Il Signore ti benedica,ti custodisca e ti mostri il Suo volto misericordioso!

Quando pensi di aver toccato il fondo e che nessuno ti voglia o ti ami più, Dio si fa uomo per incontrarti, Gesù ti viene accanto

CIAO A TE !!

Nulla è più urgente nel mondo d'oggi di proclamare Cristo alle genti. Chiunque tu sia, puoi, se vuoi, lasciare un tuo contributo, piccolo o grande che sia, per dire, comunicare, annunciare la persona di Gesù Cristo, unico nostro salvatore. Uno speciale benvenuto a LADYBUG che si è aggiunta di recente ai sostenitori ! *************************************************** Questo blog è sotto la protezione di N.S. Gesù Cristo e della SS Vergine Maria, Sua Madre ed ha come una ragione di esistere di fornire un contributo, sia pure piccolo ed umile, alla crescita della loro Gloria. ***************************************************

Con Cristo non ci sono problemi, senza Cristo non ci sono soluzioni.

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domenica 29 agosto 2010

738 - Angelus di Benedetto XVI del 29/8/2010, XXII domenica tempo ord.

Cari fratelli e sorelle,

nel Vangelo di questa domenica (Lc 14,1.7-14), incontriamo Gesù commensale nella casa di un capo dei farisei. Notando che gli invitati sceglievano i primi posti a tavola, Egli raccontò una parabola, ambientata in un banchetto nuziale. "Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: «Cèdigli il posto!» ... Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto" (Lc 14,8-10). Il Signore non intende dare una lezione sul galateo, né sulla gerarchia tra le diverse autorità. Egli insiste piuttosto su un punto decisivo, che è quello dell’umiltà: "chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato" (Lc 14,11). Questa parabola, in un significato più profondo, fa anche pensare alla posizione dell’uomo in rapporto a Dio. L’"ultimo posto" può infatti rappresentare la condizione dell’umanità degradata dal peccato, condizione dalla quale solo l’incarnazione del Figlio Unigenito può risollevarla. Per questo Cristo stesso "ha preso l’ultimo posto nel mondo — la croce — e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta" (Enc. Deus caritas est, 35).
Al termine della parabola, Gesù suggerisce al capo dei farisei di invitare alla sua mensa non gli amici, i parenti o i ricchi vicini, ma le persone più povere ed emarginate, che non hanno modo di ricambiare (cfr Lc 14,13-14), perché il dono sia gratuito. La vera ricompensa, infatti, alla fine, la darà Dio, "che governa il mondo ... Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza" (Enc. Deus caritas est, 35). Ancora una volta, dunque, guardiamo a Cristo come modello di umiltà e di gratuità: da Lui apprendiamo la pazienza nelle tentazioni, la mitezza nelle offese, l’obbedienza a Dio nel dolore, in attesa che Colui che ci ha invitato ci dica: "Amico, vieni più avanti!" (cfr Lc 14,10); il vero bene, infatti, è stare vicino a Lui. San Luigi IX, re di Francia – la cui memoria ricorreva mercoledì scorso – ha messo in pratica ciò che è scritto nel Libro del Siracide: "Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore" (3,18). Così egli scriveva nel suo "Testamento spirituale al figlio": "Se il Signore ti darà qualche prosperità, non solo lo dovrai umilmente ringraziare, ma bada bene a non diventare peggiore per vanagloria o in qualunque altro modo, bada cioè a non entrare in contrasto con Dio o offenderlo con i suoi doni stessi" ( Acta Sanctorum Augusti 5 [1868], 546).
Cari amici, oggi ricordiamo anche il martirio di san Giovanni Battista, il più grande tra i profeti di Cristo, che ha saputo rinnegare se stesso per fare spazio al Salvatore, e ha sofferto ed è morto per la verità. Chiediamo a lui e alla Vergine Maria di guidarci sulla via dell’umiltà, per diventare degni della ricompensa divina.
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Dopo l'Angelus

Il prossimo 1° settembre si celebra in Italia la Giornata per la salvaguardia del creato, promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana. E’ un appuntamento ormai abituale, importante anche sul piano ecumenico. Quest’anno ci ricorda che non ci può essere pace senza rispetto dell’ambiente. Abbiamo infatti il dovere di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente conservarla. Il Signore ci aiuti in questo compito!
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sabato 28 agosto 2010

737 - Vangelo del 29/8/2010, XXII Domenica tempo ord.

Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato

+ Dal Vangelo secondo Luca (14,1.7-14)


Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
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736 - Messaggi di Medjugorje ad Ivan di agosto 2010

Nel corso del mese di agosto, la Madonna è apparsa 4 volte ad Ivan affidando i seguenti messaggi:

Ecco quanto Krizan ci ha comunicato sull’apparizione avuta da Ivan il 6 agosto 2010, sul Podbrdo alle ore 22.00:

Stasera la Madonna è venuta molto gioiosa e felice.
All’inizio dell’incontro ci ha salutato tutti col suo materno saluto “Sia lodato Gesù, cari figli miei!”.
Dopo questo ha pregato un tempo su tutti noi con le mani distese, particolarmente sui malati presenti.
Ha pregato un tempo più lungo sui sacerdoti presenti.
Poi Ivan ha raccomandato tutti noi, i nostri bisogni, le nostre intenzioni, le nostre famiglie e, in particolare, i malati.
Dopo questo la Madonna ha pregato un tempo più lungo anche per le vocazioni nella Chiesa e per la pace nel mondo.
Ha benedetto tutti noi con la sua Benedizione materna ed ha benedetto tutto quello che abbiamo portato per la Benedizione.
Abbiamo pregato con la Madonna un Padre nostro ed un Gloria al Padre e poi Lei se n’è andata nel segno della luce e della croce col saluto: “Andate in pace, cari figli miei!”

Ecco quanto Krizan ci ha comunicato sull’apparizione avuta da Ivan il 13 Agosto 2010, alla Croce Blu, alle ore 22:00:

«Stasera la Madonna è venuta molto gioiosa e felice. All’inizio, come sempre, ci ha salutato tutti col suo materno saluto: “Sia lodato Gesù, cari figli miei!”. Dopo questo la Madonna ha steso le sue mani e ha pregato un tempo su di noi presenti, ha benedetto tutti noi con la sua Benedizione materna e ha benedetto tutti gli oggetti che abbiamo portato per la benedizione.
Poi la Madonna ha pregato un tempo lungo in particolare per i Sacerdoti, i Vescovi e per il Santo Padre.
Dopo questo Ivan ha raccomandato alla Madonna tutti noi, i nostri bisogni, le nostre intenzioni, le nostre famiglie e in particolare i malati e coloro che si sono raccomandati nella preghiera. Poi la Madonna ha continuato a pregare sui presenti con le mani distese e poi se n’è andata nel segno della luce e della croce col saluto: “Andate in pace, cari figli miei!”».
Ivan ha sottolineato poi che la Madonna ha pregato la maggior parte dell’Apparizione per i Sacerdoti, i Vescovi e il Santo Padre.

Ecco quanto Krizan ci ha comunicato sull’apparizione avuta da Ivan il 20 Agosto 2010, sul Podbrdo, alle ore 22:00. Ecco le parole di Ivan:

«Anche stasera la Madonna è venuta a noi molto gioiosa e felice e, come sempre, all’inizio ha salutato tutti noi col suo saluto materno: “Sia lodato Gesù, cari figli miei!”. Poi la Madonna ha steso le mani e ha pregato un tempo più lungo su tutti noi qui. Poi ci ha benedetti tutti con la sua benedizione materna e ha benedetto tutto quello che avete portato per la benedizione.
Poi la Madonna ha pregato un tempo particolarmente per la conversione dei peccatori ed ha pregato per le famiglie.
Poi io ho raccomandato tutti voi, i vostri bisogni, le vostre intenzioni, le vostre famiglie, in particolare tutti i malati e coloro che si sono particolarmente raccomandati nella preghiera.
Poi la Madonna ha continuato a pregare con le mani distese su di noi qui. Ha pregato sui malati, ha pregato anche su di voi sacerdoti presenti.
Dopo questo se n’è andata in preghiera nel segno della luce e della croce col saluto: “Andate in pace, cari figli miei!”.

