Il Signore ti benedica,ti custodisca e ti mostri il Suo volto misericordioso!

Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto

CIAO A TE !!

Nulla è più urgente nel mondo d'oggi di proclamare Cristo alle genti. Chiunque tu sia, puoi, se vuoi, lasciare un tuo contributo, piccolo o grande che sia, per dire, comunicare, annunciare la persona di Gesù Cristo, unico nostro salvatore. Uno speciale benvenuto a LADYBUG che si è aggiunta di recente ai sostenitori ! *************************************************** Questo blog è sotto la protezione di N.S. Gesù Cristo e della SS Vergine Maria, Sua Madre ed ha come una ragione di esistere di fornire un contributo, sia pure piccolo ed umile, alla crescita della loro Gloria. ***************************************************

Con Cristo non ci sono problemi, senza Cristo non ci sono soluzioni.

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martedì 31 maggio 2011

973 - Commento al Vangelo di oggi 31/5/2011


+ Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56) In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse:  «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.


Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il Magnificat è il canto di ringraziamento della Vergine Maria alle opere che Dio stava compiendo in Lei. Infiammata di Amore divino, ripercorre in poche frasi gli interventi di Dio e la sua Provvidenza nell’assistere le vicende umane.
Questo cantico la Madonna lo esprime con una esultanza e un senso di gratitudine non ordinarie, nessun essere umano è in grado di amare e ringraziare Dio con lo stesso Spirito della Madre di Dio. Anche per tutti i Santi di tutti i tempi, è impensabile esaltare le grandezze di Dio con lo stesso fervore spirituale.
Il Magnificat è cantato davanti la cugina Elisabetta, dopo che questa La riconosce Madre del Signore, con una illuminazione di Dio. Il saluto della Madonna invece aveva fatto esultare di gioia Giovanni Battista che si trovava nel grembo della madre Elisabetta.
Fu la Madonna a salutare la cugina non appena la incontrò, già era Mediatrice di Grazie perché portava nel proprio grembo l’Autore della Grazia, la Grazia stessa: il Figlio Gesù.
Questa festa è un ricordo speciale per noi, la Visitazione della Madonna continua in noi, nelle nostre case, nella nostra vita. La Madonna viene a trovarci ogni volta che La chiamiamo, ci viene a parlare se siamo disponibili ad ascoltarla.
Oggi possiamo recitare qualche Corona in più per ringraziare la Madonna.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.

Proposito
Oggi cercherò di essere discepolo che segue il Maestro dove Egli vuole, e che aiuta gli altri ad incontrarlo.


Pensiero
Dio preferisce da te il minimo grado di purezza di coscienza che non tutte le opere che potessi fare. (San Giovanni della Croce)
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lunedì 30 maggio 2011

972 - Commento al Vangelo di oggi 30/5/2011

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (15,26-16,4)
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto».

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il bellissimo insegnamento del capitolo 14 del Vangelo di San Giovanni lo abbiamo meditato per intero. Sono 31 versetti molto intensi e che provocano la Fede, soprattutto gli Apostoli nel Cenacolo saranno rimasti molto sorpresi. È il capitolo che abbiamo meditato negli ultimi giorni, un concentrato di rivelazioni che doveva confortare e suscitare una forte Fede nei presenti.
Gesù li ha preparati al peggio, Egli conosceva perfettamente quello che sarebbe accaduto subito dopo, il suo incredibile arresto, e coglie questo momento per lasciare gli ultimi e fondamentali insegnamenti. Sono contenuti anche nei successivi capitoli 15, 16 e 17, le parole rivelate da Gesù che ogni cristiano dovrebbe conoscere bene, senza accontentarsi del Vangelo che si ascolta in Chiesa. Soprattutto nel capitolo 17 è contenuta la grande preghiera di Gesù, sono 26 versetti che contengono la più lunga preghiera del Signore.
Questa lunga preghiera è al termine dei famosi “discorsi di addio” che leggiamo in San Giovanni dal capitolo 13 al capitolo 17, mentre il 18 comincia a narrare la Passione di Gesù. È la preghiera chiamata anche sacerdotale, essa contiene una forte volontà di immolazione.
In questi capitoli Gesù cerca di fare comprendere agli Apostoli la sua divinità, si rivolge a loro per convincerli ulteriormente che è stato mandato nel mondo da quel Dio che loro adoravano come Jahvé, e che in verità è suo Padre, lo provano i suoi miracoli e la sua vita santa.
Ma è proprio questa sua identificazione con il Padre a causargli tante incomprensioni.
Dopo il lungo discorso del Cenacolo, Gesù decide di uscire e tutti si avviano verso l’orto degli Ulivi. Il dramma della Croce non metterà fine alla sua Persona, Egli risorgerà, mentre saranno tutti i suoi discepoli a continuare la sua opera, accettando anche le prove e le persecuzioni per diffondere in tutto il mondo il Vangelo della misericordia.
Oggi Gesù dice ai suoi veri seguaci: “Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me”.
Parole che non vorremmo mai leggere, sono crude e veritiere, vissute in modo diverso da ogni cristiano. Almeno quel cristiano che non si ribella e non cerca di farsi giustizia da sé, altrimenti si tratterebbe di una falsa adesione al Vangelo, un amore ipocrita verso Gesù.
Deve essere Lui a difenderci, non dobbiamo agitarci o reagire allo stesso modo, non è da cristiani. Quando veniamo perseguitati, è satana che fomenta l’odio e comanda ai suoi uomini di distruggere la dignità di chi lo disturba con forza. Il vero responsabile è satana, contro lui dobbiamo reagire, pregando più Corone del santo Rosario.
A causa della mia Fede, circa sette anni fa un frate cappuccino mi diffamava gravemente, lui era contrario al celibato dei Sacerdoti, professava il modernismo che contiene quel relativismo satanico, capace di livellare tutto, oppositore del Papa e di mentalità protestante. Gli risultava odiosa la mia piena fedeltà al Vangelo e alla Chiesa, il mio fedele apostolato con la diffusione di decine di migliaia di libri sull’Eucaristia e la Madonna e ovunque cercava di denigrarmi gravemente.
Diverse persone mi raccontavano le bravate di questo cappuccino nei miei confronti, diventò pure Sacerdote intorno al 2007, ma non cambiò comportamento. Pur conoscendo il suo costante impegno contro me per distruggere la mia buona reputazione, nel mio cuore l’ho sempre perdonato e ho pregato per lui. Danni me ne ha causati parecchi, ma questo è il Vangelo, se lo segui devi anche abbracciare la Croce, devi accettare con grande pazienza anche ciò che ti amareggia. Con l’assoluta certezza che Gesù provvederà.
Dopo diversi anni ho conosciuto un fatto che non mi ha sorpreso, certamente mi dispiace anche per lo scandalo che ha dato questo frate, arrivando alla decisione di sposarsi, lasciando il sacerdozio. A 31 anni ha messo fine al sacerdozio per convolare a nozze al Comune. Questo Sacerdote cappuccino è arrivato al matrimonio civile.
Chi non prega e non è fedele a Gesù, non potrà mai rimanere puro e non riuscirà mai a dominare la sua volontà. Rimarrà sempre schiavo dei suoi istinti.
Ieri una famiglia mi ha raccontato questo fatto, ho rivisto nella mia mente i comportamenti di questo ex frate cappuccino e ho provato grande tristezza per tutti i cattivi esempi che lui e altri davano ai laici desiderosi di fare un forte cammino spirituale.
Dobbiamo rendere testimonianza a Gesù rimanendo fedeli nella prova. Lui è sempre esplicito, ci ha rivelato tutto quello che ci riguarda per vivere intensamente la sua Parola.
Molti cattolici invece non riescono a migliorare il cammino spirituale perché non hanno mai focalizzato la necessità di seguire una via spirituale, un insegnamento che solamente il Padre spirituale può dare. Mi accorgo di continuo che sono pochi quelli che seguono Gesù con sincera fiducia. E si confessano spesso, chiedono consigli, sono desiderosi di conoscere veramente Gesù.
La strategia di satana invece infonde sicurezza, ispira indifferenza verso i confessori, con pensieri arroganti e contorti fa aumentare l’orgoglio, rende molte anime presuntuose.
Non dovete pensare che satana sia più pericoloso con chi prega, altrimenti non pregate più. Al contrario, satana ha paura di quelli che pregano, è debole dinanzi chi ha Fede e prega il Rosario. La verità è che satana diventa forte quando il credente diventa debole, nel senso che non prega più o non frequenta i Sacramenti. Non dovete mai avere paura degli attacchi di satana, continuate ad amare e perdonare, in questo modo lui è sempre sconfitto.
Invece, coloro che non pregano e vivono lontano dai Sacramenti, sono torturati dalle ispirazioni sempre sbagliate di satana. Ma non se ne accorgono, la loro vita è volta al male, peccano molte volte e litigano con tutti, perseguitano e si vendicano. Di cosa devono accorgersi? Sono illusi di vivere nella libertà, invece sono schiavi dell’oppressione di satana.
Sbaglia chi pensa che satana fa soffrire chi prega, al contrario, questo fallito diventa debole.
Negli esorcismi satana dice che l’Eucaristia e il Rosario lo distruggono. Durante un esorcismo ha rivelato a Padre Pellegrino Ernetti: “Odio il Rosario, quell'arnese guasto e marcio di quella Donna lì è per me come un martello che mi spacca la testa... ahiiiii! È l'invenzione dei falsi cristiani che non mi ubbidiscono, per questo seguono quella donnaccia! Sono falsi, falsi... invece di ascoltare me che regno su tutto il mondo, questi falsi cristiani vanno a pregare quella donnaccia, mia prima nemica, con quell'arnese... oh quanto male mi fanno...”.
Oltre le prove che ci causa satana, molti italiani avvertono una grande mancanza di amore. Vi accorgete quanto odio c’è in Italia? La faziosità è arrivata a sfiorare i limiti massimi, proprio l’Italia, terra di Santi e di brava gente? Siamo ancora brava gente? Io dico di sì, anche se le notizie dai Tg sono deludenti. È inevitabile quando togli Gesù dal cuore e dalla mente, non si pensa ad altro che ad agire con arroganza e con un egoismo esasperato.
Noi dobbiamo pregare ogni giorno per i peccatori ostinati ed incorreggibili.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
Proposito
Oggi cercherò di essere discepolo che segue il Maestro dove Egli vuole, e che aiuta gli altri ad incontrarlo.

