que­sti incontri era custodito amorosamente nell'archivio preferito dai Semiti, quello della memoria (§ 150), e forniva argomento a con­tinue riflessioni personali e a frequenti dispute collettive, e così si formava il principale patrimonio culturale di questo ceto. Il quale leggeva e scriveva poco, senza però che tutti vi fossero analfabeti: l'analfabetismo in Palestina dovette imperversare molto più dopo la catastrofe del 70 che prima di essa; alle singole sinagoghe, prima della catastrofe, era per lo più annessa una scoletta elementare (§ 63) e bene o male molti imparavano le lettere, sebbene in seguito se ne servissero poco. Di questa condizione sociale e levatura culturale erano, in genere, i dodici scelti da Gesù, pur ammettendo che taluno di essi emergesse alquanto fra gli altri. Già rilevammo, ad esempio, che l'antico pub­blicano Matteo fu scelto a mettere in iscritto la catechesi aposto­lica probabilmente appunto per la sua maggiore perizia nello scri­vere (§ 117); inoltre, se i Greci che volevano conoscere personal­mente Gesù si rivolsero per tale scopo a Filippo (Giovanni, 12, 20-21, greco) l'apostolo dal nome greco, si può congetturare che questo apostolo si segnalasse fra i suoi colleghi per cultura o condizione so­ciale (§ 508). I caratteri personali dei dodici variavano naturalmente da individuo a individuo: all'impetuoso Simone Pietro pare che somigliasse ben poco suo fratello Andrea, che doveva esser d'indole calma e serena, né i due figli del tuono avevano molte analogie con Tommaso lo sfiduciato e il diffidente (Giovanni, 11, 16; 14, 5; 20, 25). Quando si dettero a seguire Gesù erano certamente accesi da vivo affetto e da entusiasmo per lui, ma nelle loro intime personalità erano rimasti uomini come tutti gli altri, e presi in complesso rappresentavano più o meno l'umanità intera. Anche per questo non poteva mancare il traditore.
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Medaglia di San Benedetto