Ecco quanto Krizan ci ha comunicato sull’apparizione avuta da Ivan il 27 Agosto 2010, sul Podbrdo, alle ore 22:00. Ecco le parole di Ivan:
«Desidero dire come sempre ciò che ripeto alle persone, ai pellegrini: è veramente difficile descrivere ogni incontro con la Madonna, quell’esperienza, quel sentimento, la bellezza di questo incontro, ma è difficile in modo particolare descrivere l’amore della Madre: quanto ci vuole bene a tutti, quanto ci ama tutti. Anche stasera è venuta a noi qui molto gioiosa e felice e all’inizio, come sempre in ogni incontro, ci ha salutato tutti col suo materno saluto: “Sia lodato Gesù, cari figli miei!”. Poi la Madonna ha steso le mani e ha pregato qui su tutti noi. Per un tempo più lungo ha pregato in particolare su di voi malati presenti qui e ha pregato in particolare anche su di voi sacerdoti presenti. Poi ci ha benedetto tutti con la sua benedizione materna e ha benedetto tutto quello che voi avete portato per la benedizione. Poi la Madonna ha detto:

“Cari figli, anche oggi di nuovo vi invito in questo tempo di grazia: pregate in particolare nelle vostre famiglie, pregate con i vostri figli. Cari figli, riposatevi, riposatevi in mio Figlio. Perciò decidetevi per mio Figlio, andate con Lui, cari figli. Allora riceverete la pace, la gioia. L’amore verrà nei vostri cuori. Cari figli, la Madre prega con voi, la Madre intercede presso Suo Figlio per tutti voi. Desidero dirvi anche oggi che vi amo. Seguitemi! Vi ringrazio, cari figli”.
Poi io ho raccomandato tutti voi, tutti i vostri bisogni, le vostre intenzioni, le vostre famiglie ed in particolare i malati. Poi la Madonna ha continuato a pregare su di noi e in questa preghiera se n’è andata nel segno della luce e della croce col saluto: “Andate in pace, cari figli miei!”
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mercoledì 25 agosto 2010

735 - Messaggio Medjugorje del 25/8/2010

Cari figli, con grande gioia anche oggi desidero nuovamente invitarvi: pregate, pregate, pregate.
Questo tempo sia per voi tempo per la preghiera personale.
Durante la giornata trovate un luogo dove, nel raccoglimento, possiate pregare con gioia.
Io vi amo e vi benedico tutti.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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domenica 22 agosto 2010

734 - Angelus di Benedetto XVI del 22/8/2010, XXI domenica tempo ord.

Cari fratelli e sorelle!

Otto giorni dopo la solennità della sua Assunzione al Cielo, la liturgia ci invita a venerare la Beata Vergine Maria col titolo di "Regina". La Madre di Cristo viene contemplata incoronata dal suo Figlio, cioè associata alla sua Regalità universale, così come la raffigurano numerosi mosaici e dipinti. Anche questa memoria ricorre quest’anno in domenica, acquistando una maggiore luce dalla Parola di Dio e dalla celebrazione della Pasqua settimanale. In particolare, l’icona della Vergine Maria Regina trova un significativo riscontro nel Vangelo odierno, là dove Gesù afferma: "Ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi" (Lc 13,30). E’ questa una tipica espressione di Cristo, riportata più volte dagli Evangelisti – anche con formule similari –, perché evidentemente riflette un tema caro alla sua predicazione profetica. La Madonna è l’esempio perfetto di tale verità evangelica, che cioè Dio abbassa i superbi e i potenti di questo mondo e innalza gli umili (cfr Lc 1,52).
La piccola e semplice fanciulla di Nazaret è diventata la Regina del mondo! Questa è una delle meraviglie che rivelano il cuore di Dio. Naturalmente la regalità di Maria è totalmente relativa a quella di Cristo: Egli è il Signore, che, dopo l’umiliazione della morte di croce, il Padre ha esaltato al di sopra di ogni creatura nei cieli, sulla terra e sotto terra (cfr Fil 2,9-11). Per un disegno di grazia, la Madre Immacolata è stata pienamente associata al mistero del Figlio: alla sua Incarnazione; alla sua vita terrena, dapprima nascosta a Nazaret e poi manifestata nel ministero messianico; alla sua Passione e Morte; e infine alla gloria della Risurrezione e Ascensione al Cielo. La Madre ha condiviso con il Figlio non solo gli aspetti umani di questo mistero, ma, per l’opera dello Spirito Santo in lei, anche l’intenzione profonda, la volontà divina, così che tutta la sua esistenza, povera e umile, è stata elevata, trasformata, glorificata passando attraverso la "porta stretta" che è Gesù stesso (cfr Lc 13,24).
Sì, Maria è la prima che è passata attraverso la "via" aperta da Cristo per entrare nel Regno di Dio, una via accessibile agli umili, a quanti si fidano della Parola di Dio e si impegnano a metterla in pratica.
Nella storia delle città e dei popoli evangelizzati dal messaggio cristiano sono innumerevoli le testimonianze di venerazione pubblica, in certi casi addirittura istituzionale alla regalità della Vergine Maria. Ma oggi vogliamo soprattutto rinnovare, come figli della Chiesa, la nostra devozione a Colei che Gesù ci ha lasciato quale Madre e Regina.
Affidiamo alla sua intercessione la quotidiana preghiera per la pace, specialmente là dove più infierisce l’assurda logica della violenza; affinché tutti gli uomini si persuadano che in questo mondo dobbiamo aiutarci gli uni gli altri come fratelli per costruire la civiltà dell’amore.
Maria, Regina pacis, ora pro nobis!
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733 - Vangelo del 22/8/2010 - Domenica XXI tempo ordinario

Dal Vangelo secondo Luca (13,22-30)



Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Rispose:
«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete.
Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze.
Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità!
Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.
Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi».
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sabato 21 agosto 2010

732 - Maria faceva tutto per amore

L’amore era tutto e faceva tutto in lei e per lei.



Se lei pregava, era l’amore che pregava in lei e per lei.
Se adorava e lodava Dio, era l’amore che lo adorava e lodava in lei.
Se lei parlava, era l’amore che parlava in lei e per lei.
Se taceva, era l’amore che la teneva in silenzio.
Se lei lavorava, era l’amore che la teneva al lavoro.
Se riposava, era l’amore che la metteva in riposo.

S.Giovanni Eudes
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mercoledì 18 agosto 2010

731 - Udienza di Benedetto XVI del 18/8/2010

Cari fratelli e sorelle!

oggi vorrei soffermarmi sulla figura del mio Predecessore san Pio X, di cui sabato prossimo si celebra la memoria liturgica, sottolineandone alcuni tratti che possono essere utili anche per i Pastori e i fedeli della nostra epoca.
Giuseppe Sarto, così il suo nome, nato a Riese (Treviso) nel 1835 da famiglia contadina, dopo gli studi nel Seminario di Padova fu ordinato sacerdote a 23 anni. Dapprima fu vice parroco a Tombolo, quindi parroco a Salzano, poi canonico della cattedrale di Treviso con l'incarico di cancelliere vescovile e direttore spirituale del Seminario diocesano. In questi anni di ricca e generosa esperienza pastorale, il futuro Pontefice mostrò quel profondo amore a Cristo e alla Chiesa, quell'umiltà e semplicità e quella grande carità verso i più bisognosi, che furono caratteristiche di tutta la sua vita. Nel 1884 fu nominato Vescovo di Mantova e nel 1893 Patriarca di Venezia. Il 4 agosto 1903, venne eletto Papa, ministero che accettò con esitazione, perché non si riteneva all'altezza di un compito così alto.
Il Pontificato di san Pio X ha lasciato un segno indelebile nella storia della Chiesa e fu caratterizzato da un notevole sforzo di riforma, sintetizzata nel motto Instaurare omnia in Christo, "Rinnovare tutte le cose in Cristo". I suoi interventi, infatti, coinvolsero i diversi ambiti ecclesiali. Fin dagli inizi si dedicò alla riorganizzazione della Curia Romana; poi diede avvio ai lavori per la redazione del Codice di Diritto Canonico, promulgato dal suo Successore Benedetto XV. Promosse, poi, la revisione degli studi e dell'"iter" di formazione dei futuri sacerdoti, fondando anche vari Seminari regionali, attrezzati con buone biblioteche e professori preparati. Un altro settore importante fu quello della formazione dottrinale del Popolo di Dio. Fin dagli anni in cui era parroco aveva redatto egli stesso un catechismo e durante l'Episcopato a Mantova aveva lavorato affinché si giungesse ad un catechismo unico, se non universale, almeno italiano. Da autentico pastore aveva compreso che la situazione dell'epoca, anche per il fenomeno dell'emigrazione, rendeva necessario un catechismo a cui ogni fedele potesse riferirsi indipendentemente dal luogo e dalle circostanze di vita. Da Pontefice approntò un testo di dottrina cristiana per la diocesi di Roma, che si diffuse poi in tutta Italia e nel mondo. Questo Catechismo chiamato "di Pio X" è stato per molti una guida sicura nell'apprendere le verità della fede per il linguaggio semplice, chiaro e preciso e per l'efficacia espositiva.
Notevole attenzione dedicò alla riforma della Liturgia, in particolare della musica sacra, per condurre i fedeli ad una più profonda vita di preghiera e ad una più piena partecipazione ai Sacramenti.
Nel Motu Proprio Tra le sollecitudini (1903, primo anno del suo pontificato), egli afferma che il vero spirito cristiano ha la sua prima e ed indispensabile fonte nella partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa (cfr ASS 36[1903], 531). Per questo raccomandò di accostarsi spesso ai Sacramenti, favorendo la frequenza quotidiana alla Santa Comunione, bene preparati, e anticipando opportunamente la Prima Comunione dei bambini verso i sette anni di età, "quando il fanciullo comincia a ragionare" (cfr S. Congr. de Sacramentis, Decretum Quam singulari : AAS 2[1910], 582).
Fedele al compito di confermare i fratelli nella fede, san Pio X, di fronte ad alcune tendenze che si manifestarono in ambito teologico alla fine del XIX secolo e agli inizi del XX, intervenne con decisione, condannando il "Modernismo", per difendere i fedeli da concezioni erronee e promuovere un approfondimento scientifico della Rivelazione in consonanza con la Tradizione della Chiesa. Il 7 maggio 1909, con la Lettera apostolica Vinea electa, fondò il Pontificio Istituto Biblico. Gli ultimi mesi della sua vita furono funestati dai bagliori della guerra. L'appello ai cattolici del mondo, lanciato il 2 agosto 1914 per esprimere «l'acerbo dolore» dell'ora presente, era il grido sofferente del padre che vede i figli schierarsi l'uno contro l'altro. Morì di lì a poco, il 20 agosto e la sua fama di santità iniziò a diffondersi subito presso il popolo cristiano.
Cari fratelli e sorelle, san Pio X insegna a noi tutti che alla base della nostra azione apostolica, nei vari campi in cui operiamo, ci deve essere sempre un'intima unione personale con Cristo, da coltivare e accrescere giorno dopo giorno. Questo è il nucleo di tutto il suo insegnamento, di tutto il suo impegno pastorale. Solo se siamo innamorati del Signore, saremo capaci di portare gli uomini a Dio ed aprirli al Suo amore misericordioso, e così aprire il mondo alla misericordia di Dio.
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martedì 17 agosto 2010