Pensiero
Dio preferisce da te il minimo grado di purezza di coscienza che non tutte le opere che potessi fare. (San Giovanni della Croce)
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domenica 29 maggio 2011

971 - Commento al Vangelo di oggi 29/5/2011

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il Vangelo di questa domenica è la continuazione di quello di domenica scorsa. Questo discorso di Gesù si inserisce nel lungo insegnamento fatto da Lui nel Cenacolo durante l’Ultima Cena. Un discorso molto profondo, impossibile da comprendere senza l’aiuto dello Spirito Divino che Gesù promette durante questa conversazione.
Gesù anticipa la sua morte ma assicura che non li lascerà orfani.
Parole che gli Apostoli comprendevano con difficoltà, saranno gli eventi a scuoterli, soprattutto la Pentecoste, quando lo Spirito Santo irrompe sempre nel Cenacolo e li trasfigura, li rende nuove creature.
Gli Apostoli hanno vissuto nella Pentecoste la trasformazione radicale della loro esistenza. In essi c’è un prima e un dopo la Pentecoste. Prima non riuscivano a dosare le forze e a discernere il bene dal male. Dopo diventarono padroni della loro volontà e decisi a vivere pienamente al servizio di Gesù e del suo Vangelo.
Come mai oggi sono pochi quelli che vogliono servire Gesù pienamente?
L’attivismo che ha colpito la maggior parte di Prelati e Sacerdoti, è una malattia spirituale perché quasi sempre è un attivismo privo del sostegno della preghiera prolungata e della Grazia di Dio. È un attivismo che svuota tutti del poco che hanno, rimanendo con la sola natura umana a fronteggiare problemi delicati in cui si richiede una maturità spirituale notevole. E si agisce con istintività, facendosi dominare dai vizi mai sottomessi, inoltre si diventa completamente schiavi delle passioni carnali e del bisogno impellente di fare carriera, avere potere, fare soldi. Anche a costo di annullare con l’inganno ogni verità del Vangelo.
L’attivismo conduce lontano dalla vera spiritualità cristiana, Gesù Risorto si incontra solo nell'interiorità e nella Fede, ogni uomo sincero che cerca Dio fa l’esperienza dell’incontro.
Molti hanno un’idea sbagliata dell’essere cristiani, pensano che considerarsi credenti sia sufficiente per restare in comunione con Gesù, oppure se conoscono molte nozioni o molte devozioni. La Fede cattolica non è in primo luogo una dottrina, è l’incontro con la Persona di Gesù Cristo. E noi incontriamo Gesù Risorto quando viviamo nella sua Volontà, deponiamo le armi delle nostre capacità e ci mettiamo umilmente al suo servizio.
Quando in noi è viva e presente questa disposizione, lo Spirito Santo prende dimora in noi e ci santifica rispettando i nostri tempi, che sono brevi o lunghi secondo la nostra generosità. È lo Spirito che dà la vita, è Lui che ci spinge alla grande Missione evangelizzatrice della Chiesa.
Tutti coloro che vivono in una dinamicità opposta alla contemplazione del Vangelo, non vengono visitati dallo Spirito Santo, Egli sa bene che non sono fedeli alla Grazia e li abbandona al loro destino. Ne consegue che per i credenti le loro opere sono inutili, per i Sacerdoti le loro omelie, le conferenze, sono senza Dio, senza amore, senza il desiderio di salvare le anime.
La presenza dello Spirito Santo è la condizione essenziale per agire secondo la Volontà di Dio, per questo Gesù dice agli Apostoli che non li lascerà orfani, non potevano rimanere soli, senza l’assistenza di Dio.
Cosa succede invece ai cristiani che oggi rimangono soli?
Nessuno rimane solo se compie la Volontà di Dio!
Gesù rassicura i discepoli, tranquillizza tutti noi, per questo siamo sicuri che non siamo mai soli. Lo Spirito di Dio è sempre con noi e ci guida verso la verità intera, non permette che lasciamo la Via del Vangelo e diventiamo avversari della verità.
Gesù ci ha lasciato il Paraclito, Colui che ci difende, protegge e soccorre. Paraclito significa nel linguaggio forense, una “persona che sta accanto”. È il nome dato allo Spirito Santo da Gesù, l'equivalente in greco della parola latina avvocato o “chiamato appresso”. Paraclito è lo Spirito Santo, indicato come “consolatore” da Gesù.
Lo Spirito d'amore è presente nella Trinità e dentro quanti vivono in Grazia di Dio. È lo Spirito a spingere i fedeli ad osservare i Comandamenti. La legge morale iscritta nelle nostre anime si mette in pratica con la forza di Dio, non può l’uomo attuarla senza l’aiuto divino.
La legge morale ci indica la via da seguire, ma siamo noi a decidere di seguirla, ed è indispensabile invocare il sostegno di Gesù. La comunione con Gesù è essenziale per compiere il cammino spirituale, dirigerci verso la salvezza e considerarci vittoriosi.
“Chi accoglie i miei Comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama”.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.
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sabato 28 maggio 2011

970 - Vita di Gesù (paragrafi 146 - 149)

XIX La questione sinottica


§ 146. I tre vangeli fin qui visti, Matteo, Marco e Luca, sono chia­mati fin dal principio del secolo XVIII sinottici, per la ragione che, se i loro testi siano disposti in colonne affiancate, se ne possono scor­gere subito con uno sguardo collettivo (“smossi”) le moltissime somiglianze che li collegano fra loro, pur non essendo testi identici. Insieme con le somiglianze, infatti, vi si ritrovano anche discrepanze; le quali tuttavia non riescono a cancellare l'impressione di una so­stanziale uguaglianza, cosicché in complesso viene piuttosto da pen­sare ad una concordia discors. La concordia dei Sinottici si rileva sia dagli argomenti trattati, sia dall'ordine nel trattarli, sia anche dalle parole ed espressioni impie­gate. L'argomento comune dei Sinottici è costituito dall'inaugura­zione della vita pubblica di Gesù, dal suo ministero prima in Galilea suo centro a Cafarnao e poi in Giudea, e dagli avvenimenti del­l'ultima settimana della sua vita comprese la morte e la resurrezio­ne (§ 113); a questo fondo comune Matteo e Luca premettono i fatti dell'infanzia, su cui Marco tace del tutto. Anche nell'ordine con cui sono presentati i singoli fatti del fondo comune, esiste una certa concordia, riscontrandosi una generica cor­rispondenza fra le rispettive sezioni di quel fondo, specialmente fra Marco e Luca, mentre Matteo spesso offre raggruppati fatti e sen­tenze che gli altri due offrono separati. Infine frequenti sono i passi in cui tutti e tre i testi procedono con le stesse identiche parole, di guisa che, letto uno di essi, si sono letti gli altri due; e ciò anche in casi in cui occorrono vocaboli rari (Matteo, 19, 23; Marco, 10, 23; Luca, 18, 24) o impiegati in accezioni rare in senso di rattoppo; Mt., 9, 16; Mc., 2, 21; Lc., 5, 36), ovvero com­paiono frasi peregrine (figli della camera nuziale, cioè paraninfi; Mt.,93 15; Me., 2, 19; Lc., 5, 34) o altre espressioni singolari; talvolta Stutti e tre, in piena concordia fra loro, citano qualche passo del­l'Antico Testamento in forma tale che discorda sia dal testo ebraico sia da quello greco dei Settanta.