730 - Omelia di Benedetto XVI del 15/8/2010

Riportiamo di seguito l'omelia pronunciata da Benedetto XVI questa domenica, Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, nel celebrare la Santa Messa nella parrocchia pontificia di "San Tommaso da Villanova" a Castel Gandolfo

Eminenza, Eccellenza, Autorità,

Cari fratelli e sorelle,
oggi la Chiesa celebra una delle più importanti feste dell’anno liturgico dedicate a Maria Santissima: l’Assunzione. Al termine della sua vita terrena, Maria è stata portata in anima e corpo nel Cielo, cioè nella gloria della vita eterna, nella piena e perfetta comunione con Dio.
Quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario da quando il Venerabile Papa Pio XII, il 1° novembre 1950, definì solennemente questo dogma, e vorrei leggere – anche se è un po’ complicato – la forma della dogmatizzazione. Dice il Papa: «in tal modo l’augusta Madre di Dio, arcanamente unita a Gesù Cristo fin da tutta l’eternità con uno stesso decreto di predestinazione, Immacolata nella sua Concezione, Vergine illibata nella sua divina maternità, generosa Socia del Divino Redentore, che ha riportato un pieno trionfo sul peccato e sulle sue conseguenze, alla fine, come supremo coronamento dei suoi privilegi, ottenne di essere preservata dalla corruzione del sepolcro e, vinta la morte, come già il suo Figlio, di essere innalzata in anima e corpo alla gloria del Cielo, dove risplende Regina alla destra del Figlio suo, Re immortale dei secoli» (Cost. ap. Munificentissimus Deus, AAS 42 (1950), 768-769).
Questo, quindi, è il nucleo della nostra fede nell’Assunzione: noi crediamo che Maria, come Cristo suo Figlio, ha già vinto la morte e trionfa già nella gloria celeste nella totalità del suo essere, «in anima e corpo».
San Paolo, nella seconda lettura di oggi, ci aiuta a gettare un po’ di luce su questo mistero partendo dal fatto centrale della storia umana e della nostra fede: il fatto, cioè, della risurrezione di Cristo, che è «la primizia di coloro che sono morti». Immersi nel Suo Mistero pasquale, noi siamo resi partecipi della sua vittoria sul peccato e sulla morte. Qui sta il segreto sorprendente e la realtà chiave dell’intera vicenda umana. San Paolo ci dice che tutti siamo «incorporati» in Adamo, il primo e vecchio uomo, tutti abbiamo la stessa eredità umana alla quale appartiene: la sofferenza, la morte, il peccato. Ma a questa realtà che noi tutti possiamo vedere e vivere ogni giorno aggiunge una cosa nuova: noi siamo non solo in questa eredità dell’unico essere umano, incominciato con Adamo, ma siamo «incorporati» anche nel nuovo uomo, in Cristo risorto, e così la vita della Risurrezione è già presente in noi. Quindi, questa prima «incorporazione» biologica è incorporazione nella morte, incorporazione che genera la morte. La seconda, nuova, che ci è donata nel Battesimo, è ««incorporazione» che da la vita. Cito ancora la seconda Lettura di oggi; dice San Paolo: «Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. » (1Cor 15, 21-24).
Ora, ciò che san Paolo afferma di tutti gli uomini, la Chiesa, nel suo Magistero infallibile, lo dice di Maria, in un modo e senso precisi: la Madre di Dio viene inserita a tal punto nel Mistero di Cristo da essere partecipe della Risurrezione del suo Figlio con tutta se stessa già al termine della vita terrena; vive quello che noi attendiamo alla fine dei tempi quando sarà annientato «l’ultimo nemico», la morte (cfr 1Cor 15, 26); vive già quello che proclamiamo nel Credo «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».
Allora ci possiamo chiedere: quali sono le radici di questa vittoria sulla morte prodigiosamente anticipata in Maria? Le radici stanno nella fede della Vergine di Nazareth, come testimonia il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato (Lc 1,39-56): una fede che è obbedienza alla Parola di Dio e abbandono totale all’iniziativa e all’azione divina, secondo quanto le annuncia l’Arcangelo. La fede, dunque, è la grandezza di Maria, come proclama gioiosamente Elisabetta: Maria è «benedetta fra le donne», «benedetto è il frutto del suo grembo» perché è «la madre del Signore», perché crede e vive in maniera unica la «prima» delle beatitudini, la beatitudine della fede. Elisabetta lo confessa nella gioia sua e del bambino che le sussulta in grembo: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (v. 45). Cari amici! Non ci limitiamo ad ammirare Maria nel suo destino di gloria, come una persona molto lontana da noi: no! Siamo chiamati a guardare quanto il Signore, nel suo amore, ha voluto anche per noi, per il nostro destino finale: vivere tramite la fede nella comunione perfetta di amore con Lui e così vivere veramente.
A questo riguardo, vorrei soffermarmi su un aspetto dell’affermazione dogmatica, là dove si parla di assunzione alla gloria celeste. Noi tutti oggi siamo ben consapevoli che col termine «cielo» non ci riferiamo ad un qualche luogo dell’universo, a una stella o a qualcosa di simile: no. Ci riferiamo a qualcosa di molto più grande e difficile da definire con i nostri limitati concetti umani.
Con questo termine «cielo» vogliamo affermare che Dio, il Dio fattosi vicino a noi non ci abbandona neppure nella e oltre la morte, ma ha un posto per noi e ci dona l’eternità; vogliamo affermare che in Dio c’è un posto per noi.
Per comprendere un po’ di più questa realtà guardiamo alla nostra stessa vita: noi tutti sperimentiamo che una persona, quando è morta, continua a sussistere in qualche modo nella memoria e nel cuore di coloro che l’hanno conosciuta ed amata. Potremmo dire che in essi continua a vivere una parte di questa persona, ma è come un’«ombra» perché anche questa sopravvivenza nel cuore dei propri cari è destinata a finire. Dio invece non passa mai e noi tutti esistiamo in forza del Suo amore. Esistiamo perché egli ci ama, perché egli ci ha pensati e ci ha chiamati alla vita. Esistiamo nei pensieri e nell’amore di Dio. Esistiamo in tutta la nostra realtà, non solo nella nostra «ombra». La nostra serenità, la nostra speranza, la nostra pace si fondano proprio su questo: in Dio, nel Suo pensiero e nel Suo amore, non sopravvive soltanto un’«ombra» di noi stessi, ma in Lui, nel suo amore creatore, noi siamo custoditi e introdotti con tutta la nostra vita, con tutto il nostro essere nell’eternità.
È il suo Amore che vince la morte e ci dona l’eternità, ed è questo amore che chiamiamo «cielo»: Dio è così grande da avere posto anche per noi. E l’uomo Gesù, che è al tempo stesso Dio, è per noi la garanzia che essere-uomo ed essere-Dio possono esistere e vivere eternamente l’uno nell’altro. Questo vuol dire che di ciascuno di noi non continuerà ad esistere solo una parte che ci viene, per così dire, strappata, mentre altre vanno in rovina; vuol dire piuttosto che Dio conosce ed ama tutto l’uomo, ciò che noi siamo. E Dio accoglie nella Sua eternità ciò che ora, nella nostra vita, fatta di sofferenza e amore, di speranza, di gioia e di tristezza, cresce e diviene. Tutto l’uomo, tutta la sua vita viene presa da Dio ed in Lui purificata riceve l’eternità. Cari Amici! Io penso che questa sia una verità che ci deve riempire di gioia profonda. Il Cristianesimo non annuncia solo una qualche salvezza dell’anima in un impreciso al di là, nel quale tutto ciò che in questo mondo ci è stato prezioso e caro verrebbe cancellato, ma promette la vita eterna, «la vita del mondo che verrà»: niente di ciò che ci è prezioso e caro andrà in rovina, ma troverà pienezza in Dio. Tutti i capelli del nostro capo sono contati, disse un giorno Gesù (cfr Mt 10,30). Il mondo definitivo sarà il compimento anche di questa terra, come afferma san Paolo: «la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Allora si comprende come il cristianesimo doni una speranza forte in un futuro luminoso ed apra la strada verso la realizzazione di questo futuro. Noi siamo chiamati, proprio come cristiani, ad edificare questo mondo nuovo, a lavorare affinché diventi un giorno il «mondo di Dio», un mondo che sorpasserà tutto ciò che noi stessi potremmo costruire. In Maria Assunta in cielo, pienamente partecipe della Risurrezione del Figlio, noi contempliamo la realizzazione della creatura umana secondo il «mondo di Dio».
Preghiamo il Signore affinché ci faccia comprendere quanto è preziosa ai Suo occhi tutta la nostra vita; rafforzi la nostra fede nella vita eterna; ci renda uomini della speranza, che operano per costruire un mondo aperto a Dio, uomini pieni di gioia, che sanno scorgere la bellezza del mondo futuro in mezzo agli affanni della vita quotidiana e in tale certezza vivono, credono e sperano. Amen !
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domenica 15 agosto 2010

729 - La Trinità: tre persone ma non tre dei (5)

Corso Bibilico 6
Quarta sezione. 16,4b-15: Il Paraclito convincerà il mondo


Il Paraclito e il mondo
L'ultimo discorso di Gesù dedicato al Paraclito, riguarda l'opera dello Spirito nei confronti del mondo. L'opera del Paraclito è resa necessaria dallo "scandalo" che i discepoli dovevano conoscere in anticipo: finora la persecuzione e l'ostilità del mondo erano solo contro di Lui; dopo la sua dipartita, però, non cesseranno e si rivolgeranno contro i suoi discepoli. In questo nuovo conflitto si inserirà l'azione del Paraclito verso il mondo e la forza dello Spirito permetterà ai discepoli di superare la tristezza derivante dall'odio del mondo verso la loro estraneità. Il fatto che Gesù lasci i discepoli appare come un ulteriore dono, più che come una privazione. Lo stesso evento, cioè la morte di Gesù, viene interpretato in maniere totalmente diverse da Lui e dai Dodici. La straordinaria opera del Paraclito ha inizio solo quando Cristo entra nel suo riposo. Si può dire che, nella visione giovannea, Cristo, che aveva iniziato la sua opera nel punto in cui il Creatore l'aveva lasciata, compiuta la propria missione entra anche Lui nel suo settimo giorno. Solo adesso, con l'effusione dello Spirito, si può dire che la creazione dell'uomo sia giunta al suo punto terminale. Non solo: l'evento della morte di Gesù rappresenta una tappa ulteriore nella maturazione religiosa dell'uomo perché il suo morire è la più alta rivelazione dell'Amore, è l'ultima lezione del Maestro. Prima di quel momento, i discepoli non hanno ancora la vera icona dell'amore cristiano, ossia di quell'amore che dona la vita per i valori del Regno. Infatti, è a partire dalla morte di Gesù che si possono ricomprendere nella loro giusta luce la sua vita e il suo insegnamento.La triplice opera del Paraclito nei confronti del mondo è descritta ai vv. 8-11. Il contesto di questa azione dello Spirito sembra eminentemente giudiziario. Il verbo "convincere" utilizzato qui da Giovanni (in greco elegcein) è un termine tecnico del linguaggio forense che andrebbe tradotto con "dimostrare la colpevolezza". L'idea di fondo è che il Paraclito, uno volta giunto, riaprirà il processo che si era concluso con la condanna del Gesù storico e condurrà le coscienze verso una dichiarazione di innocenza. Lo Spirito dimostrerà, nell'intimo tribunale della coscienza umana, che coloro che nel processo a Gesù avevano assunto il ruolo di giudici, erano in realtà i veri imputati. Gli obiettivi dell'opera del Paraclito si specificano in tre termini: peccato, giustizia e giudizio. Rileggiamo il testo: "Egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio" (v. 9). Con il termine "peccato" al singolare, Giovanni allude precisamente al peccato del mondo, ossia il rifiuto della salvezza offerta gratuitamente dal Figlio di Dio. Il peccato del mondo, che i Vangeli sinottici definiscono "bestemmia contro lo Spirito" (cfr. Mt 12,32 e paral.), consiste nel ritenere che le risorse umane siano sufficienti a salvare se stessi, giudicando inutili e non necessarie l'Incarnazione e l'offerta della Vita eterna da parte di Dio. Chi ragiona in questi termini, getta Cristo fuori dalla propria vita, e insieme a Lui rifiuta anche il Padre: "Chi odia Me, odia anche il Padre mio" (15,23). Il secondo punto su cui lo Spirito fa luce è "la giustizia". Cosa sia esattamente questa "giustizia" può intendersi solo in base a ciò che segue: "… perché vado al Padre e non mi vedrete più" (v. 9). La "giustizia" illuminata dallo Spirito ha a che vedere con il ritorno di Cristo al Padre, ossia con la sua glorificazione. Lo Spirito dimostrerà che Cristo è "il Giusto" in quanto il Padre lo ha accolto presso di Sé dopo il rifiuto del mondo. "Giustizia" è quindi l'affermazione che Cristo è stata "giustificato" dal Padre mediante la risurrezione dai morti. Questo fatto va connesso a Gv 8,50, dove il Padre è appunto descritto nell'atto di "giustificare" Cristo dinanzi agli uomini che gli muovono accuse: "Io non cerco la mia gloria; vi è Chi la cerca e giudica".Il terzo punto riguarda il "giudizio". Il problema "su chi o che cosa" si chiarisce nella seconda parte del v. 11: "… perché il principe di questo mondo è stato giudicato". Il "giudizio" qui non riguarda quindi tanto il mondo o l'umanità ma unicamente Satana, che è il regista occulto di tutto il sistema su cui si regge il peccato del mondo. Il "giudizio" che è operato dallo Spirito consiste nello spodestamento della potenza delle tenebre. Come si vede da 12,31, lo spodestamento di Satana avviene nella elevazione di Cristo sulla croce: "Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a Me". Sul Golgota si compie così la condanna senza appello del principe di questo ordinamento terrestre.


Il Paraclito e i discepoli
"Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete in grado di portarne il peso" (v. 12). Questa frase di Gesù, se si prende e si legge da sola, offre parecchie possibilità di fraintendimento. Sembrerebbe quasi che Gesù non abbia detto tutto nei suoi tre anni di ministero pubblico. Per di più si tratta di "molte cose" che Egli ci dovrebbe ancora dire. Tenendo conto però di altre frasi di Gesù, occorre ridimensionare alquanto questa superficiale impressione. Prima di tutto dobbiamo ricordare cosa Gesù aveva detto in 15,15: "Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi". Vale a dire: Cristo ha trasmesso ai suoi discepoli tutto ciò che doveva. Inoltre, al v. 13, Cristo non parla di una verità nuova, ma di una verità piena. Anzi, lo Spirito "prenderà del mio" (v. 14), ossia l'insegnamento che Cristo ha già dato. Potremmo riesprimere la promessa di Gesù in questi termini: il messaggio che Egli ha affidato alla memoria dei discepoli ha delle conseguenze che essi non hanno ancora tratto e neppure lo potrebbero senza l'aiuto dello Spirito Paraclito. Per ben due volte Giovanni annota che i discepoli compresero qualcosa solo dopo la morte di Cristo: a proposito del Tempio che Cristo avrebbe riedificato in tre giorni: "Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù" (2,23); e a proposito dell'umile ingresso di Gesù in Gerusalemme: "Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di Lui e questo gli avevano fatto" (12,16). E' chiaro allora che lo Spirito illumina l'intelligenza dei discepoli e li conduce alla piena comprensione di realtà che i ragionamenti umani non sono capaci di raggiungere. La vita e l'insegnamento di Gesù sono in sostanza incomprensibili alla mente umana lasciata alle sole risorse del suo acume naturale. Lo Spirito non comunica una verità diversa da quella che riguarda Cristo stesso, e in questo senso si dice che il Paraclito "prende del suo" e ce lo annunzia. Il Paraclito darà inoltre una cognizione delle cose future (cfr. v. 13). Qui si potrebbe vedere un'allusione al carisma della profezia che arricchisce la comunità cristiana e talvolta ne indica anche le piste; ricordiamo a questo proposito la comunità descritta dagli Atti col suo profeta Agabo (cfr. At 11,28) e con i suoi incontri di preghiera, durante i quali lo Spirito dona delle preziose indicazioni, come ad esempio la scelta e la missione di Barnaba e Paolo (cfr. At 13,2). Mentre Gesù sta parlando ai Dodici, durante l'ultima Cena, è ovvio che essi sono ancora ignari di tutto questo. La Chiesa si sviluppa nella storia, e nella storia ogni secolo presenta nuove sfide e nuove problematiche. Gli Apostoli non possono ancora portare il peso del futuro, ma ogni generazione porterà il suo peso, e sarà in grado di farlo nella forza dello Spirito di Dio. Così il Paraclito glorificherà il Cristo, prolungando nei secoli la sua opera di Maestro. Il Paraclito attinge a Cristo, e ciò equivale ad attingere al Padre. La Rivelazione prende l'avvio dal Padre e ciò che si rivela non è cosa diversa dal Figlio, poiché l'autorivelazione del Figlio coincide con l'esatta rivelazione del Padre. Il Padre e il Figlio hanno in comune la medesima pienezza, alla quale lo Spirito attinge per poterla comunicare alla Chiesa. Questa "pienezza" può chiamarsi anche Gloria.
(fine)