§ 147. Ma questa concordia fondamentale è nello stesso tempo di­scors in molti particolari. Anche prescindendo dai passi propri a un solo Sinottico, troviamo che talvolta due trattano in maniera del tutto diversa uno stesso argomento, ad esempio l'infanzia di Gesù (Matteo, 1, 18 - 2, 23; Luca, I, 5 - 2, 52) e la genealogia di lui (Matteo, 1, 1-17; Luca, 3, 23-38); lo stesso Discorso della montagna, lunghissimo in Matteo (capp. 5-7) e molto più breve in Luca (6, 20-49), ha divergenze fin dal principio con l'enumerazione delle bea­titudini. Anche nell'ordine di narrazione, pur astraendo dalla diversità di raggruppamento di fatti e sentenze, compaiono discordanze diffi­cili a spiegarsi: ad esempio, mentre nella narrazione della passione la corrispondenza delle parti è quasi costante, subito appresso com­paiono divergenze circa l'ordine delle apparizioni di Gesù risorto. Frequenti sono pure i casi di divergenze fra passi in tutto il resto paralleli. Queste divergenze possono essere soltanto verbali, come quando in una narrazione che procede assolutamente identica presso tutti e tre, uno di essi sopprime una o più parole, oppure le aggiunge, oppure le sostituisce con altre quasi sinonime: valga come esempio, fra molti altri, la narrazione della visita fatta a Gesù dai suoi parenti: Matteo, cap. 12 Marco, cap. 3 Luca, cap. 8 Ancora parlando egli alle folle ecco la madre e i fra­telli di lui stavano fuori, cercando di parlargli. Ora, uno disse a lui: Ecco la madre tua e i fratelli tuoi fuori stanno cercando di parlare a te. Ma egli rispondendo disse a chi gli parla­va: Chi è la mia madre e chi sono i fratelli miei? E stendendo la mano sua sui discepoli suoi, disse: Ecco la madre mia e i fratelli miei! E vengono la madre di lui e i fra­telli di lui, e fuori stando mandarono a lui chia­mandolo. E sedeva attorno a lui folla; e dicono a lui: Ecco la madre tua e i fratelli tuoi (e le sorelle tue) fuori cercano te. E rispondendo loro di­ce: Chi è la madre mia e i fratelli? E guardato attorno a quelli che attorno a lui in circolo sedevano, di­ce: Ecco la madre mia e i fratelli miei! Ora, si presentò a lui la madre e i fratelli di lui, e non potevano congiungersi con lui per la folla. Ora, fu annunziato a lui: La madre tua e i fratelli tuoi stanno fuori volendo vedere te. Ma egli rispondendo disse verso quelli: Madre mia e fratelli miei Chiunque infatti faccia la volontà del Padre mio ch'è nei cieli egli è mio fratello e sorella e madre. Chi faccia la volontà d'Iddio, costui è fratello mio e sorella e madre. costoro sono, che la parola d'Iddio ascoltano e fanno. Ma talvolta le divergenze non sono soltanto di parole, bensì si estendono anche al pensiero: come quando in Matteo (10, 10) e Luca (9, 3) Gesù proibisce agli Apostoli di portare in viaggio alcun­ché neppure il bastone, mentre in Marco (6, 8) proibisce di portare alcunché salvo il bastone soltanto; oppure come quando, nella re­gione dei Gadareni o dei Geraseni, sono liberati due indemoniati secondo Matteo (8, 28-34), ma uno solo secondo Marco (5, 1-20) e Luca (8, 26-39); e parimente sono due i ciechi sanati presso Gerico secondo Matteo (20, 29-34), ma è uno solo di nuovo presso Marco (10, 36-52) e Luca (18, 3543); ai quali esempi, di divergenze concettuali, se ne potrebbero aggiungere vari altri. Ecco, dunque, la questione: è da spiegarsi come sia sorta questa concordia la quale, se talvolta è discors nel suo interno, appare tanto più concors vista dall'esterno, se si confronta con l'unico vangelo non sinottico, Gio­vanni, ch'è di tutt'altra indole e di tenore ben diverso.


§ 148. La questione è dibattutissima, e si può dire che da più di un secolo sia il principale problema su cui si sono concentrate le in­vestigazioni degli studiosi del Nuovo Testamento. Le soluzioni e le ipotesi che ne sono scaturite sono moltissime, e a presentarle e di­scuterle tutte sarebbe necessario un ampio studio speciale: il quale, poi, avrebbe un valore quasi soltanto retrospettivo, giacché la massi­ma parte di quelle soluzioni sono oggi abbandonate. Fino a pochi anni addietro la soluzione più in voga, ritenuta come un assioma della cosiddetta Scuola liberale (§ 203 segg.), era che i tre Sinottici dipendano da due documenti scritti: il primo sarebbe una raccolta contenente soltanto “detti” o “discorsi” di Gesù, e precisamentte la raccolta che Papia chiama dei Logia e at­tribuisce all'apostolo Matteo (§ 114); il secondo documento sareb­be il vangelo di Marco, o in una forma primitiva o in quella nostra odierna, contenente in prevalenza miracoli e altri fatti di Gesù. Con ciò, l'origine di Matteo è indipendente; l'origine degli odierni van­geli di Matteo (che non sarebbe di questo apostolo) e di Luca è spiegata come una doppia fusione della massima parte dei Logia con parte dei fatti narrati da Marco, pur ammettendosi che nochi altri elementi siano stati desunti altrove, e che nella scelta dei ma­teriali ciascun evangelista si sia lasciato guidare dallo scopo par­ticolare a cui mirava. Oggi questa soluzione, pur avendo tuttora largo seguito, non è cosl incontrastata come nell'addietro. Il nuovo indirizzo dato dal cosid­detto Metodo della storia delle forme (§ 217), che ha avuto il me­rito di richiamare l'attenzione sull'importanza del periodo prepara­torio dei vangeli canonici (§ 110 segg.), trova che la suddetta soluzione è troppo semplice ed elementare essendo insufficienti due soli documenti a rappresentare l'ampia produzione di quel periodo, e che ad ogni modo accanto a tutta una serie di documenti scritti si deve supporre tutta una serie di testimonianze orali.


§ 149. In realtà, quasi tutte queste varie soluzioni, piu' che ispirarsi alle attestazioni pure e semplici dei documenti antichi, sono guidate da principii aprioristici moderni, e tradiscono la preoccupazione di adattare forzatamente quelle attestazioni a questi principii. Scendendo al caso pratico, i Logia di Papia non sarebbero affatto il nostro Matteo. Ora, questo assioma, fondamentale nella teoria dei due documenti, non solo non è stato mai dimostrato con argomenti storici, ma ha contro di sé tutta l'attestazione dell'antichità, la quale ha sempre ritenuto che ai Logia corrisponda il nostro Matteo: ciò fino al mese di ottobre del 1832, allorché per la prima volta lo Schle­iermacher negò questa corrispondenza, non però in forza di testi­monianze storiche nuovamente scoperte, bensi in forza dei suoi parti­colari principii filosofici. Un altro criterio fondamentale per la suddetta teoria è che Marco, brevissimo fra tutti i vangeli, deve essere il primo e più antico, per­ché i racconti d'argomento religioso tenderebbero sempre ad aumen­tare il patrimonio delle loro narrazioni, non già a diminuirlo. Ma anche questo è un principio aprioristico, e lo troviamo nettamente smentito proprio dai documenti giudaici (per tralasciare quelli di altre nazioni). Perché Marco non poté essere un riassunto di altro scrit­to - come già apparve a S. Agostino (De consensu evangel., 1, 2, 4) - se già le ebraiche Cronache erano state un riassunto dei precedenti libri di Samuele-Re e di altri documenti, e se il libro Maccabei era stato un riassunto dei cinque libri di Giasone di Cirene? Nello stesso campo del Nuovo Testamento, non avviene forse che l'ultimo dei Sinottici, Luca, benché tante volte aggiunga, molte altre volte invece riassume? Se infine i cristiani dei primi due secoli compone­vano per uso privato quegli estratti di sentenze evangeliche, di cui ci sono pervenuti frammenti nei papiri d'Egitto (§ 100), non poteva anche Marco compiere un estratto alquanto più ampio, da lui giu­dicato opportuno per un determinato ceto di cristiani? Risparmiando perciò le congetture avventurose e le adattazioni for­zate, vediamo brevemente fino a qual punto le testimonianze anti­che e i rilievi moderni possano far luce in questa intricatissima que­stione.
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969 - Ti amo, Signore mia forza

Sal 26,1
"Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?."