728 - Angelus del 15/8/2010 Solennità dell'Assunzione di Maria Santissima

Cari fratelli e sorelle,

oggi, nella solennità dell’Assunzione al Cielo della Madre di Dio, celebriamo il passaggio dalla condizione terrena alla beatitudine celeste di Colei che ha generato nella carne e accolto nella fede il Signore della Vita. La venerazione verso la Vergine Maria accompagna fin dagli inizi il cammino della Chiesa e già a partire dal IV secolo appaiono feste mariane: in alcune viene esaltato il ruolo della Vergine nella storia della salvezza, in altre vengono celebrati i momenti principali della sua esistenza terrena. Il significato dell’odierna festa è contenuto nelle parole conclusive della definizione dogmatica, promulgata dal Venerabile Pio XII il 1° novembre 1950 e di cui quest’anno ricorre il 60° anniversario: «L'Immacolata sempre Vergine Maria, Madre di Dio, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (Cost. ap. Munificentissimus Deus, AAS 42 [1950], 770).
Artisti d’ogni epoca hanno dipinto e scolpito la santità della Madre del Signore adornando chiese e santuari. Poeti, scrittori e musicisti hanno tributato onore alla Vergine con inni e canti liturgici. Da Oriente a Occidente la Tuttasanta è invocata Madre celeste, che sostiene il Figlio di Dio fra le braccia e sotto la cui protezione trova rifugio tutta l’umanità, con l’antichissima preghiera: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”.
E nel Vangelo dell’odierna solennità, san Luca descrive il compiersi della salvezza attraverso la Vergine Maria. Ella, nel cui grembo si è fatto piccolo l’Onnipotente, dopo l’annuncio dell’Angelo, senza alcun indugio, si reca in fretta dalla parente Elisabetta per portarle il Salvatore del mondo. E, infatti, «appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo … [e] fu colmata di Spirito Santo» (Lc 1,41); riconobbe la Madre di Dio in «colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore ha detto» (Lc 1,45). Le due donne, che attendevano il compimento delle promesse divine, pregustano, ora, la gioia della venuta del Regno di Dio, la gioia della salvezza.
Cari fratelli e sorelle, affidiamoci a Colei che - come afferma il Servo di Dio Paolo VI - «assunta in cielo, non ha deposto la sua missione di intercessione e di salvezza» (Es. ap. Marialis Cultus, 18, AAS 66 [1974], 130). A Lei, guida degli Apostoli, sostegno dei Martiri, luce dei Santi, rivolgiamo la nostra preghiera, supplicandola di accompagnarci in questa vita terrena, di aiutarci a guardare il Cielo e di accoglierci un giorno accanto al Suo Figlio Gesù.
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727 - Vangelo del 15/8/2010 Assunzione al cielo di Maria SS.

Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56 )



In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?
Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.
E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore».
Allora Maria disse: «L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
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giovedì 12 agosto 2010

726 - Bibbia o cellulare

Riuscite ad immaginare cosa succederebbe se noi trattassimo la Bibbia nel modo in cui trattiamo il nostro cellulare?... se noi trasportassimo la Bibbia nella nostra 24 ore, nella borsetta, appesa alla cintura, o nel taschino della nostra giacca?... se le dessimo un colpo d'occhio molte volte nella nostra giornata?... se tornassimo sui nostri passi per cercarla, dopo averla dimenticata a casa o in ufficio?... se l'utilizzassimo per mandare dei messaggi ai nostri amici?... se la trattassimo come se non potessimo vivere senza di lei?... se la regalassimo ai nostri figli, per essere sempre in contatto con loro?... se la portassimo con noi in viaggio, nel caso in cui avessimo bisogno di aiuto?... se la aprissimo immediatamente in caso di pericolo?
Contrariamente al cellulare, la Bibbia ha sempre 'campo'. Possiamo connetterci ed essere in contatto con Dio, in qualsiasi luogo (persino in alta montagna, o in mare aperto). Non dobbiamo preoccuparci della mancanza di credito, perché Gesù ha già pagato per sempre la ricarica, e i crediti sono illimitati.
Ancora meglio: la comunicazione non viene mai interrotta, e la batteria è caricata per tutta una vita.

alcuni esempi:
Se sei triste, componi * Giovanni 14 *

Se la gente mormora contro di te, componi * Salmo 27 *
Se sei innervosito o stressato, componi * Salmo 51 * (CEI, Salmo 50)
Se sei ansioso, componi * Matteo 6:19-24 *
Se sei in pericolo, componi * Salmo 63 * (CEI, Salmo 62)
Se la tua fede ha bisogno di essere fortificata, componi * Ebrei 11 *
Se ti senti solo e hai paura, componi * Salmo 22 *
Se sei duro e critico, componi * 1 Corinzi 13 *
Per conoscere il segreto della felicità, componi * Colossesi 3:12-17 *
Se ti senti triste e solo, componi * Romani 8:31-39 *
Se desideri la pace e il riposo, componi * Matteo 11:25-30 *
Se il mondo ti sembra più grande di Dio, componi * Salmo 90 * (CEI, Salmo 89)
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725 - Sette consigli

Sette suggerimenti per una vita cristiana prosperosa

1) Non trascurare mai la preghiera privata e quotidiana; e quando preghi, ricorda che Dio è presente e che Egli ascolta ed esaudisce la preghiera.
Geremia 33:3  "Invocami, e io ti risponderò, ti annunzierò cose grandi e impenetrabili che tu non conosci".
Matteo 6:6 "Tu invece, quando preghi, entra nella tua camere e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà."


2) Non trascurare mai la lettura della Bibbia, privata e quotidiana; e quando leggi, ricorda che è Dio che ti sta parlando. Credi nella Sua Parola ed agisci in base ad Essa.
2 Timoteo 2:15 "Sforzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha da vergognarsi, uno scrupoloso dispensatore della Parola della verità."
Giosuè 1:8  "Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma mèditalo giorno e notte, perché tu cerchi di agire secondo quanto vi è scritto; poiché allora tu porterai a buon fine le tue imprese e avrai successo."


3) Non chiedere mai a Dio qualcosa di cui non hai bisogno. DiGli la verità su te stesso. ChiediGli che Egli ti renda conforme alla Sua volontà.
Giacomo 4:3  "chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri"
Matteo 6:33 "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta"

4) Non lasciare mai passare un giorno senza provare a fare qualcosa per Gesù. Ogni sera rifletti su ciò che Gesù ha fatto per te e chiediti: "Ho fatto il mio meglio per Lui?" Se non è stato il caso, fallo!
Matteo 5:13-16 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdese il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.


5) Se sei nel dubbio circa qualche cosa, se non sai se è giusto o sbagliato, chiedi la benedizione di Dio. Se non la ricevi, vuol dire che è sbagliato.
Colossesi 3:17  "E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre"


6) Non ti basare mai sul cristianesimo degli altri. Chiediti sempre: "Come agirebbe Gesù al posto mio?" e cerca di imitarLo.
Ebrei 12:1-2  "Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio"

7) Non credere mai ai tuoi sentimenti se essi sono in contrasto con la Parola di Dio. Credi in Dio e non fidarti del tuo stato d’animo.
1Giovanni 5:9-13  "Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore; e la testimonianza di Dio è quella che ha dato al suo Figlio. Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha reso a suo Figlio. E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio"
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mercoledì 11 agosto 2010

724 - La Trinità: tre persone ma non tre dei (4)

Corso Biblico 5
Seconda sezione. 14,25-26: il Paraclito insegna e ricorda



L'azione segreta del Paraclito
Questo secondo passaggio del discorso di Gesù sullo Spirito Santo, intende specificare l'attività del Paraclito nei confronti dei discepoli, un'attività che si risolve essenzialmente nell'insegnamento e nella rivelazione. Nello stesso tempo, il Maestro sembra rispondere a una domanda inespressa dei suoi discepoli: perché è necessaria l'azione di un secondo Paraclito, forse che Gesù non ha detto già tutte le verità che il Padre gli aveva affidato? Questa risposta di Cristo a una domanda inespressa è di grande portata per un corretto cammino apostolico ed ecclesiale: sì, il Figlio ha svelato ai suoi discepoli tutte le verità che essi dovevano conoscere per vivere nella libertà ed entrare nella Vita, ma le ha dette in forma concentrata, in modo tale che la Chiesa potrà attingervi in ogni secolo nuovi insegnamenti per le sfide sempre nuove della storia. Ma non potrà farlo da sola. La Parola di Cristo possiede profondità che solo lo Spirito può rendere accessibili alla nostra debolezza. La Chiesa, come pure il discepolo, dinanzi alla Parola di Cristo non è in grado di immergersi nella Sapienza, senza un Maestro invisibile che parla "dentro". L'insegnamento interiore dello Spirito non differisce dall'insegnamento di Cristo, ma ne è un necessario completamento, perché il ministero pubblico di Gesù, e le pagine evangeliche che ce ne danno notizia, rimangono nella dimensione muta della "lettera", se non vengono vivificati dal soffio sapienziale dello Spirito. Cristo vuole che le parole da lui pronunciate alle orecchie dei discepoli, siano ripetute nel loro cuore dallo Spirito. Solo questa divina "ripetizione" le rende vive, profonde, vivificatrici, consolanti come un balsamo di guarigione. Ciò significa che il Paraclito intraprenderà un'opera di insegnamento proprio nel momento in cui il Cristo storico cesserà di essere un Maestro fisicamente raggiungibile. Da quel momento in poi, l'unico autentico accesso alla Parola di Cristo, sarà possibile nello Spirito. Accanto al verbo "insegnare", Gesù descrive l'azione del Paraclito anche con un secondo verbo: "ricordare" (cfr. v. 26). Il Maestro intende dire che l'insegnamento dello Spirito non si può separare dalla Parola consegnata alla Chiesa; ciò significa pure che il discepolo potrà fare esperienza dello Spirito tanto quanto la Parola di Dio dimora nella sua memoria. Se lo Spirito agisce ricordando al discepolo la Parola di Cristo - ed è proprio in questo processo di anamnesi che la Parola diviene viva - allora il presupposto di fondo è che il pensiero del discepolo deve essere "abitato" dalla Parola. Non si ricorda infatti ciò che non si conosce.


Terza sezione. 15,18-16,4a: il Paraclito e l'odio del mondo
Stranieri nel mondo (15,18-19)
Il termine "mondo" qui ha un significato collettivo in riferimento al sistema su cui poggia la vita sociale. Non si riferisce quindi al mondo come creazione, o come natura, ma al mondo come "umanità". Più precisamente, quando il Vangelo di Giovanni parla di "mondo" come sistema sociale allude innanzitutto a Gerusalemme e alle sue istituzioni religiose. Sono proprio esse che, nella persona dei loro rappresentanti (sommi sacerdoti, farisei…) si oppongono alla Luce che è venuta nel "mondo" e impediscono alla Parola creatrice di rivolgersi alle sue creature. Nello stesso tempo, il concetto giovanneo di "mondo" include ogni società umana fondata su un sistema autonomo e chiuso alla trascendenza. Il carattere ispirato delle Scritture ammette sempre diversi livelli di lettura, così come i discorsi di Gesù nell'ultima Cena sono materialmente rivolti al gruppo apostolico, ma valgono nella stessa maniera per tutte le generazioni successive dei cristiani. La società umana costruita a sistema chiuso per Giovanni è necessariamente fondata sull'odio e sull'ostilità verso Dio. Ne consegue che questo odio e questa ostilità colpiscono innanzitutto i discepoli. Essi sono chiamati a prolungare la presenza del Maestro nel mondo, quando ormai il Maestro non è più raggiungibile dall'astio del mondo, mentre essi lo sono ancora fino al momento della loro morte personale. Il rifiuto della Luce che è venuta nel mondo, si traduce in un rifiuto che colpisce i discepoli. La loro vita sarà perciò del tutto simile a quella del Maestro. Il fatto che Cristo abbia scelto i suoi discepoli produce necessariamente una loro separazione "dal mondo", una estraneità che è oggetto di odio, perché è una presa di distanza dalle prospettive autonome, e negatrici del soprannaturale, su cui si costruiscono spesso le istituzioni umane. Gesù sottolinea come il mondo sia capace di odio nei confronti del diverso, ma afferma pure che esso è capace anche di benevolenza verso il suo simile. E i discepoli sono troppo "diversi" per essere amati dal mondo. Questa chiusura del mondo a ciò che è divino non risulta da un processo di inerzia o da spinte cieche che agiscono nella storia, al contrario, il sistema chiuso delle istituzioni umane è il risultato di una opzione: "Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato" (v. 22). Il sistema sociale chiuso alla trascendenza risulta quindi da un insieme di singole opzioni che soffocano quella minoranza che desidererebbe impostare la sua vita sociale in termini diversi.


Perseguitati dal mondo (15,20-25)
Proprio in questi termini Gesù rivela la vera natura dell'opposizione del mondo: "Non avrebbero colpa se non avessi parlato". Dietro questo sistema sociale chiuso a Dio c'è dunque una lucida e personale opzione contro la Luce. Il prologo aveva già anticipato questo mistero in 1,5, presentando il rifiuto della Luce come un fatto anteriore all'Incarnazione: "La Luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta". Il vertice di questo rifiuto è rappresentato senz'altro dalle istituzioni religiose di Gerusalemme. La lucidità di questa opzione si vede, per esempio, nella decisione di far uccidere Lazzaro dopo la sua uscita dal sepolcro. In sostanza, dinanzi alla Presenza personale di Cristo viene allo scoperto l'orientamento dei cuori e raggiunge al tempo stesso le sue ultime conseguenze. L'annuncio del Vangelo non libera dalla colpa coloro che hanno scelto di vivere contro la Luce, ma, al contrario, li conferma nel loro peccato, che raggiunge così una maggiore perfezione: "Non avrebbero colpa se non avessi parlato". Si può parlare in questo caso di peccato contro lo Spirito che, appunto, non è perdonabile (cfr. Mt 12,32). Infatti, il peccato contro lo Spirito non si può commettere in assenza della predicazione del Vangelo e in uno stato di ignoranza su Dio e su Gesù Cristo. Per questa ragione, l'opzione contro Dio raggiunge la sua massima perfezione proprio nell'incontro col Cristo risorto, che è presente nella parola della predicazione apostolica. Gesù considera la sua esperienza storica di rifiuto e di persecuzione anche alla luce della Scrittura, citando il Salmo 69: "Mi hanno odiato senza ragione" (v. 5). Tuttavia ne prende anche le distanze, definendola la "loro" Legge (v. 25). Le Scritture si compiono per opera dei suoi oppositori, mentre si verifica un paradosso: i farisei e i sommi sacerdoti si professano fedeli alla Legge, ma la compiono proprio in quei punti in cui essa parla degli empi.