Rm 8, 35-37
"Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati."


Sal 120,1-3
"Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore,che ha fatto cielo e terra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode.

Sal 22,1
" Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla."

Sal 17,2-3
" Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza."
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giovedì 26 maggio 2011

968 - Udienza del 25/5/2011 (lotta di Giacobbe con l'angelo)

Cari fratelli e sorelle,

Oggi vorrei riflettere con voi su un testo del Libro della Genesi che narra un episodio abbastanza particolare della storia del Patriarca Giacobbe. È un brano di non facile interpretazione, ma importante per la nostra vita di fede e di preghiera; si tratta del racconto della lotta con Dio al guado dello Yabboq, del quale abbiamo sentito un brano.
Come ricorderete, Giacobbe aveva sottratto al suo gemello Esaù la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie e aveva poi carpito con l’inganno la benedizione del padre Isacco, ormai molto anziano, approfittando della sua cecità. Sfuggito all’ira di Esaù, si era rifugiato presso un parente, Labano; si era sposato, si era arricchito e ora stava tornando nella terra natale, pronto ad affrontare il fratello dopo aver messo in opera alcuni prudenti accorgimenti. Ma quando è tutto pronto per questo incontro, dopo aver fatto attraversare a coloro che erano con lui il guado del torrente che delimitava il territorio di Esaù, Giacobbe, rimasto solo, viene aggredito improvvisamente da uno sconosciuto con il quale lotta per tutta una notte. Proprio questo combattimento corpo a corpo - che troviamo nel capitolo 32 del Libro della Genesi - diventa per lui una singolare esperienza di Dio.
La notte è il tempo favorevole per agire nel nascondimento, il tempo, dunque, migliore per Giacobbe, per entrare nel territorio del fratello senza essere visto e forse con l’illusione di prendere Esaù alla sprovvista. Ma è invece lui che viene sorpreso da un attacco imprevisto, per il quale non era preparato. Aveva usato la sua astuzia per tentare di sottrarsi a una situazione pericolosa, pensava di riuscire ad avere tutto sotto controllo, e invece si trova ora ad affrontare una lotta misteriosa che lo coglie nella solitudine e senza dargli la possibilità di organizzare una difesa adeguata. Inerme, nella notte, il Patriarca Giacobbe combatte con qualcuno. Il testo non specifica l’identità dell’aggressore; usa un termine ebraico che indica “un uomo” in modo generico, “uno, qualcuno”; si tratta, quindi, di una definizione vaga, indeterminata, che volutamente mantiene l’assalitore nel mistero. È buio, Giacobbe non riesce a vedere distintamente il suo contendente e anche per il lettore, per noi, esso rimane ignoto; qualcuno sta opponendosi al Patriarca, è questo l’unico dato certo fornito dal narratore. Solo alla fine, quando la lotta sarà ormai terminata e quel “qualcuno” sarà sparito, solo allora Giacobbe lo nominerà e potrà dire di aver lottato con Dio.
L’episodio si svolge dunque nell’oscurità ed è difficile percepire non solo l’identità dell’assalitore di Giacobbe, ma anche quale sia l’andamento della lotta. Leggendo il brano, risulta difficoltoso stabilire chi dei due contendenti riesca ad avere la meglio; i verbi utilizzati sono spesso senza soggetto esplicito, e le azioni si svolgono in modo quasi contraddittorio, così che quando si pensa che sia uno dei due a prevalere, l’azione successiva subito smentisce e presenta l’altro come vincitore. All’inizio, infatti, Giacobbe sembra essere il più forte, e l’avversario – dice il testo – «non riusciva a vincerlo» (v. 26); eppure colpisce Giacobbe all’articolazione del femore, provocandone la slogatura. Si dovrebbe allora pensare che Giacobbe debba soccombere, ma invece è l’altro a chiedergli di lasciarlo andare; e il Patriarca rifiuta, ponendo una condizione: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto» (v. 27). Colui che con l’inganno aveva defraudato il fratello della benedizione del primogenito, ora la pretende dallo sconosciuto, di cui forse comincia a intravedere i connotati divini, ma senza poterlo ancora veramente riconoscere.
Il rivale, che sembra trattenuto e dunque sconfitto da Giacobbe, invece di piegarsi alla richiesta del Patriarca, gli chiede il nome: “Come ti chiami?”. E il Patriarca risponde: “Giacobbe” (v. 28). Qui la lotta subisce una svolta importante. Conoscere il nome di qualcuno, infatti, implica una sorta di potere sulla persona, perché il nome, nella mentalità biblica, contiene la realtà più profonda dell’individuo, ne svela il segreto e il destino. Conoscere il nome vuol dire allora conoscere la verità dell’altro e questo consente di poterlo dominare. Quando dunque, alla richiesta dello sconosciuto, Giacobbe rivela il proprio nome, si sta mettendo nelle mani del suo oppositore, è una forma di resa, di consegna totale di sé all’altro.
Ma in questo gesto di arrendersi anche Giacobbe paradossalmente risulta vincitore, perché riceve un nome nuovo, insieme al riconoscimento di vittoria da parte dell’avversario, che gli dice: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto» (v. 29). “Giacobbe” era un nome che richiamava l’origine problematica del Patriarca; in ebraico, infatti, ricorda il termine “calcagno”, e rimanda il lettore al momento della nascita di Giacobbe, quando, uscendo dal grembo materno, teneva con la mano il calcagno del fratello gemello (cfr Gen 25,26), quasi prefigurando lo scavalcamento ai danni del fratello che avrebbe consumato in età adulta; ma il nome Giacobbe richiama anche il verbo “ingannare, soppiantare”. Ebbene, ora, nella lotta, il Patriarca rivela al suo oppositore, in un gesto di consegna e di resa, la propria realtà di ingannatore, di soppiantatore; ma l’altro, che è Dio, trasforma questa realtà negativa in positiva: Giacobbe l’ingannatore diventa Israele, gli viene dato un nome nuovo che segna una nuova identità. Ma anche qui, il racconto mantiene la sua voluta duplicità, perché il significato più probabile del nome Israele è “Dio è forte, Dio vince”.
Dunque Giacobbe ha prevalso, ha vinto - è l’avversario stesso ad affermarlo - ma la sua nuova identità, ricevuta dallo stesso avversario, afferma e testimonia la vittoria di Dio. E quando Giacobbe chiederà a sua volta il nome al suo contendente, questi rifiuterà di dirlo, ma si rivelerà in un gesto inequivocabile, donando la benedizione. Quella benedizione che il Patriarca aveva chiesto all’inizio della lotta gli viene ora concessa. E non è la benedizione ghermita con inganno, ma quella gratuitamente donata da Dio, che Giacobbe può ricevere perché ormai solo, senza protezione, senza astuzie e raggiri, si consegna inerme, accetta di arrendersi e confessa la verità su se stesso. Così, al termine della lotta, ricevuta la benedizione, il Patriarca può finalmente riconoscere l’altro, il Dio della benedizione: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva» (v. 31), e può ora attraversare il guado, portatore di un nome nuovo ma “vinto” da Dio e segnato per sempre, zoppicante per la ferita ricevuta.
Le spiegazioni che l’esegesi biblica può dare riguardo a questo brano sono molteplici; in particolare, gli studiosi riconoscono in esso intenti e componenti letterari di vario genere, come pure riferimenti a qualche racconto popolare. Ma quando questi elementi vengono assunti dagli autori sacri e inglobati nel racconto biblico, essi cambiano di significato e il testo si apre a dimensioni più ampie. L’episodio della lotta allo Yabboq si offre così al credente come testo paradigmatico in cui il popolo di Israele parla della propria origine e delinea i tratti di una particolare relazione tra Dio e l’uomo. Per questo, come affermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, «la tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza» (n. 2573). Il testo biblico ci parla della lunga notte della ricerca di Dio, della lotta per conoscerne il nome e vederne il volto; è la notte della preghiera che con tenacia e perseveranza chiede a Dio la benedizione e un nome nuovo, una nuova realtà frutto di conversione e di perdono.
La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa così per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio che nella preghiera trova la sua massima espressione.
La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio nemico, avversario, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio.
Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore.
E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio. E ancora di più: Giacobbe, che riceve un nome nuovo, diventa Israele, dà un nome nuovo anche al luogo in cui ha lottato con Dio, lo ha pregato; lo rinomina Penuel, che significa “Volto di Dio”. Con questo nome riconosce quel luogo colmo della presenza del Signore, rende sacra quella terra imprimendovi quasi la memoria di quel misterioso incontro con Dio.
Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo. Che il Signore ci aiuti a combattere la buona battaglia della fede (cfr 1Tm 6,12; 2Tm 4,7) e a chiedere, nella nostra preghiera, la sua benedizione, perché ci rinnovi nell’attesa di vedere il suo Volto. Grazie.
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967 - Messaggio di Medjugorje del 25/5/2011

Cari figli, la mia preghiera oggi è per tutti voi che cercate la grazia della conversione.
Bussate alla porta del mio cuore ma senza speranza e senza preghiera, nel peccato e senza il sacramento della riconciliazione con Dio.
Lasciate il peccato e decidetevi figlioli, per la santità.
Soltanto così posso aiutarvi, esaudire le vostre preghiere e intercedere davanti all’Altissimo.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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martedì 24 maggio 2011

966 - Commento al Vangelo di oggi 24/5/2011

 + Dal Vangelo secondo Giovanni (14,27-31)
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
“Viene il prìncipe del mondo”, affermava Gesù ai discepoli, storditi dal lungo insegnamento durante l’Ultima Cena. Come avrebbero potuto ricordare il sublime pensiero spiegato da Gesù, senza l’aiuto dello Spirito Santo? Lo Spirito divino può rendere una debole creatura più coraggiosa e più intuitiva dei più grandi scienziati. Abbiamo visto quanti Santi e Sante manifestavano grosse incapacità anche per le cose materiali più semplici, ma davanti a Dio erano aquile che volavano in alto con la loro preghiera.
Ricordo un episodio avvenuto circa dieci anni fa. Guardando un’immagine di una monaca che viveva vicino Gerusalemme e che riceveva rivelazioni da Gesù, una persona leggendo nel libro che il Signore le diceva “bella”, mi disse sorridendo che quella volta il Signore non aveva indovinato, perché la monaca della foto risultava un po’ bruttina. Quella persona si rallegrava per l’abbaglio preso da Gesù, ma non gioiva deridendo il Signore, a suo dire sbagliava.
Anche io mi divertivo nel sentire quella persona, e le ho spiegato che Gesù intendeva bella l’anima della monaca, Egli non considera il nostro aspetto esteriore, a Lui interessa esclusivamente come siamo dentro. Esteriormente per Gesù siamo tutti belli. Perché ci ama così come siamo.
L’aspetto esteriore può diventare oggetto di culto, un idolo da privilegiare.
“Viene il prìncipe del mondo”, noi non ce ne accorgiamo, siamo troppo impegnati in cose secondarie che rendiamo primarie, assolute. Ho già descritto che il prìncipe infelice di questo mondo, è in grado di guidare miliardi di persone lì dove vuole lui. Basta una semplice ispirazione, un’attrazione verso qualcosa, il desiderio di usare il silicone in qualsiasi parte del corpo, spingere l’inclinazione verso un idolo o un vizio gravissimo.
Così l’infelice prìncipe del mondo riesce ad ingannare l’umanità.
Vi ho già spiegato la differenza delle ispirazioni, la provenienza manifesta un’intensità diversa. L’ispirazione che arriva da satana è violenta, scatta all’improvviso e si ripete con insistenza, mentre l’ispirazione di Dio è soave, non si ripete spesso e non porta agitazione. Quella di satana mette agitazione e una forte volontà di compierla al più presto.
Questa in sintesi la differenza delle ispirazioni, adesso trascrivo dal pieghevole “Satana è forte e aspetta ciascuno di voi per provarlo” (http://www.gesuemaria.it/pieghevoli.html) alcuni messaggi della Madonna dati a Medjugorje sull’azione inavvertibile e sottilissima di satana. meditate con attenzione cosa è in grado di fare satana e quali mezzi dobbiamo usare per sconfiggerlo.


~ É giunta l'ora in cui a satana è consentito di agire con tutte le sue forze e la sua potenza. L'ora presente è l'ora di satana! (10 febbraio 1983).
~ Quando sentite fiacchezza nella vostra preghiera, non vi fermate ma continuate a pregare con tutto il cuore. E non date retta al corpo, ma raccoglietevi completamente nel vostro spirito. Quando sentite fiacchezza nella preghiera, pregate con maggior ardore, lottate e meditate su quello per cui pregate. Non lasciate che nella preghiera vi inganni un qualunque pensiero. Allontanate tutti i pensieri, eccetto quelli che uniscono Me e Gesù a voi. Scacciate gli altri pensieri con i quali satana vuole ingannarvi e portarvi lontano da Me (27 febbraio 1985).
~ Quando siete umili, quando pregate fervidamente e quando amate il vostro prossimo, satana non può neanche avvicinarsi a voi (30 marzo 1985).
~ Cari figli, vi invito a collocare nelle vostre case numerosi oggetti sacri, e ogni persona porti addosso qualche oggetto benedetto. I Sacerdoti benedicano tutti gli oggetti, così satana vi tenterà di meno, perché sarete protetti! (18 luglio 1985).
~ Vi invito tutti a pregare, affinché si realizzino i progetti del Signore su di voi e tutto ciò che Dio desidera compiere per mezzo di voi. Aiutate gli altri a convertirsi. Non permettete che satana si impadronisca dei vostri cuori, sì da diventare sua immagine anziché mia. Vi invito a pregare, perché possiate diventare testimoni della mia presenza. Senza di voi il Signore non può realizzare ciò che desidera. Il Signore ha dato a ciascuno una volontà libera, e voi la state usando (30 gennaio 1986).
~ Cari figli, vi invito oggi alla preghiera e al digiuno. Sapete, cari figli, che col vostro aiuto Io posso fare tutto e costringere satana a non indurvi al male. Satana, cari figli, sta in agguato contro ognuno di voi, soprattutto desidera disturbare tutti nelle cose quotidiane (4 settembre 1986).
~ Cari figli, anche oggi vi ringrazio per tutto quello che in questi giorni avete fatto per Me. In modo particolare, vi ringrazio a nome di Gesù per i sacrifici offerti nella settimana scorsa. Cari figli, voi dimenticate che Io attendo sacrifici per aiutarvi e per allontanare satana da voi. Perciò vi invito di nuovo affinché con particolare devozione verso Dio offriate sacrifici (18 settembre 1986).
~ Cari figli, anche oggi desidero invitarvi tutti alla preghiera. Che la preghiera sia per voi vita. Cari figli, dedicate il tempo solo a Gesù, e Lui vi darà tutto ciò che cercate, Lui vi si rivelerà in pienezza. Cari figli, satana è forte, e aspetta ciascuno di voi per provarlo. Pregate! Così non potrà nuocervi, né ostacolarvi sulla via della santità. Cari figli, crescete di giorno in giorno attraverso la preghiera, sempre più verso Dio (25 settembre 1987).
~ Voglio mettervi in guardia perché in questo tempo satana vi tenta e vi cerca. A satana è sufficiente un vostro piccolo vuoto interiore per poter operare dentro di voi. Perciò, come vostra Madre, Io vi invito a pregare. Che la vostra arma sia la preghiera! Con la preghiera del cuore vincerete satana (5 settembre 1988).
~ Cari figli, aiutatemi con le vostre preghiere, ad avvicinare quanti più cuori possibile al mio Cuore Immacolato. Satana è forte e con tutte le forze vuole avvicinare quante più persone possibile a sè ed al peccato. Per questo sta in agguato per carpirne ogni momento di più. Vi prego, pregate ed aiutatemi ad aiutarvi. Io sono vostra Madre e vi amo, perciò desidero aiutarvi (25 maggio 1995).
~ Cari figli! Io vi ho voluti qui questa sera in modo speciale. In modo speciale ora che satana è libero dalle catene, Io vi invito a consacrarvi al mio Cuore e al Cuore di mio Figlio. In modo speciale ora, cari figli miei, Io vi invito ad essermi vicino. Io vi benedico tutti con la mia benedizione materna. Andate in pace, cari figli miei (1 gennaio 2001).
~ Cari figli, anche oggi vi invito alla preghiera, particolarmente oggi quando satana vuole la guerra e l'odio. Io vi invito di nuovo: pregate e digiunate affinché Dio vi dia la pace! Io sono con voi e intercedo presso Dio per ognuno di voi. E voi non abbiate paura perché chi prega non ha paura del male e non ha l'odio nel cuore (25 settembre 2001).
~ Cari figli, datemi il vostro cuore totalmente. Lasciate che vi guidi verso mio Figlio che vi dà la vera pace e la vera felicità. Non permettete che satana vi abbagli e vi domini con la falsa felicità e luce che vi circonda. Venite da Me. Io sono con voi (Mirjana ha detto: “Per tutto il tempo ho visto le lacrime negli occhi della Madonna” - 2 ottobre 2003).