La testimonianza dello Spirito (15,26-27)
Qui ritorna la parola "Paraclito" come definizione dello Spirito, che procede dal Padre ed è mandato dal Risorto. Si comprende anche come la funzione rivelatrice del Paraclito sia in perfetta continuità con quella del Cristo storico. L'unica differenza è che lo Spirito non può parlare direttamente al mondo come poteva fare Cristo durante il suo ministero terreno grazie alla sua umanità. Lo Spirito si dovrà servire d'ora in poi degli apostoli per parlare agli uomini. Questa è la ragione per la quale al v. 27 la testimonianza dello Spirito è associata a quella degli apostoli: "Egli mi renderà testimonianza e anche voi mi renderete testimonianza". Non si tratta di due testimonianze diverse: la testimonianza dei discepoli è accompagnata e sostenuta dalla testimonianza dello Spirito (cfr. Mc 16,20; Eb 2,4). Il v. 26 sfiora anche la questione della processione intratrinitaria dello Spirito dal Padre e dal Figlio, ma non ci soffermiamo adesso su questo: osserviamo soltanto che il Cristo risorto intercede presso il Padre e manda lo Spirito insieme al Padre. Lo Spirito abilita i discepoli a compiere nel mondo una testimonianza credibile e autorevole, ma c'è un secondo presupposto necessario, un presupposto, si potrebbe dire, di ordine umano: "Siete stati con Me fin dal principio". Bisogna stare però bene attenti a non fraintendere il linguaggio giovanneo: "fin dal principio" non significa "fin dall'inizio del suo ministero pubblico". All'inizio del suo ministero pubblico, Gesù aveva accanto solo pochi discepoli: Pietro, Andrea, Filippo, Natanaele. I Dodici sono arrivati in seguito. L'espressione "fin dal principio" non si può intendere allora in termini cronologici, perché in tal caso non potrebbe riguardare l'intero collegio dei Dodici. Inoltre, nel linguaggio giovanneo il "principio" richiama innanzitutto la verità del Logos. Aderire a Lui "fin dal principio" equivale ad accettare nella fede la sua preesistenza e la sua divinità. La forza dello Spirito scende quindi ad abilitare alla testimonianza solo colui che aderisce a Cristo "fin dal principio", cioè colui che ha accolto nella fede la sua divinità, la sua eterna generazione dal Padre, la sua preesistenza, la sua incarnazione, e il suo mistero pasquale.


Lo scandalo della persecuzione (16,1-4a)
Il verbo "scandalizzarsi" è usato da Giovanni solo due volte: la prima volta in 6,61, la seconda qui. Nel primo caso lo scandalo riguardava la durezza della Parola di Cristo: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?… Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?" (6,52.60). E si scandalizzavano di Lui. Nel futuro, però, lo scandalo riguarderà i discepoli, che saranno perseguitati proprio per la loro "scandalosa" diversità. Cristo lo preannuncia, perché la cosa non piombi loro addosso in maniera inaspettata. Quando verrà quel momento, lo Spirito verrà in loro soccorso. Alla luce degli eventi successivi, bisogna dire che, con queste parole, Cristo intendeva riferirsi a due eventi, e forse anche a tre. Il primo è la scomunica rabbinica del 90 d. C., che escluse dalla Sinagoga tutti gli ebrei che erano diventati cristiani. Il secondo è l'ondata di persecuzioni anticristiane scatenate dall'Impero Romano nei secc. II-III. Il terzo è l'ultima persecuzione che si abbatterà sulla Chiesa alla fine dei tempi, prima del ritorno di Cristo (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 675-677). Con le parole "chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio" (15,2) Cristo non intende sminuire la responsabilità morale dei persecutori, ma, al contrario, intende negare che a Dio si possa rendere culto mediante la violenza e la sopraffazione dell'uomo; e ciò risulta chiaro dalle parole che seguono: "Faranno ciò perché non hanno conosciuto né il Padre né Me" (v. 3). Si comprende che la prospettiva del futuro è fatta di combattimenti e di lotte, a cui Cristo vuole preparare i suoi discepoli. Per questo sarà necessaria la forza dello Spirito. Gesù qui fa anche menzione di un'ora che deve giungere. Più precisamente la loro ora. Ovviamente si riferisce al tempo in cui le potenze delle tenebre ricevono da Dio il permesso di attaccare i discepoli con tutta la loro furia. Questa "ora" deve arrivare anche per i discepoli, così come è arrivata per Cristo, all'inizio e alla fine del suo ministero pubblico (cfr. Lc 4,13). Nel Vangelo di Giovanni, Gesù fa riferimento molto spesso alla "ora" dello scatenamento delle forze del male, che è anche l'ora della sconfitta di Satana, perché il cristiano che sa affrontare bene le sue prove, ne esce sempre più santo e più sapiente. Ricordiamo alcuni dei passi in cui Gesù si richiama a questo momento cruciale: a Cana, dice che l'ora non è ancora venuta (2,4), ma a Gerusalemme nei giorni della festa di Pasqua, in 12,23, afferma che l'ora è venuta. Anche l'evangelista Luca si esprime con la stessa terminologia: nel momento dell'arresto Gesù commenta: "Ogni giorno ero con voi nel Tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre" (22,53).
(continua)
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723 - Messaggio Medjugorje del 2/8/2010

Mi scuso con tutti, ero convinto di averlo già pubblicato il giorno 2 agosto..

Ecco il messaggio che Mirjana ha ricevuto oggi, 2 Agosto 2010, trasmessoci da Krizan Brekalo e dato a lui da Milenko Vasilj:



Cari figli, oggi vi invito a cominciare insieme a me nei vostri cuori a costruire il Regno dei Cieli, a dimenticare ciò che è personale e, guidati dall’esempio di mio Figlio, a pensare a ciò che è di Dio. Che cosa Lui desidera da voi ?  Non permettete a satana di aprirvi le strade della felicità terrena, strade in cui non c’è mio Figlio. Figli miei, sono false e durano poco. Mio Figlio esiste. Io vi offro la felicità eterna e la pace, l’unità con mio Figlio, con Dio, vi offro il Regno di Dio. Vi ringrazio.
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722 - Udienza di Benedetto XVI del 11/8/2010 (il martirio)

Cari fratelli e sorelle,

oggi, nella Liturgia ricordiamo santa Chiara d’Assisi, fondatrice delle Clarisse, luminosa figura della quale parlerò in una delle prossime Catechesi. Ma in questa settimana - come avevo già accennato nell’Angelus di domenica scorsa - facciamo memoria anche di alcuni Santi martiri, sia dei primi secoli della Chiesa, come san Lorenzo, Diacono, san Ponziano, Papa, e san Ippolito, Sacerdote; sia di un tempo a noi più vicino, come santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, patrona d’Europa, e san Massimiliano Maria Kolbe. Vorrei allora soffermarmi brevemente sul martirio, forma di amore totale a Dio.
Dove si fonda il martirio? La risposta è semplice: sulla morte di Gesù, sul suo sacrificio supremo d’amore, consumato sulla Croce affinché noi potessimo avere la vita (cfr Gv 10,10). Cristo è il servo sofferente di cui parla il profeta Isaia (cfr Is 52,13-15), che ha donato se stesso in riscatto per molti (cfr Mt 20,28). Egli esorta i suoi discepoli, ciascuno di noi, a prendere ogni giorno la propria croce e seguirlo sulla via dell’amore totale a Dio Padre e all’umanità: “chi non prende la propria croce e non mi segue – ci dice, – non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,38-39).
E’ la logica del chicco di grano che muore per germogliare e portare vita (cfr Gv 12,24). Gesù stesso “è il chicco di grano venuto da Dio, il chicco di grano divino, che si lascia cadere sulla terra, che si lascia spezzare, rompere nella morte e, proprio attraverso questo, si apre e può così portare frutto nella vastità del mondo” (Benedetto XVI, Visita alla Chiesa luterana di Roma [14 marzo 2010]). Il martire segue il Signore fino in fondo, accettando liberamente di morire per la salvezza del mondo, in una prova suprema di fede e di amore (cfr Lumen Gentium, 42).
Ancora una volta, da dove nasce la forza per affrontare il martirio? Dalla profonda e intima unione con Cristo, perché il martirio e la vocazione al martirio non sono il risultato di uno sforzo umano, ma sono la risposta ad un’iniziativa e ad una chiamata di Dio, sono un dono della Sua grazia, che rende capaci di offrire la propria vita per amore a Cristo e alla Chiesa, e così al mondo.
Se leggiamo le vite dei martiri rimaniamo stupiti per la serenità e il coraggio nell’affrontare la sofferenza e la morte: la potenza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza, nella povertà di chi si affida a Lui e ripone solo in Lui la propria speranza (cfr 2 Cor 12,9). Ma è importante sottolineare che la grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera, che in un unico atto definitivo dona a Dio tutta la sua vita, e in un supremo atto di fede, di speranza e di carità, si abbandona nelle mani del suo Creatore e Redentore; sacrifica la propria vita per essere associato in modo totale al Sacrificio di Cristo sulla Croce. In una parola, il martirio è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio.
Cari fratelli e sorelle, come dicevo mercoledì scorso, probabilmente noi non siamo chiamati al martirio, ma nessuno di noi è escluso dalla chiamata divina alla santità, a vivere in misura alta l’esistenza cristiana e questo implica prendere la croce di ogni giorno su di sé. Tutti, soprattutto nel nostro tempo in cui sembrano prevalere egoismo e individualismo, dobbiamo assumerci come primo e fondamentale impegno quello di crescere ogni giorno in un amore più grande a Dio e ai fratelli per trasformare la nostra vita e trasformare così anche il nostro mondo. Per intercessione dei Santi e dei Martiri chiediamo al Signore di infiammare il nostro cuore per essere capaci di amare come Lui ha amato ciascuno di noi.
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domenica 8 agosto 2010