Il prìncipe del mondo ha paura di noi se siamo umili e recitiamo il Rosario.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.


Proposito
Oggi cercherò di sentirmi anch’io inviato da Gesù Cristo, per curare e sanare, per portare speranza a qualcuno di coloro che Egli ha posto sul mio cammino.

Pensiero
Non abbattiamoci d’animo nelle difficoltà, preghiamo con fiducia e Dio ci darà l’aiuto promesso a chi lavora per la sua causa. (San Giovanni Bosco)
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lunedì 23 maggio 2011

965 - Commento al Vangelo di oggi 23/5/2011

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (14,21-26)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Gli disse Giuda, non l’Iscariòta: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Continuando gli insegnamenti nell’Ultima Cena, Gesù rivela la condizione indispensabile per vivere la sua Parola: amarlo. Non è possibile rimanere in comunione con Lui se manca l’amore, l’interesse verso la sua divina Persona.
“Chi accoglie i miei Comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama”. Purtroppo, molti credenti non ricordano più i 10 Comandamenti, come possono amarlo? Ma non è sufficiente ricordarli, bisogna accoglierli e osservarli.
Non si tratta di un’osservanza esteriore o meccanica, come il lavoro che si svolge, qui occorre una componente essenziale della nostra esistenza, senza la quale siamo veramente poveri: l’amore. È difficile amare Gesù quando il cuore è ancora fortemente sottoposto all’orgoglio e alla superbia, quando si giudicano con disprezzo gli altri, quando abbiamo una grande idea di noi stessi.
L’amore richiede umiltà e verità, un cuore buono e misericordioso.
Diventa facile amare Gesù quando controlliamo i moti interiori che spingono a comportamenti opposti all’amore, quindi, è importante controllare le nostre reazioni interne e i pensieri negativi che scombussolano il cuore. Infatti, il cuore segue le informazioni che arrivano dall’intelletto, se sono negative verso una persona o qualcosa, nasce il rancore fino ad arrivare all’odio.
Per questa ragione è indispensabile pensare sempre bene degli altri, nonostante le loro cattiverie o il male che ci hanno fatto, e l’amore conduce al perdono. Noi perdoniamo quanti non ci amano o ci hanno causato sofferenze e ferite profonde, e se non è possibile parlarne con loro, li perdoniamo nel nostro cuore. Pregheremo per loro con vera gioia.
“Se uno mi ama, osserverà la mia Parola”, non c’è altro modo per praticare gli insegnamenti di Gesù. È impossibile comportarsi nella vita con ingiustizia e malvagità, e al tempo stesso praticare la Parola di Gesù. Innanzitutto, vi mostro che il cuore cattivo non ricerca mai l’osservanza del Vangelo e dei Comandamenti, perché c’è piena opposizione tra le due cose. Si può osservare il Vangelo per ingannare gli altri, con ipocrisia. Ma è tutto inutile.
Infatti, dice Gesù: “Chi non mi ama, non osserva le mie parole”.
Non amare gli altri comporta la presenza di orgoglio e di risentimento, di propensione a giudicare e di ipocrisia. Anche a quanti oggi vivono con sofferenza queste situazioni, dico di non abbattersi, perché il desiderio di avvicinarsi a Gesù e ad amarlo come vuole Lui, allontana nel tempo questi sentimenti negativi. Vi rende ogni giorno migliori. Non abbattetevi perché se oggi non riuscite ad amare, domani potreste amare più degli altri. Ma decidetevi a lavorare sui pensieri e sul linguaggio, a dominare la volontà per evitare azioni non buone.
La preghiera giornaliera fatta con il cuore, purifica sempre più la vostra vita.
E chi comincia a digiunare come può il mercoledì e il venerdì, avverte nuove forze spirituali e la Grazia che purifica l’anima. Nel sito trovate alcune catechesi sull’importanza del digiuno.
Ricordiamoci che l’amore copre una moltitudine di peccati.
Vi benedico e prego per tutti voi. Pregate per me ogni giorno nella Messa e nel Rosario.


Proposito
Oggi cercherò di sentirmi anch’io inviato da Gesù Cristo, per curare e sanare, per portare speranza a qualcuno di coloro che Egli ha posto sul mio cammino.


Pensiero
Non abbattiamoci d’animo nelle difficoltà, preghiamo con fiducia e Dio ci darà l’aiuto promesso a chi lavora per la sua causa. (San Giovanni Bosco)
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domenica 22 maggio 2011

964 - Commento al Vangelo di oggi 22/5/2011

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (14,1-12)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre». Parola del Signore.


Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
Il Vangelo di questa domenica raccoglie quelli già meditati venerdì e sabato.
Ieri sera ho intravisto al telegiornale verso la fine del suo comunicato una donna che difendeva suo marito Lucio e sosteneva che si tratta di un uomo serio e che era troppo preso da mille cose nella giornata, per questo si è dimenticato la bambina mercoledì scorso per ben sei ore all’interno dell’auto, sotto il sole. Il fatto è accaduto a Teramo e dopo tre giorni di agonia la piccola Elena ieri sera è morta.
La donna ha detto che lei doveva stare a riposo per una gravidanza e sbrigava tutto il marito, pensava a tante cose nella giornata, un uomo dinamico e risoluto. Tra tutte le cose che svolgeva nella giornata, aveva tempo per pregare e affidare la sua famiglia alla Madonna? Non credo.
Se la famiglia fosse stata consacrata alla Madonna, una leggera ispirazione lo avrebbe spinto a volgere lo sguardo sul sedile posteriore ed accorgersi della presenza della bimba. Gli Angeli Custodi lo avrebbero allertato della presenza di sua figlia, che a 22 mesi parlava e la prima parola che aveva pronunciata era stata papà.
Nessuno può condannare quest’uomo, non si augura a nessuno di trovarsi nella sua tremenda situazione ed angoscia. La sua vita è rovinata, colpa di una dimenticanza come possono avvenire tante dimenticanze a tutti nella giornata. Cosa proverà l’uomo quando qualcuno tra un anno o tra dieci anni gli chiederà nell’ambiente del lavoro o in altri luoghi: “Ti sei dimenticato qualcosa?”. Quale profonda e acuminata spada continuerà a trafiggere la sua anima…
Il comunicato della moglie era tutto favorevole al marito, questo è molto buono, altre persone lo avrebbero forse maledetto. Bisogna essere comprensivi, a tutti può accedere di sbagliare, anche se alcuni errori sono mortali e nessuno si può permettere di compierli. Ma una volta commessi, occorre reagire con grande padronanza di spirito, senza lasciarsi abbattere dalle passioni.
A proposito di passioni, continuo a notare dalle e-mails che ricevo, un miglioramento spirituale di innumerevoli parrocchiani, dalle parole espresse e dalle testimonianze esposte. Sono centinaia i messaggi di ringraziamento per questo commento, ma il mio grazie và alla Madonna che ha voluto questo commento e ci fa crescere di numero e di spirito. Siete oltre 4.550 parrocchiani iscritti, con un grande desiderio di meditare e di migliorare la vita spirituale.
Lodevole è l’iniziativa di molti che passano il commento a innumerevoli altri cattolici, e secondo una stima, il commento viene letto ogni giorno da circa 10.000 (diecimila) lettori. Non male come inizio ma dobbiamo centuplicare gli iscritti per farli avvicinare al Vangelo, dobbiamo cercare di coinvolgere molte persone, devono conoscere che Gesù e Maria sono indispensabili per raggiungere l’equilibrio e la padronanza della propria volontà.
Chi riesce a dominare la volontà, evita molti peccati mortali.
Trascrivo alcune testimonianze, aiutano e stimolano a fare meglio, rassicurano sul cammino che si sta compiendo e creano fraternità. Ci si sente più coinvolti.
Caro Padre Giulio, le volevo esprime la mia gratitudine per i suoi commenti al Vangelo del giorno. Mi hanno aiutato quando ho attraversato grandi momenti di abbattimento spirituale e materiale derivante dalla miriade di tribolazioni e mi aiutano quotidianamente. Grazie infinite. Giovanni **”.
Grazie per le sue riflessioni sono un aiuto concreto alla nostra vita. Lella”.
Gent.mo Padre Giulio, ricevo ogni giorno il Vangelo da Lei commentato con la complicità dello Spirito Santo, infatti, non si può non cogliere il Suo soffio in tante profonde intuizioni! Continui a regalarci la parola di Dio con la costanza di sempre e non si scoraggi mai! La buona stampa produce frutti buoni. Spero che Dio le dia la forza e la perseveranza per continuare questa missione faticosa ma feconda più di quanto immagina. Grazie e, qualche volta, preghi anche per me. Eleonora **”.
Ne arrivano messaggi simili centinaia, non riesco a pubblicarli tutti, ma ringrazio tutti coloro che manifestano con amore e sincerità la loro gioia nel cammino spirituale che io propongo, per compiere una continua elevazione dalla materia allo Spirito, e rinascere a vita nuova, con una nuova mentalità e un cuore buono.
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sabato 21 maggio 2011

963 - Messaggio Medjugorje straordinario dato a Ivan 20/5/2011

Apparizione straordinaria sul Podbrdo a Medjugorje alle ore 22:00

“Cari figli, oggi più che mai desidero invitarvi alla preghiera. Cari figli, satana desidera distruggere le famiglie di oggi, perciò desidero invitarvi al rinnovamento della preghiera famigliare. Pregate, cari figli, nelle famiglie, con i vostri figli, non permettete l’accesso a satana. Grazie, cari figli, perché anche oggi avete risposto alla mia chiamata”.

Poi la Madonna ha pregato un tempo lungo su tutti noi qui con le mani distese, ha pregato per i malati presenti, ci ha benedetti con la sua benedizione materna e ha benedetto tutto quello che abbiamo portato per la benedizione. Poi la Madonna ha pregato un tempo lungo in modo speciale per la pace, la pace nel mondo. Poi Ivan ha raccomandato tutti noi, i nostri bisogni, le nostre intenzioni, le nostre famiglie, in particolare tutti i malati. Poi la Madonna ha continuato a pregare su tutti noi ed in questa preghiera se n’è andata nel segno della luce e della croce col saluto: “Andate in pace, cari figli miei!”.
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giovedì 19 maggio 2011

962 - Udienza del 18/5/2011 (la preghiera di Abramo)

Cari fratelli e sorelle,

nelle due scorse catechesi abbiamo riflettuto sulla preghiera come fenomeno universale, che - pur in forme diverse - è presente nelle culture di tutti i tempi. Oggi, invece, vorrei iniziare un percorso biblico su questo tema, che ci guiderà ad approfondire il dialogo di alleanza tra Dio e l’uomo che anima la storia della salvezza, fino al culmine, alla parola definitiva che è Gesù Cristo. Questo cammino ci porterà a soffermarci su alcuni importanti testi e figure paradigmatiche dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Sarà Abramo, il grande Patriarca, padre di tutti i credenti (cfr Rm 4,11-12.16-17), ad offrirci un primo esempio di preghiera, nell’episodio dell’intercessione per le città di Sodoma e Gomorra. E vorrei anche invitarvi ad approfittare del percorso che faremo nelle prossime catechesi per imparare a conoscere di più la Bibbia, che spero abbiate nelle vostre case, e, durante la settimana, soffermarsi a leggerla e meditarla nella preghiera, per conoscere la meravigliosa storia del rapporto tra Dio e l’uomo, tra Dio che si comunica a noi e l’uomo che risponde, che prega.
Il primo testo su cui vogliamo riflettere si trova nel capitolo 18 del Libro della Genesi; si narra che la malvagità degli abitanti di Sodoma e Gomorra era giunta al culmine, tanto da rendere necessario un intervento di Dio per compiere un atto di giustizia e per fermare il male distruggendo quelle città. È qui che si inserisce Abramo con la sua preghiera di intercessione. Dio decide di rivelargli ciò che sta per accadere e gli fa conoscere la gravità del male e le sue terribili conseguenze, perché Abramo è il suo eletto, scelto per diventare un grande popolo e far giungere la benedizione divina a tutto il mondo. La sua è una missione di salvezza, che deve rispondere al peccato che ha invaso la realtà dell’uomo; attraverso di lui il Signore vuole riportare l’umanità alla fede, all’obbedienza, alla giustizia. E ora, questo amico di Dio si apre alla realtà e al bisogno del mondo, prega per coloro che stanno per essere puniti e chiede che siano salvati.
Abramo imposta subito il problema in tutta la sua gravità, e dice al Signore: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?» (vv. 23-25). Con queste parole, con grande coraggio, Abramo mette davanti a Dio la necessità di evitare una giustizia sommaria: se la città è colpevole, è giusto condannare il suo reato e infliggere la pena, ma – afferma il grande Patriarca – sarebbe ingiusto punire in modo indiscriminato tutti gli abitanti. Se nella città ci sono degli innocenti, questi non possono essere trattati come i colpevoli. Dio, che è un giudice giusto, non può agire così, dice Abramo giustamente a Dio.
Se leggiamo, però, più attentamente il testo, ci rendiamo conto che la richiesta di Abramo è ancora più seria e più profonda, perché non si limita a domandare la salvezza per gli innocenti. Abramo chiede il perdono per tutta la città e lo fa appellandosi alla giustizia di Dio; dice, infatti, al Signore: «E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?» (v. 24b). Così facendo, mette in gioco una nuova idea di giustizia: non quella che si limita a punire i colpevoli, come fanno gli uomini, ma una giustizia diversa, divina, che cerca il bene e lo crea attraverso il perdono che trasforma il peccatore, lo converte e lo salva. Con la sua preghiera, dunque, Abramo non invoca una giustizia meramente retributiva, ma un intervento di salvezza che, tenendo conto degli innocenti, liberi dalla colpa anche gli empi, perdonandoli. Il pensiero di Abramo, che sembra quasi paradossale, si potrebbe sintetizzare così: ovviamente non si possono trattare gli innocenti come i colpevoli, questo sarebbe ingiusto, bisogna invece trattare i colpevoli come gli innocenti, mettendo in atto una giustizia “superiore”, offrendo loro una possibilità di salvezza, perché se i malfattori accettano il perdono di Dio e confessano la colpa lasciandosi salvare, non continueranno più a fare il male, diventeranno anch’essi giusti, senza più necessità di essere puniti.
È questa la richiesta di giustizia che Abramo esprime nella sua intercessione, una richiesta che si basa sulla certezza che il Signore è misericordioso. Abramo non chiede a Dio una cosa contraria alla sua essenza, bussa alla porta del cuore di Dio conoscendone la vera volontà. Certo Sodoma è una grande città, cinquanta giusti sembrano poca cosa, ma la giustizia di Dio e il suo perdono non sono forse la manifestazione della forza del bene, anche se sembra più piccolo e più debole del male? La distruzione di Sodoma doveva fermare il male presente nella città, ma Abramo sa che Dio ha altri modi e altri mezzi per mettere argini alla diffusione del male.
È il perdono che interrompe la spirale del peccato, e Abramo, nel suo dialogo con Dio, si appella esattamente a questo. E quando il Signore accetta di perdonare la città se vi troverà i cinquanta giusti, la sua preghiera di intercessione comincia a scendere verso gli abissi della misericordia divina. Abramo - come ricordiamo - fa diminuire progressivamente il numero degli innocenti necessari per la salvezza: se non saranno cinquanta, potrebbero bastare quarantacinque, e poi sempre più giù fino a dieci, continuando con la sua supplica, che si fa quasi ardita nell’insistenza: «forse là se ne troveranno quaranta … trenta … venti … dieci» (cfr vv. 29.30.31.32). E più piccolo diventa il numero, più grande si svela e si manifesta la misericordia di Dio, che ascolta con pazienza la preghiera, l’accoglie e ripete ad ogni supplica: «perdonerò, … non distruggerò, … non farò» (cfr vv. 26.28.29.30.31.32).
Così, per l’intercessione di Abramo, Sodoma potrà essere salva, se in essa si troveranno anche solamente dieci innocenti. È questa la potenza della preghiera. Perché attraverso l’intercessione, la preghiera a Dio per la salvezza degli altri, si manifesta e si esprime il desiderio di salvezza che Dio nutre sempre verso l’uomo peccatore.
Il male, infatti, non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione.
Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva (cfr Ez 18,23; 33,11); il suo desiderio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene. Ebbene, è proprio questo desiderio divino che, nella preghiera, diventa desiderio dell’uomo e si esprime attraverso le parole dell’intercessione. Con la sua supplica, Abramo sta prestando la propria voce, ma anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio ha trovato in Abramo e nella sua preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini, per essere presente dove c’è bisogno di grazia. Con la voce della sua preghiera, Abramo sta dando voce al desiderio di Dio, che non è quello di distruggere, ma di salvare Sodoma, di dare vita al peccatore convertito.
E’ questo che il Signore vuole, e il suo dialogo con Abramo è una prolungata e inequivocabile manifestazione del suo amore misericordioso. La necessità di trovare uomini giusti all’interno della città diventa sempre meno esigente e alla fine ne basteranno dieci per salvare la totalità della popolazione. Per quale motivo Abramo si fermi a dieci, non è detto nel testo. Forse è un numero che indica un nucleo comunitario minimo (ancora oggi, dieci persone sono il quorum necessario per la preghiera pubblica ebraica). Comunque, si tratta di un numero esiguo, una piccola particella di bene da cui partire per salvare un grande male. Ma neppure dieci giusti si trovavano in Sodoma e Gomorra, e le città vennero distrutte. Una distruzione paradossalmente testimoniata come necessaria proprio dalla preghiera d’intercessione di Abramo.
Perché proprio quella preghiera ha rivelato la volontà salvifica di Dio: il Signore era disposto a perdonare, desiderava farlo, ma le città erano chiuse in un male totalizzante e paralizzante, senza neppure pochi innocenti da cui partire per trasformare il male in bene. Perché è proprio questo il cammino della salvezza che anche Abramo chiedeva: essere salvati non vuol dire semplicemente sfuggire alla punizione, ma essere liberati dal male che ci abita. Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo. Dirà il profeta Geremia al popolo ribelle: «La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio» (Ger 2,19).
È da questa tristezza e amarezza che il Signore vuole salvare l’uomo liberandolo dal peccato. Ma serve dunque una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono. Per questo i giusti devono essere dentro la città, e Abramo continuamente ripete: «forse là se ne troveranno …». «Là»: è dentro la realtà malata che deve esserci quel germe di bene che può risanare e ridare la vita. E’ una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio. E nella realtà malata di Sodoma e Gomorra quel germe di bene non si trovava.
Ma la misericordia di Dio nella storia del suo popolo si allarga ulteriormente. Se per salvare Sodoma servivano dieci giusti, il profeta Geremia dirà, a nome dell’Onnipotente, che basta un solo giusto per salvare Gerusalemme: «Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se c’è un uomo che pratichi il diritto, e cerchi la fedeltà, e io la perdonerò» (5,1). Il numero è sceso ancora, la bontà di Dio si mostra ancora più grande. Eppure questo ancora non basta, la sovrabbondante misericordia di Dio non trova la risposta di bene che cerca, e Gerusalemme cade sotto l’assedio del nemico. Bisognerà che Dio stesso diventi quel giusto. E questo è il mistero dell’Incarnazione: per garantire un giusto Egli stesso si fa uomo. Il giusto ci sarà sempre perché è Lui: bisogna però che Dio stesso diventi quel giusto. L’infinito e sorprendente amore divino sarà pienamente manifestato quando il Figlio di Dio si farà uomo, il Giusto definitivo, il perfetto Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce, perdonando e intercedendo per coloro che «non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Allora la preghiera di ogni uomo troverà la sua risposta, allora ogni nostra intercessione sarà pienamente esaudita.
Cari fratelli e sorelle, la supplica di Abramo, nostro padre nella fede, ci insegni ad aprire sempre di più il cuore alla misericordia sovrabbondante di Dio, perché nella preghiera quotidiana sappiamo desiderare la salvezza dell’umanità e chiederla con perseveranza e con fiducia al Signore che è grande nell’amore. Grazie.
[seguono saluti in varie lingue]
Cari fratelli e sorelle!