721 - La Trinità: tre persone ma non tre dei (3)

Corso Biblico 4
La divinità dello Spirito Santo

Lo Spirito Santo è perfettamente uguale al Padre e al Figlio. Nell'unità della Trinità è consostanziale e coeterno ad essi. Che lo Spirito Santo non sia una creatura si vede chiaramente da molti passi della Scrittura. L'Apostolo dice ai Corinzi: "Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio?" (1 Cor 6,19). Ora, nessun tempio può essere edificato a una creatura. Sarebbe perciò inconcepibile e blasfemo ritenere che il corpo umano dei battezzati sia un tempio per lo Spirito, se lo Spirito fosse una creatura. Se viceversa non è una creatura, Egli è vero Dio, coeterno e consostanziale al Padre e al Figlio. Secondo la visione della teologia greco-ortodossa, lo Spirito procede dal Padre e ci viene comunicato mediante il Figlio; nella teologia latina è considerato come procedente anche dal Figlio. Così avviene nel cenacolo, la sera del primo giorno dopo il sabato: "Gesù alitò su di loro" (Gv 20,22). Inoltre, quando lo Spirito istruisce la Chiesa, prende ciò che è del Figlio: "Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l'annunzierà" (Gv 16,14). Gesù poi non dice semplicemente che il Padre manderà lo Spirito, ma precisa: "quando verrà il Consolatore, che Io vi manderò" (Gv 15,26). Tuttavia, anche il Padre lo manderà: "lo Spirito Santo che il Padre manderà" (Gv 14,26); ciò significa che il Padre e il Figlio mandano lo Spirito Santo, che quindi procede da loro due come da un unico principio. Il Padre e il Figlio insieme mandano lo Spirito. Il Figlio non potrebbe mandarlo se lo Spirito non procedesse anche da Lui come procede dal Padre.


I detti sul Paraclito
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dedica diversi insegnamenti alle operazioni dello Spirito, definito anche Paraclito, cioè "consolatore". Ci soffermiamo ad analizzare i detti di Gesù circa la promessa del Paraclito. Nel contesto dell'ultima cena, prima degli eventi decisivi che lo avrebbero tolto dal mondo, Cristo rivolge ai suoi discepoli un lungo discorso, dopo l'uscita di Giuda dal Cenacolo. L'insegnamento di Gesù è interamente rivolto verso il futuro della Chiesa, di cui, almeno in parte, Egli vuole rendere consapevoli i Dodici. Cristo parla della sua partenza e del suo vicino ritorno, parla delle lotte e delle persecuzioni che attendono coloro che professano il suo Nome, e parla soprattutto del Dono dello Spirito, riprendendo questo tema per ben quattro volte, con l'aggiunta di nuovi particolari. Noi ci fermeremo su questi quattro brani, nel tentativo di comprendere in quali termini e con quali manifestazioni lo Spirito è donato lungo il cammino del discepolato cristiano. Isoleremo perciò i quattro brani dall'intero discorso nel modo seguente:
14,15-17: lo Spirito, i discepoli e il mondo
14,25-26: l'insegnamento dello Spirito
15,18-16,4a: lo Spirito e l'odio del mondo
16,4b-15: la venuta dello Spirito


Prima sezione. 14,15-17: lo Spirito, i discepoli e il mondo
L'identità del Paraclito
La parola "Paraclito" figura nel Vangelo di Giovanni per la prima volta in questo punto. E' uno dei termini giovannei per indicare lo Spirito Santo. Si tratta del primo insegnamento sullo Spirito, rivolto direttamente ai Dodici. "Paraclito" è una parola greca che non si può facilmente tradurre in italiano senza il rischio di impoverirla. La Bibbia CEI traduce questo termine con "Consolatore", che rende solo in parte il significato di paraclito; per un'altra parte, infatti, il suo significato andrebbe reso con "avvocato difensore". La parola contiene in sostanza entrambe le idee, quella di difensore dinanzi a chi accusa e quella di consolatore, che nel momento della prova si fa vicino per corroborare colui che soffre o che semplicemente è in stato di debolezza. Nella descrizione di Gesù, poi, le operazioni del Paraclito appaiono ancora più ricche di sfumature, così che è impossibile trovare una parola sola che possa abbracciare tutti i significati che Cristo gli attribuisce.


I comandamenti di Cristo
Colui che manda il Paraclito è il Padre, e ciò avviene dietro la richiesta esplicita di Cristo. Dal punto di vista del discepolo, invece, la possibilità di ricevere lo Spirito è connessa all'osservanza dei "comandamenti" di Cristo (v. 15). Ma a cosa si riferisce la parola "comandamenti"? Giovanni sembra porre l'accento interamente sull'aggettivo possessivo: "i miei comandamenti" (v. 15). Questo aggettivo possessivo che precede la parola "comandamenti" crea un contrasto intenzionale con i comandamenti di Mosè. Gesù non chiede ai suoi discepoli l'osservanza dei comandamenti di Mosè: sarebbe troppo poco. Dall'altro lato, nel Vangelo di Giovanni, in nessun punto Gesù enumera i "suoi" comandamenti. Non c'è, in sostanza, una lista dei comandamenti di Gesù, ad uso dei suoi discepoli. E perché non c'è? Rispondiamo in modo reciso: perché non ci può essere. I comandamenti "di Gesù" non sono un decalogo, né sono prescrizioni o precetti espliciti. E neppure si possono enumerare, perché i comandamenti di Gesù risultano non da un codice, ma dalla adesione personale del discepolo nei confronti di Cristo. Il più esplicito in questo senso è rappresentato da detto di Gesù in 13,34: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come Io vi ho amato". Anche qui Cristo parla di "comandamento" senza tradurlo in un precetto o in una prescrizione. L'espressione "come Io vi ho amato" non costituisce un precetto, ma un'indicazione che include uno stile di vita. In altre parole, Cristo non dà ai suoi discepoli un decalogo da osservare; dà invece il proprio stile di vita che deve essere rivissuto in maniera originale nella vita di ogni discepolo.


La Presenza terrestre del Paraclito
Al v. 16 Gesù fa una promessa: su sua richiesta il Padre invierà "un altro Paraclito", che assumerà un compito permanente nella comunità dei discepoli. Il Paraclito è il grande frutto dell'intercessione del Cristo glorificato. Definendo lo Spirito Santo con l'appellativo di "altro" Paraclito, Gesù definisce indirettamente anche Se Stesso, visto che, a questo punto, il primo Paraclito è Lui. Nella prima lettera di Giovanni, Gesù è infatti definito come Paraclito "celeste" (cfr. 1 Gv 2,1); lo Spirito Santo è infatti il Paraclito "terrestre". Gesù è un Paraclito terrestre solo finché si trova sulla Terra, ma, alla sua dipartita, si rende necessaria la presenza di un secondo Paraclito terrestre. In definitiva, la comunità dei discepoli non può rimanere senza una Presenza divina continua, che l'accompagni per tutto l'arco del suo cammino storico. Il Paraclito è definito anche "Spirito di Verità", cosa che allude alla Verità di Dio, verso la quale Egli spinge continuamente i credenti. Più avanti vedremo in che modo lo Spirito ci spinga continuamente verso la Verità: "vi ricorderà… convincerà… testimonierà…", ma per il momento non si fa menzione di questa complessa operazione dello Spirito nell'intimo delle coscienze. La cosa che invece qui viene esplicitamente affermata è che lo Spirito Santo è dato ai discepoli e non al mondo. Il mondo, inteso come umanità ripiegata nell'illusione dell'autosufficienza, è incapace di ricevere lo Spirito. Il motivo di questa incapacità è chiaro: "non lo vede e non lo conosce" (v. 17). L'illusione dell'autosufficienza porta il mondo ad assolutizzare la conoscenza sensibile e quella razionale, cosicché si accetta solo ciò che "convince" per via di evidenza logica. Lo Spirito, invece, non convince per via di evidenze razionali, ma per via di evidenze esistenziali; vale a dire: se ci si lascia attrarre nella vita dello Spirito, si raggiunge il pieno convincimento sulla Verità di Dio. Se si cerca invece solo un'evidenza di puro ragionamento, si rimane in balìa della propria testa. La Verità di Dio supera di molto i limiti della ragione umana, perciò ha bisogno che rimanga, nella mente dell'uomo, un margine di oscurità e di non conoscenza che è accolto e serenamente accettato mediante la fede fiduciale del discepolo. Il mondo, ingannato sulle possibilità della sua intelligenza, ne è incapace e dunque non può ricevere lo Spirito di Verità. Bisogna notare anche come Giovanni definisce la modalità della presenza dello Spirito nella comunità dei discepoli: lo Spirito è "presso" ma è anche "in" voi (cfr. v. 17). Si intravede già l'opera dello Spirito nella sua relazione essenziale con la coscienza cristiana.
(continua)
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Medaglia di San Benedetto