Durante il tempo pasquale, la liturgia canta a Cristo risorto dai morti, vincitore della morte e del peccato, vivo e presente nella vita della Chiesa e nelle vicende del mondo. La Buona novella dell’Amore di Dio manifestatosi in Cristo, Agnello immolato, Buon Pastore che dà la vita per i suoi, si espande incessantemente fino agli estremi confini della terra e, al tempo stesso, incontra rifiuto ed ostacoli in tutte le parti del mondo. Come allora, ancora oggi, dalla Croce alla Risurrezione.
Martedì, 24 maggio, è giorno dedicato alla memoria liturgica della Beata Vergine Maria, Aiuto dei Cristiani, venerata con grande devozione nel Santuario di Sheshan a Shanghai: tutta la Chiesa si unisce in preghiera con la Chiesa che è in Cina. Là, come altrove, Cristo vive la sua passione. Mentre aumenta il numero di quanti Lo accolgono come il loro Signore, da altri Cristo è rifiutato, ignorato o perseguitato: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9, 4). La Chiesa in Cina, soprattutto in questo momento, ha bisogno della preghiera della Chiesa universale. Invito, in primo luogo, tutti i cattolici cinesi a continuare e a intensificare la propria preghiera, soprattutto a Maria, Vergine forte. Ma anche per tutti i cattolici del mondo pregare per la Chiesa che è in Cina deve essere un impegno: quei fedeli hanno diritto alla nostra preghiera, hanno bisogno della nostra preghiera.
Sappiamo dagli Atti degli Apostoli che, quando Pietro era in carcere, tutti hanno pregato con forza e hanno ottenuto che un angelo lo liberasse. Anche noi facciamo lo stesso: preghiamo intensamente, tutti assieme, per questa Chiesa, fiduciosi che, con la preghiera, possiamo fare qualcosa di molto reale per essa.
I cattolici cinesi, come hanno detto molte volte, vogliono l’unità con la Chiesa universale, con il Pastore supremo, con il Successore di Pietro. Con la preghiera possiamo ottenere per la Chiesa in Cina di rimanere una, santa e cattolica, fedele e ferma nella dottrina e nella disciplina ecclesiale. Essa merita tutto il nostro affetto.
Sappiamo che, fra i nostri fratelli Vescovi, ci sono alcuni che soffrono e sono sotto pressione nell’esercizio del loro ministero episcopale. A loro, ai sacerdoti e a tutti i cattolici che incontrano difficoltà nella libera professione di fede esprimiamo la nostra vicinanza. Con la nostra preghiera possiamo aiutarli a trovare la strada per mantenere viva la fede, forte la speranza, ardente la carità verso tutti ed integra l’ecclesiologia che abbiamo ereditato dal Signore e dagli Apostoli e che ci è stata trasmessa con fedeltà fino ai nostri giorni. Con la preghiera possiamo ottenere che il loro desiderio di stare nella Chiesa una e universale superi la tentazione di un cammino indipendente da Pietro. La preghiera può ottenere, per loro e per noi, la gioia e la forza di annunciare e di testimoniare, con tutta franchezza e senza impedimento, Gesù Cristo crocifisso e risorto, l’Uomo nuovo, vincitore del peccato e della morte.
Con tutti voi chiedo a Maria di intercedere perché ognuno di loro si conformi sempre più strettamente a Cristo e si doni con generosità sempre nuova ai fratelli. A Maria chiedo di illuminare quelli che sono nel dubbio, di richiamare gli smarriti, di consolare gli afflitti, di rafforzare quanti sono irretiti dalle lusinghe dell’opportunismo. Vergine Maria, Aiuto dei cristiani, Nostra Signora di Sheshan, prega per noi!
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E adesso, rivolgo un cordiale pensiero ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i sacerdoti del Pontificio Collegio San Paolo Apostolo che hanno terminato gli studi presso le varie Università Pontificie di Roma. Cari sacerdoti, tornando nei vostri Paesi, sappiate mettere a frutto l'esperienza culturale e di comunione sacerdotale maturata in questi anni. Saluto voi, Diaconi del Collegio Urbano de Propaganda Fide, e vi auguro di testimoniare dappertutto che Gesù Cristo risponde pienamente alle attese dell’uomo. Saluto i Capitolari della Congregazione del Santissimo Sacramento e quelli della Compagnia di Maria (Missionari Monfortani). Vi accompagno, cari amici, con la preghiera ed auspico che dai lavori dei vostri Capitoli Generali scaturisca per i rispettivi Istituti un rinnovato ardore religioso per servire con gioia il Vangelo. Saluto voi fedeli dell’Arcidiocesi di Campobasso-Bojano, accompagnati dal vostro Arcivescovo Mons. Giancarlo Maria Bregantini: possa questa visita alle tombe degli Apostoli apportare ricchi frutti spirituali alla vostra Comunità diocesana.
Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani, vi auguro di saper riconoscere, in mezzo alle tante voci di questo mondo, quella di Cristo, che continua a rivolgere il suo invito al cuore di chi sa mettersi in ascolto. Siate generosi nel seguirlo, non abbiate timore nel mettere le vostre energie e il vostro entusiasmo a servizio del suo Vangelo. E voi, cari malati, apritegli il cuore con fiducia; Egli non vi farà mancare la luce consolante della sua presenza. Infine, a voi, cari sposi novelli, auguro che le vostre famiglie rispondano alla vocazione di essere trasparenza dell'amore di Dio. Grazie.
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Medaglia di San Benedetto